Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

domenica 25 gennaio 2026

Quando si è conclusa la Riforma protestante?

L'articolo When Did the Reformation End?, pubblicato su History Today (febbraio 2026, Vol. 76, n. 2), presenta un'analisi stimolante della questione più sfuggente della storia religiosa moderna: quando si può dire conclusa la Riforma? Quattro storici di primo piano—Alexandra Walsham, Diarmaid MacCulloch, Alex Ryrie e Bridget Heal—offrono prospettive diverse che scardinano le periodizzazioni tradizionali e rivelano la complessità di un movimento che sfida qualsiasi tentativo di confinarlo entro date precise.

Un verbo, non un sostantivo

Alexandra Walsham propone una rilettura fondamentale: la Riforma non fu un evento da archiviare, ma un impulso permanente. Dovremmo pensarla come un verbo transitivo piuttosto che come un sostantivo, un continuo sforzo di recuperare la purezza originaria della fede cristiana. Questa visione trova conferma nell'esperienza stessa di Lutero: sebbene avesse dato il via al movimento nel 1517, visse i suoi ultimi anni con crescente amarezza, vedendo le sue idee cristallizzarsi in strutture politiche e istituzionali che tradivano lo spirito iniziale. La speranza di un trionfo rapido prima del ritorno di Cristo svanì progressivamente.

Questa sensazione di incompiutezza pervase soprattutto l'Inghilterra, dove i puritani denunciavano una Chiesa "riformata solo a metà", e animò la minoranza cattolica che attendeva invano la fine di quello che considerava un incubo eretico. La Riforma, in questa prospettiva, diventa una tensione irrisolta piuttosto che una conquista definitiva.

Il 1700: dalla ricerca dell'uniformità al pluralismo religioso

Diarmaid MacCulloch individua intorno al 1700 un punto di svolta cruciale. Entro quella data era diventato inequivocabile il fallimento dell'obiettivo originario: creare un ordine cattolico purificato e uniforme nell'intera Chiesa latina occidentale. Al suo posto emerse un panorama frammentato caratterizzato da stati regionali che imponevano confessioni specifiche ai propri sudditi, ma anche da esperimenti di pluralismo di fatto come quello dei Paesi Bassi, dove la scelta individuale iniziò a erodere il principio dell'autorità confessionale imposta.

Verso il 1700, nuovi movimenti intellettuali cominciarono a mettere in discussione le istituzioni disciplinari ereditate dalla Riforma, aprendo interpretazioni inedite della Bibbia che avrebbero preparato il terreno al Risveglio Evangelico del XVIII secolo. In questo senso, la Riforma non finì ma si trasformò, assumendo forme e priorità diverse.

1525 o 1648? La violenza come spartiacque

Alex Ryrie propone una tesi provocatoria: la Riforma potrebbe essere finita già nel 1525, quando la feroce repressione della guerra dei contadini tedeschi distrusse ogni speranza di riconciliazione pacifica. Da quel momento, il movimento si trasformò in una partizione geografica imposta dalla forza militare e politica. Sebbene molti storici indichino la Pace di Vestfalia (1648) come termine convenzionale, Ryrie osserva che già nel 1562, con l'inizio delle guerre civili francesi, i processi dinamici di conversione si erano congelati in fazioni trincerate e irriducibili.

Questa prospettiva evidenzia come la violenza abbia tradito le aspirazioni spirituali originarie, trasformando un movimento di rinnovamento religioso in una serie di conflitti politici e territoriali.

Un inizio celebrato, una fine inesistente

Bridget Heal mette in luce un paradosso significativo: mentre la data d'inizio della Riforma (il 31 ottobre 1517) è celebrata universalmente—persino con gadget commemorativi moderni—non esiste un equivalente punto finale riconosciuto. Se l'obiettivo della Riforma era il rinnovamento spirituale continuo e la ricerca di un rapporto autentico con Dio, allora essa "non è ancora finita". Traguardi legali come la Pace di Augusta (1555) o teologici come la Formula di Concordia (1580) possono segnare tappe istituzionali, ma un movimento fondato sulla trasformazione interiore e sulla lotta perpetua contro il peccato è, per sua stessa natura, infinito.

Conclusioni: ripensare la Riforma

Gli storici concordano su un punto essenziale: la Riforma non può essere ridotta a un periodo storico chiuso tra date precise. Si tratta piuttosto di una trasformazione culturale, spirituale e politica di lunga durata, le cui conseguenze e priorità continuano a evolversi ben oltre i confini del XVI secolo. Che la si consideri conclusa nel sangue del 1525, nell'assestamento istituzionale del 1648, nella svolta del 1700 o mai veramente terminata, la Riforma resta un fenomeno che sfida le nostre categorie storiografiche tradizionali e ci invita a ripensare il rapporto tra storia degli eventi e storia delle mentalità.

- Rev. Dr. Luca Vona

Leggi l'articolo originale (lingua inglese)

Il ministero della felicità

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, guarda con misericordia le nostre infermità e in ogni nostro pericolo e necessità stendi la tua mano destra per aiutarci e difenderci. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 12,16-21; Gv 2,1-11

Commento

Il Vangelo di oggi ci presenta il primo miracolo pubblico di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Fin dai più antichi lezionari questo evento è collegato all’Epifania, ovvero alla manifestazione di Gesù come il Signore, insieme agli episodi della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei Magi e del battesimo al fiume Giordano. 

Giovanni utilizza la parola "segni" (gr. semèion) per indicare otto miracoli pubblici compiuti da Gesù per manifestare la propria autorità divina. È significativo che il primo di questi segni non sia una guarigione o una liberazione dai demòni, ma sia compiuto in occasione di un evento conviviale. 

La narrazione del miracolo a Cana dovrebbe portarci a riconsiderare il nostro rapporto, come credenti, con il mondo. Noi, come Gesù, non apparteniamo al mondo (Gv 17,16), ma il nostro atteggiamento verso di esso, con tutto ciò che lo caratterizza, compresa la nostra umanità, le nostre aspirazioni, la ricerca stessa del piacere, non può essere di puro disprezzo. 

Le Scritture condannano l'ubriachezza, ma non il consumo di vino (Sal 104,15; Prov 20,1; Ef 5,18). Ciò che è riprovevole è l'abuso, non l'uso. Il messaggio che ci comunica Gesù con questo primo miracolo è molto chiaro: l’uomo ha il pieno diritto di godere anche delle gioie di questa vita. 

La felicità, il piacere, nelle loro diverse espressioni, come l’arte, il buon cibo, la sessualità, diventano un peccato solo quando vengono assolutizzati a discapito di altri aspetti altrettanto importanti della vita; quando rompono l’armonia con l'ordine delle cose stabilito da Dio, l'equilibrio con l’altrettanto necessaria coltivazione dei propri doveri, verso la famiglia, il prossimo, se stessi.

Ponendo ogni cosa nella giusta gerarchia del regno di Dio, saremo liberi dalla schiavitù e regneremo con lui, fonte di ogni bene. Mentre cercheremo la sua gloria, realizzeremo uno dei più alti scopi della nostra vita; perché Dio ci vuole felici, e vuole che la nostra gioia sia piena (Gv 15,11).

- Rev. Dr. Luca Vona

venerdì 23 gennaio 2026

Menno Simons, i Mennoniti e gli Amish

Nel 1535, nella città tedesca di Münster, non lontana dai Paesi Bassi, veniva stroncato in un bagno di sangue il tragico tentativo di instaurare la Nuova Gerusalemme attraverso la forza. Esso era stato progettato dalle frange impazzite dell'anabattismo olandese, ed ebbe come conseguenza una crudele persecuzione di chiunque si dichiarasse anabattista. L'anabattismo sopravvisse però grazie all'intelligente opera di Menno Simons, il quale ricondusse alle radici evangeliche un movimento che aveva attirato moltissime persone semplici e desiderose soltanto di fare la volontà di Dio.
Simons era nato a Witmarsum, in Frisia, nel 1496 da una famiglia di contadini. Divenuto prete cattolico, egli fu colpito dalla sincera buona fede che riscontrava in molti suoi fedeli, attratti dalle diverse correnti della Riforma.
Attraversò una profonda crisi vocazionale che lo condusse ad abbandonare la chiesa di Roma. Convinto che seguire Cristo poteva significare solo accettare la propria croce, per venti anni predicò la parola di Dio e ricostituì un movimento anabattista liberato da deliri profetici ed escatologici e ricondotto al primato del vangelo. Simons si sforzò di operare una profonda conversione nella propria vita per adeguarla al messaggio evangelico che quotidianamente predicava.
Morì il 31 gennaio 1561. La data odierna è quella in cui è ricordato in alcune chiese evangeliche.


I mennoniti dopo la morte di Menno Simons

Dopo la morte di Simons, i mennoniti iniziarono a frammentarsi. I waterlanders, guidati da Hans de Ries, furono attivi nella guerra d’indipendenza olandese, pur mantenendo principi pacifisti sanciti nella loro Confessione di fede del 1577. Il governo olandese li trattò con tolleranza, concedendo esenzioni e privilegi.

Altri gruppi mennoniti si divisero ulteriormente e molti emigrarono verso est, fino in Russia, dove Caterina la Grande garantì loro libertà religiosa ed esenzione militare. Nel 1693, Jakob Amman fondò gli Amish, oggi presenti soprattutto negli Stati Uniti.

Nel XIX secolo, a causa della leva obbligatoria in Prussia e Russia, i mennoniti emigrarono in massa verso gli Stati Uniti, Canada e Sud America, dove si stabilirono e mantennero i loro principi di fede.

I mennoniti oggi

I mennoniti sono quindi principalmente concentrati in America: infatti, benché secondo le loro statistiche interne ci siano più di un milione di fedeli (tuttavia secondo altre statistiche sono solo 700.000) sparsi in 60 paesi del mondo, solo in Stati Uniti e Canada (secondo la Mennonite World Conference del 1996) ci sono 415.978 membri (altri danno un numero più contenuto di circa 200-250.000 fedeli nordamericani).

Giovani donne mennonite


Tracce di lettura

Quando si diffusero le notizie delle persecuzioni seguite alla tragedia di Münster, il sangue di questi uomini, sia pur sviati, ricadde sulla mia coscienza e ne ebbi dei rimorsi insopportabili. Ripensai alla mia vita impura, carnale, alla dottrina ipocrita e all'idolatria che professavo tutti i giorni sotto una parvenza di pietà, ma senza gioia. Vidi che quelle creature zelanti, pur essendo nell'errore, offrivano volentieri la loro vita e i loro beni per la loro dottrina e la loro fede.
Mentre riflettevo, la mia coscienza mi tormentava a tal punto che non potei più resistere. Mi dicevo: me misero, cosa sto facendo? Se continuo a vivere così e non conformo la mia vita alla parola di Dio; se non condanno apertamente con i miei deboli talenti l'ipocrisia, la falsificazione del battesimo, la cena del Signore snaturata dal culto che insegnano i dotti; se, per timore del mio corpo, non espongo ciò che ritengo essere il fondamento della verità e non concentro tutte le mie forze per condurre il gregge disperso - che farebbe volentieri il proprio dovere se lo conoscesse - verso i pascoli di Cristo, oh come il loro sangue, versato nella trasgressione, griderà contro di me nel giorno del giudizio!
(Menno Simons, Risposta a Gellius Faber)

Fermati 1 minuto. Plasmati secondo la sua volontà

Lettura

Marco 3,13-19

13 Salì poi sul monte, chiamò a sé quelli che egli volle ed essi andarono da lui. 14 Ne costituì Dodici che stessero con lui 15 e anche per mandarli a predicare e perché avessero il potere di scacciare i demòni.
16 Costituì dunque i Dodici: Simone, al quale impose il nome di Pietro; 17 poi Giacomo di Zebedèo e Giovanni fratello di Giacomo, ai quali diede il nome di Boanèrghes, cioè figli del tuono; 18 e Andrea, Filippo, Bartolomeo, Matteo, Tommaso, Giacomo di Alfeo, Taddeo, Simone il Cananèo 19 e Giuda Iscariota, quello che poi lo tradì.

Commento

Il monte è più volte associato nei Vangeli a momenti e atti solenni della missione di Gesù (il "discorso della montagna" e la proclamazione delle beatitudini; la moltiplicazione dei pani e dei pesci; la trasfigurazione). 

La scelta dei dodici apostoli da parte di Gesù è esercitata con piena sovranità e l'utilizzo del verbo greco ételen, che ci porta a tradurre il passo come "quelli che voleva", fa pensare a una scelta meditata. Gli uomini che sceglie sono persone comuni, pescatori, esattori delle tasse, sovversivi zeloti, peccatori riconciliati e anche colui che sarà il traditore. 

Secondo un esplicito atto della propria volontà Cristo forma un gruppo distinto di dodici uomini tra i suoi seguaci. Letteralmente Gesù "fa" i dodici, questo il significato del verbo greco epòiesen. La stessa espressione semitica è utilizzata nella Bibbia greca dei Settanta per indicare la scelta dei sacerdoti (1 Re 12,31; 13,33; 2 Cr 2,18). Quando Dio ci sceglie, il suo Spirito ci dona la capacità di diventare quello che la sua misericordia ha progettato; proprio come afferma il salmista: "Le tue mani mi hanno fatto e plasmato" (Sal 119,73). Eppure si tratta di un'azione di grazia che non fa violenza alla nostra volontà, non mortifica la nostra natura, né ci obbliga a diventare quello che egli vuole, come mostrerà la tragica vicenda di Giuda Iscariota. 

Il nuovo gruppo costituito da Gesù rappresenta le fondamenta della Chiesa. Insieme al compito principale di predicare, ai dodici è conferito il mandato di scacciare i demòni. 

Gli apostoli sono nominati in modo simile in tutti e tre i Vangeli sinottici. Pietro è sempre nominato per primo; questo nome, che significa "roccia" sostituisce il nome originario Simone e descrive il suo carattere e la sua attività, che sarà quella di confermare i fratelli nella fede, come pietra fondativa nella costruzione della Chiesa. 

Gli apostoli vengono presentati in tre gruppi di quattro. Il primo gruppo, Pietro, Andrea, Giacomo e Giovanni, tutti pescatori, è rappresentato nei Vangeli particolarmente vicino a Gesù. Giacomo e Giovanni sono definiti "figli del tuono" (boanèrghes in aramaico) probabilmente in riferimento alla loro fervente personalità o alla loro predicazione apocalittica. 

Ogni apostolo presenta una specifica identità; è la tessera di un mosaico, la cui bellezza risplende in se stessa, ma ancor di più se guardata nell'insieme della composizione.

Preghiera

Concedici, Signore, di essere nella costruzione della Chiesa una piccola pietra intagliata secondo la tua volontà. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 22 gennaio 2026

Una rinascita monastica in America? Il ruolo del monachesimo nell'era post-cristiana

In un dialogo che risuona con particolare urgenza nel nostro tempo, Padre Patrick Carter dell'Abbazia benedettina di Our Lady of Clear Creek in Oklahoma e un canonico regolare premostratense dell'Abbazia di St. Michael hanno esplorato insieme una domanda cruciale: quale ruolo può svolgere il monachesimo in un'America sempre più post-cristiana? Le loro vesti raccontano storie diverse — i Benedettini vestono di nero in segno di morte al mondo, i Premostratensi di bianco come simbolo di purezza e riforma — eppure entrambi incarnano una medesima vocazione: una vita interamente consacrata alla preghiera, alla liturgia e alla ricerca della santità.

Il monachesimo come custode e creatore di civiltà

La tesi centrale emersa dal dialogo sfida una visione riduttiva del monachesimo: i monasteri benedettini non si sono limitati a "salvare" l'Europa dalle tenebre medievali, ma l'hanno letteralmente plasmata, diventando il grembo da cui è nata la civiltà occidentale. Quando San Benedetto fondò Montecassino nel 529, il suo obiettivo non era quello di un archivista preoccupato di preservare manoscritti antichi, ma piuttosto quello di un padre spirituale intento a creare le condizioni per la santificazione personale e comunitaria.

Eppure, proprio mentre l'Impero Romano si sgretolava e le arti, le scienze e la cultura rischiavano di dissolversi nell'oblio, i monasteri divennero — quasi per conseguenza naturale — depositi di sapere, biblioteche viventi e centri di educazione. La stabilitas loci, il voto di stabilità che lega il monaco a un luogo specifico, creò le condizioni per una continuità culturale altrimenti impossibile. I monaci trascrissero e preservarono testi antichi, sia cristiani che pagani, non per puro collezionismo, ma perché necessari alla loro vita di preghiera e di studio. In questo senso, la cultura fu salvata come "effetto collaterale" della ricerca della santità.

Tra il VII secolo e il XXI: un parallelismo inquietante

Il parallelo tra il tramonto dell'Impero Romano e la nostra epoca postmoderna è tanto evidente quanto inquietante. San Benedetto si trovò ad affrontare un paganesimo ancora radicato nelle campagne e nelle menti; noi oggi ci confrontiamo con un "neopaganesimo" più sottile ma non meno pervasivo, caratterizzato dall'idolatria dell'io, dal culto della tecnologia e dalla dissoluzione del cristianesimo come realtà culturalmente condivisa.

Viviamo in un'epoca di abbondanza materiale senza precedenti, eppure sperimentiamo una povertà spirituale e intellettuale profonda. In questo deserto dell'anima, sempre più persone cercano punti di riferimento autentici, luoghi dove il sacro non sia museificato ma vissuto. I monasteri emergono così come "fari" spirituali, luoghi dove è ancora possibile entrare in contatto con una tradizione viva, dove il tempo non è quello frenetico della produttività ma quello ciclico della preghiera liturgica.

Il srimato dello Spirituale: liturgia e canto gregoriano

A differenza dei monasteri medievali, che preservavano tecniche artigianali e conoscenze agricole andate perdute, i monasteri contemporanei svolgono una funzione diversa ma non meno vitale: testimoniano il primato dello spirituale in una società che ha ridotto tutto a materia e utilità. Questo primato si manifesta in modo particolare attraverso la liturgia e il canto gregoriano.

Il canto gregoriano non è un mero ornamento estetico o un "sottofondo musicale" per turisti in cerca di atmosfere suggestive. È preghiera incarnata, un modo di pregare che trasforma chi lo pratica. Come notano i monaci, il canto crea nell'anima una pace e una profondità che la semplice recitazione non può raggiungere. Per l'uomo moderno, abituato al rumore e alla frammentazione dell'attenzione, imparare a cantare in coro rappresenta una sfida salutare: richiede disciplina, umiltà, capacità di ascolto. È una forma di preghiera insieme virile e contemplativa, che educa l'intero essere umano — corpo, mente e spirito.

L'effetto di irradiazione: oltre le mura del monastero

L'influenza di un monastero si estende ben oltre le sue mura di pietra. Come un fuoco che si propaga, attira a sé altre anime, altre vocazioni, altre famiglie. Il fenomeno che si sta verificando intorno all'Abbazia di Clear Creek in Oklahoma è emblematico: numerose famiglie hanno scelto di trasferirsi nelle vicinanze del monastero, desiderose di crescere i propri figli in un ambiente sano, lontano dall'alienazione urbana e più vicino alla natura, ai sacramenti e a una comunità autenticamente cattolica.

Si viene così a formare spontaneamente una sorta di "villaggio cattolico", una microcultura che offre un'alternativa concreta alla frammentazione della società moderna. Non si tratta di fuga dal mondo o di nostalgia, ma di costruzione paziente di qualcosa di nuovo — o meglio, di antico e sempre attuale. Queste comunità dimostrano che è possibile vivere diversamente, che esistono modi di organizzare l'esistenza che non ruotano intorno al consumo e alla carriera, ma intorno alla preghiera, alla famiglia e al bene comune.

La santità come risposta alla crisi

La crisi che attraversa la Chiesa è stata interpretata in mille modi: crisi di credibilità, crisi strutturale, crisi morale. Eppure, come osservano i due monaci, forse la diagnosi più profonda è anche la più semplice: la Chiesa soffre di una carenza di santi. E i santi non si producono con riforme burocratiche o aggiornamenti pastorali, ma attraverso una vita radicalmente orientata a Dio.

Il monachesimo e la vita canonicale offrono alla Chiesa un dono inestimabile: il frutto abbondante della vita sacramentale. Migliaia di messe celebrate nell'oscurità dell'alba, migliaia di confessioni ascoltate, migliaia di ore di preghiera corale — tutto questo santifica la Chiesa in modo invisibile ma reale, creando una riserva spirituale da cui l'intero Corpo mistico può attingere.

La santità, per sua natura, sfugge a ogni quantificazione. Non può essere misurata, pesata, inserita in un foglio di calcolo o in un rapporto trimestrale. Eppure rimane la realtà più feconda della Chiesa, l'unica che alla fine conta veramente. Un solo santo, come osservava Dostoevskij, può salvare un'intera nazione. Un monastero dove si vive autenticamente la Regola può rigenerare un'intera regione.

Conclusione: semi di rinascita

La speranza espressa da Padre Carter e dal suo confratello premostratense non è utopica ma concreta: che gli Stati Uniti possano conoscere, nei prossimi decenni e secoli, la stessa fioritura monastica che trasformò l'Europa medievale. Non per riprodurre archeologicamente il passato, ma per offrire alla cultura post-cristiana americana ciò di cui ha disperatamente bisogno: luoghi dove il tempo si dilata, dove il silenzio non è vuoto ma gravido di presenza, dove la vita è orientata verso ciò che veramente conta.

I monasteri non risolvono la crisi contemporanea con programmi o strategie, ma semplicemente esistendo, pregando, testimoniando che esiste un modo diverso di vivere. Sono come semi piantati nel terreno della cultura americana: alcuni germoglieranno presto, altri richiederanno decenni. Ma la storia del monachesimo insegna che questi semi, apparentemente fragili, possiedono una vitalità straordinaria. Dalle rovine di Montecassino, distrutto ripetutamente nel corso dei secoli, è sempre rinata la vita monastica. E forse, dalle rovine della cristianità occidentale, sta già rinascendo qualcosa di nuovo, qualcosa che i posteri riconosceranno come l'inizio di una nuova primavera.

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Lettura

Marco 3,7-12

7 Gesù intanto si ritirò presso il mare con i suoi discepoli e lo seguì molta folla dalla Galilea. 8 Dalla Giudea e da Gerusalemme e dall'Idumea e dalla Transgiordania e dalle parti di Tiro e Sidone una gran folla, sentendo ciò che faceva, si recò da lui. 9 Allora egli pregò i suoi discepoli che gli mettessero a disposizione una barca, a causa della folla, perché non lo schiacciassero. 10 Infatti ne aveva guariti molti, così che quanti avevano qualche male gli si gettavano addosso per toccarlo. 11 Gli spiriti immondi, quando lo vedevano, gli si gettavano ai piedi gridando: «Tu sei il Figlio di Dio!». 12 Ma egli li sgridava severamente perché non lo manifestassero.

Commento

Il ritirarsi di Gesù presso il lago di Gennesaret, che segna il confine con i territori pagani, indica la sua definitiva rottura con la sinagoga e l'apertura del suo messaggio a tutti i popoli. Le folle che lo seguono testimoniano la sua grande fama, nonostante l'ostilità dei farisei e degli erodiani. 

La folla è tale che rischia di schiacciare Gesù, le persone si gettano addosso a lui, come indica il verbo greco thlibo, il cui significato è stringere creando un senso di oppressione. Gesù "si difende" salendo su una barca. A volte anche chi ha fede costringe Dio dentro categorie che ne fanno quasi un "idolo", con una devozione che guarda solo alla ricerca del miracolo. 

Gesù ha pietà anche di queste folle di uomini "semplici" e afflitti. I mali da cui cercano la guarigione coloro che si gettano addosso a lui sono letteralmente "piaghe" (gr. mastigas), termine con il quale si indicavano diverse patologie, ma che può essere inteso anche con il significato di "correzione, castigo". Come le piaghe inviate agli egiziani e quelle descritte nel libro dell'Apocalisse, si tratta di mali inviati da Dio per sollecitare il ravvedimento. 

I demòni riconoscono l'identità di Gesù, ma pur temendola, non si sottomettono ad essa. Dio ci chiama a stabilire una relazione con lui, a crescere nella carità e non solo nella conoscenza intellettuale del suo mistero. Per quanto ricca possa essere la nostra cultura teologica non varrà a niente se l'ortoprassi non sarà all'altezza dell'ortodossia. 

Gesù riprende i demòni, intimandogli di non rivelare la sua identità; egli vuole essere accolto dagli uomini non per la testimonianza degli spiriti maligni ma per le proprie opere e per le proprie parole, che proclamano chiaramente chi egli è. Per questo ristabilisce una distanza dalle moltitudini; una distanza piena di sollecitudine, ma in grado di lasciare spazio a una considerazione più attenta e meditata, meno "istintiva", sulla sua persona.

Preghiera

Donaci, Signore, di cercarti con cuore puro; affinché possiamo accoglierti come colui che con le proprie piaghe è venuto a sanare le ferite prodotte in noi dal peccato. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona