Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

giovedì 4 luglio 2024

Andrea di Creta. La poesia come espressione dei misteri di Dio

Nel 740 muore sull'isola di Mitilene Andrea di Creta, pastore e innografo.
Nato a Damasco, Andrea era un semita cristiano di lingua greca. Monaco al Santo Sepolcro di Gerusalemme, verso il 700 fu eletto vescovo di Gortina, nell'isola di Creta.
Andrea si rivelò un grande pastore, che seppe animare la vita sociale e spirituale del suo tempo e confortare la popolazione nei difficili anni dell'avanzata musulmana. Le sue origini semitiche si riflettono nelle sue composizioni liturgiche, vicine ai modelli biblici e intercalate da versetti scritturistici. Andrea fu infatti l'inauguratore della poesia liturgica dei canoni, vere e proprie dossologie mistagogiche che aiutano il credente a penetrare le profondità dei misteri celebrati.
Tra tutte le sue odi liturgiche, la più celebre è il Grande canone, che viene cantato durante la quaresima nelle chiese di rito bizantino. È uno splendido midrash cristiano sul tema del peccato e del pentimento, ed è al tempo stesso una contemplazione della grande misericordia di Dio manifestata in Gesù Cristo.

Tracce di Lettura

Come la Cananea t'invoco:
Pietà di me, figlio di David.
Con lo stesso tremore dell'emorroissa
l'orlo tocco del tuo mantello,
e come Marta e Maria su Lazzaro
lacrime verso.
Pietà di me, o Dio, pietà di me.

Come vaso di profumo, o mio Salvatore,
la mirra delle mie lacrime
spando sul tuo capo.
Con la stessa voce della peccatrice
implorante il tuo amore, a te grido.
Accogli la mia preghiera, e perdonami.
Pietà di me, o Dio, pietà di me
(Andrea di Creta, Grande canone 9,3,16-17).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Rimettersi in cammino

Lettura

Matteo 9,1-8

1 Salito su una barca, Gesù passò all'altra riva e giunse nella sua città. 2 Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico: «Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati». 3 Allora alcuni scribi cominciarono a pensare: «Costui bestemmia». 4 Ma Gesù, conoscendo i loro pensieri, disse: «Perché mai pensate cose malvagie nel vostro cuore? 5 Che cosa dunque è più facile, dire: Ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina? 6 Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va' a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua. 8 A quella vista, la folla fu presa da timore e rese gloria a Dio che aveva dato un tale potere agli uomini.

Commento

Gesù si allontana momentaneamente dalle folle e si reca "nella sua città" (v. 1), Cafarnao, suo principale luogo di residenza (Mc 2,1); qui alcune persone, animate da grande fede (v. 2) gli conducono un paralitico su un lettino. La loro fede, è una fede attiva, che si fa intercessione; non attendono, infatti, che Gesù vada a visitarli ma si recano loro stessi, con l'amico malato, da lui. Le parole di perdono pronunciate da Gesù indicano che la malattia di quest'uomo è diretta conseguenza dei suoi peccati.

Solo un'altra volta nei Vangeli Gesù perdona esplicitamente i peccati: nel caso della donna che unge i suoi piedi in casa di un fariseo (Lc 7,48). Questo della remissione dei peccati è un tema centrale nel Vangelo di Matteo: l'angelo che appare in sogno a Giuseppe, sposo di Maria, gli annuncia che Gesù "salverà il popolo dai suoi peccati" (Mt 1,21) e nell'ultima cena, offrendo il calice con il vino ai suoi discepoli Gesù afferma "questo è il mio sangue dell'alleanza, versato per molti, in remissione dei peccati" (Mt 26,28), dando un senso espiatorio alla sua morte.

Il collegamento tra peccato e malattia è frequente nell'Antico Testamento (Es 20,5; Lv 26,14-33; Dt 28,15-68; 2 Cr 21,15.18-19; Sal 103,3). Tuttavia il libro di Giobbe e l'episodio del cieco nato nel Vangelo di Giovanni (Gv 9,1-41) attestano che non sempre vi è una correlazione tra peccato e malattia, trattandosi nel primo caso della messa alla prova da parte di Dio e nell'altro dell'occasione per manifestare con una guarigione la sua gloria.

L'episodio del paralitico mostra che Gesù cominca la sua opera di guarigione sanando l'anima, prima del corpo. La salvezza dell'anima, infatti, è per Dio più importante di quella del corpo: "Perché chi vorrà salvare la propria vita, la perderà; ma chi perderà la propria vita per causa mia e del vangelo, la salverà. Che giova infatti all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi perde la propria anima?" (Mc 8,35-36)

Il paralitico sanato attraverso la remissione dei peccati diventa l'immagine di tutto ciò che lega la nostra anima e, in definitiva, condiziona la nostra vita, impedendoci di esprimere le sue piene potenzialità, atrofizzando la nostra relazione con Dio e con il prossimo.

Matteo non spiega il motivo dell'accusa rivolta dagli scribi a Gesù, che troviamo invece nel Vangelo di Marco (2,7): "chi può rimettere i peccati se non Dio solo?"

In effetti, nell'Antico Testamento la prerogativa di rimettere i peccati è riconosciuta solo a Dio (Is 43,25; 44,22). La guarigione del paralitico è dunque un segno per dimostrare ai farisei l'autorità divina di Gesù nel rimettere i peccati. 

Matteo introduce una differenza significativa rispetto al racconto parallelo di Marco (2,12), estendendo agli uomini il potere di rimettere i peccati (v. 8). Ciò induce a pensare che tale autorità fosse riconosciuta nella sua chiesa.
La domanda di Gesù "Che cosa è dunque più facile dire: ti sono rimessi i peccati, o dire: Alzati e cammina?" deve farci riflettere sul fatto che se non siamo in grando di compiere miracoli di guarigione è certamente alla nostra portata il perdono del prossimo.

La legge della misericordia ci impone a non sopraffare l'altro, a non rinchiuderlo in un giudizio che paralizza, ma di aiutarlo a rialzarsi, recuperare la sua dignità e rimettersi in cammino.

Preghiera

Insegnaci, Signore, a realizzare il miracolo del perdono; affinché riconciliati con il nostro prossimo possiamo percorrere la via della salvezza. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 3 luglio 2024

Fermati 1 minuto. Beati loro!

Lettura

Giovanni 20,24-29

24 Tommaso, uno dei Dodici, chiamato Dìdimo, non era con loro quando venne Gesù. 25 Gli dissero allora gli altri discepoli: «Abbiamo visto il Signore!». Ma egli disse loro: «Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò».
26 Otto giorni dopo i discepoli erano di nuovo in casa e c'era con loro anche Tommaso. Venne Gesù, a porte chiuse, si fermò in mezzo a loro e disse: «Pace a voi!». 27 Poi disse a Tommaso: «Metti qua il tuo dito e guarda le mie mani; stendi la tua mano, e mettila nel mio costato; e non essere più incredulo ma credente!». 28 Rispose Tommaso: «Mio Signore e mio Dio!». 29 Gesù gli disse: «Perché mi hai veduto, hai creduto: beati quelli che pur non avendo visto crederanno!».

Commento

Tommaso vuole "toccare con mano" per credere alla risurrezione di Gesù. La sua incredulità viene sanata proprio dalle piaghe di Cristo; quelle piaghe dalle quali, come afferma Pietro "siamo stati guariti" (1Pt 2,25). 

Il Signore entra a porte chiuse là dove gli apostoli si sono riuniti - manifestandosi nel segreto di quella stanza nella quale aveva invitato a compiere la preghiera intima al Padre («quando preghi, entra nella tua camera e, chiusa la porta, prega il Padre tuo nel segreto»; Mt 6,6) - forse anche impauriti dalle possibili persecuzioni da parte dei capi della sinagoga. Gesù viene a portare la pace, in queste ore di tribolazione per gli apostoli.

«Beati loro!» affermiamo spesso; ma riguardo a chi? Quante volte lo diciamo a sproposito, per chi ha ereditato una bella casa, ha avuto una raccomandazione per un posto di lavoro o ha tratto simili vantaggi dalle cose di questo mondo? 

Gesù, che aveva proclamato otto beatitudini sul Monte, riguardo i miti, i poveri, gli afflitti, (Mt 5,1-11) qui ne proclama una nuova: «beati quelli che pur non avendo visto crederanno!». Beati perché, come aveva affermato il Signore nella sua predicazione: «chi crede in me, compirà le opere che io compio e ne farà di più grandi, perché io vado al Padre» (Gv 14,12). Compiere le opere di Gesù significa acquisire la capacità di amare donandosi senza riserve, come attestano i segni della sua passione, che egli ha voluto impressi per sempre sul suo corpo risorto.

Preghiera

Concedici, Signore, di contemplare il tuo mistero di salvezza, per vivere in pienezza la nostra vita, secondo lo spirito delle beatitudini che hai proclamato. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

Tommaso apostolo. Toccare con mano il Risorto

Di Tommaso, detto Didimo, parla soprattutto il Vangelo di Giovanni, nel quale egli appare spesso in connessione con i grandi misteri della glorificazione di Cristo.
Uomo capace di grande slancio nella sua adesione al Signore, come quando nell'ora della morte di Lazzaro esorta gli altri discepoli ad andare tutti insieme a morire con Gesù, Tommaso è rappresentato altresì come tipo dell'incredulità del credente, il cui cammino verso la pienezza della fede può compiersi soltanto ascoltando e aderendo assiduamente alla testimonianza della comunità.
La sua domanda: «Signore, non sappiamo dove vai, e come possiamo conoscere la via?» dà occasione a Gesù di formulare una delle più alte rivelazioni cristologiche del Nuovo Testamento: «Io sono la via, la verità e la vita» (Gv 14,6); ma nonostante la grandezza della rivelazione ricevuta, dopo la resurrezione Tommaso non crede alla testimonianza degli altri discepoli, ed esige di vedere ciò che i suoi orecchi hanno udito. Solo mediante un nuovo intervento del Signore, che accondiscende alla sua debolezza e gli mostra il permanere dei segni della passione nel proprio corpo risorto, Tommaso giungerà alla confessione di fede: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). A tale confessione, Gesù risponde proclamando la vera beatitudine dei credenti, che è quella di coloro che «pur non avendo visto, crederanno» (Gv 20,29).
Secondo Eusebio di Cesarea, Tommaso evangelizzò la Persia, mentre un'antichissima tradizione lo vuole apostolo delle coste occidentali dell'India; i cristiani del Malabar lo considerano per questo motivo il fondatore della loro chiesa. Sempre secondo la tradizione, morì martire in India, per mano di un re locale.

Tracce di lettura

O paradossale prodigio,
la paglia ha toccato il fuoco ed è stata salvata,
Tommaso ha messo la mano nel fianco ardente di Gesù Cristo
e non è stato consumato dal contatto:
esso ha mutato l'incredulità della sua anima in una fede piena;
con fervore è sorto un grido dal profondo del suo cuore:
Mio Signore e mio Dio,
o Risorto dai morti, gloria a te!
(Liturgia bizantina, Quarto ichos dei Grandi vespri per la domenica di Tommaso).

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Tempera all’uovo su tavola telata e gessata cm 32x40 (particolare) - stile italico
Tommaso tocca il costato di Gesù, icona di Bose

lunedì 1 luglio 2024

Fermati 1 minuto. Siamo veramente liberi?

Lettura

Matteo 8,18-22

18 Vedendo Gesù una gran folla intorno a sé, ordinò di passare all'altra riva. 19 Allora uno scriba si avvicinò e gli disse: «Maestro, io ti seguirò dovunque tu andrai». 20 Gli rispose Gesù: «Le volpi hanno le loro tane e gli uccelli del cielo i loro nidi, ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo».
21 E un altro dei discepoli gli disse: «Signore, permettimi di andar prima a seppellire mio padre». 22 Ma Gesù gli rispose: «Seguimi e lascia i morti seppellire i loro morti».

Commento

Gesù sta per passare all'altra riva del lago di Gennesaret e dalla folla emergono due personaggi che vogliono seguirlo nel suo ministero itinerante. Egli coglie l'occasione per delineare la qualità del vero discepolo: il distacco da una vita "comoda" e dai beni materiali.

Uno scriba riconosce in Gesù un maestro (v. 19) più grande dei suoi compagni, dottori della legge. Di fronte al suo desiderio di seguirlo, Gesù gli presenta le sofferenze e il rigore cui va incontro chi diventa suo discepolo.

Il termine "Figlio dell'uomo" (v. 20) è il titolo che più frequentemente Gesù utilizza per se stesso. Compare 83 volte nei Vangeli e ha un chiaro riferimento all'umanità e umiltà di Cristo. Nel libro di Daniele (Dn 7,13-14) è un titolo che si riferisce al Messia, del quale sono profetizzati il potere universale e l'eternità del suo regno.

La radicalità espressa dall'esortazione di Gesù a lasciare i morti seppellire i loro morti sta nel fatto che chi vuole seguirlo deve lasciar passare in secondo piano tutto il resto, anche il dovere della sepoltura - molto importante nel mondo ebraico ed ellenistico -, persino quando si tratti della sepoltura del padre. Il termine greco nekros non si riferisce solo ai defunti veri e propri ma anche a coloro che rifiutano di seguire Gesù sulla strada verso la vita eterna.

L'espressione "permettimi di andar prima a seppellire mio padre" (v. 21), infatti, non indica necessariamente che il padre del discepolo fosse morto, ma era comunemente utilizzata per indicare il desiderio di attendere di ricevere la propria eredità. In tal senso, attesta l'anteporre i beni terreni alle esigenze del regno dei cieli.

Gesù è esigente con i suoi discepoli, ma egli è la verità che ci fa liberi (Gv 8,32), e la libertà non ha prezzo. Siamo pronti a passare con lui all'altra riva?

Preghiera

Donaci, Signore, la libertà dei figli di Dio; affinché non anteponendo nulla al tuo amore, possiamo ordinare la nostra vita alle esigenze del vangelo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Mosè l'Etiope. La conversione che matura nel deserto

Nel martirologio romano e nei sinassari bizantini si fa oggi memoria di Mosè l'Etiope, monaco nel deserto di Scete.
Nato in Etiopia verso il 332, ci informa Palladio, Mosè era un uomo di colore, alto, molto robusto, che arrivò alla vita monastica dopo svariate peripezie personali.
Di indole violenta, si macchiò di diversi crimini prima di giungere, forse per sfuggire alla giustizia umana, nel deserto di Scete, ma seppe operare una radicale conversione alla carità evangelica attraverso la vita anacoretica, vissuta con sempre maggiore convinzione sotto la guida dei padri del deserto, soprattutto di Macario il Grande e di Isidoro il Presbitero, e resa ancor più dura dalla sua condizione di straniero dalla pelle nera.
Rendendosi conto di aver ricevuto grande misericordia dal Signore, Mosè divenne per tutti i monaci di Wādī al-Naṭrūn un mirabile esempio di umiltà e di mitezza, come testimoniano i Detti dei padri che narrano di lui. Per Cassiano egli è «il più grande fra tutti i santi», e con lui, secondo Poemen, «a Scete si raggiunse il culmine della santità».
Mosè morì all'età di settantacinque anni, dopo essere stato ordinato presbitero su richiesta dei suoi fratelli. Secondo il sinassario alessandrino, che lo ricorda il 24 di ba'ūnah, corrispondente al nostro 1 luglio, Mosè subì il martirio per mano dei barbari, assieme a sette discepoli, verosimilmente nell'anno 407.
È considerato il primo monaco originario dell'Etiopia.

Tracce di lettura

Un giorno peccò un fratello a Scete; i padri, radunatisi, mandarono a chiamare abba Mosè. Ma, poiché egli non voleva venire, il presbitero gli mandò a dire: «Vieni, la gente ti aspetta!». Egli allora si mosse e venne, portando sulle spalle una cesta forata piena di sabbia. Gli andarono incontro alcuni fratelli e gli chiesero: «Padre, cosa è mai questo?». Disse loro l'anziano: «Sono i miei peccati che scorrono via dietro di me senza che io li veda. E oggi sono venuto qui, per giudicare i peccati degli altri». A queste parole non dissero nulla al fratello che aveva peccato, e gli perdonarono.
(Mosè 2, Detti dei padri del deserto)

Un fratello si recò a Scete dal padre Mosè per chiedergli una parola. L'anziano gli disse: «Va', rimani nella tua cella, e la tua cella ti insegnerà ogni cosa»:
(Mosè 6, Ibid.)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose