Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

mercoledì 9 agosto 2023

Fermati 1 minuto. La vita che nessuno ci può togliere

Lettura

Matteo 10,28-33

28 E non abbiate paura di quelli che uccidono il corpo, ma non hanno potere di uccidere l'anima; temete piuttosto colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo nella Geenna. 29 Due passeri non si vendono forse per un soldo? Eppure neanche uno di essi cadrà a terra senza che il Padre vostro lo voglia.
30 Quanto a voi, perfino i capelli del vostro capo sono tutti contati; 31 non abbiate dunque timore: voi valete più di molti passeri!
32 Chi dunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anch'io lo riconoscerò davanti al Padre mio che è nei cieli; 33 chi invece mi rinnegherà davanti agli uomini, anch'io lo rinnegherò davanti al Padre mio che è nei cieli.

Commento

Nell'infondere coraggio ai suoi discepoli Gesù utilizza le parole "non abbiate paura", che riecheggiano l'esortazione "non temere" rivolta continuamente da Dio al suo popolo negli scritti dell'Antico Testamento. Il timore di "colui che ha il potere di far perire e l'anima e il corpo" (v. 28) viene solo dopo, a testimoniare che la fede è fondata innanzitutto sulla speranza della vita che prevale sulla morte corporale e solo secondariamente sulla paura di ciò che porta la morte all'anima e al corpo.

La Geenna era la valle di Hinnom, utilizzata come discarica in cui bruciavano continuamente i rifiuti; nel Nuovo Testamento diviene immagine dell'inferno, in cui saranno gettati gli empi nel giorno del giudizio. Il "timore di Dio" è dunque timore di bruciare invano, separati dalla vita, anziché ardere della carità, amore che non consuma. 

Gesù presenta Dio come colui che si preoccupa anche di piccole cose come la morte di un passero. Lo stesso concetto è rappresentato dall'affermazione che Dio si preoccupa dei capelli di ogni uomo, che richiama un detto proverbiale della sapienza ebraica, ed è presente in molti passi delle Scritture (cfr. 1 Sam 14,45; 2 Sam 14,11; 1 Re 1,52; Lc 21,18; At 27,34). Con queste parole Gesù afferma in modo potente la sovranità di Dio e la sua provvidenza universale.

Il riconoscere Gesù è indicato letteralmente dal verbo greco homologeo, "confessare", che significa la testimonianza del suo nome, da considerare nel contesto di questo brano come la perseveranza nella fede di fronte a "quelli che uccidono il corpo" (v. 28), ma più in generale durante le prove della vita. La vera fede è fondata su una relazione di mutuo riconoscimento tra Cristo e il suo discepolo, che si prolungherà nella vita eterna, quando conosceremo Dio perfettamente, come da lui siamo conosciuti (1 Cor 13,12).

Preghiera

Confermaci nella fede, Signore, e rendici testimoni coraggiosi del tuo vangelo di salvezza, assistiti dalla sollecitudine del tuo amore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Edith Stein e la scienza della croce

Nel 1942 muore nel campo di sterminio di Auschwitz Edith Stein, monaca cristiana martirizzata per la sua appartenenza alla razza ebraica. Nata nel 1891 a Breslavia da una famiglia ebrea, filosofa di primissimo piano, Edith divenne a soli 26 anni assistente di Edmund Husserl. Non paga però del frutto dei suoi studi, essa avvertì un'inquietudine che la portò pian piano a orientare la sua vita verso il cristianesimo. Battezzata nel 1922, Edith decise di consacrare sempre più la propria vita alla preghiera, per imparare «a vivere mano nella mano con il Signore». Nel 1933, anno dell'ascesa al potere di Hitler in Germania, la Stein entrò dopo una lunga e silenziosa riflessione nel Carmelo di Colonia, dove assunse il nome di Teresa Benedetta della Croce. 
Non fu tuttavia l'ultima tappa della sua ricerca vocazionale. Scriveva in quegli anni: «Si acuisce sempre più in me un desiderio urgente di essere holocaustum». Con l'avvento del nazismo, tutto sembrò convergere per lei verso una sintesi fra il lavoro di studiosa (che si concluderà con un'opera dal titolo significativo: La scienza della croce) e il suo stesso itinerario esistenziale, in un'unità fra conoscenza e prassi cara all'ebraismo di ogni tempo. E nell'approssimarsi della morte, al momento di partire assieme alla sorella Rose verso l'ultima tappa, il campo di sterminio, le dirà soltanto queste parole: «Andiamo, per il nostro popolo». Il sacrificio della croce fu così nella vita di Edith Stein, oltre alla ricapitolazione di tutta la sua ricerca orante sotto la guida dello Spirito, la sintesi estrema fra la partecipazione alle sofferenze del popolo ebraico e l'assimilazione a quel «Servo sofferente» capace di donare senso al proprio sacrificio, compiuto «con uno Spirito eterno», mediante il fuoco purificante dell'amore.

Tracce di lettura

Il suo maestro di un tempo, il filosofo Husserl, commentò così l'ingresso di Edith nel Carmelo:
«In fin dei conti, vi è al fondo di ogni ebreo un assolutismo e un amore per la "santificazione del Nome di Dio", cioè per il martirio.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Edith Stein (1891-1942)

giovedì 3 agosto 2023

Fermati 1 minuto. Tutti presi nella stessa rete

Lettura

Matteo 13,47-53

47 Il regno dei cieli è simile anche a una rete gettata nel mare, che raccoglie ogni genere di pesci. 48 Quando è piena, i pescatori la tirano a riva e poi, sedutisi, raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. 49 Così sarà alla fine del mondo. Verranno gli angeli e separeranno i cattivi dai buoni 50 e li getteranno nella fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti.
51 Avete capito tutte queste cose?». Gli risposero: «Sì». 52 Ed egli disse loro: «Per questo ogni scriba divenuto discepolo del regno dei cieli è simile a un padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose antiche».
53 Terminate queste parabole, Gesù partì di là

Commento

Fino al tempo del giudizio il regno dei cieli è aperto a ogni uomo, è anzi simile a una rete, alla quale nessuno può sottrarsi. Sappiamo infatti che i tempi non saranno compiuti finché il vangelo non sarà annunciato ad ogni creatura (Mc 16,15), in tutto il mondo (Mt 24,14). Di fronte a questo annuncio non è concesso assumere un atteggiamento neutrale: «Chi non è con me è contro di me, e chi non raccoglie con me, disperde», afferma Gesù (Mt 12,30). 

Siamo tutti presi nella rete della grazia, dunque. Per questo il giudizio definitivo tra ciò che è buono e ciò che è malvagio non spetta a noi, ma sarà compiuto dagli angeli di Dio, con accurato discernimento: sedutisi, (gr. katisantes) - raccolgono i pesci buoni nei canestri e buttano via i cattivi. Come nella parabola della zizzania, il destino ultimo dei malvagi è la fornace ardente, dove sarà pianto e stridore di denti. 

All'apertura del messaggio di salvezza, come rete gettata verso ogni uomo, corrisponde la possibilità di una radicale chiusura del cuore, la "bestemmia contro lo Spirito Santo" (Mc 3,29); possibilità che determina il perimetro di azione della libertà umana.

La delega a Dio del giudizio sui salvati non porta certo a una mancanza di responsabilità e a un atteggiamento di attesa passiva del compimento dei tempi. Gesù conclude questa ultima parabola del regno sottolineando la novità dell'era messianica da lui inaugurata. La saggezza degli scribi, esperti della legge antica, non è rinnegata ma arricchita di linfa vitale dalla nuova notizia del vangelo. Da questi tesori, il padrone di casa, ovvero il discepolo, attinge per elargire la Parola e dischiuderne i preziosi significati.

Preghiera

Aiutaci a scoprire i tesori della tua parola, Signore, per riformare la nostra vita e discernere in noi e nel mondo ciò che è buono e ciò che è contrario dalla tua volontà; in una attesa operosa del tuo glorioso ritorno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 2 agosto 2023

Fermati 1 minuto. Arricchire davanti a Dio

Lettura

Matteo 13,44-46

44 Il regno dei cieli è simile a un tesoro nascosto in un campo; un uomo lo trova e lo nasconde di nuovo, poi va, pieno di gioia, e vende tutti i suoi averi e compra quel campo.
45 Il regno dei cieli è simile a un mercante che va in cerca di perle preziose; 46 trovata una perla di grande valore, va, vende tutti i suoi averi e la compra.

Commento

Queste due parabole riportate da Matteo hanno il medesimo significato. Entrambe rappresentano la salvezza come qualcosa di nascosto alla maggior parte degli uomini, ma di tale valore che vale la pena abbandonare tutto per possederla.

La parabola del tesoro nascosto si inscrive nella tradizione sapienziale ebraica, come attestata dal libro dei Proverbi: "Se la ricercherai come l'argento e per essa scaverai come per i tesori, allora comprenderai il timore del Signore e troverai la scienza di Dio" (Pr 2,4-5)

Nella parabola della perla preziosa il verbo greco zetèo - cercare - è un termine-chiave. Infatti, solo coloro che cercano il regno di Dio lo troveranno.

Gli ebrei che rifiutano Gesù non hanno cercato con sincerità. Il che non esclude l'applicazione esortativa del significato di queste parabole agli stessi cristiani.

Le Scritture sono il terreno in cui il tesoro della salvezza è nascosto. Non si trova in un giardino chiuso, ma in un campo aperto, così che chiunque possa scoprirlo. Occorre però investigarle in profondità e non fermarsi alla superficie per trovare il tesoro che è Cristo, la perla di grande valore; colui che ci fa arricchire davanti a Dio.

Preghiera

Lasciati trovare da noi Signore, perché siamo poveri finché non abbiamo conosciuto te, che sei il bene di quanti accumulano tesori in cielo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 1 agosto 2023

Fermati 1 minuto. I giusti splenderanno come il sole

Lettura

Matteo 13,36-43

36 Poi Gesù lasciò la folla ed entrò in casa; i suoi discepoli gli si accostarono per dirgli: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo». 37 Ed egli rispose: «Colui che semina il buon seme è il Figlio dell'uomo. 38 Il campo è il mondo. Il seme buono sono i figli del regno; la zizzania sono i figli del maligno, 39 e il nemico che l'ha seminata è il diavolo. La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. 40 Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. 41 Il Figlio dell'uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità 42 e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti. 43 Allora i giusti splenderanno come il sole nel regno del Padre loro. Chi ha orecchi, intenda!

Commento

L'allontanamento di Gesù dalle folle segna il ritirarsi dal popolo incredulo e la ricerca di una comunione più intima con i suoi discepoli, che qui rappresentano non soltanto i Dodici ma coloro che egli aveva inviato ad annunciare il Vangelo. Questi hanno realmente "fame e sete di giustizia" (Mt 5,6) perché chiedono a Gesù di "sciogliere" il significato della parabola narrata per immagini. 

Solo in un rapporto personale con Cristo la sua parola può dispiegarsi alla nostra intelligenza. L'ascolto delle Scritture proclamate in chiesa o anche lette in privato può dare i suoi frutti se siamo capaci di chiedere a Gesù nella preghiera di offrircene il senso più profondo. 

Gesù non si sottrae alla richiesta dei suoi discepoli e spiega che la zizzania rappresenta i figli del maligno ed è opera del diavolo, colui che l'ha seminata. La zizzania è una pianta quasi del tutto identica al grano nel suo aspetto, ma non è buona per produrre la farina e preparare il pane. 

Scegliendo questa immagine per la sua parabola Gesù vuole indicare che il diavolo viene a infestare il campo dove è stato seminato il buon seme, non con delle erbacce riconoscibili per la loro natura estranea, ma simulando l'aspetto di ciò che è buono. Le nostre azioni devono tenere conto dell'orizzonte ultimo che dà senso a tutto il quadro d'insieme. 

La storia della Chiesa, ma anche la nostra storia personale, sono poriettate verso questo punto di fuga, la prospettiva del giudizio universale e personale. Da quell'orizzonte sorgerà il sole di giustizia (Mal 3,20; Lc 1,78), con il quale e nel quale splenderanno i giusti, nel regno del Padre loro.

Preghiera

Signore, vieni e vista il tuo campo con i tuoi angeli, prenditi cura di noi, affinché il male non possa sopraffarci e custodendo la vera fede, possiamo risplendere con te nel regno del Padre. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Eusebio di Vercelli, padre della chiesa subalpina

Nato in Sardegna all'inizio del IV secolo, Eusebio fu educato a Roma, dove venne ordinato lettore, e poi inviato a Vercelli per prendersi cura dei cristiani di quella città. Acclamato dopo breve tempo vescovo dalla popolazione locale, nel 345 fu consacrato da papa Giulio I primo pastore di quella chiesa che comprendeva allora larga parte del territorio piemontese.
Uomo sapiente e instancabile oratore dalla parola efficace, Eusebio diffuse e consolidò il cristianesimo tra le popolazioni delle regioni subalpine. Ispirandosi alla nascente tradizione monastica, egli fu il primo a introdurre in occidente la vita cenobitica per tutti i suoi collaboratori, riunendo i presbiteri della sua diocesi nel cenobio di Vercelli e offrendo loro una disciplina fatta di lavoro, studio e preghiera. Nel suo cenobio si formarono così i vescovi di molte altre diocesi dell'Italia settentrionale. Incrollabile difensore della fede di Nicea e del patriarca Atanasio di Alessandria, Eusebio non temette di affrontare l'imperatore Costanzo e l'ira degli ariani; pagò però la sua fermezza con l'esilio, prima in Palestina, e poi in Cappadocia e nella Tebaide, giungendo alle soglie della morte violenta; per questo la chiesa gli ha da sempre riconosciuto il titolo di martire.
Tornato a Vercelli nel 363, Eusebio collaborò fino alla morte con Ilario di Poitiers per ristabilire la fede apostolica nelle chiese piemontesi e transalpine.

Tracce di lettura

Mi rallegro, fratelli carissimi, della vostra fede, mi rallegro della salvezza che segue la fede, mi rallegro dei frutti che offrite non solo dove risiedete, ma anche a grande distanza. Come infatti l'agricoltore innesta l'albero buono che poiché produce frutti non subisce i colpi della scure e non è gettato nel fuoco, così anche noi alla vostra santità non desideriamo e non vogliamo offrire soltanto il servizio secondo la carne, ma la nostra stessa vita per la vostra salvezza.
(Eusebio di Vercelli, Lettere 2,2)

Eusebio di Vercelli (+ 371)