Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 6 giugno 2025

Norberto di Xanten e i Canonici premostratensi

La chiesa cattolica e la chiesa luterana celebrano oggi la memoria di Norberto di Xanten.
Norberto nacque verso il 1085 da una nobile famiglia della Renania, che lo avviò giovanissimo alla carriera ecclesiastica. Nominato chierico della collegiata di Xanten, Norberto rifiutò incarichi di maggiore responsabilità nella chiesa per poter continuare a condurre una vita agiata e poco impegnata.
Passati da poco i trent'anni, maturò tuttavia in lui in modo repentino l'appello a una radicale conversione. Lasciata ogni ricchezza, Norberto aderì allora alla spiritualità dei predicatori itineranti che si rifacevano alla vita degli apostoli e predicavano la condivisione dei beni e la fuga dalla mondanità.
Divenuto un convinto sostenitore della riforma gregoriana, egli predicò nelle regioni del Reno e in Belgio. Nel 1121, si stabilì con una quarantina di compagni a Prémontré, nei pressi della cittadina francese di Laon. Sorse così l'Ordine Premonstratense, composto di canonici regolari, ai quali si affiancarono presto comunità femminili, dando talora vita a monasteri doppi.
Nel 1126 Norberto fu eletto arcivescovo di Magdeburgo; come pastore, egli si dedicò all'evangelizzazione delle regioni germaniche orientali e alla riforma della vita ecclesiale, insistendo in particolare sulla testimonianza di carità fraterna che i presbiteri sono chiamati a dare nella chiesa mediante la condivisione dei beni sia materiali che spirituali.

Tracce di lettura

A quei tempi ognuno esponeva e interpretava a suo modo la regola di Agostino. «Perché stupirsi o esitare di fronte a questo?» - disse Norberto - «Le vie del Signore non sono forse tutte misericordia e verità? Se sono diverse, significa forse che si oppongono l'una all'altra? Le usanze, le osservanze mutano; l'amore reciproco, la carità devono forse cambiare assieme ad esse? La regola dice bene: "Amiamo Dio e poi il nostro prossimo". Le osservanze non sono le sole a promuovere il regno di Dio: accanto ad esse vi sono la verità e la pratica dei comandamenti»
(Vita di san Norberto 12).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Norberto di Xanten (ca 1085-1134)

Fermati 1 minuto. Dal voler bene al dono di sé

Lettura

Giovanni 21,15-19

15 Quand'ebbero mangiato, Gesù disse a Simon Pietro: «Simone di Giovanni, mi ami tu più di costoro?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci i miei agnelli». 16 Gli disse di nuovo: «Simone di Giovanni, mi ami?». Gli rispose: «Certo, Signore, tu lo sai che ti amo». Gli disse: «Pasci le mie pecorelle». 17 Gli disse per la terza volta: «Simone di Giovanni, mi ami?». Pietro rimase addolorato che per la terza volta gli dicesse: Mi ami?, e gli disse: «Signore, tu sai tutto; tu sai che ti amo». Gli rispose Gesù: «Pasci le mie pecorelle. 18 In verità, in verità ti dico: quando eri più giovane ti cingevi la veste da solo, e andavi dove volevi; ma quando sarai vecchio tenderai le tue mani, e un altro ti cingerà la veste e ti porterà dove tu non vuoi». 19 Questo gli disse per indicare con quale morte egli avrebbe glorificato Dio. E detto questo aggiunse: «Seguimi».

Commento

Nell'epilogo del Vangelo di Giovanni assistiamo alla riabilitazione della figura di Pietro. Gesù gli chiede una triplice professione di amore, a riparazione del suo triplice rinnegamento. La sezione presenta l'utilizzo di due sinonimi del verbo "amare": filéo agapáo; la prima indica il voler bene di Pietro a Gesù; la seconda esprime il dono totale di sé.

Il nome che Gesù utilizza per riferirsi a Pietro non è Cefa ("roccia") ma «Simone, figlio di Giona»; l'attenzione è posta non sul carisma che gli era stato affidato, ma sulla sua fallibile umanità. Gesù interpella la nostra debolezza perché l'umiltà è il primo passo per trovare la riconciliazione.

Gesù non chiede a Pietro quanto ha pianto il suo rinnegamento, quanto ha fatto penitenza, ma quanto egli lo ama. Solo l'amore rende accettabile ogni espressione di pentimento. A chi ha molto amato sarà molto perdonato (Lc 7,47).

Gesù accompagna la triplice domanda a Pietro con l'esortazione a occuparsi dei suoi agnelli e delle sue pecore. 

Il ruolo di nutrire il gregge era affidato usualmente a un sottoposto del pastore, in questo caso viene a indicare la devozione nel servizio al Signore. Il primo dovere di coloro che Gesù pone a guida della sua Chiesa è di insegnare la parola di Dio. L'amore verso Cristo si dimostra prendendosi cura del popolo che egli si è acquistato per mezzo del suo sangue.

Due volte Gesù chiede a Pietro se lo ama (con il verbo agapáo), se è capace del dono totale di sé. Ma egli, memore della sua caduta, non se la sente di promettere qualcosa che va oltre le proprie capacità e professa semplicemente la sua filìa, il suo umano voler bene a Gesù. La terza volta Gesù si pone al suo livello e gli chiede proprio se gli vuole bene (con il verbo filéo ); è allora che lo accoglie per quello che egli è, con i suoi limiti, le sue fragilità confessate apertamente. Proprio su di queste si innesterà la grazia soprannaturale rendendo capace Pietro di compiere il suo ministero, fino alla testimonianza estrema con il dono della vita.

Gesù rinnova a Pietro l'esortazione che fu rivolta agli apostoli al principio della loro chiamata: «Seguimi!» (v. 19). Pietro non è respinto per essere venuto meno alla sua fedeltà durante la passione, ma è riconfermato nella fede e nell'amore, affinché anch'egli possa confermare a sua volta i suoi fratelli. Solo l'umile consapevolezza di essere peccatori riconciliati può renderci buoni ministri del vangelo.

Preghiera

Vieni in soccorso, Signore, alla fragilità del nostro amore, per renderci capaci di donare generosamente le nostre vite nella testimonianza del vangelo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 5 giugno 2025

Il Corpo e il Sangue di Cristo e il dibattito continuo sulla Cena del Signore

I disaccordi sulla Cena del Signore causarono uno dei primi dibattiti inter-protestanti, quando i Riformatori Martin Lutero e Ulrich Zwingli non riuscirono a concordare sulla teologia dell'Eucaristia durante un incontro nel 1529. Oggi, rimane una vasta gamma di opinioni, anche tra i protestanti evangelici.

Le molte visioni attraverso il cristianesimo sulla Cena del Signore possono essere ampiamente divise in tre categorie: presenza fisica reale, che insiste che il corpo di Cristo sia effettivamente presente nel pane e nel vino; presenza spirituale reale, che sostiene che il Figlio sia spiritualmente ma non fisicamente presente nel pasto; e memorialismo, che vede gli elementi come principalmente simbolici, presi come memoriale.

Christianity Today ha contattato teologi di diverse correnti dell'evangelicalismo americano e ha chiesto loro di spiegare le loro convinzioni sulla Comunione. Le loro risposte sono presentate dalla più simbolica alla più sacramentale.

Tom J. Nettles, Professore Senior di Teologia Storica al Southern Baptist Theological Seminary

La mia visione della Cena del Signore si allinea strettamente con la visione difesa da Ulrich Zwingli. La posizione confessionale dei Battisti del Sud afferma: "La Cena del Signore è un atto simbolico di obbedienza" per "commemorare la morte del Redentore e anticipare la sua seconda venuta". Gesù non ha affermato che il pane fosse sostanzialmente il suo corpo e la sua carne (Matteo 26:26-30; Luca 22:19-20). Allo stesso modo, né "Io sono la vera vite" (Giovanni 15:1) né "Io sono la porta delle pecore" (10:7) si riferiscono a un'identificazione sostanziale.

Né la transustanziazione, né la consustanziazione, né la presenza spirituale catturano la gravità delle parole di Gesù. Gesù ha diretto le menti dei suoi discepoli alla realtà della sua incarnazione e della morte che stava per essere effettuata. Quando disse: "Questo è il mio corpo che è dato per voi" (Luca 22:19), mostrò la necessità della sua piena umanità per l'opera di redenzione. Quando Gesù disse: "È compiuto", il sacrificio era completo, mai da ripetere perché è perpetuamente efficace. Ora siede come nostro avvocato (1 Giovanni 2:1-2) e come nostra propiziazione (4:10). Ricordate questo quando prendete parte alla Cena.

Ron Walborn, Direttore Esecutivo delle Iniziative Urbane per l'Asbury Seminary

La Christian and Missionary Alliance (CMA) mantiene una visione chiara e non sacramentale della Cena del Signore, radicata nella teologia evangelica. La CMA crede che la Cena del Signore sia un'ordinanza (una pratica comandata da Cristo) piuttosto che un sacramento che trasmette grazia salvifica. È un atto simbolico di obbedienza e ricordo, non un mezzo per impartire salvezza.

La Cena del Signore è una commemorazione della morte di Gesù Cristo sulla croce, del suo corpo spezzato e del suo sangue versato. Indirizza i credenti al sacrificio di Cristo e al suo ritorno promesso. Le chiese dell'Alleanza spesso uniscono un tempo di ministero di guarigione con la Cena del Signore, poiché crediamo che la guarigione sia provveduta nell'opera espiatrice di Cristo.

Mentre la Comunione è spiritualmente significativa e fornisce un tempo per la riflessione, l'autoesame e l'adorazione, la CMA non vede il pane e la coppa come letteralmente diventanti il corpo e il sangue di Cristo (cioè, nessuna transustanziazione o consustanziazione). In pratica, la CMA enfatizza ricordo, proclamazione, guarigione e anticipazione durante la Comunione, incoraggiando i partecipanti a riflettere sull'opera di Cristo, proclamare la sua morte e guardare avanti al suo ritorno.

John Mark Hicks, Professore di Teologia alla Lipscomb University

La Tavola è la metafora dominante tra le Chiese di Cristo. La pratichiamo settimanalmente. Date le nostre radici presbiteriane, sono presenti prospettive sia Zwingliane (memorialiste) che Calviniste (presenza spirituale). Alla Tavola compiamo un memoriale. Allo stesso tempo, Dio comunica con noi, e noi comunichiamo l'uno con l'altro.

Mentre affermo un autentico nutrimento spirituale del corpo e del sangue di Cristo attraverso l'opera dello Spirito (come Calvino), enfatizzo anche una presenza alla Tavola dove il Cristo vivente è reso noto nello spezzare del pane (come l'Ortodossia Orientale). La Tavola diventa un'epifania, rivelazione o esperienza del Signore risorto.

Alla Tavola, rendiamo grazie per i doni del corpo e del sangue, mangiamo con il Re Gesù che ci ospita alla sua Tavola, e celebriamo la speranza della Risurrezione nel regno venturo. Evidenzio sia la natura riverente della Tavola come spazio santo sia la sua natura festiva, una celebrazione gioiosa e piena di speranza dell'opera di Dio in Cristo. È un momento escatologico in cui già partecipiamo al banchetto messianico benché non sia ancora pienamente realizzato.

Chris E. W. Green, Professore di Teologia Pubblica alla Southeastern University

La Cena del Signore è un incontro con il Cristo vivente attraverso lo Spirito. Nella celebrazione della Santa Comunione, Gesù è veramente presente attraverso lo Spirito. I fedeli non solo ricordano ma ricevono anche attivamente la sua presenza e il suo potere mentre obbediscono al suo comando: Fate questo... Pur riconoscendo che nessuna singola dichiarazione può catturare tutte le prospettive all'interno di questa ampia tradizione, quelli nella diversa famiglia pentecostale affermano che la Cena è molto più di un semplice memoriale — è, nelle parole dei primi padri del movimento, "un tocco personale diretto di Dio" e "il tempo presente del Calvario".

Grazie allo Spirito e all'amore dei santi per Gesù, la Tavola diventa un luogo dove il Signore è tangibilmente presente, offrendo rinnovamento e guarigione per anima e corpo. Questo incontro rimane libero da strutture religiose o formulazioni teologiche, riflettendo l'enfasi pentecostale sulla libertà dello Spirito di muoversi. Il focus non è sul definire come Cristo sia presente negli elementi ma su chi è presente (il Cristo risorto) e perché — per nutrire, guarire e trasformare il popolo di Dio. Come afferma l'inno wesleyano: "Ricevendo il pane, / di Gesù ci nutriamo: / Non appare, / Il suo modo di operare; / Ma Gesù è qui!"

Darian Lockett (Chiesa Presbiteriana in America), Professore di Nuovo Testamento alla Biola University

Il Battesimo e la Cena del Signore sono sacramenti istituiti da Gesù Cristo. Come mezzo di grazia, i sacramenti segnano e sigillano i benefici di Cristo ai credenti attraverso la fede. La natura di segno del sacramento punta alla realtà, la sostanza di Cristo. Pertanto, c'è una relazione spirituale o unione sacramentale tra il segno (acqua nel battesimo, vino e pane nella Cena) e la cosa significata (Cristo). Nei sacramenti, Cristo è realmente e spiritualmente presente, rafforzando i credenti ed estendendo i benefici della sua morte e risurrezione. Tuttavia, i sacramenti non sono resi efficaci da alcun potere in se stessi o dalla pietà di colui che amministra il sacramento, ma piuttosto da Cristo attraverso l'opera dello Spirito.

I sacramenti dipendono dalla presenza della Parola di Dio, ma la Parola non dipende dalla presenza dei sacramenti. Parola e sacramento sono simili in quanto entrambi hanno Dio come loro autore, hanno Cristo come loro soggetto, e sono appropriati dalla fede. Tuttavia, sono diversi in quanto mentre la Parola genera e rafforza la fede, i sacramenti solo rafforzano la fede (non possono produrre fede). E mentre la Parola va a tutti coloro che potrebbero ascoltare, i sacramenti sono amministrati solo a coloro che sono in relazione di alleanza con Dio.

Don Collett, Professore di Antico Testamento al Trinity Anglican Seminary

In linea con la tradizione cattolica della chiesa, gli Anglicani considerano i sacramenti del battesimo e dell'Eucaristia come un mezzo di grazia nell'economia di salvezza di Dio. Il Battesimo ci introduce nel mondo scritturalmente ordinato della chiesa, realizzando un'unione con Cristo per cui la fede in lui è nutrita e confermata. Il sacramento dell'Eucaristia è dato a coloro che hanno riconosciuto il loro battesimo attraverso la confermazione e la confessione di fede nel vangelo di Cristo.

La celebrazione dell'Eucaristia non solo significa ma media anche la presenza reale e attuale del corpo e sangue risorti di Cristo — un'unione sacramentale effettuata dallo Spirito e dalle parole di istituzione di Cristo, pronunciate dai ministri del vangelo di Cristo (Matteo 26:26-28; 1 Corinzi 11:23-26).

In questa unione sacramentale, il pane e il vino non sono fusi con il corpo e il sangue di Cristo (come avviene in alcune forme di transustanziazione) ma uniti con esso, rendendo possibile la comunione della chiesa con il suo corpo e sangue risorti preservando le integrità distintive di Cristo, del pane e del vino.

A. Andrew Das (Sinodo Luterano Evangelico), Cattedra Distinta Niebuhr e Professore di Studi Religiosi all'Elmhurst University

Paolo avverte i cristiani di Corinto che affrontano il giudizio se non riconoscono il corpo mentre mangiano il pane e bevono la coppa (1 Corinzi 11:29). Poi spiega che questo è il motivo per cui molti di loro sono malati e infermi e molti si sono addormentati (sono morti).

Le conseguenze fisiche di una ricezione impropria del pane e del vino eliminano una comprensione simbolica. Anche l'incredulo ("chiunque" nel v. 27) affronta il giudizio per una ricezione indegna, contrariamente a una limitazione calvinistica della ricezione della presenza reale ai credenti.

Martin Lutero sottolineò a Ulrich Zwingli che l'"è" in "Questo è il mio corpo" e "Questo è il mio sangue" significa proprio quello (Matteo 26:26-28). Il pane e il vino sono anche il corpo e sangue di Cristo nella celebrazione sacramentale. Subito dopo che l'espressa richiesta di Gesù di mangiare il suo corpo e bere il suo sangue porta gli Ebrei a questionare la sua apparente difesa del cannibalismo, egli risponde in Giovanni 6:55: "La mia carne è vero cibo e il mio sangue è vera bevanda". I primi cristiani confessarono quella comprensione realistica del corpo e sangue di Cristo in e con il pane e il vino. La Cena del Signore porta così al ricevente degno il genuino perdono dei peccati, come disse Gesù in Matteo 26:28.

- Fonte: James Thompson, Christianity Today, 30 maggio 2025

Bonifacio, monaco evangelizzatore delle genti germaniche

Nel 755, mentre sta compiendo l'ennesimo viaggio missionario, cade in un'imboscata tesagli da un gruppo di briganti il vescovo Bonifacio, passato alla storia come l'apostolo delle genti germaniche.
Nativo di Crediton, nel regno del Wessex, Vinfrido era stato affidato come oblato al monastero di Exeter. Lì egli ricevette un'educazione ragguardevole sia nelle materie classiche che nelle discipline teologiche.
Passato al monastero di Nursling, Vinfrido divenne un maestro famoso e attirò a sé numerosi allievi. All'età di 40 anni, poco dopo la sua elezione ad abate, seguendo un'antica tradizione dei monaci celti e poi di quelli britannici, Vinfrido lasciò Nursling, e ottenne dopo diverse peripezie il mandato papale per evangelizzare le genti germaniche. Assunto il nome di Bonifacio, egli ebbe contatti con Willibrord e svolse il proprio ministero itinerante in Turingia, Frisia, Assia, Baviera e Sassonia, fino a essere nominato arcivescovo, prima senza una precisa sede episcopale, e infine assumendo quella di Magonza.
Nella sua instancabile opera di evangelizzatore Bonifacio fondò diversi monasteri, alcuni dei quali diverranno tra i più celebri d'Europa in epoca carolingia, mantenendosi fedele alla propria vocazione di monaco e di padre spirituale fino alla fine dei suoi giorni.
È ricordato come martire, anche se in senso stretto non si può dire che sia stato ucciso in odium fidei. Il vero martirio fu la dedizione di tutta la sua vita alla causa del vangelo e ai propri fratelli.
Il suo corpo riposa nel monastero di Fulda, da lui stesso fondato nel 744.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. "Voglio che siano con me"

Lettura

Giovanni 17,20-26

20 Non prego solo per questi, ma anche per quelli che per la loro parola crederanno in me; 21 perché tutti siano una sola cosa. Come tu, Padre, sei in me e io in te, siano anch'essi in noi una cosa sola, perché il mondo creda che tu mi hai mandato.
22 E la gloria che tu hai dato a me, io l'ho data a loro, perché siano come noi una cosa sola. 23 Io in loro e tu in me, perché siano perfetti nell'unità e il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me.
24 Padre, voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria, quella che mi hai dato; poiché tu mi hai amato prima della creazione del mondo.
25 Padre giusto, il mondo non ti ha conosciuto, ma io ti ho conosciuto; questi sanno che tu mi hai mandato. 26 E io ho fatto conoscere loro il tuo nome e lo farò conoscere, perché l'amore con il quale mi hai amato sia in essi e io in loro».

Commento

Gesù non prega solo per i Dodici, o per i settantadue discepoli, per gli uomini e le donne che lo hanno seguito durante la sua vita terrena, ma la sua intercessione abbraccia i credenti di ogni tempo (v. 20), tutti coloro che crederanno per la parola trasmessa dai suoi discepoli. Le Scritture del Nuovo Testamento e il ministero della predicazione sono stati stabiliti nella Chiesa per generare gli uomini alla fede.

L'unità per la quale prega Gesù è la comunione dei santi, di coloro che sono santificati dallo Spirito, in cielo e sulla terra, in ogni tempo e in ogni latitudine.

La pienezza dell'unità richiesta da Gesù al Padre per la sua Chiesa è segno visibile della verità della testimonianza: «perché il mondo creda» (v. 21). Se i credenti sono divisi la loro testimonianza non è credibile. 

La testimonianza data al mondo è fondata anche sul privilegio dei credenti di essere amati dal Padre come egli ha amato Gesù («il mondo sappia che tu mi hai mandato e li hai amati come hai amato me»; v. 23). Apparirà al mondo che Dio ci ha amati se ci ameremo gli uni gli altri, perché quando l'amore di Dio è effuso nei cuori li trasforma a propria immagine. La nostra capacità di amare è proporzionale alla consapevolezza dell'amore di Dio per noi.

La "preghiera sacerdotale" di Gesù insiste sull'unione del Padre e del Figlio come modello per l'unione tra i discepoli («perché siano come noi una cosa sola»; v. 22). Le divisioni tra i cristiani frantumano il riflesso dell'immagine di Dio nel mondo. Dio è comunione e la comunione tra i credenti è la via che conduce a lui.

Se inizialmente Gesù prega (erotao) per i discepoli e per chi crederà in lui (v. 20), di seguito utilizza il verbo «voglio» (thelo), esprimendo sovranamente la sua volontà, che è anche quella del Padre: «voglio che anche quelli che mi hai dato siano con me dove sono io, perché contemplino la mia gloria» (v. 24).

La preghiera che Gesù innalza per ogni credente è la nostra forza nell'adempimento del mandato apostolico, fonte di fermezza e coraggio in mezzo alle difficoltà e ai pericoli che il mondo pone innanzi ai testimoni del vangelo.

Preghiera

Il tuo Spirito, Signore, infonda in noi il desiderio della comunione fraterna e il coraggio di renderti testimonianza, affinché il mondo possa conoscere il tuo nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 2 giugno 2025

Fermati 1 minuto. "Io non sono solo"

Lettura

Giovanni 16,29-33

29 Gli dicono i suoi discepoli: «Ecco, adesso parli chiaramente e non fai più uso di similitudini. 30 Ora conosciamo che sai tutto e non hai bisogno che alcuno t'interroghi. Per questo crediamo che sei uscito da Dio». 31 Rispose loro Gesù: «Adesso credete? 32 Ecco, verrà l'ora, anzi è già venuta, in cui vi disperderete ciascuno per conto proprio e mi lascerete solo; ma io non sono solo, perché il Padre è con me.
33 Vi ho detto queste cose perché abbiate pace in me. Voi avrete tribolazione nel mondo, ma abbiate fiducia; io ho vinto il mondo!».

Commento

Gesù in questo dialogo con i discepoli mette in rilievo la differenza che intercorre tra credere in lui come proveniente da Dio e comprendere il suo disegno di salvezza, che include l'ora buia della croce.

Pur conoscendo in anticipo che i suoi discepoli lo abbandoneranno nell'ora della prova Gesù non li respinge, ma infonde in loro fiducia, proclamando al presente la sua vittoria sul mondo.

La fedeltà nella tribolazione può essere mantenuta solo mediante l'umiltà. Anche quando troviamo conforto nella grazia non dobbiamo dimenticare la nostra fragilità e la possibilità di trionfare sulle tentazioni confidando in Cristo e non in noi stessi. La domanda che Gesù rivolge ai discepoli entusiasti per l'aver conosciuto la sua natura divina interpella anche noi: "Adesso credete?"

Per tutti noi giunge un'ora di cui non siamo capaci di portare il peso. Tutti gli apostoli, a partire da Pietro, hanno sperimentato con delusione e sofferenza l'incapacità di restare fedeli al Signore. La testimonianza della verità ha un prezzo da pagare che non siamo capaci di corrispondere da soli. Ma la Verità stessa ci ha riscattati, a prezzo del suo sangue.

Con Paolo possiamo dire: "Chi ci separerà dunque dall'amore di Cristo? Forse la tribolazione, l'angoscia, la persecuzione, la fame, la nudità, il pericolo, la spada? Proprio come sta scritto: 'Per causa tua siamo messi a morte tutto il giorno, siamo trattati come pecore da macello'. Ma in tutte queste cose noi siamo più che vincitori per virtù di colui che ci ha amati" (Rm 8,35-37).

Se non temeremo di attraversare con Cristo, nostro pastore, la valle oscura della tribolazione, giungeremo con lui a quella pace che consiste nel condividere la comunione del Figlio con il Padre, potremo dire con lui: "io non sono solo, perchè il Padre è con me" (v. 32).

Preghiera

Confermaci nella fede Signore e donaci l'umiltà di comprendere che non possiamo salvarci da soli; affinché possiamo trovare in te la vittoria sulle tribolazioni e la pace che nessuno potrà toglierci. Amen.