Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 12 aprile 2026

Il vostro cuore non sia turbato

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA

Colletta

Padre Onnipotente, che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione; concedici di essere liberi dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Commento

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia e di pace. La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.

Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non come la dà il mondo, ma come dono dello Spirito, quella pace che è Dio stesso. Gesù ci invita a diventare noi stessi portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).

Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi" (Gv 14,27). Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.

Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla quiete che Dio pone nelle profondità del nostro cuore.

Per contro, il mondo non deve turbarci al punto da voltargli le spalle chiudendo dietro di noi la porta della nostra stanza. Ad esso siamo stati inviati, per annunciare la buona notizia di Gesù Cristo (Gv 17,18). Non può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”.

Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 9 aprile 2026

Fermati 1 minuto. «Sono proprio io!»

 Lettura


Luca 24,35-48

35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.
36 Mentre essi parlavano di queste cose, Gesù in persona apparve in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 37 Stupiti e spaventati credevano di vedere un fantasma. 38 Ma egli disse: «Perché siete turbati, e perché sorgono dubbi nel vostro cuore? 39 Guardate le mie mani e i miei piedi: sono proprio io! Toccatemi e guardate; un fantasma non ha carne e ossa come vedete che io ho». 40 Dicendo questo, mostrò loro le mani e i piedi. 41 Ma poiché per la grande gioia ancora non credevano ed erano stupefatti, disse: «Avete qui qualche cosa da mangiare?». 42 Gli offrirono una porzione di pesce arrostito; 43 egli lo prese e lo mangiò davanti a loro.
44 Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». 45 Allora aprì loro la mente all'intelligenza delle Scritture e disse: 46 «Così sta scritto: il Cristo dovrà patire e risuscitare dai morti il terzo giorno 47 e nel suo nome saranno predicati a tutte le genti la conversione e il perdono dei peccati, cominciando da Gerusalemme. 48 Di questo voi siete testimoni.

Commento

I discepoli di Emmaus e gli apostoli stanno riportando gli uni agli altri la testimonianza dell'incontro con Gesù risorto, ma quando egli improvvisamente appare in mezzo a loro sono sorpresi e spaventati, credendo di vedere un fantasma. 

"Pace a voi!" (v. 36) sono le parole con cui Gesù saluta i discepoli, per dissipare i loro dubbi e le loro paure, per perdonare la loro debolezza, che li ha fatti fuggire nell'ora della sua passione. Nel descrivere Gesù che mostra i segni dei chiodi sulle mani e sui piedi e nell'atto di mangiare del pesce Luca enfatizza il carattere corporale del Risorto, sebbene questi mostri di avere un corpo capace di attraversare una porta chiusa o di apparire quasi simultaneamente in due luoghi differenti (mentre Gesù discorreva con i discepoli di Emmaus appariva anche a Simone a Gerusalemme). 

Nonostante queste prove i discepoli sono ancora increduli, finché il Signore non aprirà in maniera soprannaturale la loro mente, affinché comprendano la verità nascosta nelle Scritture. La Legge, i Profeti e i Salmi indicano le tre parti in cui viene tradizionalmente divisa la Bibbia ebraica. "Salmi" può indicare tutta la terza parte, cioé gli "Scritti" (tra cui Giobbe, Proverbi, Daniele) o solo i Salmi. La piena comprensione delle Scritture avviene mediante la fede che si fa esperienza dell'incontro con il Risorto. Solo così potremo sentire dietro quelle pagine la voce di Gesù che esclama "Sono proprio io!" (v. 39). 

La predicazione a tutte le genti della conversione e del perdono dei peccati (v. 47) corrisponde al grande mandato: "Andate dunque e ammaestrate tutte le nazioni, battezzandole nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, insegnando loro ad osservare tutto ciò che vi ho comandato" (Mt 28,19-20) e "Andate in tutto il mondo e predicate il vangelo ad ogni creatura" (Mc 16,15). La predicazione è dunque annuncio di salvezza, ma anche esortazione alla conversione. Gesù non solo rimette i nostri peccati ma ci invita a rinnovarci interiormente per diventare immagine della sua gloria. 

La predicazione è innanzitutto testimoniare in noi stessi la capacità del vangelo di trasfigurare la nostra esistenza. Quando parleremo con convinzione di Gesù egli verrà in mezzo a noi, per far toccare con mano la sua presenza. La predicazione non sarà allora proselitismo ma narrazione della nostra storia d'amore con Dio, capace di infiammare il cuore di chi ci ascolta, di chi vede la nostra vita trasformata dall'incontro con Cristo.

Preghiera

Donaci la tua pace, Signore, affinché il timore sia dissipato dall'amore e le nostre vite possano testimoniare il potere trasformante dell'incontro con te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 8 aprile 2026

Martin Chemnitz, il "secondo Lutero"

La Chiesa Luterana celebra oggi la memoria di Martin Chemnitz, predicatore evangelico, uno tra i protagonisti della Riforma protestante tra i teologi tedeschi della seconda generazione.
Ultimo di tre figli, perse il padre all'età di undici anni e a causa dei problemi economici della famiglia ebbe difficoltà a seguire un corso di studi regolare.
Riuscì tuttavia a laurearsi Magister in letteratura all'Università di Königsberg.
Nel 1550 entrò a servizio del Duca Alberto I di Prussia, come bibliotecario di corte. In cambio della cura per la biblioteca e l'insegnamento in alcuni corsi come precettore, ebbe libero accesso a quella che allora era considerata una delle migliori biblioteche d'Europa.
Per la prima volta Chemnitz si dedicò completamente allo studio teologico. Durante questi anni il suo interesse si spostò dalla astrologia, che aveva studiato a Magdeburgo, alla teologia. Iniziò con lo studio attento della Bibbia nella lingua originale, con l'obiettivo di rispondere alle domande che lo lasciavano perplesso. Rivolse poi la sua attenzione ai primi teologi della chiesa, i cui scritti lesse meticolosamente e con attenzione. Si interessò alle dispute teologiche del tempo, ancora una volta leggendo con cura, mentre prendeva appunti. Questo metodo precoce di auto scolasticismo luterano era stato suggerito da Melantone.
Nel 1554 diventò professore all'Università di Wittemberg, tenendo lezioni sui Loci communes di Melantone e compilando da questi la sua opera di teologia sistematica nominata Loci Theologici. Nello stesso anno fu ordinato presbitero.
Chemnitz ebbe parte importantissima nella propagazione del luteranesimo e nelle controversie teologiche, tentando di mettere d'accordo le varie correnti, sulla base della fedeltà alla dottrina di Lutero, tanto da giustificare il soprannome di alter Martinus.
Fu uno degli autori principali della Formula di Concordia, assumendo una posizione "centrista" nell'opera di mediazione tra i luterani tedeschi. Determinante anche il suo contributo per la pubblicazione del Liber Concordiae (1580), standard dottrinale della Chiesa Luterana.
Chemnitz difese la presenza reale di Cristo nelle specie eucaristiche (Repetitio sanae doctrinae de vera praesentia, Lipsia 1561, De duabus naturis in Christo, Jena 1570; 2ª ed., 1578 segg.), sostenendo, insieme con la dottrina luterana dell'ubiquità, una presenza relativa della natura gloriosa di Cristo, dipendente dalla sua volontà (multivoli praesentia).
Morì a Braunschweig l'8 aprile 1586.

Fermati 1 minuto. Egli entrò per rimanere con loro

Lettura

Luca 24,13-35

13 Ed ecco in quello stesso giorno due di loro erano in cammino per un villaggio distante circa sette miglia da Gerusalemme, di nome Emmaus, 14 e conversavano di tutto quello che era accaduto. 15 Mentre discorrevano e discutevano insieme, Gesù in persona si accostò e camminava con loro. 16 Ma i loro occhi erano incapaci di riconoscerlo. 17 Ed egli disse loro: «Che sono questi discorsi che state facendo fra voi durante il cammino?». Si fermarono, col volto triste; 18 uno di loro, di nome Clèopa, gli disse: «Tu solo sei così forestiero in Gerusalemme da non sapere ciò che vi è accaduto in questi giorni?». 19 Domandò: «Che cosa?». Gli risposero: «Tutto ciò che riguarda Gesù Nazareno, che fu profeta potente in opere e in parole, davanti a Dio e a tutto il popolo; 20 come i sommi sacerdoti e i nostri capi lo hanno consegnato per farlo condannare a morte e poi l'hanno crocifisso. 21 Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele; con tutto ciò son passati tre giorni da quando queste cose sono accadute. 22 Ma alcune donne, delle nostre, ci hanno sconvolti; recatesi al mattino al sepolcro 23 e non avendo trovato il suo corpo, son venute a dirci di aver avuto anche una visione di angeli, i quali affermano che egli è vivo. 24 Alcuni dei nostri sono andati al sepolcro e hanno trovato come avevan detto le donne, ma lui non l'hanno visto».
25 Ed egli disse loro: «Sciocchi e tardi di cuore nel credere alla parola dei profeti! 26 Non bisognava che il Cristo sopportasse queste sofferenze per entrare nella sua gloria?». 27 E cominciando da Mosè e da tutti i profeti spiegò loro in tutte le Scritture ciò che si riferiva a lui. 28 Quando furon vicini al villaggio dove erano diretti, egli fece come se dovesse andare più lontano. 29 Ma essi insistettero: «Resta con noi perché si fa sera e il giorno già volge al declino». Egli entrò per rimanere con loro. 30 Quando fu a tavola con loro, prese il pane, disse la benedizione, lo spezzò e lo diede loro. 31 Allora si aprirono loro gli occhi e lo riconobbero. Ma lui sparì dalla loro vista. 32 Ed essi si dissero l'un l'altro: «Non ci ardeva forse il cuore nel petto mentre conversava con noi lungo il cammino, quando ci spiegava le Scritture?». 33 E partirono senz'indugio e fecero ritorno a Gerusalemme, dove trovarono riuniti gli Undici e gli altri che erano con loro, 34 i quali dicevano: «Davvero il Signore è risorto ed è apparso a Simone». 35 Essi poi riferirono ciò che era accaduto lungo la via e come l'avevano riconosciuto nello spezzare il pane.

Commento

Pietro ha appena constatato che come gli avevano riferito Maria di Magdala e le altre donne il sepolcro di Gesù è vuoto. In quello stesso giorno (v. 13) due discepoli, che non fanno parte degli Undici, si stanno allontanando da Gerusalemme pieni di sconforto, quando vengono avvicinati da un uomo: Gesù è lì in carne e ossa, non è un fantasma, eppure i due discepoli non sono in grado di riconoscerlo perché il Risorto non ha ancora aperto i loro occhi mostrandogli il significato autentico del piano divino.

Rendendosi presente ai due discepoli che conversano sui tragici eventi recentemente accaduti Gesù mantiene la sua parola di essere là dove due o tre sono radunati nel suo nome (Mt 18,20). La risposta di Cleopa attesta la risonanza che la crocifissione di Gesù ebbe a Gerusalemme e nei suoi dintorni. Nelle sue parole c'è la delusione per la mancata instaurazione di un regno messianico di natura terrena ("Noi speravamo che fosse lui a liberare Israele"; v. 21), sebbene le sue parole attestino la fede in Gesù come "profeta potente in opere e parole" (v. 19). 

Gli eventi accaduti al sepolcro e riportati dalle donne hanno suscitato la speranza nella risurrezione ma i discepoli, andati a verificare, non hanno visto Gesù (v 24). Riprendendo la loro incredulità Gesù si mostra come il perfetto esegeta, capace di dischiudere il senso profondo di tutte le Scritture alla luce dell'evento pasquale: il suo sacrificio diventa la chiave ermeneutica per comprendere gli eventi dell'Antico Testamento, la realtà ultima raffigurata dal culto levitico, la voce che parla nei Salmi, le profezie sul servo sofferente. 

I discepoli intanto giungono a destinazione e invitano "il forestiero" a condividere la cena con loro. Non si parla chiaramente della consacrazione eucaristica, ma il linguaggio utilizzato la richiama. Proprio quando Gesù spezza il pane sono resi capaci di riconoscerlo. Subito dopo Gesù scompare, ma da "tardi di cuore" (v. 25) i discepoli hanno adesso un cuore ardente (v. 32), pieno di fede. la gioia è tale che i due discepoli non restano a pernottare a Emmaus ma "partirono senz'indugio" (v. 33) per riferire agli Undici del loro incontro con Gesù risorto. Coloro ai quali Cristo si manifesta sono chiamati a confermare i propri fratelli. 

A Gerusalemme i due discepoli scoprono che Gesù è apparso lo stesso giorno a Simone e riferiscono ciò che è accaduto "lungo la via" e come avevano riconosciuto Gesù "nello spezzare del pane" (v. 35). La rivelazione del Risorto a Cleopa e al suo compagno di viaggio comprende due momenti, uno dinamico, mentre sono in cammino, e l'altro di riposo, mentre condividono il pasto; azione e contemplazione. 

Anche noi incontreremo Gesù se permetteremo alla sua parola di essere lampada per i nostri passi (Sal 118,105) e se condivideremo con lui il pane quotidiano dei nostri timori, delle nostre delusioni, delle nostre speranze. "Egli entrò per rimanere con loro" (v. 29). Allo stesso modo entrerà nella nostra esistenza per rimanere come fuoco che arde nel petto.

Preghiera

Raggiungici, Signore, nelle difficoltà della nostra vita, per illuminarci con la tua parola e confortarci con la tua presenza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 6 aprile 2026

Fermati 1 minuto. La corsa della fede e il prezzo della menzogna

Lettura

Matteo 28,8-15

8 E quelle se ne andarono in fretta dal sepolcro con spavento e grande gioia e corsero ad annunciarlo ai suoi discepoli.
9 Quand'ecco, Gesù si fece loro incontro, dicendo: «Vi saluto!» Ed esse, avvicinatesi, gli strinsero i piedi e l'adorarono. 10 Allora Gesù disse loro: «Non temete; andate ad annunciare ai miei fratelli che vadano in Galilea; là mi vedranno».
11 Mentre quelle andavano, alcuni della guardia vennero in città e riferirono ai capi dei sacerdoti tutte le cose che erano avvenute. 12 Ed essi, radunatisi con gli anziani e tenuto consiglio, diedero una forte somma di denaro ai soldati, dicendo: 13 «Dite così: "I suoi discepoli sono venuti di notte e lo hanno rubato mentre dormivamo". 14 E se mai questo viene alle orecchie del governatore, noi lo persuaderemo e vi solleveremo da ogni preoccupazione». 15 Ed essi, preso il denaro, fecero secondo le istruzioni ricevute e quella diceria è stata divulgata tra i Giudei fino ad oggi.

Commento

Dal sepolcro vuoto partono due notizie. Una la portano le donne, di corsa, con timore e gioia. L'altra la confezionano i sacerdoti, con calma, con denaro. Matteo le accosta senza commento — e quell'accostamento è già un giudizio.

Il brano è attraversato da una tensione potentissima: da una parte la corsa delle donne, dall'altra il complotto dei capi. La risurrezione genera immediatamente due movimenti opposti: fede e rifiuto.

Le donne partono dal sepolcro «con timore e grande gioia». Questa duplicità è decisiva: la risurrezione non elimina il timore, ma lo trasfigura. Il timore nasce dall'irruzione del divino; la gioia dalla certezza che quel divino è favorevole. La fede pasquale non è evidenza, ma adesione fiduciosa: non si vede il momento della risurrezione, ma si incontra il Risorto.

È significativo che Gesù si manifesti mentre le donne sono già in cammino per annunciare. L'incontro con il Risorto non è statico: avviene nella missione. Chi trattiene per sé l'esperienza rischia di non approfondirla; chi la condivide, la vede confermata. Esse abbracciano i suoi piedi, lo adorano — gesto insieme corporeo e teologale, fede concreta, non astratta. E Gesù le chiama a portare l'annuncio ai «fratelli»: dopo la passione e il rinnegamento, non ripristina una gerarchia, ma riapre una fraternità.

La scena si sposta bruscamente. I soldati, testimoni oculari, riferiscono tutto — ma la verità non viene accolta: viene gestita. Le autorità non cercano di capire, ma di controllare il racconto. Il denaro ricompare, come già nella consegna di Gesù, come strumento di falsificazione: «i discepoli hanno rubato il corpo». La menzogna è fragile — se dormivano, come potevano sapere? — eppure funziona. La resistenza alla verità può essere organizzata, finanziata, resa plausibile.

Emerge qui un punto teologico profondo: la risurrezione non si impone nemmeno davanti all'evidenza. Quei soldati avevano visto più di chiunque altro, eppure si lasciano corrompere. La verità non basta senza una disponibilità interiore ad accoglierla.

Matteo chiude con una nota fuori dal tempo narrativo: «questo racconto si è divulgato tra i Giudei fino al giorno d'oggi». L'oscuramento della risurrezione non è un episodio chiuso, ma una tendenza ricorrente. Il Risorto, intanto, precede i suoi in Galilea — nel luogo della vita quotidiana, non nei centri del potere. Si lascia incontrare da chi si mette in cammino. In questo spazio, ciascuno è chiamato a scegliere.

Preghiera

Signore risorto, che vai incontro a chi cammina, donaci il coraggio di correre verso i fratelli e la libertà di non tacere la tua verità. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 5 aprile 2026

Il destino ultimo dell'uomo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI PASQUA

Colletta

Dio Onnipotente, che attraverso il tuo Figlio unigenito Gesù Cristo hai vinto la morte, e hai aperto per noi la porta della vita eterna, ti chiediamo umilmente, così come la tua grazia speciale ci preserva, infondi nelle nostre menti buoni desideri, affinché mediante il tuo aiuto continuo possiamo portarli a buon effetto. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, e con lo Spirito Santo, sempre, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture

Col 3,1-4; Gv 20,1-9

Commento

Dopo la sepoltura di Gesù, l'attenzione del Vangelo di Giovanni si posa sul giorno che segue il sabato — quello che i cristiani eleggeranno come giorno memoriale della risurrezione del Signore. Maria di Magdala si reca alla tomba nel cuore dell'alba, e trova qualcosa di sconvolgente: la pietra è rovesciata, e dentro restano soltanto i lini che avvolgevano il corpo e il sudario che ne copriva il volto. Corre subito ad avvertire Pietro e il discepolo amato da Gesù, colui che è anche l'evangelista Giovanni.

Maria di Magdala — una donna, colei alla quale molto è stato perdonato e che per questo ha amato con tutto se stessa — è la prima a portare la notizia del mistero della tomba vuota. Amata da Gesù con singolare predilezione, la Maddalena diviene apostola degli apostoli: lei che si era recata al sepolcro per ungere di profumi il corpo del Signore, come aveva già fatto nell'ultima cena, mostrando così che il suo amore non conosce confine nemmeno davanti alla morte.

Pietro e il discepolo amato si mettono a correre verso la tomba, e il secondo arriva per primo. "L'amore di Cristo ci spinge", scriverà Paolo nella seconda Lettera ai Corinti. Ma chi corre più veloce si arresta sulla soglia — forse trattenuto dal timore di una contaminazione rituale: i sentimenti più profondi non sempre si accompagnano alla risoluzione più pronta. Pietro, invece, di cui i Vangeli tratteggiano a più riprese il carattere impetuoso, non conosce simile esitazione. Due forme d'amore, dunque: il discepolo amato si affretta nella corsa, poi si ferma davanti all'ingresso, ed entrerà nel sepolcro solo dopo aver superato le proprie razionalizzazioni legalistiche. Pietro si affanna nel correre, ma il suo slancio impulsivo spazza via ogni timore di violare le "leggi prestabilite".

Nel racconto dei due apostoli si avverte una tensione viva tra fede e incomprensione. Entrato nel sepolcro dopo Pietro, il discepolo amato "vide e credette": i due verbi sono posti in relazione diretta e consequenziale. Eppure il testo precisa che entrambi "non avevano ancora compreso la Scrittura". Saranno le apparizioni del Risorto ad aprire gli occhi dei discepoli alla piena intelligenza del mistero custodito nell'Antico Testamento: solo l'incontro diretto con Cristo rende capaci di accogliere un evento così eccedente la misura della ragione umana, come la vittoria sulla morte — quella che più spaventa l'uomo e che attende implacabile ogni creatura. A Giovanni bastano la tomba vuota e il lenzuolo ordinatamente ripiegato per credere. All'amore sono sufficienti piccoli segni per captare ciò che gli altri non vedono.

Gesù, il Messia promesso, volle che la sua morte fosse pubblica, esposta alla luce del sole che si oscura davanti a lui; ma la sua risurrezione è riservata agli amici più intimi. Accostiamoci a lui nella certezza che oggi Gesù Cristo ha vinto la morte, il peccato, la tristezza, e ci ha dischiuso le porte di una vita nuova, colma della pace e della gioia che lo Spirito Santo ci dona per grazia e che nessuno potrà mai toglierci. Risorgendo, Cristo rivela il destino ultimo dell'uomo, la sua vocazione, la sua natura più profonda. Lasciandoci condurre dall'amore, entreremo nel mistero dell'immensità divina.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 2 aprile 2026

Francesco da Paola. Chi vuol essere il primo sarà il servo di tutti

La chiesa cattolica ricorda oggi Francesco da Paola, eremita e fondatore dell'Ordine dei minini.

Nato nella cittadina calabrese di Paola, Francesco Martotilla era figlio di una famiglia di forte ispirazione francescana. Dopo un anno passato da ragazzo presso il convento di San Marco Argentano, Francesco proseguì la sua ricerca vocazionale attraverso viaggi e pellegrinaggi ad Assisi, a Montecassino, a Roma e presso diversi romitori dell'Italia centrale. Colpito dalla vita povera ed evangelica degli eremiti, decise, ancora giovanissimo, di vivere una vita di grande solitudine e preghiera. Ritiratosi nella campagna calabrese, egli divenne molto presto un padre spirituale ricercato, e dovette accogliere molti compagni che chiedevano di vivere la sua stessa vita. Per essi egli fonderà eremi, scriverà regole di vita e, prima di morire, assicurerà il loro riconoscimento da parte dell'autorità della chiesa. Fedele alla propria vocazione eremitica, ma convinto del primato dell'amore nella vita del cristiano, Francesco lottò tutta la vita per compaginare il proprio desiderio di solitudine con il comandamento dell'amore verso tutti i fratelli che non smisero mai di cercarlo.
La sua fama fu tale che su ordine del papa di Roma si recò al capezzale del re di Francia Luigi XI, e finì per vivere l'ultima parte della sua vita presso la corte francese, conservando intatta la propria totale povertà e semplicità evangelica. A piedi nudi, rimanendo un semplice laico e conducendo un'ascesi rigorosa, Francesco non risparmiò ai potenti la parola esigente del vangelo, e si prodigò per difendere i poveri e i perseguitati a causa della giustizia. Francesco si spense a 91 anni, il 2 aprile del 1507, a Tours.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


Fermati 1 minuto. L'umiltà che rende puri

Lettura

Giovanni 13,1-15

1 Prima della festa di Pasqua Gesù, sapendo che era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre, dopo aver amato i suoi che erano nel mondo, li amò sino alla fine. 2 Mentre cenavano, quando già il diavolo aveva messo in cuore a Giuda Iscariota, figlio di Simone, di tradirlo, 3 Gesù sapendo che il Padre gli aveva dato tutto nelle mani e che era venuto da Dio e a Dio ritornava, 4 si alzò da tavola, depose le vesti e, preso un asciugatoio, se lo cinse attorno alla vita. 5 Poi versò dell'acqua nel catino e cominciò a lavare i piedi dei discepoli e ad asciugarli con l'asciugatoio di cui si era cinto. 6 Venne dunque da Simon Pietro e questi gli disse: «Signore, tu lavi i piedi a me?». 7 Rispose Gesù: «Quello che io faccio, tu ora non lo capisci, ma lo capirai dopo». 8 Gli disse Simon Pietro: «Non mi laverai mai i piedi!». Gli rispose Gesù: «Se non ti laverò, non avrai parte con me». 9 Gli disse Simon Pietro: «Signore, non solo i piedi, ma anche le mani e il capo!». 10 Soggiunse Gesù: «Chi ha fatto il bagno, non ha bisogno di lavarsi se non i piedi ed è tutto mondo; e voi siete mondi, ma non tutti». 11 Sapeva infatti chi lo tradiva; per questo disse: «Non tutti siete mondi».
12 Quando dunque ebbe lavato loro i piedi e riprese le vesti, sedette di nuovo e disse loro: «Sapete ciò che vi ho fatto? 13 Voi mi chiamate Maestro e Signore e dite bene, perché lo sono. 14 Se dunque io, il Signore e il Maestro, ho lavato i vostri piedi, anche voi dovete lavarvi i piedi gli uni gli altri. 15 Vi ho dato infatti l'esempio, perché come ho fatto io, facciate anche voi.

Commento

Gesù e i discepoli sono riuniti per condividere una cena prima della vigilia della Pasqua ebraica. Si tratta dunque di un pasto ordinario assunto nel tardo pomeriggio del giovedi che precede la festa. Non c'è infatti alcun elemento rituale, ma Gesù mette in opera una azione fortemente simbolica lavando i piedi ai suoi discepoli. 

Non si tratta di un ordinamento cultuale, da praticare una volta l'anno, ma di un esempio (v. 15) di estrema umiltà nel servizio dei fratelli; è la dimostrazione che Gesù ci ama in modo perfetto, fino alla fine (gr. ein telos). Possiamo considerare questo momento l'inizio del "farsi pasqua" di Gesù stesso, a  un giorno di distanza dalla sua crocifissione. Giovanni specifica infatti che "era giunta la sua ora di passare da questo mondo al Padre" (v. 1), dove il verbo greco metabaino (cambare posto, spostarsi da) conferisce alla frase una allusione al passaggio dalla morte alla vita. Anche il verbo con cui è indicato il deporre le vesti di Gesù (gr. tithemi) richiama l'offerta della vita. 

La lavanda dei piedi era nel mondo ebraico un segno di ospitalità e attraverso questo gesto Gesù accoglie pienamente i discepoli in una relazione di salvezza, espressa dall'"aver parte con lui" (v. 8). Egli chiede anche ai discepoli di farsi suoi imitatori, mostrandosi umili gli uni con gli altri. L'azione di lavare i piedi agli ospiti infatti era di competenza dei servi; solo raramente veniva effettuata tra pari, come segno di grande amore. 

I discepoli, che fino a poco prima discutevano su chi fosse il più grande (Lc 22,24) rimangono attoniti - a partire da Pietro - di fronte all'abbassarsi di Gesù fino al punto di mostrarsi loro come colui che serve. L'azione è anche simbolo del lavacro spirituale che la Passione di Cristo realizzerà per le anime; di quel dono d'amore che ora non può essere compreso (v. 7), ma il cui significato sarà dischiuso dal Risorto quando verrà a spezzare nuovamente il pane per i suoi (Lc 24,35). 

Il sacrificio espiatorio della Croce realizzerà la piena giustificazione per grazia; sarà tuttavia necessaria una continua santificazione nell'umiltà e nella rettitudine di vita. Con il suo esempio Gesù ci insegna a riceverci l'un l'altro, con quell'amore che è agape, dono, capace di farci oltrepassare la nostra individualità, realizzando quella trasformazione, quel "passaggio", che ci fa uscire dai limiti della condizione umana.

Preghiera

Purificaci, Signore, con la tua grazia; affinché possiamo partecipare alla piena comunione con te, nel servizio sollecito dei nostri fratelli. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 1 aprile 2026

Melitone di Sardi. Cristo, culmine della storia della salvezza

Alcuni antichi calendari sia occidentali sia orientali ricordano in questo giorno Melitone, vescovo di Sardi. Le notizie riguardanti la sua vita sono molto scarne. Melitone è definito da Policrate di Efeso «un eunuco che viveva interamente nello Spirito santo», a sottolineare il suo celibato volontario, molto raro nel II secolo. Secondo Eusebio, Melitone fu vescovo di Sardi e visitò la Terra Santa per raccogliere informazioni precise riguardo al canone delle Scritture ebraiche. Assertore degli usi quartodecimani, cioè della necessità di continuare a celebrare la pasqua cristiana il 14 di nisan, Melitone è famoso soprattutto per le sue omelie Sulla Pasqua, che eserciteranno un grande influsso sulle liturgie posteriori. In esse, servendosi largamente dell'esegesi tipologica, Melitone ripercorre la storia della salvezza, riconoscendo nel mistero pasquale di Cristo, agnello immolato per la salvezza dei credenti, il culmine e il centro della vicenda umana e cosmica. In un alternarsi di toni poetici e profetici da un lato e di una sorprendente profondità teologica dall'altro, Melitone rimanda con vigore e trasporto tutti gli uomini al Cristo, nella cui pasqua è avvenuta la pasqua dei credenti, il loro passaggio dalla morte alla vita.
Alle sue omelie - purtroppo segnate dalla polemica, molto viva nel II secolo, tra chiesa e sinagoga - sono ispirati diversi kontakia bizantini, nonché gli Improperi del Venerdì santo e l'Exsultet pasquale della chiesa latina.

Tracce di lettura

Egli è colui che ci ha fatti passare
dalla schiavitù alla libertà,
dalle tenebre alla luce,
dalla morte alla vita,
dalla tirannide al regno eterno,
facendo di noi un sacerdozio nuovo,
un popolo eletto in eterno.
Questi è l'agnello senza voce.
Questi è l'agnello trucidato.
Questi è colui che fu partorito da Maria, la buona agnella.
Questi è colui che dal gregge fu prelevato,
e al macello trascinato,
e di sera fu immolato
e di notte seppellito;
colui che sul legno non fu spezzato,
che in terrà non andò dissolto,
che dai morti è risuscitato
e ha risollevato l'uomo dal profondo della tomba.
(Melitone di Sardi, Sulla Pasqua 68.71)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Sono forse io, Signore?

Lettura

Matteo 26,14-25

14 Allora uno dei Dodici, chiamato Giuda Iscariota, andò dai sommi sacerdoti 15 e disse: «Quanto mi volete dare perché io ve lo consegni?». E quelli gli fissarono trenta monete d'argento. 16 Da quel momento cercava l'occasione propizia per consegnarlo.
17 Il primo giorno degli Azzimi, i discepoli si avvicinarono a Gesù e gli dissero: «Dove vuoi che ti prepariamo, per mangiare la Pasqua?». 18 Ed egli rispose: «Andate in città, da un tale, e ditegli: Il Maestro ti manda a dire: Il mio tempo è vicino; farò la Pasqua da te con i miei discepoli». 19 I discepoli fecero come aveva loro ordinato Gesù, e prepararono la Pasqua.
20 Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici. 21 Mentre mangiavano disse: «In verità io vi dico, uno di voi mi tradirà». 22 Ed essi, addolorati profondamente, incominciarono ciascuno a domandargli: «Sono forse io, Signore?». 23 Ed egli rispose: «Colui che ha intinto con me la mano nel piatto, quello mi tradirà. 24 Il Figlio dell'uomo se ne va, come è scritto di lui, ma guai a colui dal quale il Figlio dell'uomo viene tradito; sarebbe meglio per quell'uomo se non fosse mai nato!». 25 Giuda, il traditore, disse: «Rabbì, sono forse io?». Gli rispose: «Tu l'hai detto».

Commento

La festa della Pasqua, che celebra l'uscita degli ebrei dall'Egitto, si avvicina e l'avidità di Giuda lo porta a consumare il suo tradimento. Le trenta monete d'argento richieste ai sommi sacerdoti richiamano il prezzo stabilito dalla Legge per il pastore respinto (Zc 11,12) e il compenso da pagare al padrone il cui schiavo è stato "colpito con le corna" da un bue (Es 21,32). 

Il "primo giorno degli Azzimi" indica l'inizio della settimana di Pasqua, in cui è consentito mangiare solo pane non lievitato. In occasione della festa, molti abitanti di Gerusalemme affittavano delle stanze ai pellegrini per celebrare la cena pasquale. 

Anche Gesù chiede ai suoi discepoli di preparare la Pasqua in una abitazione privata; li manda così "da un tale" (v. 18) per chiedergli di poter celebrare la Pasqua da lui. Oggi potremmo essere proprio noi quel tale, nel ricevere una chiamata particolare a condividere il mistero della passione di Gesù, la sua consegna (gr. paradidotai) nelle mani degli uomini, il dono radicale di sé . 

Secondo quanto riportato da Giovanni (Gv 13,1) la cena celebrata da Gesù avvenne prima di Pasqua; questo spiega l'assenza dell'agnello. Gesù viene tradito da chi mostra esteriormente un'intima comunione con lui, intingendo la mano nello stesso piatto (v. 23) e chiamandolo "Maestro" (Rabbì; v. 25). I primi a doversi guardare dal pericolo di tradire Gesù e il vangelo sono proprio i suoi discepoli e le istituzioni ecclesiastiche. Tutti noi siamo chiamati a esaminare la nostra coscienza e a chiederci "Sono forse io, Signore?" (v. 22). 

Non solo sarebbe meno peggio non aver mai conosciuto Gesù piuttosto che tradirlo, ma sarebbe meglio non essere mai nati (v. 24). Chi tradisce Cristo, infatti, smarrisce la via che porta alla salvezza, rinuncia alla verità che libera, si priva di un'esistenza vissuta in pienezza; tradisce l'amore; in definitiva, tradisce se stesso.

Preghiera

Il tuo Spirito ci illumini, Signore, affinché possiamo essere pronti ad aprirti la porta del nostro cuore, quando vieni a celebrare i tuoi santi misteri. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 31 marzo 2026

John Donne. La poesia come scienza di Dio

Nel marzo del 1631, dopo aver predicato il più bello dei suoi sermoni, si spegne all'età di 59 anni John Donne, presbitero e poeta fra i più grandi della letteratura inglese. Di famiglia cattolica, John era nato nel cuore di Londra, ed era rimasto molto presto orfano di padre. Da ragazzo era stato al tempo stesso uno studente serio e brillante e un ragazzo che amava la bella vita, secondo quanto trapela dai suoi componimenti giovanili.
Passato poco dopo i vent'anni alla Chiesa d'Inghilterra al termine di un lento ripensamento, Donne sposò Ann More, una ragazza ancora minorenne, senza il permesso del suo tutore. Imprigionato, egli perse tutte le prospettive di carriera che gli si erano dischiuse grazie al suo ingegno. Tuttavia, trovò nella famiglia (Ann gli darà dodici figli) un senso pieno per la propria vita. Poeta finissimo, capace di narrare in modo impareggiabile la bellezza dell'amore umano e di quello divino, Donne non scrisse tanto per la pubblicazione quanto per condividere la sua arte con gli amici a lui più cari.
Dopo aver più volte rifiutato l'ordinazione presbiterale che gli veniva offerta, Donne finì per accettarla un anno dopo essere stato eletto in parlamento, su richiesta del re Giacomo in persona. Nell'ultima fase della sua vita, egli impiegò la straordinaria capacità di scrivere che aveva ricevuto in dono per un'intensa attività di predicatore, che lo porterà a diventare decano della cattedrale londinese di San Paolo. I suoi sermoni, splendidi sul piano letterario, ricchissimi di citazioni bibliche e patristiche, costituiranno a lungo un modello di predicazione nella Chiesa d'Inghilterra.

Tracce di lettura

Nessun uomo è un'Isola,
intero in se stesso.
Ogni uomo è un pezzo del Continente,
una parte della Terra.
Se una Zolla viene portata via dall'onda del Mare,
la Terra ne è diminuita,
come se un Promontorio fosse stato al suo posto,
o una Magione amica o la tua stessa Casa.
Ogni morte d'uomo mi diminuisce,
perché io partecipo all'Umanità.
E così non mandare mai a chiedere per chi suona la Campana:
Essa suona per te. (John Donne, Nessun uomo è un'isola)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

John Donne (1571-1631)

Fermati 1 minuto. Ed era notte

Lettura

Giovanni 13,21-33.36-38

21 Dette queste cose, Gesù si commosse profondamente e dichiarò: «In verità, in verità vi dico: uno di voi mi tradirà». 22 I discepoli si guardarono gli uni gli altri, non sapendo di chi parlasse. 23 Ora uno dei discepoli, quello che Gesù amava, si trovava a tavola al fianco di Gesù. 24 Simon Pietro gli fece un cenno e gli disse: «Di', chi è colui a cui si riferisce?». 25 Ed egli reclinandosi così sul petto di Gesù, gli disse: «Signore, chi è?». 26 Rispose allora Gesù: «È colui per il quale intingerò un boccone e glielo darò». E intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone. 27 E allora, dopo quel boccone, satana entrò in lui. Gesù quindi gli disse: «Quello che devi fare fallo al più presto». 28 Nessuno dei commensali capì perché gli aveva detto questo; 29 alcuni infatti pensavano che, tenendo Giuda la cassa, Gesù gli avesse detto: «Compra quello che ci occorre per la festa», oppure che dovesse dare qualche cosa ai poveri. 30 Preso il boccone, egli subito uscì. Ed era notte.
31 Quand'egli fu uscito, Gesù disse: «Ora il Figlio dell'uomo è stato glorificato, e anche Dio è stato glorificato in lui. 32 Se Dio è stato glorificato in lui, anche Dio lo glorificherà da parte sua e lo glorificherà subito. 33 Figlioli, ancora per poco sono con voi; voi mi cercherete, ma come ho già detto ai Giudei, lo dico ora anche a voi: dove vado io voi non potete venire.
36 Simon Pietro gli dice: «Signore, dove vai?». Gli rispose Gesù: «Dove io vado per ora tu non puoi seguirmi; mi seguirai più tardi». 37 Pietro disse: «Signore, perché non posso seguirti ora? Darò la mia vita per te!». 38 Rispose Gesù: «Darai la tua vita per me? In verità, in verità ti dico: non canterà il gallo, prima che tu non m'abbia rinnegato tre volte».

Commento

Per la terza volta nel Vangelo di Giovanni emerge tutta l'umanità di Gesù, la "passibilità" del Figlio di Dio: dopo il turbamento davanti alla tomba di Lazzaro e quello all'annuncio della sua morte imminente Gesù si commuove (v. 21) dichiarando che uno dei discepoli lo sta per tradire. 

Il discepolo seduto vicino al suo petto occupa quello che tradizionalmente era il posto d'onore. Poiché il pasto si prendeva sdraiati poggiando sul braccio sinistro, chi stava reclinato alla destra di Gesù, piegandosi verso di lui, si trovava con la testa vicino al suo petto. Il discepolo è probabimente Giovanni, che per umiltà ha cura di non nominare se stesso nel suo Vangelo. 

Era uso comune per chi organizzava un banchetto porgere un boccone di una pietanza prelibata a un ospite importante. Il gesto di Gesù verso Giuda mostra il suo amore fino alla fine anche verso colui che lo tradisce. L'annotazione temporale - "era notte" (v. 30) ha un valore fortemente simbolico. È sempre notte quando ci si allontana da Cristo, luce del mondo. 

Nel suo discorso di addio Gesù parla della sua glorificazione; il suo sguardo è già proteso oltre la croce e oltre il buio del sepolcro, verso la risurrezione. Pietro vorrebbe dare la sua vita per Gesù (v. 37) ma sarà Gesù a darla per lui e per l'umanità.

Il tradimento da parte di una amicizia o della persona amata è certamente una delle esperienze più dolorose che possiamo subire nella vita. Gesù ha sperimentato e condiviso con noi questo dolore e nel modo in cui ha risposto a colui che lo tradiva ci mostra la via in salita della carità perfetta. 

Dio ci lascia liberi di rinnegarlo, per interesse (come Giuda) o per timore (come Pietro) ma continua a credere nella sua relazione con noi, lasciando aperta la porta della riconciliazione. Pietro sarà colui che si lascerà riconciliare, piangendo la sua infedeltà, ma edificando su quelle macerie la propria testimonianza a Cristo, fino al dono della vita.

Preghiera

Confermaci nel tuo amore, Signore; affinché possiamo testimoniare con coraggio la tua Parola, nell'attesa del giorno senza fine. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 30 marzo 2026

Giovanni Climaco e la Scala per il Paradiso

Le chiese ortodosse fanno oggi memoria di Giovanni il Sinaita, detto «Climaco».

Poco si sa della vita di questo monaco vissuto tra il VI e il VII secolo. Gli agiografi raccontano che attorno all'età di sedici anni si recò al monastero di Raithu, ai piedi del Sinai, dove Dio aveva rivelato il proprio Nome a Mosè, attratto dalla fama dei monaci del luogo.
Dopo vent'anni trascorsi nella comunità, Giovanni ne visse altrettanti in solitudine. Eletto igumeno del monastero del Sinai quando aveva sessant'anni, egli compose per i suoi discepoli una delle più celebri opere della spiritualità cristiana: la Scala del paradiso, che gli varrà lo pseudonimo di Climaco (da klîmax, «scala»). In essa, Giovanni descrive i gradini che il monaco deve ascendere per giungere all'incontro con Dio, aggiungendo via via, secondo le sue stesse parole, «giorno dopo giorno, fuoco al fuoco e desiderio al desiderio». Il monaco, per il grande maestro sinaita, è un uomo che deve tendere all'hesychía, alla quiete dell'anima, mediante la lotta contro i pensieri malvagi, che si combattono praticando le virtù ad essi contrarie.
Climaco morì verso il 649, e presso gli ortodossi è celebrato solennemente anche la quarta domenica di quaresima.

Tracce di lettura

La mitezza è lo stato costante dello spirito sempre uguale a se stesso dinanzi agli onori come dinanzi agli insulti. Sicché essa significa pure pregare per il prossimo che ti turba, in tutta tranquillità e serenità. Mitezza perciò vuol dire anche solidità nella pazienza e capacita di amare, in quanto essa è madre di carità, prova di discernimento spirituale. Il Signore, come sta scritto, «insegnerà ai miti le sue vie». La mitezza procura la remissione dei peccati nella preghiera fiduciosa. Essa è come terra disponibile per la fecondazione dello Spirito santo, come sta scritto: «Su chi volgerò lo sguardo, se non su un'anima mite e tranquilla?»
(Giovanni Climaco, La scala del paradiso 24,134)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. L'amore che si fa profezia

Lettura

Giovanni 12,1-11

1 Sei giorni prima della Pasqua, Gesù andò a Betània, dove si trovava Lazzaro, che egli aveva risuscitato dai morti. 2 E qui gli fecero una cena: Marta serviva e Lazzaro era uno dei commensali. 3 Maria allora, presa una libbra di olio profumato di vero nardo, assai prezioso, cosparse i piedi di Gesù e li asciugò con i suoi capelli, e tutta la casa si riempì del profumo dell'unguento. 4 Allora Giuda Iscariota, uno dei suoi discepoli, che doveva poi tradirlo, disse: 5 «Perché quest'olio profumato non si è venduto per trecento denari per poi darli ai poveri?». 6 Questo egli disse non perché gl'importasse dei poveri, ma perché era ladro e, siccome teneva la cassa, prendeva quello che vi mettevano dentro. 7 Gesù allora disse: «Lasciala fare, perché lo conservi per il giorno della mia sepoltura. 8 I poveri infatti li avete sempre con voi, ma non sempre avete me».
9 Intanto la gran folla di Giudei venne a sapere che Gesù si trovava là, e accorse non solo per Gesù, ma anche per vedere Lazzaro che egli aveva risuscitato dai morti. 10 I sommi sacerdoti allora deliberarono di uccidere anche Lazzaro, 11 perché molti Giudei se ne andavano a causa di lui e credevano in Gesù.

Commento

Amore e odio, fede e infedeltà, magnanimità e durezza di cuore, sono i protagonisti di questo episodio evangelico che precede la Pasqua ebraica e la passione di Gesù. 

Maria di Betania compie un atto di amore il cui significato profetico va oltre la sua stessa comprensione, prefigurando la sepoltura del Signore. Era infatti usanza giudaica ungere le salme di olio profumato.

L'atto di devozione di Maria è in contrasto con le parole di Giuda Iscariota, colui che tradirà deliberatamente Gesù. Il prezzo stimato dell'olio profumato - trecento denari - corrispondeva a circa un anno di salario. Da ciò si comprende la grandezza dell'atto di amore di Maria verso Gesù, come ogni atto d'amore difficile da comprendere per coloro che non lo condividono. 

Prenderci cura di Cristo oggi, nell'attesa del suo ritorno, significa prenderci cura del suo corpo mistico - la Chiesa - e prima di tutto delle sue membra più umili, donando e condividendo generosamente quanto abbiamo di più prezioso: le nostre ricchezze, il nostro affetto, il nostro tempo. Questo spirito di servizio, lo stesso di Maria, che serviva (gr. diakoneo) Cristo, ci farà crescere nella comunione con lui. 

Il prezioso olio profumato versato da Maria è espressione di quell'amore disinteressato e senza misura con il quale siamo chiamati a ricambiare lo stesso amore che Dio ha riversato su di noi con la sua grazia. 

Considerato stoltezza dal mondo - il quale comprende solo la logica del profitto - l'amore cristiano è potenza di Dio (1 Cor 1,18). In questo modo va considerato anche il tempo dedicato alla preghiera di adorazione e contemplazione. Un atto profetico che testimonia il primato dell'unico necessario (Lc 10,42), il principio e il fine della carità, la scuola in cui imparare il dono gratuito di sé.

Preghiera

Come profumo soave salga a te, Signore, la nostra preghiera di adorazione e di lode. Insegnaci ad amare come tu ci hai amato, gratuitamente e senza misura. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 29 marzo 2026

Tutta l'umanità di fronte al suo sguardo

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DELLE PALME

Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che nel tuo tenero amore verso il genere umano hai mandato il tuo Figlio, il nostro salvatore Gesù Cristo, affinché prendesse su di sé la nostra carne e soffrisse la morte di croce e il genere umano seguisse il suo esempio di grande umiltà; concedici misericordioso di seguire il suo modello di pazienza, per prendere parte alla sua risurrezione. Per lo stesso Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Fil 2,5-11; Mc 11,1-11 [in alternativa, lettura della Passione secondo Matteo (Mt 27,1-66)]

Commento

La Domenica delle Palme ci accoglie nel mistero della Settimana Santa, aprendo le porte alla celebrazione della Pasqua. Il Vangelo di Marco ci porta a Gerusalemme, dove Gesù, giunto al Monte degli Ulivi, ammira la città con il tempio in primo piano. Entra trionfalmente, accolto come Re, ma su un umile puledro, non su un cavallo da guerra. 

Gesù si rivela così il Messia della pace, non della potenza mondana, il Messia umile delle profezie. La folla lo acclama con rami e mantelli, gridando “Osanna!”, piena di speranza per la liberazione. I discepoli riconoscono nel puledro un segno messianico, evocando figure regali del passato. Ma questa gioia nasconde un malinteso: molti vogliono un re terreno, non il Servo sofferente che porta la croce.

Gerusalemme, simbolo dell’umanità intera, si erge come il culmine del cammino di Gesù. Attraversarla significa immergersi nella complessità del male e della sofferenza umana, ma anche nell’amore e nella speranza. Gesù comprende che la sua entrata richiede umiltà e determinazione. Il suo sguardo sulla città rivela il dramma interiore per il violento rifiuto che seguirà questa accoglienza trionfante. Egli non viene per distruggere, ma per salvare.

Questo passo ci invita a riflettere: chi è Gesù per noi? Lo accogliamo come Signore della nostra vita o cerchiamo in Lui solo risposte ai nostri desideri? L’ingresso di Gesù a Gerusalemme ci prepara alla Settimana Santa, un cammino di conversione. La sua umiltà è per noi fonte di ispirazione, guidandoci verso la luce della Pasqua. Lasciamo che il nostro “Osanna” sia sincero, un impegno a seguire il Signore nella via dell’amore e del sacrificio. Che il nostro cuore sia pronto ad accoglierlo, non solo oggi, ma ogni giorno, con fede e umiltà.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 26 marzo 2026

Giovanni di Dalyatha. «I miei occhi bruciano di te»

La quarta domenica di quaresima la Chiesa assira fa memoria di Giovanni di Dalyatha, mistico tra i più grandi della storia cristiana.
Giovanni, chiamato anche Saba o il «Vegliardo», nacque nella seconda metà del VII secolo nel villaggio di Ardamust, a nord-ovest di Mossul. Egli fu iniziato allo studio delle Scritture nella scuola del suo villaggio, quindi frequentò il monastero di Apnimaran e, intorno all'anno 700, divenne monaco nel monastero di Mar Yozadaq. Dopo sette anni, si ritirò in solitudine sulla montagna di Dalyatha, forse nei pressi dell'Ararat, e da essa prese il nome.
Negli anni di solitudine, Giovanni approfondì la propria vita spirituale e si esercitò nell'arte della contemplazione, imparando a discernere l'intimo legame tra la creazione e il Creatore, e alimentando il proprio spirito grazie all'incontro quotidiano con la natura e i suoi simboli. Malgrado la lontananza dai suoi simili, egli non perse mai quei tratti di profonda umanità che caratterizzeranno tutti i suoi insegnamenti.
Raggiunto da alcuni discepoli, Giovanni mise per iscritto i frutti della sua profonda esperienza interiore. Influenzato dalle opere di Evagrio, di Macario, di Dionigi Areopagita e di Gregorio di Nissa, egli sottolineò tuttavia in modo ancor più radicale rispetto ai suoi maestri come il grado più elevato della vita cristiana sia quello della carità e dell'amore.
Giovanni morì in una data imprecisata, in quella solitudine in cui più che a fuggire il mondo aveva imparato ad amare ogni creatura.

Tracce di lettura

I miei occhi sono stati bruciati dalla tua bellezza
ed è stata divelta davanti a me la terra sulla quale avanzavo;
la mia intelligenza è stupita per la meraviglia che è in te
e io, ormai, mi riconosco come uno che non è.
Una fiamma si è accesa nelle mie ossa
e ruscelli sono sgorgati per bagnare l'intera mia carne,
perché non si consumi.
O fornace purificatrice,
nella quale l'Artefice ha mondato la sua creatura!
O abito di luce, che ci hai spogliati della nostra volontà
perché ce ne rivestissimo, ora, nel fuoco!
Signore, lasciami dare ai tuoi figli ciò che è santo,
non è ai cani che lo do.
Gloria a te! Come sono mirabili i tuoi pensieri!
Beati coloro che ti amano,
perché risplendono per la tua bellezza
e tu dai loro in dono te stesso.
Questa è la resurrezione anticipata
di coloro che sono morti in Cristo.
(Giovanni di Dalyatha, Lettere)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Vedere oltre

Lettura

Giovanni 8,51-59

51 In verità, in verità vi dico: se uno osserva la mia parola, non vedrà mai la morte». 52 Gli dissero i Giudei: «Ora sappiamo che hai un demonio. Abramo è morto, come anche i profeti, e tu dici: "Chi osserva la mia parola non conoscerà mai la morte". 53 Sei tu più grande del nostro padre Abramo, che è morto? Anche i profeti sono morti; chi pretendi di essere?». 54 Rispose Gesù: «Se io glorificassi me stesso, la mia gloria non sarebbe nulla; chi mi glorifica è il Padre mio, del quale voi dite: "È nostro Dio!", 55 e non lo conoscete. Io invece lo conosco. E se dicessi che non lo conosco, sarei come voi, un mentitore; ma lo conosco e osservo la sua parola. 56 Abramo, vostro padre, esultò nella speranza di vedere il mio giorno; lo vide e se ne rallegrò». 57 Gli dissero allora i Giudei: «Non hai ancora cinquant'anni e hai visto Abramo?». 58 Rispose loro Gesù: «In verità, in verità vi dico: prima che Abramo fosse, Io Sono». 59 Allora raccolsero pietre per scagliarle contro di lui; ma Gesù si nascose e uscì dal tempio.

Commento

L'osservanza degli insegnamenti di Gesù è fonte di vita eterna (cfr. Gv 11,25), una vita che neanche la morte fisica potrà estinguere. Gesù esorta non solo ad ascoltare le sue parole, ma a osservarle: "Beati coloro che ascoltano la parola di Dio e la osservano!" (Lc 11,28). 

L'espressione "non vedrà mai la morte" equivale a "non morrà in eterno". Gli avversari di Gesù fraintendono la sue parole, prendendole alla lettera (v. 52). Non a caso sostituiscono il verbo "vedere" (gr. theoreo) con il conoscere (gr. geuomai), letteralmente "gustare", nel senso di "sperimentare". La fede in Gesù proietta il nostro sguardo oltre l'orizzonte della morte.

I giudei che si oppongono a Gesù restano scandalizzati dalla sua promessa, poiché egli, a differenza di Abramo e dei profeti, che come creature erano votati alla tomba, afferma di poter dare la vita a chi osserva la sua parola. Gesù non solo è più grande di Abramo e dei profeti ma in quanto Figlio eterno del Padre è il loro Dio. Soltanto la natura divina di Cristo può giustificare l'esigenza assoluta di conformarci a lui nella sequela del suo vangelo. Il Padre stesso rende testimonianza a Gesù, glorificandolo attraverso le grandi opere che egli compie e ancor più mediante la risurrezione.

Le parole di Gesù confermano la credenza presente nella tradizione ebraica secondo la quale Abramo vide i segreti delle epoche che dovevano venire. Tale credenza è richiamata anche dalla lettera agli Ebrei: "Nella fede morirono tutti costoro, pur non avendo conseguito i beni promessi, ma avendoli solo veduti e salutati di lontano" (Eb 11,13). Abramo, in particolare, vide in Isacco l'inizio della promessa di benedizione su tutte le nazioni (Gn 17,17; 21,6). Anche Paolo considera compiuta in Gesù la promessa fatta ad Abramo (Rm 4; Gal 3). Come Abramo si rallegrò nell'intravedere il giorno del Messia (v. 56) la fede in Cristo colma il cuore di gioia. I dottori della legge hanno perso la gioia perché hanno perso la fede. E in verità hanno perso anche la legge perché il cuore della legge è l'amore.

Con l'espressione "Io sono", che nell'Antico Testamento Dio utilizza per definire se stesso (Es 3,14; Dt 32,39; Is 41,4; 43,10) Gesù afferma la propria preesistente natura divina. I giudei comprendono bene cosa intende dire e raccolgono delle pietre per lapidarlo per bestemmia, come prescritto dalla legge mosaica (Lv 24,16). Gesù sfugge all'arresto e alla morte perché l'ora del compimento del suo sacrificio non è ancora giunta. Il suo allontanamento, a causa della cecità spirituale degli oppositori, è immagine dell'allontanamento della presenza di Dio dal Tempio (cfr. Ez 10-11). Quando l'uomo rifiuta Cristo egli "passa oltre", ma per chi lo accoglie egli è vita dell'anima, fonte di quella gioia che il mondo non conosce (Gv 14,17) e che non sarà mai tolta.

Preghiera

Concedici di contemplare il tuo volto, Signore, e di accoglierti come fonte di salvezza; affinché possiamo rallegrarci in te, restando fedeli al tuo vangelo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 25 marzo 2026

Annunciazione del Signore. «Salve, sposa mai sposata!»

In questa solennità si ricorda il celebre episodio biblico dell'annuncio recato dall'angelo a Maria di Nazaret.
Maria, presentata da Luca come personificazione del resto povero e umiliato di Israele, di coloro che non attendono altro che la venuta del Messia, è nell'episodio odierno della Scrittura colei che, accogliendo mediante l'ascolto la parola di Dio recata dall'angelo, concepisce nel proprio grembo per opera dello Spirito santo il Figlio di Dio, la Parola dell'Altissimo fatta carne.
Maria è chiamata per questo nella tradizione patristica la nuova Eva, la madre di tutti i credenti: nei credenti, infatti, mediante la fede, il Signore ha deciso di stabilire la sua dimora.
Le prime tracce di una festa dell'Annunciazione risalgono alla prima metà del VI secolo, a Costantinopoli. La festa si diffuse progressivamente dalla capitale bizantina a tutto l'oriente e l'occidente. La sua collocazione nella data odierna, legata alla fissazione del Natale al 25 dicembre, le dona un tono marcatamente cristologico, rafforzato dal fatto che in occidente il 25 marzo era legato fin dall'antichità alla memoria dell'incarnazione, della passione e della resurrezione di Cristo.
Per mantenere il legame della festa odierna con il Natale e consentirne nel contempo la celebrazione solenne, l'antica liturgia mozarabica preferiva commemorare l'annunciazione il 18 dicembre, mentre quella siriaca dedica tuttora alla pericope lucana dell'annuncio a Maria le ultime due domeniche prima del Natale, quella ambrosiana riserva tale pericope per la domenica di avvento detta dell'Incarnazione.

Tracce di lettura

Noi ti supplichiamo, Signore, effondi la tua grazia nei nostri cuori, affinché, come abbiamo conosciuto dal messaggio di un angelo l'incarnazione del tuo Figlio Gesù Cristo, possiamo essere condotti dalla sua croce e dalla sua Passione alla gloria della risurrezione. (Book of Common Prayer, 1928)

Oggi è rivelato il mistero che è da tutta l'eternità:
il Figlio di Dio diventa Figlio dell'uomo;
partecipando a ciò che è inferiore,
ci rende partecipi delle cose più alte.
Adamo all'inizio fu ingannato:
cercò di diventare Dio, ma non vi riuscì.
Ora Dio diventa uomo,
per divinizzare Adamo.
Si rallegri la creazione ed esulti la natura:
l'arcangelo sta con timore davanti alla Vergine,
e con il suo saluto: «Rallegrati» reca
l'annuncio gioioso che il nostro dolore è finito.
O Dio, che ti sei fatto uomo per la tua misericordiosa compassione,
sia gloria a te!
(Orthros, Liturgia ortodossa, Orthros della festa dell'Annunciazione)

Fermati 1 minuto. Il privilegio della grazia

Lettura

Luca 1,26-38

26 Nel sesto mese, l'angelo Gabriele fu mandato da Dio in una città della Galilea, chiamata Nazaret, 27 a una vergine, promessa sposa di un uomo della casa di Davide, chiamato Giuseppe. La vergine si chiamava Maria. 28 Entrando da lei, disse: «Ti saluto, o piena di grazia, il Signore è con te». 29 A queste parole ella rimase turbata e si domandava che senso avesse un tale saluto. 30 L'angelo le disse: «Non temere, Maria, perché hai trovato grazia presso Dio. 31 Ecco concepirai un figlio, lo darai alla luce e lo chiamerai Gesù. 32 Sarà grande e chiamato Figlio dell'Altissimo; il Signore Dio gli darà il trono di Davide suo padre 33 e regnerà per sempre sulla casa di Giacobbe e il suo regno non avrà fine».
34 Allora Maria disse all'angelo: «Come è possibile? Non conosco uomo». 35 Le rispose l'angelo: «Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell'Altissimo. Colui che nascerà sarà dunque santo e chiamato Figlio di Dio. 36 Vedi: anche Elisabetta, tua parente, nella sua vecchiaia, ha concepito un figlio e questo è il sesto mese per lei, che tutti dicevano sterile: 37 nulla è impossibile a Dio». 38 Allora Maria disse: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto». E l'angelo partì da lei.

Commento

Maria è la prima creatura ad essere evangelizzata, ricevendo la parola di salvezza sull'avvento del Messia atteso da Israele. Se l'annuncio della nascita di Giovanni il Battista era avvenuto a Gerusalemme - centro del giudaismo - a un sacerdote, nel mezzo del culto divino, qui l'angelo appare a un'umile donna, in un piccolo villaggio della Galilea, regione che a parte aver dato i natali ai profeti Giona e Nahum, era tenuta in poco conto nel Paese. 

La donna si chiama Maria, trasposizione latina del nome ebraico Miriam - lo stesso della sorella di Mosè e Aronne - il cui significato è "esaltata" (da Dio). La vergine è promessa sposa di un uomo, Giuseppe, la cui genealogia ne attesta la discendenza da Davide. Non siamo certi, invece, della discendenza davidica di Maria; tuttavia, l'attribuzione a Gesù del titolo "Figlio di Davide" pur essendo nato da Maria senza che vi sia stata un'unione di questa con Giuseppe, fanno propendere per la discendenza davidica di Maria stessa. 

Gesù è presentato, dunque, come il legittimo re di Israele, sebbene il regno che egli inaugura "non è di questo mondo" (Gv 18,36) e non avrà fine (v. 33). Gesù è il "Figlio dell'Altissimo" (v. 32), titolo che gli sarà riconosciuto a più riprese: dal Padre, durante il battesimo al Giordano (Lc 3,22), da Pietro («Tu sei il Cristo, il Figlio del Dio vivente»; Mt 16,16), dall'indemoniato gadareno («Che c'è fra me e te, Gesù, Figlio del Dio altissimo?»; Mc 5,7); dal centurione presso la croce («Veramente, costui era Figlio di Dio»; Mt 27,54). 

Il saluto dell'angelo non presenta l'abituale formula ebraica Shalom (pace) ma è indicato con il greco chàire, ovvero "rallegrati", che sembra alludere a diversi passi messianici dell'Antico Testamento. La parola che segue, kecharitoméne significa letteralmente "favorita dalla grazia", a indicare il particolare privilegio cui è innalzata Maria. Da qui il suo turbamento, nella consapevolezza del proprio limite creaturale, destinatario di un disegno sorprendente da parte di Dio. Le parole "il Signore è con te" (v. 28) richiamano anch'esse un'espressione che ricorre spesso nell'Antico Testamento, per indicare l'assistenza di Dio in una missione.

La risposta-domanda di Maria "come è possibile?" (v. 34) non indica un dubitare sulla capacità di Dio di farla concepire senza conoscere uomo, quanto invece la sorpresa per una scelta di elezione di ciò che è umile e nascosto. L'ombra che si stenderà su di lei rappresenta il mistero delle operazioni straordinarie di Dio e al contempo richiama la nube che accompagnava Israele nel suo esodo dall'Egitto alla terra promessa. L'annunciazione assume così una connotazione pasquale, di "nuovo esodo", in quanto la nascita del Messia segnerà il passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà della grazia. 

L'ombra che si stende su Maria è immagine dello Spirito Santo, che agisce nei credenti nell'ascolto e nella ruminazione della parola di Dio: "Maria, da parte sua, serbava tutte queste cose meditandole nel suo cuore" (Lc 2,19). L'evento dell'annunciazione e la risposta di Maria costituiscono per ogni credente un invito ad accogliere la volontà di Dio, nella certezza dell'efficacia della grazia: «Eccomi, sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto» (v. 38). Il "sì" che Maria pronuncia condiziona tutta la sua vita e le sorti dell'intero genere umano. La capacità di compiere decisioni radicali e definitive come quella di Maria potrà dare forma nelle nostre vite ai grandi progetti che Dio ha per noi.

Preghiera

Noi ci rallegriamo, Signore, all'ascolto della tua parola di salvezza. Che essa possa generare nelle nostre anime, per l'azione del tuo Spirito, il Verbo eterno; affinché possiamo cantare la tua misericordia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 22 marzo 2026

Credere a Gesù e credere in Gesù

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, di guardare misericordioso al tuo popolo; affinché possa essere sempre custodito e guidato dalla tua grande bontà, sia nel corpo che nell’anima. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Eb 9,11-15; Gv 8,46-59

Commento

L'itinerario quaresimale ci invita a riflettere, nella domenica detta "di Abramo", su colui del quale i fedeli dei tre grandi monoteismi (ebraismo, cristianesimo e islam) si considerano figli. 

Dio appare ad Abramo quando questi è ormai avanti negli anni, invitandolo a lasciare la regione di Ur e facendogli una triplice promessa: una terra, una discendenza e la benedizione in lui di tutte le famiglie della terra (Gn 12,1-3). Egli diventa così il padre di tutti i credenti e il patriarca di cui i giudei si riconoscono come "stirpe". 

Dobbiamo guardarci, però, dal porre le fondamenta della nostra religiosità sulla sabbia del “senso di appartenenza”, erroneamente inteso quale garanzia di salvezza; non basta dire “siamo figli di Abramo” (Gv 8,33.53), come non basta dire “siamo cristiani”. Non si tratta semplicemente di credere a Gesù e di professarlo Figlio di Dio, ma di credere in Gesù. 

Credere in qualcuno è molto di più che credere a qualcuno. Credere in Gesù significa rimetterci completamente a lui, proprio come Abramo, che esultò nella speranza di vedere il giorno di Cristo (Gv 8,56), fu capace di affidarsi incondizionatamente a Dio. Credere in Gesù significa riconoscerlo come il "mediatore della nuova alleanza" (Eb 9,15), che ci ha acquistato la redenzione eterna con il suo sangue. È il sangue di Cristo, richiamato ripetutamente nella Lettera agli Ebrei (Eb 9,12-14) che vivifica la Chiesa e purifica “la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Eb 9,14).

Abramo fu prima di tutto uomo dell’ascolto, capace di porgere l’orecchio a quanto Dio aveva da dirgli e di mettersi in cammino per obbedire al suo volere. Non così coloro che si contrappongono a Gesù, il quale ammonisce: “Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8,47). 

Siamo chiamati a metterci in ascolto della parola di Dio, abbandonandoci fiduciosamente a lui; a ricercare il tempo per fare silenzio dentro e fuori di noi, per porre un freno alle “opere morte” e all’attivismo che perde di vista l’orizzonte ultimo delle cose; per lasciare andare le false sicurezze di una religiosità fondata sulla fede nelle nostre azioni e devozioni, più che nell’opera straordinaria e incredibile che Dio può compiere in noi.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 19 marzo 2026

Giuseppe, padre di Gesù secondo la Legge e uomo del silenzio

Giuseppe era discendente di David, e il vangelo di Matteo lo definisce sobriamente: «Lo sposo di Maria, dalla quale è nato Gesù, chiamato il Cristo» (Mt 1,16) e «uomo giusto» (Mt 1,19). Egli ebbe il compito di legare Gesù alla discendenza davidica, di riassumere le figure dei patriarchi, che spesso avevano ricevuto in sogno la rivelazione di Dio, e di far ripercorrere al piccolo Gesù il cammino dell'esodo, inserendolo pienamente nella storia di Israele per renderlo erede delle promesse. Uomo del silenzio, Giuseppe apprese nella sua quiete orante, giorno dopo giorno, la volontà del Signore. Dopo il ritorno dall'Egitto, nulla ci è detto a suo riguardo. Un'antica leggenda vuole che egli abbia terminato i suoi giorni in una grande pace, indicando nel figlio Gesù, riconosciuto come Messia, il motivo della sua serenità di fronte alla fine della vita terrena. Per questo motivo, nella tradizione occidentale si cominciò presto a invocarne l'intercessione per ricevere il dono di una buona morte.
Le chiese bizantine ricordano Giuseppe assieme a David e a Giacomo fratello del Signore nei giorni che seguono il Natale. Nella chiesa copta la sua memoria era celebrata già nel V secolo. In occidente, invece, una vera e propria festa di Giuseppe si sviluppò soltanto in epoca moderna e divenne festa di precetto nel 1621.
In epoca recente, malgrado il suo inserimento nel Canone romano per volere di papa Giovanni XXIII, la festa di Giuseppe è stata privata della solennità che da poco aveva acquisito, quasi a segnare la discrezione e il silenzio che accompagnano sin dai primi secoli la memoria di colui che fu il padre di Gesù secondo la Legge.

Tracce di lettura

Giuseppe dalle labbra chiuse è l'uomo dell'interiore; fa parte di quella coorte di silenziosi per i quali parlare è perdere tempo, è soprattutto tradire l'Intraducibile, l'Ineffabile. Giuseppe dalle labbra chiuse è l'uomo che comincia là dove Giobbe finisce, che nasce con la mano sulla bocca. Ha un senso enorme di Dio, della dismisura del suo Essere e della sua pazzia d'amore.
Dopo il ritorno dall'Egitto, Giuseppe scompare. Credetemi, questa morte, questo transitus del beato Giuseppe non ha nulla di triste. Il suo silenzio è lo stesso di Dio. È riempito dalla forza dell'Amore.
(L.-A. Lassus, Pregare è una festa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose