Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

martedì 7 marzo 2023

Fermati 1 minuto. Seduti nel posto del discepolo

Lettura

Matteo 23,1-12

1 Allora Gesù si rivolse alla folla e ai suoi discepoli dicendo: 2 «Sulla cattedra di Mosè si sono seduti gli scribi e i farisei. 3 Quanto vi dicono, fatelo e osservatelo, ma non fate secondo le loro opere, perché dicono e non fanno. 4 Legano infatti pesanti fardelli e li impongono sulle spalle della gente, ma loro non vogliono muoverli neppure con un dito. 5 Tutte le loro opere le fanno per essere ammirati dagli uomini: allargano i loro filattèri e allungano le frange; 6 amano posti d'onore nei conviti, i primi seggi nelle sinagoghe 7 e i saluti nelle piazze, come anche sentirsi chiamare "rabbì" dalla gente. 8 Ma voi non fatevi chiamare "rabbì", perché uno solo è il vostro maestro e voi siete tutti fratelli. 9 E non chiamate nessuno "padre" sulla terra, perché uno solo è il Padre vostro, quello del cielo. 10 E non fatevi chiamare "maestri", perché uno solo è il vostro Maestro, il Cristo. 11 Il più grande tra voi sia vostro servo; 12 chi invece si innalzerà sarà abbassato e chi si abbasserà sarà innalzato.

Commento

Le Scritture riconoscevano ai leviti e ai sacerdoti l'autorità di decidere sull'applicazione della legge mosaica, ma gli scribi e i farisei si erano spinti oltre l'autorità legittima aggiungendo tradizioni umane alla parola di Dio. Gesù esorta a seguire quanto predicano, ma nella misura in cui è conforme alle Scritture; condanna infatti "i pesanti fardelli" della tradizione extrabiblica che essi impongono sulle spalle della gente. 

La vita di fede è più grande della mera religiosità; quest'ultima, anzi, quando scade nel legalismo e nella precettistica aumenta le distanze dell'uomo da Dio. Guai a coloro che chiudono il regno di Dio agli uomini, perché non vi entrano e non vi lasciano entrare nemmeno coloro che vogliono entrarci! (Mt 23,13). 

I filatteri erano piccole scatole di cuoio contenenti delle pergamente recanti alcuni versetti biblici. Venivano legati sulla fronte e sul braccio sinistro durante la preghiera, secondo un'osservanza strettamente letterale delle esortazioni contenute nell'Esodo (Es 13,9) e nel Deuteronomio (Dt 6,8). I farisei interpretavano materialmente il comandamento di tenere la legge di Dio davanti agli occhi, ma avevano perso di vista la strada che conduce a lui divenendo "ciechi e guide di ciechi" (Mt 15,14). Rendendo più lunghi i lacci dei filatteri e le frange del mantello (che dovevano ricordare i dieci comandamenti), cercavano di essere notati e ammirati. 

Gesù stesso portava il mantello per la preghiera; non condanna, dunque, il suo uso, ma la volontà di apparire, propria dei farisei. Anche l'utilizzo dei titoli "rabbì", "padre", "maestro" non è proibito di per sé, ma nella misura in cui diventa per chi ne è fatto oggetto una pretesa e motivo di orgoglio. Paolo, infatti, parla ripetutamente di "maestri" nella Chiesa e spesso li definisce anche "padri" (1 Cor 4,15), esortando a mostrare loro rispetto (1 Tess 5,11-12; 1 Tim 5,1); chiama anche se stesso "padre", nei confronti di coloro che ha fatto nascere alla fede, ma il titolo è da lui utilizzato per rimarcare il suo affetto e non il proprio prestigio. L'uso di questi titoli è riprovevole anche nella misura in cui l'uomo viene riconosciuto come fonte di autorità al di sopra di Dio, mentre Mosè agì come semplice mediatore tra Dio e gli uomini. 

La colpa dei farisei è di costruire una religiosità priva di quell'aspetto gioioso che scaturisce dalla consapevolezza di essere chiamati da Dio a partecipare alla sua creazione e alla sua opera di redenzione. Gesù rimprovera anche la loro ipocrisia, perché indulgono verso se stessi ma predicano un grande rigore. Anche il cristiano rischia di cadere in questo peccato, quando proietta sugli altri quelle aspettative di osservanza che non riesce a soddisfare in se stesso. 

Ma vi è un atteggiamento peggiore: quello di chi si mostra religioso per essere lodato dagli altri. Costoro, come affermato da Gesù nel discorso della montagna "hanno già ricevuto la loro ricompensa" (Mt 6,2.5). Gli ammonimenti da lui rivolti alle folle - ma anche ai discepoli (v. 1) - sono un invito alla coerenza, senza la quale la nostra testimonianza del vangelo perde solidità. 

Più che i filatteri dobbiamo tenere sempre davanti ai nostri occhi l'esempio di colui che è stato maestro nel servire. Solo collocandoci nel posto a sedere che spetta ai discepoli potremo vincere la tendenza a sentirci "giusti" davanti a Dio e agli uomini. Se saremo umili, saremo veri. E se saremo veri dimoreremo in Gesù: Via, Verità e Vita.

Preghiera

Signore, tu ci doni la gioia di essere salvati; concedici di metterci alla tua scuola, per imparare da te che sei mite e umile di cuore. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 6 marzo 2023

Fermati 1 minuto. Pronti a ricevere una misura traboccante

Lettura

Luca 6,36-38

36 Siate misericordiosi, come è misericordioso il Padre vostro. 37 Non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; 38 date e vi sarà dato; una buona misura, pigiata, scossa e traboccante vi sarà versata nel grembo, perché con la misura con cui misurate, sarà misurato a voi in cambio».

Commento

Gesù non ci vuole servi ma figli, in cui è restaurata l'immagine e somiglianza divina, per opera della sua grazia santificante. Ci esorta dunque a imitare il Padre nella sua più alta perfezione: la misericordia. Essere misericordiosi come il Padre significa essere perfetti come lui (Mt 5,48). La carità è infatti il vincolo della perfezione (Col 3,14). 

Comandandoci di non giudicare, Gesù non condanna il vero discernimento, ma l'arroganza e l'ipocrisia di chi riconosce gli errori altrui dimenticando la propria fallibilità e debolezza. "Amore e verità si incontreranno" recita il Salmo 85: la capacità di rimettere i debiti altrui nasce infatti dal riconoscere la verità della nostra condizione, il nostro essere per primi debitori verso Dio.

La capacità di perdonare muove dalla consapevolezza che solo Dio può comprendere la vera intenzione che c'è dietro le azioni dell'uomo: "L'uomo guarda alle apparenze, ma Dio guarda al cuore" (1 Sam 16,7). Il giudizio ultimo sull'uomo è una prerogativa di Dio, che non dobbiamo usurpare. Siamo chiamati piuttosto a imitare la sua clemenza, che non perde fiducia nella capacità del peccatore di giungere alla conversione. Se noi siamo infedeli, lui rimane fedele, perché non può rinnegare se stesso (2Tm 2,13).

Gesù ribalta la "legge del taglione" ("occhio per occhio e dente per dente"; Es 21,24), istruendo i suoi disepoli con due negazioni e due affermazioni: "non giudicate e non sarete giudicati; non condannate e non sarete condannati; perdonate e vi sarà perdonato; date e vi sarà dato" (vv. 37-38).

Quando ci rifiutiamo di perdonare il prossimo, il nostro cuore si chiude alla misericordia di Dio; quando riconosciamo il nostro peccato il cuore si apre alla grazia e si fa ancor più capace di perdono, in un flusso crescente di amore.

Per essere capaci di perdonare, dobbiamo riconoscere noi stessi come uomini perdonati da Dio. Teniamoci pronti a ricevere con abbondanza la sua misericordia - una "buona misura, pigiata, scossa e traboccante" (v. 38) - e a condividerla con chi è bisognoso di perdono, per ottenerne ancora in abbondanza. Diventiamo seminatori di pace e di compassione.

Preghiera

La misericordia che ogni giorno riversi su di noi, Signore, non vada perduta ma ci trovi pronti a seminare frutti di pace. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 5 marzo 2023

Quale demone ci tormenta?

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA

Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen

Letture

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Commento

Le letture della prima domenica di Quaresima hanno proposto la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero. Nel Vangelo di oggi assistiamo a un altro “ritiro”, questa volta conseguenza dell'incomprensione e del rifiuto: sebbene in molti ancora continuino a seguire Gesù, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non è in grado di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. 

Capita ancora oggi di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza, ma respinto quando viene proposto come colui che redime l'uomo dal peccato, e che lo libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.

Il regno di Dio è vicino, e il tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù, affaticato dal suo ministero esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Questa regione vicino al mare era una sorta di luogo di villeggiatura dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini. Motivo per cui le sue genti erano fortemente disprezzate da Israele. 

In questo contesto si inserisce la preghiera della donna cananea per la guarigione della propria figlia e il suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, in quelle famiglie e in quelle terre che hanno alle spalle generazioni, millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce frutti in alcune periferie geografiche ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa. 

Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il regno messianico è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Gesù ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).

È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra. 

Gesù utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici”, ma si lascia convincere dall’insistenza della donna, dalla sua fede (la prostrazione sembra un atto di riconoscimento della natura divina di Cristo) e dalla sua umiltà, nel momento in cui chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.

E noi di quali idoli siamo schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Il clima penitenziale della Quaresima ci spinge a interrogarci e a ricercare il nostro affrancamento in Gesù, colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11).

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 3 marzo 2023

Fermati 1 minuto. La strada giusta per presentarsi a Dio

Lettura

Matteo 5,20-26

20 Poiché io vi dico: se la vostra giustizia non supererà quella degli scribi e dei farisei, non entrerete nel regno dei cieli.
21 Avete inteso che fu detto agli antichi: Non uccidere; chi avrà ucciso sarà sottoposto a giudizio. 22 Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello, sarà sottoposto a giudizio. Chi poi dice al fratello: stupido, sarà sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: pazzo, sarà sottoposto al fuoco della Geenna.
23 Se dunque presenti la tua offerta sull'altare e lì ti ricordi che tuo fratello ha qualche cosa contro di te, 24 lascia lì il tuo dono davanti all'altare e va' prima a riconciliarti con il tuo fratello e poi torna ad offrire il tuo dono.
25 Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui, perché l'avversario non ti consegni al giudice e il giudice alla guardia e tu venga gettato in prigione. 26 In verità ti dico: non uscirai di là finché tu non abbia pagato fino all'ultimo spicciolo!

Commento

Gli scribi e i farisei erano gli insegnanti della legge e avevano fama di essere grandi osservanti della stessa. Gesù ci chiede di "superarli" non limitandoci a un'obbedienza puramente esteriore, ma ricercando il rigore della carità. Egli parla con l'autorità di un legislatore e non di un semplice interprete o commentatore della legge - "io vi dico" (v. 20), non "così dice il Signore" - e approfondisce i precetti consegnati da Dio sul Sinai, portandoli a pieno compimento. Sul Calvario, appeso alla croce, fisserà su di essa la legge suprema dell'amore.

Gesù considera la collera e le ingiurie - che a seconda del loro grado di gravità venivano condannate (anche a morte) da parte di un tribunale locale o del sinedrio - meritevoli della Geenna, la valle di Hinnom, posta a sud di Gerusalemme, maledetta dal re Giosia (perché sede del culto di Moloch, cui venivano offerti sacrifici umani) e destinata a immondezzaio della città. Poiché nella Geenna ardeva continuamente il fuoco, nei Vangeli è presa a simbolo dell'Inferno. 

Il rigore cui richiama Gesù ci fa comprendere quanto sia difficile per l'uomo adempiere in pienezza i suoi precetti. L'unica giustizia dalla quale il peccatore può essere giustificato è la perfetta giustizia di Cristo, imputata a nostra salvezza mediante la fede in lui. Questo non ci esime, tuttavia, dall'impegno sulla via della santificazione, che la grazia ci spinge a percorrere. 

Gesù ci invita a sanare immediatamente le nostre relazioni quando entriamo in contesa con qualcuno e stabilisce il primato dei rapporti fraterni rispetto allo stesso culto sacrificale presso il tempio, cuore della religiosità ebraica. La strada per presentarci innanzi a Dio in adorazione passa attraverso la riconciliazione con il nostro prossimo.

Preghiera

Insegnaci a guardare a te, Signore, che sei mite e umile di cuore; affinché fissando lo sguardo sulla tua passione possiamo imparare a offrire il perdono ai nostri nemici. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 1 marzo 2023

Agnese di Boemia. L'imperatrice dell'"altissima povertà"

Il 2 marzo del 1282, torna al Padre Agnese di Boemia, nel piccolo monastero che lei stessa aveva fondato sul modello di San Damiano ad Assisi.
Tredicesima figlia del re di Boemia, Agnese era stata a più riprese destinata a sposare potenti principi di altre case reali, secondo il costume del tempo. Problemi politici prima, e poi la morte del padre, avevano vanificato i progetti che altri avevano pensato sulla sua vita.
Ma l'evento decisivo per la futura scelta di Agnese di farsi celibe per il regno dei cieli, fu l'arrivo a Praga nel 1225 dei primi francescani, quando la giovane principessa non aveva ancora quindici anni. Da loro Agnese apprese dell'esperienza di Chiara e delle minori di San Damiano, e ne rimase conquistata. Cominciò così un cammino di abbassamento che la portò a servire i poveri e i bisognosi per le vie della capitale boema.
Per amore della radicalità evangelica che ormai aveva intuito di poter seguire, Agnese ebbe il coraggio di rifiutare il matrimonio che l'avrebbe resa imperatrice e diede inizio nel 1234, in accordo con la stessa Chiara di Assisi, a un convento damianita nel cuore di Praga.
Come Chiara, anche Agnese dovette a lungo lottare per vedere riconosciuto dalla chiesa il diritto a vivere senza nulla di proprio, nell'«altissima e santa povertà».
Ottenuto ciò che aveva pazientemente richiesto e atteso, e dopo aver dato vita a diverse iniziative a favore dei poveri e degli ammalati, Agnese visse gli ultimi anni ritirata nella sua comunità, sottomessa alle sorelle, rifiutando qualsiasi titolo o ruolo che potesse porla al di sopra di esse.

Tracce di lettura

Cristo è lo splendore della gloria eterna, la luminosità della luce senza fine e lo specchio senza macchia. Guarda ogni giorno questo specchio, o regina, sposa di Cristo, e guarda incessantemente in lui il tuo volto, per ornarti tutta intera, interiormente ed esteriormente, avvolgendoti in stoffe variegate, ornandoti altresì dei fiori di tutte le virtù, come conviene alla figlia e alla sposa amatissima dell'unico Sovrano.
In questo specchio risplende la beata povertà, la santa umiltà e l'ineffabile carità, come potrai tu stessa contemplare in esso, per grazia di Dio. Considera il principio dello specchio: la povertà di colui che è stato deposto in una mangiatoia e avvolto in fasce. O mirabile umiltà, stupefacente povertà! Il Re degli angeli, il Signore del cielo e della terra, riposa in una mangiatoia.
In mezzo allo specchio, considera l'umiltà, la beata povertà, le fatiche innumerevoli che egli ha sopportato per redimere il genere umano. E alla fine del medesimo specchio, contempla l'ineffabile carità con la quale ha voluto soffrire sulla croce e morire la morte più infame di tutte. È questo specchio, appeso al legno della croce, che si rivolge ai passanti indicando loro cosa sia necessario considerare: «O voi tutti che andate per la strada, guardate e vedete se c'è un dolore come il mio dolore».
(Chiara di Assisi, Quarta Lettera ad Agnese)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. "Chiedete"... "cercate... "bussate"

Lettura

Matteo 7,7-12

7 Chiedete e vi sarà dato; cercate e troverete; bussate e vi sarà aperto; 8 perché chiunque chiede riceve, e chi cerca trova e a chi bussa sarà aperto. 9 Chi tra di voi al figlio che gli chiede un pane darà una pietra? 10 O se gli chiede un pesce, darà una serpe? 11 Se voi dunque che siete cattivi sapete dare cose buone ai vostri figli, quanto più il Padre vostro che è nei cieli darà cose buone a quelli che gliele domandano!
12 Tutto quanto volete che gli uomini facciano a voi, anche voi fatelo a loro: questa infatti è la Legge ed i Profeti.

Commento

"Chiedete"... "cercate"... "bussate". Le parole di Gesù ci fanno capire che dobbiamo pregare con insistenza per ottenere ciò di cui abbiamo bisogno, e prima di tutto la grazia di obbedire ai suoi precetti, che spesso contrastano il nostro amor proprio. 

Chiediamo, come un viaggiatore che ha smarrito il cammino; cerchiamo, come il mercante che cerca la perla preziosa (Mt 13,45-46); bussiamo, come l'amico importuno (Lc 11,5-8). Non limitarsi a chiedere, ma cercare, significa utilizzare tutti i mezzi che sono a nostra disposizione per ottenere - per noi e per gli altri - ciò che chiediamo; agire come se tutto dipendesse da noi, pregare come se tutto dipendesse da Dio. 

Se chiederemo ciò che è conforme al nostro bene il Signore ci esaudirà gratuitamente, proprio come un Padre, che non vende, né affitta al figlio, ma dona con amore. Il Padre sa di cosa abbiamo bisogno (Mt 6,8) e se anziché il pane gli chiediamo un frutto velenoso giustamente ce lo negherà. 

Dio è sollecito con noi più di quanto lo siano stati i nostri padri e le nostre madri, più di quanto noi lo siamo con i nostri figli. Se i genitori carnali possono commettere degli errori o mancare di qualcosa, Dio è infinitamente sapiente, infinitamente buono, infinitamente ricco di ogni grazia. Possiamo dunque correre alla sua presenza per ogni necessità. 

Gesù ci esorta a comportarci con il nostro prossimo con lo stesso spirito di sollecitudine. La "regola d'oro" si trova, sia nella forma negativa ("Non fare agli altri...") che in quella positiva ("Tutto quanto volete che facciano a voi..."), anche in fonti ebraiche e pagane precedenti il Vangelo (buddhiste e induiste, per esempio). Privilegiando la formula positiva Gesù sottolinea l'importanza della carità in azione, come somma di tutta la Legge e i profeti, e come adempimento del precetto evangelico "ama il tuo prossimo come te stesso" (Mt 22,39).

Preghiera

Il tuo Spirito, Signore, interceda nei nostri cuori, affinché possiamo chiedere ciò che è bene per noi e per tutti i tuoi figli; e  la tua grazia ci renda solleciti verso chi è nel bisogno. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona