Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

domenica 7 luglio 2019

Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

La parabola della pecora smarrita è una delle più note e amate delle parabole evangeliche, e ha goduto anche di splendide rappresentazioni artistiche. L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva anche al mondo greco e romano, prima dell’avvento del cristianesimo, ed era considerata di buon auspicio per i defunti. È proprio l’evangelista Luca ad aggiungere al racconto il dettaglio del pastore che pone la pecora ritrovata sulle spalle, mentre Matteo, nel passo parallelo del suo Vangelo, parla semplicemente della pecora ritrovata.
L’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è però ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: “Poiché così dice il Signore, l'Eterno: «Ecco, io stesso andrò in cerca delle mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre». E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: “L’Eterno è il mio pastore…”.
L’episodio da cui prende spunto la parabola di oggi sembra ricollegarla in qualche modo alla parabola del gran convito, che troviamo nel capitolo precedente dello stesso vangelo di Luca e che viene letta nella liturgia della seconda domenica dopo la Trinità. Lì infatti, assistevamo al rifiuto, da parte dei “giusti”, di prendere parte alla gran cena organizzata da un uomo; ciascuno di essi aveva una scusa per rifiutare, cosicché chi ha organizzato la festa comanda ai suoi servi di andare agli incroci delle strade e invitare ciechi, storpi zoppi e, alla fine, essendoci ancora posto di costringere a partecipare al convito chiunque incontreranno. Come non vedere in questi ciechi, storpi e zoppi quegli stessi peccatori che nel racconto evangelico di oggi ascoltano ammirati la predicazione di Gesù? Coloro che faticano a camminare, coloro che si smarriscono per strada, coloro che portano su di sé i segni delle proprie cadute.
È proprio verso costoro che Dio mostra la propria sollecitudine, rompendo ogni logica umana. Laddove l’osservanza della legge religiosa diviene uno steccato in cui trincerarsi e autocompiacersi, il Signore mette la legge al servizio dell’uomo, ponendo come principio l’attenzione amorevole per chi è lontano. Ecco allora che Gesù non solo si mostra amichevole con i peccatori, ma addirittura mangia con essi. Nel mondo ebraico la condivisione del pasto implicava una piena comunione con i commensali; per tale ragione non era consentito sedersi a tavola con i pagani. Il modo di agire e di pensare di Gesù suscitò incomprensione e ostilità al suo tempo, ma destabilizza ancora oggi molti benpensanti. Anche il protagonista della parabola si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?
Dio non ragiona con mentalità economica, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo per l’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.
Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno per bastonarci, ma ci viene incontro, si affatica per cercarci e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica caricandoci sulle spalle. E ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.
Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro; perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma è una mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.


            Rev. Dr. Luca Vona



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