Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 17 novembre 2022

1 Minute Gospel. The siege of the heart

Reading

Luke 19:41-44

41 As he approached Jerusalem and saw the city, he wept over it 42 and said, “If you, even you, had only known on this day what would bring you peace—but now it is hidden from your eyes. 43 The days will come upon you when your enemies will build an embankment against you and encircle you and hem you in on every side. 44 They will dash you to the ground, you and the children within your walls. They will not leave one stone on another, because you did not recognize the time of God’s coming to you.”

Comment

Jesus is descending from the Mount of Olives towards Jerusalem and admiring the city and its Temple he breaks down in tears. The Greek verb used here by Luke - klaio - is different from the one used to describe the weeping in front of the tomb of Lazarus - dakryo. It is not simply a question of emotion, but of a true prophetic lament.

By not accepting the one who brings peace, Jerusalem will not be able to find peace and will be the victim of devastation. Yet Jesus will soon be welcomed triumphally on his entry into the city. But he sees the superficiality of the hearts of the crowds and the denial that will be consumed in the hours of passion.

Jerusalem will be destroyed in AD 70 by Tito Flavio Vespasiano, during the first Jewish revolt. After a long siege, the city will be put to the sword and razed to the ground; also the Temple, which the Jews trusted, as the place of the presence of God, and who would ensure protection to him, will be destroyed.

Jesus' words are not only a sad testimony of the tragic consequences for Jerusalem for rejecting him as Christ. We too are called to recognize the time when the grace of God comes to visit us, the one who has come to "to guide our feet into the path of peace" (Lk 1:79); the only one that can guarantee the truce to our hearts, surrounded by siege by the inner turmoil and by the powers of this world.

Prayer

O Lord, give us peace, not as the world gives it, but as your Spirit gives it; that we may be faithful to you in every tribulation. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Fermati 1 minuto. L'assedio del cuore

Lettura

Luca 19,41-44

41 Quando fu vicino, alla vista della città, pianse su di essa, dicendo: 42 «Se avessi compreso anche tu, in questo giorno, la via della pace. Ma ormai è stata nascosta ai tuoi occhi. 43 Giorni verranno per te in cui i tuoi nemici ti cingeranno di trincee, ti circonderanno e ti stringeranno da ogni parte; 44 abbatteranno te e i tuoi figli dentro di te e non lasceranno in te pietra su pietra, perché non hai riconosciuto il tempo in cui sei stata visitata».

Commento

Gesù sta scendendo dal Monte degli ulivi verso Gerusalemme e ammirando la città e il suo Tempio proprompe in pianto. Il verbo greco qui utlizzato da Luca - klaio - è diverso da quello impiegato per descrivere il pianto di fronte alla tomba di Lazzaro - dakryo. Non si tratta semplicemente di commozione, ma di un vero lamento profetico. 

Non accettando colui che porta la pace, Gerusalemme non potrà trovar pace e sarà vittima di devastazioni di ogni genere. Eppure Gesù sarà di lì a poco accolto in modo trionfale nel suo ingresso in città. Ma egli scorge la superficialità dei cuori delle folle e il rinnegamento che si consumerà nelle ore della passione. 

Gerusalemme sarà distrutta nel 70 d.C. da Tito Flavio Vespasiano, durante la prima rivolta giudaica. La città, dopo un lungo assedio, verrà passata a fil di spada e rasa al suolo; anche il Tempio, in cui confidava, come luogo della presenza di Dio, che avrebbe assicurato la sua protezione, sarà distrutto. 

Le parole di Gesù non sono solo una triste testimonianza delle tragiche conseguenze per Gerusalemme per averlo respinto come Cristo. Anche noi siamo chiamati a riconoscere il tempo in cui viene a visitarci la grazia di Dio, colui che è venuto a "dirigere i nostri passi sulla via della pace" (Lc 1,79); il solo che può garantire la tregua ai nostri cuori, cinti d'assedio dai turbamenti interiori e dalle potenze di questo mondo.

Preghiera

Signore, donaci la pace non come la dà il mondo, ma come la dà il tuo Spirito; affinché possiamo restarti fedeli in ogni tribolazione. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Ugo di Lincoln. Certosino e maestro di carità

La Chiesa anglicana celebra oggi la memoria di Ugo di Lincoln spentosi il 16 novembre del 1200 all'età di sessant'anni

Nativo dei dintorni di Grenoble Ugo era stato educato presso i canonici agostiniani di Villarbenoît, dove aveva emesso i voti religiosi. Desideroso di una vita più ritirata, a 25 anni egli ottenne di entrare nella Grande Chartreuse, dalla quale sarà presto inviato a presiedere la Certosa inglese di Witham, che versava in cattive condizioni. Eletto nel 1186 vescovo di Lincoln, allora la più grande diocesi inglese, Ugo accettò unicamente per obbedienza al suo priore, e si dedicò con tutto se stesso all'incarico pastorale ricevuto. Egli fece rifiorire a Lincoln la locale scuola teologica, e sovrintendette al restauro della cattedrale partecipando talvolta di persona ai lavori più pesanti. Uomo di grande compassione ed equilibrio, Ugo fu spesso chiamato a giudicare le cause più difficili. Per amore della giustizia non esitò a contrapporsi con franchezza ai re e ai confratelli nell'episcopato, senza mai serbare rancore o inimicizia verso nessuno. Si racconta che giunse a rischiare la propria incolumità personale per salvare dalla morte alcuni ebrei, ingiustamente accusati a seguito di un tumulto popolare. Ugo intervenne personalmente per curare i lebbrosi, e si batté perché anche i più poveri potessero avere una sepoltura dignitosa. Egli nutriva inoltre un profondo amore per la natura, ed è spesso raffigurato in compagnia del suo cigno addomesticato, che visse con lui nell'episcopio di Lincoln. Alla sua morte era conosciuto in tutta l'Inghilterra, e da nessuno era posta in discussione la sua santità.

Tracce di lettura

Con l'aiuto di molti uomini di valore che si scelse quali suoi consiglieri, il nuovo vescovo di Lincoln trasformò immediatamente la sua diocesi. Egli predicava la parola di Dio con vigore, obbedendo premurosamente ai comandi contenuti in essa e seguendo un celebre adagio della Scrittura: «Dov'è lo Spirito del Signore, là c'è libertà». Egli riprendeva con fermezza i peccatori, senza curarsi dell'importanza delle persone a cui si rivolgeva.
È poi impossibile ricordare adeguatamente la sua grande compassione e tenerezza verso gli ammalati, specie verso quanti soffrivano di lebbra. Egli li accudiva di persona, lavandone e asciugandone i piedi e baciandoli con affetto. E dopo averli ristorati, li colmava di doni, senza badare alla misura. In alcune residenze episcopali aveva fatto costruire ospedali, nei quali trovavano ricovero uomini e donne afflitti da simili mali.
Quando visitava i lebbrosi, era solito sedersi in mezzo a loro in una piccola stanza per confortare le loro anime con le sue parole delicate, e così alleviava le loro sofferenze con la sua tenerezza materna.
(Adamo di Eynsham, Vita di sant'Ugo di Lincoln)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose


mercoledì 16 novembre 2022

Fermati 1 minuto. Un Dio che dà fiducia

Lettura

Luca 19,11-28

11 Mentre essi stavano ad ascoltare queste cose, Gesù disse ancora una parabola perché era vicino a Gerusalemme ed essi credevano che il regno di Dio dovesse manifestarsi da un momento all'altro. 12 Disse dunque: «Un uomo di nobile stirpe partì per un paese lontano per ricevere un titolo regale e poi ritornare. 13 Chiamati dieci servi, consegnò loro dieci mine, dicendo: Impiegatele fino al mio ritorno. 14 Ma i suoi cittadini lo odiavano e gli mandarono dietro un'ambasceria a dire: Non vogliamo che costui venga a regnare su di noi. 15 Quando fu di ritorno, dopo aver ottenuto il titolo di re, fece chiamare i servi ai quali aveva consegnato il denaro, per vedere quanto ciascuno avesse guadagnato. 16 Si presentò il primo e disse: Signore, la tua mina ha fruttato altre dieci mine. 17 Gli disse: Bene, bravo servitore; poiché ti sei mostrato fedele nel poco, ricevi il potere sopra dieci città. 18 Poi si presentò il secondo e disse: La tua mina, signore, ha fruttato altre cinque mine. 19 Anche a questo disse: Anche tu sarai a capo di cinque città. 20 Venne poi anche l'altro e disse: Signore, ecco la tua mina, che ho tenuta riposta in un fazzoletto; 21 avevo paura di te che sei un uomo severo e prendi quello che non hai messo in deposito, mieti quello che non hai seminato. 22 Gli rispose: Dalle tue stesse parole ti giudico, servo malvagio! Sapevi che sono un uomo severo, che prendo quello che non ho messo in deposito e mieto quello che non ho seminato: 23 perché allora non hai consegnato il mio denaro a una banca? Al mio ritorno l'avrei riscosso con gli interessi. 24 Disse poi ai presenti: Toglietegli la mina e datela a colui che ne ha dieci 25 Gli risposero: Signore, ha già dieci mine! 26 Vi dico: A chiunque ha sarà dato; ma a chi non ha sarà tolto anche quello che ha. 27 E quei miei nemici che non volevano che diventassi loro re, conduceteli qui e uccideteli davanti a me». 28 Dette queste cose, Gesù proseguì avanti agli altri salendo verso Gerusalemme.

Commento

Gesù sta per intraprendere la lunga salita che da Gerico lo condurrà a Gerusalemme per la celebrazione della Pasqua. Le aspettative dei suoi discepoli sono grandi. Pensano infatti che il suo regno debba manifestarsi "da un momento all'altro" (v. 11). Non immaginano il sacrificio che sta per compiersi. 

Ma Gesù narra una parabola che per immagini ci svela quanto sta per affidare a ogni suo discepolo. Un uomo nobile parte per "un paese lontano" (v. 12) per essere fatto re. Gesù sta per morire e ascenderà al Padre dopo la sua risurrezione. Il suo regno non si manifesterà immediatamente, ma vi sarà un "tempo di mezzo", qui rappresentato dall'affidamento di dieci mine (una moneta dell'antica grecia), da parte del nobile uomo a dieci suoi servitori, una per ciascuno. In questo tempo si manifesterà la ribellione di molti, nel rifiuto di essere governati dal nuovo re. 

Gesù prende spunto probabilmente da un fatto storico: dopo la morte di Erode il Grande il figlio Archelao si recò a Roma per ricevere il titolo di re. Ma una ambasciata di giudei si presentò a Cesare Augusto per opporsi alla richiesta. Divenne comunque governatore della Gudea, per quanto non gli fu conferito il titolo di re. 

Il protagonista della parabola ottiene il titolo di re e al suo ritorno chiede conto ai suoi servitori di come hanno impiegato le mine affidate. Viene portato l'esempio di tre diversi tipi di condotta. Un primo servo ha ricavato dalla sua mina altre dieci mine; il secondo altre cinque; mentre il terzo, anziché fare fruttare la mina affidatagli l'ha nascosta in un fazzoletto, rendendola improduttiva. 

La ricompensa per i servi operosi è incomparabile con quanto loro affidato: una mina corrispondeva a circa tre mesi di lavoro e per ciascuna mina fatta fruttare il re affida ai suoi servi una intera città. Il terzo servo considera il suo padrone come una sorta di avido tiranno e sarà proprio questa sua idea distorta a condannarlo. 

Il padrone è certo severo ma ha affidato a ogni servo la stessa somma di denaro. Cristo non fa differenze nel dare fiducia. Spetta a noi agire con gratitudine e responsabilmente, non restando oziosi in attesa del suo ritorno, né lasciandoci paralizzare dalla paura del suo giudizio. La fedeltà al Signore ci renderà operosi nell'annunciare il suo vangelo e nel moltiplicare la sua stessa grazia.

Preghiera

Signore, concedici di accogliere responsabilmente la fiducia che ci hai accordato, agendo come buoni amministratori della tua grazia, nell'attesa del tuo ritorno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Gertrude di Helfta e l'equilibrio interiore

La Chiesa cattolica fa oggi memoria di Gertrude, monaca del monastero di Helfta, in Sassonia. Entrata a soli cinque anni in monastero, Gertrude fu educata da maestre spirituali di grande valore, come Matilde di Hackeborn e Matilde di Magdeburgo. Alla loro scuola essa acquisì una profonda dimestichezza con tutte le dimensioni della vita interiore: lo studio, la lettura orante delle Scritture e la preghiera personale. Il suo più vivo desiderio divenne presto quello di poter accedere nel profondo del cuore per dimorarvi e incontrare Dio, il quale mediante lo Spirito si rende presente al credente nel Cristo misericordioso e amante. Grazie alla grande cultura e all'equilibrio interiore che aveva acquisito, Gertrude seppe mettere a frutto i suoi molti doni spirituali, evitando gli eccessi e le deviazioni in cui incorreranno altre mistiche dei secoli successivi. Dalle sue esperienze spirituali, infatti, messe per iscritto in parte da lei stessa e in parte da una consorella, trapela una dottrina profondamente sobria e biblica. Ritenuta in modo improprio un esempio di «cristocentrismo assoluto» nella vita spirituale, Gertrude fu in realtà una delle grandi cantrici dell'azione della Trinità divina nel cuore dei credenti e nella comunità ecclesiale. Gertrude morì il 17 novembre del 1301 o 1302, ed è spesso raffigurata con un libro in mano, in atteggiamento orante, vestita da monaca cistercense, anche se il monastero di Helfta non appartenne probabilmente a nessuna delle grandi congregazioni del tempo.

Tracce di lettura

O amore, tu sei, nella santa Trinità, il dolcissimo bacio che unisce in modo così stretto il Padre al Figlio. Tu sei quel bacio di salvezza che la maestà divina ha impresso sulla nostra umanità mediante il Figlio. O dolcissimo bacio, fa' che questo piccolo granello di polvere non sia dimenticato dai tuoi legami: che io non sia privata del tuo contatto e della tua stretta, fino a divenire un solo spirito con Dio. Fammi sperimentare per davvero come sia delizioso abbracciare te, il Dio vivente, amore mio dolcissimo, dimorando in te, a te essere unita. O Dio amore, tu sei quanto di più caro io possieda; all'infuori di te, nel cielo come in terra, io non spero nulla, nulla voglio e nulla abita i miei desideri. Tu sei la mia vera eredità e ogni mia attesa, verso di te tende il mio fine e la mia intenzione.
(Gertrude di Hefta, Esercizio quinto)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Gertrude di Helfta (1256-1301/2)

martedì 15 novembre 2022

Alberto Magno. Lo studio come culto della Verità

La Chiesa Cattolica d'Occidente e la Chiesa Luterana celebrano oggi la memoria di Alberto Magno, "Doctor universalis".

Alberto nacque nel 1193 a Launigen, sul Danubio, in Diocesi di Augusta, da famiglia militare al servizio di Federico II. 
Venuto in Italia per compiere gli studi, fu prima a Bologna, poi a Venezia, infine a Padova dove conobbe Giordano di Sassonia, Maestro Generale dell'Ordine dei Predicatori (Frati Domenicani) e immediato successore del Patriarca Domenico di Guzmán. Contro la volontà dei genitori decise di entrare nell'Ordine (probabilmente nel 1223).
Ritornato in Germania, nel 1228, lo troviamo, appena terminato il corso filosofico e teologico, docente a Colonia. Iniziano le tappe del suo insegnamento: Hildeshein, Friburgo, Ratisbona, Strasburgo; maestro di teologia (1244) a Parigi, dove tenne per quattro anni la cattedra all'Università, fino a quando fu destinato a Colonia, per fondarvi uno Studio Generale, di cui assunse la direzione (1248-1252). Qui ebbe un allievo d'eccezione: Tommaso d'Aquino.
Nel 1274 partecipa al Concilio di Lione. Muore il 15 novembre 1280 nella sua amatissima Colonia. La sua salma riposa nella chiesa parrocchiale di Sant'Andrea a Colonia. 
Dell'ideale domenicano Alberto rappresenta forse, insieme a Tommaso d'Aquino, la personificazione più completa. In lui è l'ansia di affrontare e prevenire l'errore, lo sforzo geniale per unificare in sintesi armonica tutto lo scibile e di assimilare le conquiste del pensiero pagano. Lo studio è da lui concepito come culto della Verità, come pratica ascetica, come perfezione umana: esso gli consente quella visione sapienziale della realtà che affiora ad ogni pagina della sua immensa opera scientifica, filosofica e teologica (di qui il titolo di Doctor universalis). 
Insieme a quattro confratelli Alberto redige la magna charta degli studi dell'Ordine e la sua scuola sarà la scaturigine di due filoni auriferi: da un lato la corrente mistica agostiniana, con Ulrico di Strasburgo, Maister Eckhart, Johannes Tauler, Heinrich Seuse e gli Amici di Dio (Gottesfreunde), dall'altro la corrente aristotelico-tomista, con Tommaso d'Aquino.

Tracce di lettura

"Per me la sorte è caduta su luoghi deliziosi; la mia eredità è magnifica" (Sal 15,6). "Disse il Signore ad Aronne... Sono io la tua parte, la tua eredità in mezzo ai figli di Israele" (Nm 18,20). "Sara, moglie del mio padrone, nella sua vecchiaia ha partorito al mio padrone un figlio a cui egli ha dato tutto quello che possiede" (Gn 24,36). Sara, che si interpreta "principessa" è la Chiesa: figlio dell'eterno gaudio, fiore ed erede è colui che per mezzo della Chiesa Dio Padre genera senza meriti nella tarda età degli ultimi tempi. A lui anche dà in eredità tutto ciò che ha sempre avuto, perché dando se stesso dona tutto ciò che è suo. Dio stesso non si vergogna di chiamarsi loro Dio (Eb 11,6). "Il Signore è la mia porzione, ha detto l'anima mia, per questo lo aspetterò" (Lam 3,24). In coloro che il Sommo Padre genera per grazia, questi sono gli inizi del suo agire paterno. (Alberto Magno, Commenti sul Vangelo di San Matteo)

Alberto Magno (1193-1280)