Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

sabato 27 gennaio 2018

Senza il timore di sporcarsi le mani


Liturgia della IV DOMENICA DOPO l’epifania


Colletta

O Dio, che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi; concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare ogni tentazione. Amen.


Letture:

Rm 13,1-7; Mt 8,1-17

Prosegue nel ciclo liturgico anglicano la serie delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Alcune chiese occidentali, tra cui quella cattolica romana, introducendo alcune modifiche nella seconda metà del ventesimo secolo, hanno ridefinito questo periodo “Tempo ordinario”, cambiando anche il lezionario; per tale motivo le letture della liturgia non coincidono più tra loro tra le diverse chiese occidentali. Troviamo, però, un certo “sentire comune”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e “ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni cristiano, non dei preti, dei consacrati o dei monaci, ma di ogni cristiano che voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che spesso anche oggi caratterizzano lo status del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione di Gesù. La fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio. La fede è ciò con cui siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di benedizione) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti, ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la guarigione di un servo che “giace in casa paralizzato e soffre grandemente”. La risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi, “in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta con le parole che ripetiamo ogni volta prima della comunione eucaristica “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”. E la sua risposta di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i protestanti a volte, l’abitudine a confrontari abitualmente con la Parola di Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale. Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini, devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart





Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Via delle Betulle 63 Roma (zona Centocelle)
Contatti / Contacts:
Rev. Luca Vona
info@societasanglicana.it
Mob. (+39) 3385970859
www.societasanglicana.it





domenica 14 gennaio 2018

La somma non fa il totale

Commento alla liturgia della II domenica dopo l'Epifania

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, che governi tutte le cose nel Cielo e sulla terra; ascolta misericordioso le suppliche del tuo popolo, e concedi la pace ai nostri giorni; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,6-16; Mc 1,1-11

Cari amici, oggi vorrei riflettere sulla bellezza del lezionario anglicano tradizionale, come appare nel Book of Common Prayer del 1928, utilizzato dalla nostra chiesa. Questo lezionario riprende il medesimo del Prayer Book del 1662, che rappresenta la sintesi matura della liturgia anglicana. È un lezionario il cui ciclo di letture si svolge in un solo anno, come era quello della Chiesa Cattolica prima del Concilio Vaticano II, quando il lezionario annuale è stato sostituito da quello compsoto da un ciclo di letture suddiviso in tre anni. Il lezionario annuale è stato utilizzato dalle chiese occidentali per circa dieci secoli, ed è stato mantenuto anche dopo la Riforma protestante. È infatti ancora utilizzato da molte chiese luterane. Il suo vantaggio è quello di essere composto da due sole letture per ogni domenica (anziché tre più un salmo), consentendo di dare maggiore spazio alla predicazione. Inoltre, la ripetizione dell’intero ciclo di letture durante un solo anno, consente di approfondire e assimilare meglio la loro meditazione, senza che trascorra un tempo eccessivamente lungo prima di ritornare sulla stessa lettura. 
Anche la collocazione delle letture nei diversi momenti dell’anno liturgico rispetta, in questo lezionario, una tradizione molto antica. In queste settimane, dette “dopo l’Epifania”, che ci separano dalla domenica di Septuagesima, la quale segnerà l’inizio di un periodo pre-quaresimale, troviamo tre importanti episodi evangelici, che rappresentano fin dall’antichità, i tre momenti più importanti della manifestazione – “epifania”, appunto – del Signore all’umanità, al di fuori dei confini di Israele, ovvero al di fuori dei confini del “popolo eletto”. Il primo episodio è quello narrato nel Vangelo per la messa del 6 gennaio, ovvero l’arrivo dei magi a Betlemme. I magi erano appunto sacerdoti e maghi giunti dall’Oriente, i quali scrutando il cielo avevano individuato la nascita del Figlio di Dio, che si recarono ad adorare. Rappresentano i popoli non israelitici, le altre religioni, che riconoscono - o riconosceranno - in Gesù il Salvatore. Fin dai primi secoli cristiani però l’Epifania è stata associata a due altri importanti eventi, narrati, rispettivamente, nel vangelo di questa domenica e in quello che leggeremo domenica prossima. Questa domenica il primo capitolo del Vangelo di Marco ci offre il racconto del battesimo di Gesù al Giordano, da parte di Giovanni il Battista. Domenica prossima troveremo invece il racconto del miracolo alle Nozze di Cana, dove Gesù trasforma l’acqua in vino, manifestando la sua potenza mediante il suo primo “miracolo pubblico”. Entrambi gli episodi sono una manifestazione della sua divinità. Al Giordano, infatti, dove egli si sottopone al battesimo penitenziale di Giovanni - non perché avesse peccato, ma per discendere nelle acque e santificarle - i cieli si aprono e la voce del Padre risuona per attestare, anche mediante lo Spirito che appare in forma di colomba, che Gesù è il Cristo, il Figlio prediletto, in cui Dio si è compiaciuto. Abbiamo qui non solo una rivelazione della divinità di Gesù, ma al contempo la manifestazione di Dio come Trinità, mistero alla cui vita siamo chiamati a partecipare. 
Se il battesimo di Giovanni, infatti, rappresentava un rito sostanzialmente peniteziale, che serviva a rimettere i peccati e a segnare una tappa importante di conversione a Dio in vista della nuova èra messianica, il battesimo cristiano ha una natura diversa e rappresenta una tappa più radicale: in esso veniamo incorporati a Cristo e riceviamo al contempo il dono dello Spirito che ci consente di chiamare Dio “Padre”. Da qui l’indissolubilità dei riti di iniziazione cristiana – battesimo, crismazione ed eucaristia-, che nell’antichità – e ancora oggi nelle chiese orientali – vengono amministrati insieme e considerati in stretta complemetarità. Questa prassi risale alla tradizione evangelica attestata da Gv 3, al dialogo in cui Gesù spiega al dotto israelita Nicodemo che è necessario “rinascere dall’alto” per vedere il Regno di Dio, è necessario “nascere da acqua e dallo Spirito”. La crismazione rappresenta proprio il sigillo dello Spirito. È inimmaginabile, infatti, l’incorporazione al Figlio, senza il dono dello Spirito che il Padre riversa su di lui e che il Figlio restituisce al Padre, nella circolarità dell’amore divino. Al tempo stesso, una iniziazione cristiana senza eucaristia sarebbe incompleta. Perché lo Spirito è Colui che ci consente di riconoscerci membra di uno stesso corpo, nei diversi carismi che ci sono stati donati. È ciò che afferma l’apostolo Paolo nel capitolo 12 della lettera ai Romani che abbiamo letto oggi, ma anche nel capitolo 12 della prima lettera ai Corinzi che il lezionario propone per il Mattutino di questa stessa domenica. L’eucaristia realizza la comunione con il corpo di Cristo, che si manifesta nella stessa Chiesa, e ci consente di partecipare del dono dello Spirito con tutte le altre membra, di riceverlo e comunicarlo nella fede. In tal modo l’iniziazione cristiana – il battesimo, la crismazione, l’eucaristia – non sono mai fatti privati, che riguardano il singolo credente e la sua stretta cerchia di famigliari, che prendono parte al rito. Sono il mistero unico e tripartito, attraverso il quale la Chiesa ci è rivelata come realtà soprannaturale - molto di più della semplice somma dei credenti -, Corpo mistico di Cristo, edificata con pietre vive e vivificata dallo Spirito. 
Nel cristianesimo non c’è spazio per una fede vissuta in maniera puramente individualistica, seguendo la Messa in televisione o meditando in privato qualche pagina della Bibbia. La fede autentica ci trasforma nella nostra relazione con Dio e con il prossimo, perché attraverso di essa il Signore ci rende causa efficiente ed efficace nell’edificazione del suo Regno, per concedere all’umanità giorni di pace autentica, la sua pace, non la pace come la dà il mondo, ma come soltanto lo Spirito di Dio può donare. Allora ogni uomo riacquisterà dignità e l’umanità si scoprirà come qualcosa di più della somma aritmetica dei singoli individui.

- Rev. Luca Vona



I


domenica 31 dicembre 2017

Non sei più servo ma erede di Dio



Commento alla liturgia della I domenica dopo il Natale


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse su di sé la nostra natura e nascesse in questo tempo dal grembo di una vergine; concedici di essere rigenerati e fatti tuoi figli per adozione e grazia; affinché possiamo essere quotidianamente rinnovati dallo Spirito Santo. Per Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te e con lo stesso Spirito, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Gal 4,1-7; Mt 1,18-25

Il tema dell'adozione per grazia - richiamato nella colletta della liturgia del giorno e dalla Lettera di San Paolo ai Galati - ci costringe a rivedere radicalmente la nostra immagine di Dio. La rivelazione del Dio trinitario e della dinamica che ne anima la vita, interna ed esterna, ci è data innanzitutto nel mistero dell’Incarnazione. Dio ci viene rivelato come Padre, dunque non come un'ente chiuso in se stesso, sterile e autoreferenziale, ma capace di generare in eterno un'altro da sé, il Figlio, e di effondere su di esso il proprio amore. Il Figlio restituisce al Padre questo amore, che è lo Spirito Santo, in una dinamica che è come quella di una fontana perpetua, capace di autoalimentare il proprio flusso, senza fine né principio.
Ma il mistero dell'adozione a figli, mediante l'Incarnazione del Verbo, ci offre una ulteriore rivelazione. La capacità del Dio trinitario di effondere la propria vita anche al di fuori di sé. Assumendo e condividendo fino in fondo la nostra natura umana, infatti, il Figlio ci rende una cosa sola con sé. Il processo discendente e di "spoliazione" che ha inizio con l'Incarnazione del Verbo e giungerà alla rincunia di Dio a se stesso nella Passione e morte di Cristo, ha un parallelo nella progressiva ascesa della natura umana, nel momento in cui Dio decide di assumerla su di sé, di innalzarla rivestendosi di essa, di rigenerarla pienamente, attraverso la sua dolorosa Passione e la gloriosa Resurrezione.
La nascita di Gesù, l’Incarnazione dell'eterno Figio di Dio, è il passo decisivo con cui Dio ci offre, gratuitamente, la possibilità di essere inseriti nella sua vita trinitaria. È il segno della fedeltà di Dio alla sua creatura, che ci consente di recuperare non solo il Paradiso perduto, ma di condividere la stessa vita divina, di ottenere ciò che i nostri progenitori desideravano e che il menzognero tentatore gli prospettava come un qualcosa che Dio non ci avrebbe concesso: "Dio sa che nel giorno in cui ne mangerete gli occhi vostri si apriranno e sarete come Dio"... Ne mangiarono entrambi “allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi”. Il frutto della disobbedienza ci ha allontanati da Dio, aprendoci gli occhi verso la miserevole nudità di chi ha perso tutto, perché ha perso l’immagine e la somiglianza con il suo Creatore. Ma ben diverso è il frutto della giustificazione, e ben diverso il destarsi dal sonno, l’aprire gli occhi di Giuseppe, al quale l’angelo rivela il mistero dell’Emmanuele, il “Dio-con-noi”.
La salvezza operata in Cristo, ha non solo restaurato in noi l'immagine originaria, ma ci ha fatti eredi di Dio, rendendoci una sola cosa con il Figlio; sicché quando il Padre ci guarda, non vede noi, non vede me, non vede te... ma vede in noi il Figlio suo e ci ama come il suo Figlio prediletto. E quando noi preghiamo rivolgendoci al Padre, noi preghiamo con la stessa voce del Figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, che egli ha effuso abbondantemente su di noi.
Tutto ciò avviene nel mistero dei Sacramenti che il Signore, attraverso la Chiesa ci ha donato. E innanzitutto con i due grandi sacramenti attestati dal Vangelo e istituiti da Nostro Signore: il battesimo e l'eucaristia. Quando siamo battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sperimentiamo il dono gratuito di Dio, che non è semplicemente una terra promessa per diventare nazione, e neppure il giardino dell'Eden con tutti i suoi frutti, ma è l'ingresso nella vita trinitaria, la piena comunione con Dio, che ci offre il dono più grande: se stesso. E questo mistero si compie pienamente nella comunione eucaristica, mediante la quale la nostra carne, il nostro sangue, diventano una sola cosa con la carne e il sangue di Cristo, affinché tutta la nostra persona, corpo e anima, possa ricevere l'immagine del Figlio. Ora Dio può vederci realmente con gli occhi di un Padre. Ora può vederci come noi guarderemmo nostro figlio. Io sono padre e so cosa significa il modo in cui guardi e ami tuo figlio e, per contro, il modo in cui lui ti guarda e ti ama, il modo in cui si affida a te. Certo sono una creatura segnata dalla debolezza e dalla fragilità della natura umana, sono un padre imperfetto. Mentre Dio ci ama in un modo così perfetto che possiamo cercare di immaginarlo solo partendo dalla nostra esperienza umana di padri, madri e figli ed elevandola a una incalcolabile potenza e perfezione. Come cristiani, abbiamo compreso a fondo il senso di questo mistero? Lo abbiamo compreso almeno un po'? Perché è questo il centro di tutta la nostra fede. Siamo in grado di vedere e concepire Dio come un Padre? Siamo in grado di saperci e di sentirci amati come il migliore dei padri amerebbe suo figlio? Lo Spirito Santo, ci insegni questo mistero e ci doni la sua pace, la pace di chi non è più schiavo e orfano in terra straniera, ma è stato chiamato a regnare con Cristo, nel quale il Padre ci dice: “tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato” e "tutto quello che è mio è tuo". Amen.

Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart


Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Via delle Betulle 63 Roma (zona Centocelle)
Contatti / Contacts:
Rev. Luca Vona
info@societasanglicana.it
Mob. (+39) 3385970859
www.societasanglicana.it








domenica 24 dicembre 2017

Ridestiamoci dal sonno

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen.

Ti supplichiamo Signore, solleva la tua potenza e vieni in nostro soccorso; affinché mentre corriamo, affaticati e ostacolati, tra il peccato e la debolezza, sul percorso che ci hai posto dinanzi, la tua grazia e la tua misericordia, possano soccorrerci prontamente. Per Gesù Cristo, nostro Signore, al quale, con te e con lo Spirito Santo, va ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

Fil 4,4-7; Gv 1,19-28

Commento

«Egli è colui che viene dopo di me e che mi ha preceduto» (Gv 1,27). In queste parole di Giovanni Battista è racchiusa la ragione della nostra speranza. Dio ci precede nel donarci la sua salvezza. 

La colletta della quarta settimana di Avvento richiama la seconda lettera di San Paolo a Timoteo, scritta dalla prigionia, nella consapevolezza della morte imminente: "Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno" (2 Tim 4,7-8). Ma come ci ricorda questa preghiera liturgica la corsa può risultare estremamente faticosa, e può essere non priva di inciampi, a volte di rovinose cadute, a causa del peccato e della nostra debolezza. Il Signore ci viene incontro, con la sua grazia e la sua misericordia.

Fin dal primo atto di allontanamento dal Creatore vediamo nel libro della Genesi un Dio che cerca la sua creatura, chiamandola per il giardino: «Dove sei?» (Gen 3,9). Anche dopo l'allontanamento dell'uomo dall'Eden, Dio parla ai patriarchi, come a Giacobbe, nel sogno della scala mediante la quale gli angeli salgono e scendono dal cielo. Qui Dio gli promette «Io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai... non ti abbandonerò» (Gen 28,15).

L'Avvento e il tempo di Natale sono il momento in cui maggiormente siamo chiamati a riconoscere la presenza di Dio tra noi. La lettera di Paolo ai Filippesi descrive il mirabile scambio di nature che si realizza nel mistero dell'incarnazione. Una dinamica circolare ascendente e discendente, proprio come quella degli angeli sulla scala di Giacobbe. Per questo la letteratura cristiana antica, in Oriente, parla di theosis kenosis, divinizzazione e spoliazione: divinizzazione dell'uomo, mediante la spoliazione di Dio. L'apostolo Paolo lo afferma con parole eloquenti: "Cristo Gesù... essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce" (Fil 2,6). Vi è un profondo legame tra l'incarnazione e la passione.

Dio ha spogliato se stesso, assumendo la nostra natura, la nostra miseria, affinché non vi potesse essere più alcuna regione dell'umano classificabile come terra straniera, "senza Dio". Affinché saltassero tutte le distinzioni tra "sacro" e "profano". Affinché ciascuno di noi potesse esclamare, come Giacobbe, ridestatosi dal suo sogno profetico in terra straniera: «Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo» (Gen 28,16). Ridestiamoci dal sonno, dunque, e riconosciamo il Dio che è venuto ad abitare in mezzo a noi.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 18 dicembre 2017

La remissione dei peccati nella comunione eucaristica

La Chiesa anglicana, fin dalle sue origini non ha rigettato completamente la confessione auricolare e, sebbene nel Book of Common Prayer non sia presente un vero e proprio formulario per il Rito della Riconciliazione, troviamo diverse formule per la remissione dei peccati, in particolare nel Rito della Visita degli Infermi e nelle preghiere comunitarie del mattino e della sera (Morning e Evening Prayer).
Particolare importanza è data alla confessione collettiva durante la Santa Messa. Ma ciò che importante sottolineare è il valore della comunione eucaristica, sotto le due specie del pane e del vino, nel rimettere i peccati.

Questa idea teologica è ben lungi dall'essere una "invenzione" della Riforma. E' infatti presente già nella chiesa occidentale dei primi secoli, testimoniata dalla tradizione afro-romana e da Ambrogio di Milano.

Riportiamo, dunque, qui di seguito, alcuni passi del De Sacramentis di Ambrogio, insieme ad alcuni passaggi della preghiera eucaristica del Book of Common Prayer (dall'edizione del 1928), in particolare la preghiera di invocazione e quella che precede la comunione.

Sant'Ambrogio di Milano, De Sacramentis, IV,26-28.

Ogni volta che lo riceviamo [il sacramento del corpo e del Sangue di Cristo, ndr], annunciamo la morte del Signore. Se annunciamo la morte, annunciamo la remissione dei peccati. Se, ogni volta che il sangue viene sparso, viene sparso per la remissione dei peccati, devo riceverlo sempre, perché sempre mi rimetta i peccati. Io che pecco sempre, devo sempre disporre della medicina.

Quotiescumque accipimus, mortem Domini adnuntiamus. Si mortem, adnuntiamus remissionem peccatorum. Si, quotiescumque effunditur sanguis, in remissionem peccatorum funditur, debeum illum semper accipere, ut semper michi peccata dimittat. Qui semper pecco, semper debeo habere medicinam.

Libro della preghiera Comune (The Book of Common Prayer) 1928

INVOCAZIONE

E noi ardentemente ti chiediamo, o paterna bontà, di accettare con misericordia questo nostro sacrificio di lode e ringraziamento; molto umilmente ti supplichiamo di concedere a noi e alla tua intera Chiesa, per i meriti della morte del tuo Figlio Gesù Cristo e per la fede nel suo sangue, di ottenere la remissione dei nostri peccati e tutti gli altri benefici della sua passione.

PREGHIERA PRIMA DELLA COMUNIONE
Noi non abbiamo la presunzione di avvicinarci a questa Tavola, SIGNORE misericordioso, confidando nella nostra giustizia, ma nella tua molteplice e grande misericordia. Non siamo degni neppure di raccogliere le briciole sotto il tuo Tavolo. Ma tu sei lo stesso SIGNORE, la cui proprietà è di avere sempre misericordia; concedici dunque, SIGNORE di nutrirci del Corpo e del Sangue del tuo diletto Figlio Gesù Cristo, affinché i nostri corpi segnati dal peccato possano essere purificati dal suo Corpo e le nostre anime lavate dal suo Preziosissimo Sangue, e che sempre possiamo dimorare in Lui e Lui in noi. Amen.

- Rev. Luca Vona

domenica 12 novembre 2017

Le Collette per i Defunti nel Prayer Book del 1928

Signore, raccomandiamo alle tue mani misericordiose le anime dei nostri fratelli e delle nostre sorelle defunti, i cui corpi abbiamo consegnato alla terra, e chiediamo alla tua infinita bontà di concederci la grazia di vivere con amore e timore e di morire nel tuo favore; affinché quando giungerà il giudizio che hai affidato al tuo figlio diletto possiamo risultare accettabili ai tuoi occhi e ricevere la benedizione che il tuo figlio diletto pronuncerà per coloro che ti amano e ti temono, dicendo: venite, benedetti figli del Padre mio, ricevete il regno preparato per voi prima della creazione del mondo. Concedici questo, Padre misericordioso, per Gesù Cristo, nostro unico salvatore, mediatore e avvocato. Amen. [BCP 1928, Burial of the Dead]

Dio onnipotente, ti rendiamo grazie per i tuoi servi  che hai liberato dalle miserie di questo mondo, dal loro corpo mortale e da ogni tentazione. E, come crediamo che tu abbia condotto le loro anime, che raccomandiamo alle tue mani sante, nella consolazione e nel riposo; concedici, ti supplichiamo, che nel giorno del giudizio, le loro anime e le anime di tutti i tuoi eletti che hanno lasciato questa vita possano ricevere i frutti delle tue promesse ed essere rese perfette nella gloriosa resurrezione del tuo figlio Gesù Cristo, nostro Signore. Amen. [BCP 1928, Burial of the Dead]

O Dio misericordioso, Padre del nostro Signore Gesù Cristo che è la resurrezione e la vita, nel quale chiunque crede vivrà anche se muore, e in cui chiunque vive e crede in lui non morirà in eterno; che ci ha insegnato tramite il suo apostolo Paolo di non rattristarci come uomini senza speranza per coloro che dormono in lui; ti chiediamo umilmente, o Padre, di sollevarci dalla morte del peccato alla vita della giustizia, affinché quando lasceremo questa vita possiamo addormentarci in lui e nella resurrezione dell'ultimo giorno, riavuti i nostri corpi e risollevati, sia noi che tutti i fedeli defunti, nel tuo favore, possiamo ottenere la gioia eterna con tutti i tuoi Santi. Concedici questo, Signore Dio, per mezzo del nostro avvocato Gesù Cristo, con il quale, e con lo Spirito Santo, vivi e regni, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen. [BCP 1928, The Celebration of the Holy Communion when there is a Burial of the Dead]