Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 5 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Far quadrare i conti

Lettura

Luca 16,1-8

1 Diceva anche ai discepoli: «C'era un uomo ricco che aveva un amministratore, e questi fu accusato dinanzi a lui di sperperare i suoi averi. 2 Lo chiamò e gli disse: Che è questo che sento dire di te? Rendi conto della tua amministrazione, perché non puoi più essere amministratore. 3 L'amministratore disse tra sé: Che farò ora che il mio padrone mi toglie l'amministrazione? Zappare, non ho forza, mendicare, mi vergogno. 4 So io che cosa fare perché, quando sarò stato allontanato dall'amministrazione, ci sia qualcuno che mi accolga in casa sua. 5 Chiamò uno per uno i debitori del padrone e disse al primo: 6 Tu quanto devi al mio padrone? Quello rispose: Cento barili d'olio. Gli disse: Prendi la tua ricevuta, siediti e scrivi subito cinquanta. 7 Poi disse a un altro: Tu quanto devi? Rispose: Cento misure di grano. Gli disse: Prendi la tua ricevuta e scrivi ottanta. 8 Il padrone lodò quell'amministratore disonesto, perché aveva agito con scaltrezza. I figli di questo mondo, infatti, verso i loro pari sono più scaltri dei figli della luce.

Commento

Quanti beni ci ha dato Dio da amministrare? Qual è la porzione della grazia che abbiamo ricevuto? E cosa ne abbiamo fatto? «A chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,48)

Verrà il giorno, alla sera della nostra vita, in cui ci verrà chiesto conto della nostra "amministrazione", una vera "resa dei conti", un redde rationem, che non potrà che trovare noi, "servi inutili" (Lc 17,10) in difetto verso il padrone di casa. Ma il protagonista di questa parabola più che "disonesto" è scaltro: questo il significato della parola greca phrónimos

Nell'agire per conto del proprio padrone, nel medio-oriente antico era consentito agli amministratori praticare forme di usura. L'amministratore scaltro sembra rinunciare al proprio profitto per ingraziarsi i debitori, in vista di un suo probabile bisogno futuro. 

La parabola assume così un valore escatologico e rimanda alla fine dei tempi, quando i nostri debiti saranno rimessi nella proporzione in cui li abbiamo rimessi ai nostri debitori: «Mettiti presto d'accordo con il tuo avversario mentre sei per via con lui» (Mt 5,25). 

Siamo chiamati a imitare nelle cose spirituali il modo di agire dell'amministratore scaltro in quelle materiali. Rinunciamo alla nostra parte di guadagno e facciamo "quadrare i conti" finché abbiamo tempo.

Preghiera

Signore, che hai riversato su di noi i tesori della tua grazia, insegnaci ad amministrarli con giustizia e ad agire con misericordia verso i nostri debitori. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 4 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Dio non si dà pace

Lettura

Luca 15,1-10

1 Si avvicinavano a lui tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltarlo. 2 I farisei e gli scribi mormoravano: «Costui riceve i peccatori e mangia con loro». 3 Allora egli disse loro questa parabola: 4 «Chi di voi se ha cento pecore e ne perde una, non lascia le novantanove nel deserto e va dietro a quella perduta, finché non la ritrova? 5 Ritrovatala, se la mette in spalla tutto contento, 6 va a casa, chiama gli amici e i vicini dicendo: Rallegratevi con me, perché ho trovato la mia pecora che era perduta. 7 Così, vi dico, ci sarà più gioia in cielo per un peccatore convertito, che per novantanove giusti che non hanno bisogno di conversione. 8 O quale donna, se ha dieci dramme e ne perde una, non accende la lucerna e spazza la casa e cerca attentamente finché non la ritrova? 9 E dopo averla trovata, chiama le amiche e le vicine, dicendo: Rallegratevi con me, perché ho ritrovato la dramma che avevo perduta. 10 Così, vi dico, c'è gioia davanti agli angeli di Dio per un solo peccatore che si converte».

Commento

In questo episodio, come in diversi altri dei Vangeli, Gesù dimostra di non temere di essere considerato un amico dei peccatori. Il mormorare degli scribi e dei farisei è occasione per esprimere il cuore del suo annuncio: la misericordia di Dio, che "non si dà pace" finché non ritrova ciò che è perduto.

La prima parabola presenta un pastore che ha smarrito una sua pecora attraversando un luogo deserto. I pastori in medio oriente erano responsabili verso il loro padrone per ogni pecora del gregge.

La pecora ha perso il suo padrone, ha perso la comunione con il suo gregge e ha perso se stessa "nel deserto", in una terra ostile, che la espone al pericolo dei predatori.

I rabbini non negavano la possibilità per il peccatore di essere perdonato da Dio a seguito di un sincero ravvedimento, ma queste due parabole rimandano a una immagine di Dio che cerca egli per primo, con sollecitudine, l'uomo smarrito.

Dio non solo non vuole la morte del peccatore ma che si converta e viva, come afferma il profeta Ezechiele (Ez 33,11); egli lo cerca per primo.

Mentre i farisei e gli scribi mormorano sulla terra, Dio e gli angeli si rallegrano nei cieli per il peccatore ritrovato.

Dio si rallegra non solo quando si convertono le moltitudini ma anche quando si converte un singolo peccatore. Si rallegra più per un peccatore che si converte che per una intera chiesa di "giusti" o persone che si presumono tali.

Così Gesù offre l'esempio della dramma perduta. Quella moneta, il cui valore è pari a una giornata di lavoro, è simbolo della nostra anima, su di essa è impressa l'immagine di Dio, cui apparteniamo. Si è perduta tra la polvere e la sporcizia, ma la donna accende la lucerna e spazza con attenzione la casa, finché la trova e la ripone tra i propri beni. Cos'è una moneta nel tesoro immenso di Dio? Eppure egli non smette di cercare finché non l'ha ritrovata.

Il Signore ci guida con il suo vangelo per farsi trovare; spazza la casa, ripulendoci da ogni peccato e facendoci venire alla luce della grazia.

Preghiera

Signore, che non vuoi che alcuno si perda, concedici di essere trovati dalla tua misericordia, così da poter gioire con te nella gloria senza fine. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 3 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Nulla anteporre

Lettura

Luca 14,25-33

25 Siccome molta gente andava con lui, egli si voltò e disse: 26 «Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo. 27 Chi non porta la propria croce e non viene dietro di me, non può essere mio discepolo. 28 Chi di voi, volendo costruire una torre, non si siede prima a calcolarne la spesa, se ha i mezzi per portarla a compimento? 29 Per evitare che, se getta le fondamenta e non può finire il lavoro, tutti coloro che vedono comincino a deriderlo, dicendo: 30 Costui ha iniziato a costruire, ma non è stato capace di finire il lavoro. 31 Oppure quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? 32 Se no, mentre l'altro è ancora lontano, gli manda un'ambasceria per la pace. 33 Così chiunque di voi non rinunzia a tutti i suoi averi, non può essere mio discepolo.

Commento

L'obiettivo di Gesù non è di radunare folle adulanti ma di fare veri discepoli. Egli non adatta mai il suo messaggio ai desideri della maggioranza, ma espone chiaramente gli alti costi del discepolato. In questo passo evangelico Gesù pone due domande in forma di parabola volte a scoraggiare coloro che si donano a metà o che prendono superficialmente l'impegno da assumere.

«Nulla anteporre all'amore di Cristo» (Nihil amori Christi praeponere) ammonirà Benedetto da Norcia (Regola 4,21), riassumendo questo passo evangelico, in cui Gesù ci chiede di "relativizzare" gli stessi legami familiari.

L'odio menzionato da Gesù (v. 26) è un semitismo che sta per "amare meno". Il senso della frase è che per essere davvero suoi discepoli ogni cosa - compresa la nostra stessa vita - deve essere amata in lui, nella misura in cui non si oppone a lui. 

Il sacrificio che la sequela comporta trova il suo distintivo nella croce di Cristo, che ogni discepolo è chiamato a prendere su di sé. Poiché questa scelta è impegnativa per ciò che comporta, anche di eroico, le due brevi parabole esposte da Gesù invitano a un attento discernimento. Di qui il richiamo a "sedersi" (v. 28), avendo piena coscienza di dover portare a compimento l'impegno assunto. 

Ma è proprio quando ci mettiamo seduti e facciamo silenzio, quando le acque agitate della nostra anima si placano e siamo in grado di rispecchiarci in essa, è proprio in quel momento che siamo faccia a faccia con la nostra vulnerabilità e la nostra povertà di mezzi. Allora comprendiamo che solo la grazia di Dio può insegnarci a essere fedeli: «Sta' in silenzio davanti al Signore e spera in lui» (Sal 36,7).

Preghiera

Insegnaci, Signore, un amore ordinato e incondizionato; il tuo Spirito infonda coraggio ai nostri cuori e la tua grazia ci assista nella battaglia contro le potenze di questo mondo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 2 novembre 2021

Fermati 1 minuto. Afferràti per la vita eterna

Lettura

Giovanni 6,37-40

37 Tutto ciò che il Padre mi dà, verrà a me; colui che viene a me, non lo respingerò, 38 perché sono disceso dal cielo non per fare la mia volontà, ma la volontà di colui che mi ha mandato. 39 E questa è la volontà di colui che mi ha mandato, che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma lo risusciti nell'ultimo giorno. 40 Questa infatti è la volontà del Padre mio, che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; io lo risusciterò nell'ultimo giorno».

Meditazione

La preoccupazione di Gesù di non perdere nulla di quanto il Padre gli ha affidato (v. 39) ricorre frequentemente nel Vangelo di Giovanni: Gesù dona alle sue pecore la vita eterna e nessuno le rapirà dalla sua mano (Gv 10,27-28); ha custodito coloro che il Padre gli ha dato e nessuno è andato perduto tranne il "figlio della perdizione" (Gv 17,12); durante il suo arresto chiede alle guardie dei sommi sacerdoti e dei farisei di lasciare andare i suoi discepoli, affinché nessuno di coloro che il Padre gli ha dato vada perduto (Gv 18,9).

Il nostro desiderio di andare a Cristo è già pegno di salvezza: la sua parola garantisce che egli non respingerà coloro che vengono a lui (v. 39). La sua mano si stende attraverso le tenebre della morte e ci afferra per restituirci alla vita nella resurrezione. 

Coloro che vedono il Figlio di Dio (v. 40) non sono semplicemente coloro che guardano in senso fisico a Gesù; il verbo greco theoreo, infatti, rimanda alla visione interiore, capace di cogliere, mediante la fede, la natura messianica e divina di Gesù. Viene così enfatizzata la responsabilità umana nella salvezza.

Il riferimento all'ultimo giorno (v. 40) è tipicamente giovanneo: in questo passo compare per la prima volta, ma è ripetuto in tre versetti successivi (Gv 6,40.44.54) e sta a indicare la resurrezione e il giudizio finale.

L'ultimo giorno non è per il credente l'ultimo atto della propria parabola terrena, ma l'ingresso nella vita che è donata in abbondanza in Cristo (Gv 10,10), porta di salvezza.

Preghiera

Apri i nostri occhi, Signore, affinché possiamo scorgere oltre l'orizzonte della nostra esistenza terrena la luce della vita senza tramonto, che ci è donata in te. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

Memoria dei morti in Cristo

I credenti vivono il proprio pellegrinaggio terreno nella fede grazie al reciproco sostegno che si prestano in seno al popolo di Dio. In Cristo infatti tutti i fedeli, sia quelli ancora in vita sia quelli defunti, sono legati gli uni agli altri mediante una comunione di amore e di preghiera. È questo il fondamento più profondo dell'odierna memoria di tutti i morti in Cristo, posta non a caso il giorno successivo alla memoria della comunione di tutti i santi del cielo e della terra. I cristiani d'oriente e d'occidente hanno sempre ricordato nel corso della celebrazione eucaristica i fedeli già tornati al Padre. Gli orientali ricordano in modo particolare i defunti in alcuni giorni dell'anno.
In occidente, a partire dal 998, l'abate di Cluny Odilone istituì un ufficio liturgico per ricordare i fratelli della comunità che avevano già terminato il loro pellegrinaggio terreno. Grazie all'enorme influenza dei monaci cluniacensi, tale uso si estese fino a diventare prassi comune in tutta la chiesa latina. In alcune chiese della Riforma, però, la memoria dei morti in Cristo fu soppressa, a motivo del forte legame, sottolineato dai cattolici, di questa festa con la dottrina del purgatorio; ma con la riscoperta del significato originario essa è stata ricuperata in molte comunità protestanti.
Ricordando i defunti in Cristo ogni credente ravviva la speranza di una vita senza fine; Gesù infatti ha promesso a quanti rimangono nel suo amore che la morte non è l'ultima parola sulle loro esistenze, ma è il passaggio a una vita in pienezza, perché l'amore è più forte della morte e la carità non avrà mai fine.

Tracce di lettura

Discese agli inferi: questa confessione del Sabato santo sta a significare che Cristo ha oltrepassato la porta della solitudine, che è disceso nel fondo irraggiungibile e inaccostabile della nostra condizione di solitudine. Questo sta a significare però che anche nella notte estrema nella quale non penetra alcuna parola, si dà una voce che ci chiama, una mano che ci prende e ci conduce. La solitudine insuperabile dell'uomo è stata superata dal momento che Egli si è trovato in essa. L'inferno è stato vinto dal momento in cui l'amore è penetrato in esso e la terra della solitudine è stata abitata da lui. Nella sua profondità l'uomo non vive di pane, ma nell'autenticità del suo essere egli vive per il fatto che è amato e può amare. A partire dal momento in cui nello spazio della morte si dà la presenza dell'amore, allora nella morte penetra la vita: «Ai tuoi fedeli, Signore, la vita non è tolta, ma trasformata» canta la chiesa nella liturgia funebre.
(J. Ratzinger, Sulla settimana santa)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

lunedì 1 novembre 2021

Comunione dei Santi del Cielo e della terra

Anglicani, cattolici, luterani, maroniti, siro-cattolici e veterocattolici celebrano oggi la memoria liturgica di tutti i santi.

Le chiese antiche si resero conto ben presto che nessun martirologio era sufficiente a contenere il numero dei santi riconosciuti dalle varie comunità cristiane. Sorse così nel IV secolo la solennità odierna, dapprima nella chiesa siriaca, dove era chiamata festa di «tutti i martiri». Ad Antiochia essa veniva celebrata la domenica dopo Pentecoste a sottolineare il legame imprescindibile tra effusione dello Spirito dall'alto e testimonianza dei cristiani fino al martirio. I santi, cioè i morti per Cristo, con Cristo e in Cristo, sono viventi assieme a lui, sono una communio sanctorum; e poiché noi siamo membra del corpo di Cristo ed essi membra gloriose del corpo glorioso del Signore, la chiesa pellegrinante ricorda oggi la sua comunione con la chiesa celeste, assieme alla quale forma l'unico e totale corpo del Signore. Nel corso dei secoli le chiese bizantine hanno conservato la data antiochena della festa, mentre i latini colsero l'occasione di questa celebrazione per cristianizzare i templi e le feste pagane dedicati a «tutti gli dèi». Nel VII secolo a Roma essa fu dunque fissata il 13 maggio, giorno in cui il tempio romano del Pantheon divenne la chiesa di Santa Maria dei martiri. L'attuale data occidentale del 1° novembre è probabilmente di origine celtica, e fu imposta a tutto l'occidente nel 835 da papa Gregorio IV. Posta così nel tempo autunnale, a conclusione dei raccolti, la solennità di Tutti i santi chiede di contemplare la messe di tutti i sacrifici viventi offerti a Dio, la raccolta presso il Signore di tutti i frutti maturi, opera del suo amore tra gli uomini. Essa ricorda, contro ogni solitudine e isolamento nel cuore dell'uomo, che non siamo soli, ma siamo una comunione destinata a una vita senza fine.

Tracce di lettura

La festa di tutti i santi che noi oggi celebriamo è davvero un memoriale dell'autunno glorioso della Chiesa. È la festa contro la solitudine, contro ogni isolamento che sta nel cuore dell'uomo. Oggi noi dovremmo cantare: «Non siamo soli, siamo una comunione!». Oggi dovremmo rinnovare il canto pasquale perché, se a Pasqua contemplavamo il Cristo vivente per sempre alla destra del Padre, oggi, grazie alle energie di resurrezione sprigionate dalla Pasqua, noi contempliamo quelli che sono in Cristo alla destra del Padre: i santi. A Pasqua cantavamo che la vite era vivente, risorta; oggi la Chiesa ci fa cantare che i tralci hanno dato il loro frutto, che i tralci, mondati e potati dal Padre sulla vite che è Cristo, hanno portato una vendemmia abbondante e che questi grappoli, questi frutti della vite sono insieme un unico vino: quello del regno di Dio. Se non ci fossero i santi, se noi non credessimo alla comunione dei santi del cielo e della terra, saremmo chiusi in una solitudine disperata e disperante. (Un monaco della Chiesa d'occidente)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità Monastica di Bose

Preghiera (dal Book of Common Prayer anglicano)

Dio onnipotente, che hai congiunto i tuoi eletti in un'unica comunione nel Corpo mistico del tuo Figlio Cristo nostro Signore, concedici la grazia di seguire i tuoi Santi benedetti con una vita santa e virtuosa; affinché possiamo giungere a quella gioia indicibile che hai preparato per coloro che ti amano incondizionatamente. Per lo stesso Gesù Cristo nostro signore. Amen.