Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 30 aprile 2023

La vostra tristezza si muterà in gioia

 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequela di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-23

Commento

La fede nella risurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, protagonisti della vittoria sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. 

Dio, però, non ci tratta come pedine su uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come possiamo stoltamente soffocarla, metterla sotto il moggio (Mt 5,14-15). Un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.

Il Risorto, nel suo discorso di commiato, parla di un breve momento in cui i suoi discepoli non lo vedranno più, e allora piangeranno e si lamenteranno, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo ritroveranno e la loro tristezza si muterà in gioia.

Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?” (Sal 42,2). 

La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto (Gv 16,21). Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazione, accolta con entusiasmo - ma anche oggetto di aspre contestazioni - alla condanna della croce, fino alla vittoria della risurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.

Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora; il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, e da qui il richiamo di Pietro a comportarci come pellegrini, astenendoci dai "desideri della carne".

Ma cosa sono i desideri della carne? Lungi dall'esprimere una visione sessuofobica, la parola "carne", (gr. sarx) rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. L'astensione dai suoi desideri significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la salvezza, ciò che troveremo sarà soltanto tenebra.

Se tratteremo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, potremo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurando esse stesse in luce. Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 28 aprile 2023

Fermati 1 minuto. Reciproca assimilazione

Lettura

Giovanni 6,52-59

52 Allora i Giudei si misero a discutere tra di loro: «Come può costui darci la sua carne da mangiare?». 53 Gesù disse: «In verità, in verità vi dico: se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avrete in voi la vita. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha la vita eterna e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 55 Perché la mia carne è vero cibo e il mio sangue vera bevanda. 56 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui. 57 Come il Padre, che ha la vita, ha mandato me e io vivo per il Padre, così anche colui che mangia di me vivrà per me. 58 Questo è il pane disceso dal cielo, non come quello che mangiarono i padri vostri e morirono. Chi mangia questo pane vivrà in eterno».
59 Queste cose disse Gesù, insegnando nella sinagoga a Cafarnao.

Commento

Solo gli adulti competenti nelle Sacre Scritture potevano prendere la parola nella sinagoga e il discorso di Gesù a Cafarnao, quando dal "pane di vita" passa a parlare della necessità di mangiare la sua carne e il suo sangue si fa davvero duro da comprendere. "Allora i giudei si misero a discutere tra di loro " (v. 52). Il verbo greco machomai indica una discussione molto accesa. Le parole di Gesù non suscitano più perplessità ma alimentano una vera e propria lite.

La legge mosaica proibiva di bere sangue o assumere cibo contenente sangue (Gen 9,4; Lev 17,10-14; Dt 12,16). Gli interlocutori di Gesù si mostrano incapaci di andare oltre la prospettiva fisica nell'interpretare le sue parole.

La nostra anima ha bisogno di nutrirsi di Cristo tanto quanto il nostro corpo ha bisogno del cibo ordinario per vivere e restare in salute.

Il passaggio dalla metafora del pane a quella del cibarsi della carne e del sangue di Gesù racchiude la dimensione sacrificale del suo donarsi per noi. Non c'è pane se prima non c'è il chicco di grano che discende nel terreno, muore e fruttifica nella spiga (Gv 12,24).

Nutrirsi della sua carne e bere il suo sangue significa partecipare spiritualmente al sacrificio della croce. Per i giudei l'idea di un Messia crocifisso era inaccettabile (At 17,1-3).

Le parole di Gesù preludono anche alla celebrazione dell'eucaristia, che verrà istituita poco prima della sua passione e mediante la quale il credente può rimanere (gr. meno) in lui: "Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue dimora in me e io in lui" (v. 56); è il realizzarsi di un vincolo di comunione e di reciproca "assimilazione".

La chiave della fede ci apre la porta per dimorare in Cristo (v. 56); in lui possiamo trovare una "casa" dove riposarci dal peregrinare tra le tribolazioni del mondo, rifugiarci quando fuori infuria la tempesta, accogliere i nostri fratelli e sorelle, per condividere la gioia del vangelo.

Preghiera

Tu sei la nostra casa, Signore; aiutaci a ritornare a te ogni volta che ci affatichiamo sulle vie del mondo; affinché possiamo partecipare alla comunione del tuo mistero di salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 27 aprile 2023

Fermati 1 minuto. Attiraci a te

Lettura

Giovanni 6,44-51

44 Nessuno può venire a me, se non lo attira il Padre che mi ha mandato; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. 45 Sta scritto nei profeti: E tutti saranno ammaestrati da Dio. Chiunque ha udito il Padre e ha imparato da lui, viene a me. 46 Non che alcuno abbia visto il Padre, ma solo colui che viene da Dio ha visto il Padre. 47 In verità, in verità vi dico: chi crede ha la vita eterna.
48 Io sono il pane della vita. 49 I vostri padri hanno mangiato la manna nel deserto e sono morti; 50 questo è il pane che discende dal cielo, perché chi ne mangia non muoia. 51 Io sono il pane vivo, disceso dal cielo. Se uno mangia di questo pane vivrà in eterno e il pane che io darò è la mia carne per la vita del mondo».

Commento

L'iniziativa di andare a Gesù non è nostra ma è suscitata in noi dal Padre. Il verbo "attirare" con cui Gesù indica la chiamata del Padre rievoca la mistica sponsale del libro del profeta Osea e del Cantico dei Cantici: "la attirerò a me, la condurrò nel deserto e parlerò al suo cuore" (Os 2,16); "Attirami dietro a te, corriamo! M'introduca il re nelle sue stanze" (Ct 1,4).

Dio suscita la fede nell'anima non facendole violenza e trascinandola in catene, ma affascinandola come un amante gentile; e poiché non può esservi amore dove non c'è libertà, egli lascia libera l'anima di accoglierlo o di rifiutarlo.

La chiamata universale alla salvezza è annunciata da Gesù con l'affermazione che tutti saranno ammaestrati da Dio, che parafrasa le parole del libro di Isaia "Tutti i tuoi figli saranno discepoli del Signore" (Is 54,13).

Gesù - "colui che viene da Dio" (v. 46) è l'unico che ha visto il Padre (Gv 14,9) e a lui possiamo essere condotti ascoltando il Figlio, sua immagine visibile. Attraverso l'incarnazione, il Logos non solo si rende presente all'uomo ma si fa suo nutrimento. Nel suo donarsi come "pane" Gesù esprime la sua volontà di essere accolto in una comunione totale con noi.

Gesù mostra la differenza tra la manna e il pane di vita che è dispensato nella sua persona. La prima, sebbene venisse dal cielo serviva solo per il sostegno del corpo e non poteva impartire la vita eterna né offrire un nutrimento spirituale. Infatti tutti i padri che mangiarono la manna furono comunque soggetti alla morte. Il pane di vita che è Gesù rappresenta invece il pegno della risurrezione.

L'identificazione da parte di Gesù con il pane vivo disceso dal cielo, e di questo pane con la sua carne allude all'eucaristia. Sebbene il termine usato qui, sarx, carne, sia diverso da quello adoperato nell'ultima cena, soma, corpo, gli equivale nel lessico giovanneo. Il termine "carne" sottolinea maggiormente la realtà concreta del corpo di Gesù, la sua uguaglianza con il nostro corpo, e nel farsi "pane" la possibilità di essere assimilato da noi e, per noi, di essere assimilati da lui nella fede, partecipando della sua eternità.

Preghiera

Attiraci a te, o Dio, facci correre verso le alture della conosceza dei tuoi divini misteri; e ristoraci con il pane di vita, che nutre l'anima e rende incorrutibile il corpo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Mechitar di Sebaste e il monachesimo come promotore di pace

La mattina del 27 aprile 1749, al termine di una vita totalmente spesa per Dio e per la formazione religiosa dei fratelli, si spegne a Venezia Mechitar (Mxit'ar) di Sebaste, monaco e fondatore della congregazione armena di San Lazzaro. 
Mechitar, che al battesimo aveva ricevuto il nome di Manuk, era nato a Sebaste nel 1676. Entrato giovanissimo nel locale monastero della Santa Croce, egli desiderava unire un'intensa vita interiore a un'insaziabile ricerca intellettuale. 
In quegli anni l'Armenia era scossa da divisioni interne alla chiesa, causate dagli strascichi delle controversie cristologiche del primo millennio. Mechitar decise allora di studiare a fondo tali controversie, per cercare vie di pace all'interno della chiesa armena e con la sede apostolica di Roma. 
Trasferitosi a Sebaste, entrò in relazione con diversi uomini di chiesa d'oriente e d'occidente, e maturò l'idea di fondare un centro monastico dove lo studio della tradizione potesse formare una nuova generazione di uomini aperti al dialogo e iniziati alla mitezza evangelica. 
Quando il vescovo di Erzurum, ostile al dialogo con Roma, divenne patriarca, Mechitar dovette fuggire con i suoi compagni e si rifugiò nel Peloponneso; costretto a un nuovo esilio per l'avanzata ottomana, egli finì per stabilirsi a Venezia, sull'isola di San Lazzaro. 
Nella laguna veneta fu accolto molto bene, e la sua congregazione monastica, che aveva fondato già nel 1711, crebbe rapidamente. A San Lazzaro Mechitar portò a termine il suo progetto di un monachesimo promotore del dialogo e della pace attraverso lo studio e la preghiera, nella convinzione che una verità che non tenesse conto del fratello non si sarebbe mai potuta dire veramente cristiana.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Avvakum e tutti i martiri vecchi credenti

Il 14 aprile del 1682 sale sul rogo l'arciprete Avvakum, leader storico di quei cristiani russi passati alla storia come i Vecchi Credenti. Nella chiesa russa del XVII secolo, scossa dalla grave decadenza morale del clero e animata dal profondo desiderio religioso del popolo, diversi furono i tentativi di riforma spirituale che si succedettero, provocando scontri a volte violenti nella popolazione sia nella gerarchia. Con l'elezione del patriarca Nikon, che poi sarà condannato dal concilio di Mosca del 1666, vennero introdotte in Russia riforme liturgiche e disciplinari ispirate alla tradizione greca, che tuttavia sconvolsero la vita quotidiana dei cristiani.
Avvakum e i suoi compagni organizzarono una reazione molto tenace alle riforme, giungendo a forme di vero e proprio fanatismo religioso. Per questa loro ostinazione essi vennero condannati dal medesimo concilio del 1666. Da quel momento ebbe origine un corposo scisma in seno alla Chiesa ortodossa russa. Ancor oggi i seguaci della «vecchia fede» sono numerosissimi in tutta la Russia. Dal 1667 al 1971, quando il Santo Sinodo di Mosca toglierà le condanne contro gli usi dei Vecchi Credenti, questi ultimi subirono a più riprese feroci persecuzioni da parte delle autorità pubbliche, a volte appoggiate nelle loro repressioni dalla gerarchia moscovita. Avvakum ci ha lasciato nella sua Vita un eccezionale documento che permette di comprendere le grandezze e le miserie di uomini che hanno comunque offerto nel corso della storia una grande testimonianza, disposti a morire per quella che credevano essere la genuina fede cristiana. Per questo motivo è doveroso ricordare nella preghiera tutti i Vecchi Credenti morti perché perseguitati in odio alla loro espressione religiosa.

Tracce di lettura

Ora chiedo perdono a tutti i veri credenti. Ci sono state delle cose che riguardavano la mia vita di cui non avrei dovuto parlare affatto. Non a noi, ma al nostro Dio la gloria. Ma io non sono niente. L'ho detto e lo ripeto: sono un fornicatore e un predone, ladro e assassino, amico di pubblicani e peccatori. Nel giorno del giudizio tutti riconosceranno i miei atti, se buoni o cattivi. Ma se anche sono ignorante nelle parole, non lo sono nell'intendimento; non ho studiato né dialettica né retorica né filosofia, ma ho in me l'intendimento di Cristo, come dice l'Apostolo: «Sono un ignorante nell'arte del parlare, ma non nella dottrina».
(Avvakum, Vita scritta da lui stesso)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

mercoledì 26 aprile 2023

Fermati 1 minuto. Non solo spettatori

Lettura

Giovanni 6,35-40

35 Gesù rispose: «Io sono il pane della vita; chi viene a me non avrà più fame e chi crede in me non avrà più sete. 36 Vi ho detto però che voi mi avete visto e non credete. 37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Commento

Vincere per sempre la fame e la sete è quanto ci promette Gesù presentandosi come il pane di vita donato per noi. Non allude solo ai nostri bisogni corporali, ma all'estinzione di quella brama che infebbra la nostra anima dal primo istante di vita e ci accompagna fino alla morte.

Si tratta della condizione dell'uomo prima della perdita dello stato di vita primigenio, quando poteva pascersi liberamente di ogni frutto del giardino di Eden.

Ma dopo la caduta tutto è sudore della fronte e travaglio del parto; ogni cosa va guadagnata con fatica e sofferenza.

Gesù è disceso dal cielo per riconciliare con il Padre l'uomo e l'intera creazione, deturpata dalla nostra disobedienza. Con lui si inaugura il tempo escatologico, quando gli uomini "Non avranno più fame, né sete, e saranno protetti dal sole cocente e dallʼarsura. Perché lʼAgnello, che sta davanti al trono, sarà il loro pastore e li condurrà alle sorgenti dellʼacqua che dà la vita. E Dio asciugherà dai loro occhi tutte le lacrime" (Ap 7,16-17).

L'agnello che si fa pastore: un paradosso che non riuscirono a comprendere molti di coloro che pure avevano Gesù davanti agli occhi.

Il verbo theoreo non indica il vedere in senso fisico, ma è l'aprire gli occhi interiori al bisogno di Dio, disporsi a "vedere" per credere. 

Sebbene la salvezza sia un dono gratuito di Dio vi è dunque una responsabilità umana nel passare dal vedere al credere, dall'essere semplici "spettatori" del piano di salvezza di Dio al diventare agenti del suo operare mediante la fede.

Siamo stati dati in dono dal Padre al Figlio, per essere risuscitati nell'ultimo giorno. La nostra fiducia nella salvezza, il nostro conforto, trovano il proprio fondamento in Gesù stesso, che si prende cura di quanto il Padre gli ha donato e porta pienamente a compimento la sua volontà.

Credere in Gesù significa credere nella sua promessa di salvezza e ritrovare così anche la fiducia in noi stessi, nonostante i nostri fallimenti e i tentativi di svalutazione del mondo nei nostri confronti. Non importa quante volte siamo caduti. Il vero miracolo è riscoprirci ogni volta di nuovo in piedi. Mite come un agnello è il nostro pastore. Geloso di noi come di un dono prezioso che custodisce con cura. Pane che ci rafforza lungo il cammino.

Preghiera

Rinfranca le nostre anime, Signore, tu che sei pane di vita e sorgente inesauribile di grazia; affinché possiamo camminare verso la mèta della risurrezione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona