COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO IL NATALE
Colletta
Dio Onnipotente, che hai effuso su di noi la luce nuova del tuo Verbo incarnato; concedici che la stessa luce accesa nei nostri cuori possa risplendere nelle nostre vite; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.
Letture
Is 61,1-3; Mt 2,19-23
Commento
Giuseppe, avvertito ancora una volta in sogno da un angelo, è esortato ad abbandonare l'Egitto e ritornare in patria, perché Erode, che aveva cercato di uccidere il bambino Gesù, è morto. Egli va ad abitare in una città chiamata Nazaret, "perché si adempisse ciò che era stato detto dai profeti".
In verità, non troviamo profezie specifiche in tal senso nell'Antico Testamento. Perciò questa associazione tra il nome della città e Gesù è spiegata in relazione al termine ebraico neser, "germoglio", in quanto Gesù è il germoglio spuntato dal tronco di Iesse (padre del re Davide), oppure in relazione alla parola nazir, "nazireo", colui che, come ad esempio Sansone, faceva un particolare voto al Signore, astenendosi dalle bevande inebrianti, non tagliandosi i capelli e seguendo altre regole di purità rituale. Gesù, tuttavia, beve vino e tocca i cadaveri per risuscitarli, pertanto tale associazione potrebbe essere intesa solo nei termini di una totale consacrazione al Padre.
Il ritorno di Giuseppe in Israele dimostra che nessun luogo può essere escluso dalla visita della grazia di Dio; Giuseppe viene raggiunto da essa in Egitto, Ezechiele a Babilonia e Giovanni a Patmos. Dio ci soccorre in terra straniera. Il mondo è il nostro luogo di schiavitù e di esilio, mentre il Cielo è la nostra Canaan, la nostra vera casa, il nostro riposo. Dobbiamo abbandonare prontamente il primo per incamminarci verso la seconda, appena la grazia di Dio ci chiama.
La realtà di questo esodo spirituale e colui che lo rende per noi possibile è ben descritta dal profeta Isaia. Il Servo del Signore, protagonista dell'ultima parte del suo libro, è l'ultimo dei profeti e il redentore di Israele che porta la libertà agli esuli in Babilonia. Nel Vangelo di Luca vediamo che Gesù ha applicato su di sé queste parole proprio nella sinagoga di Nazaret, all'inizio del suo ministero. Egli dice chiaramente "Oggi si è adempiuta questa Scrittura" (Lc 4,21).
Gesù è il consacrato tra i profeti, colui che ha ricevuto l'unzione e l'autorità dal Padre per condurre alla salvezza il genere umano mediante il suo ufficio regale. Egli fa giustizia dei nostri nemici: Satana, il peccato e la morte.
Il passo citato da Gesù si ferma dopo le parole "per proclamare l'anno di grazia del Signore"; il giorno in cui il mondo sarà giudicato e gli afflitti consolati, giungeranno infatti a compimento con il suo ritorno alla fine dei tempi. Quando verrà il giorno del suo giudizio i salvati saranno come "querce di giustizia", perché saldamente radicati nella fede.
29 Il giorno dopo, Giovanni vedendo Gesù venire verso di lui disse: «Ecco l'agnello di Dio, ecco colui che toglie il peccato del mondo! 30 Ecco colui del quale io dissi: Dopo di me viene un uomo che mi è passato avanti, perché era prima di me. 31 Io non lo conoscevo, ma sono venuto a battezzare con acqua perché egli fosse fatto conoscere a Israele». 32 Giovanni rese testimonianza dicendo: «Ho visto lo Spirito scendere come una colomba dal cielo e posarsi su di lui. 33 Io non lo conoscevo, ma chi mi ha inviato a battezzare con acqua mi aveva detto: L'uomo sul quale vedrai scendere e rimanere lo Spirito è colui che battezza in Spirito Santo. 34 E io ho visto e ho reso testimonianza che questi è il Figlio di Dio».
Commento
Nel battesimo di Gesù al Giordano, Giovanni Battista fa la sua presentazione di Gesù, ma è lo Spirito Santo che discende dal cielo a confermare la sua e la nostra fede. Il battesimo di penitenza amministrato da Giovanni si trasforma, per Gesù, in una grande teofania in cui Dio lo proclama suo Figlio.
Il titolo di "agnello di Dio" attribuito da Giovanni al Signore può avere diversi riferimenti: l'agnello apocalittico, che distruggerà il male presente nel mondo (Ap 5-7; 17,14); l'agnello pasquale, con cui è stato salvato Israele (Es 12); l'agnello immagine del servo sofferente che dà la sua vita per i peccati della comunità (Is 53,7.10). L'immagine dell'agnello riferita a Gesù esprime la sua pazienza nel soffrire, la sua innocenza e la forza redentrice del suo sacrificio.
L'agnello di Dio non ha tolto ma "toglie" - gr. ho airon - i peccati del mondo. Il verbo al congiuntivo indica non un singolo atto ma un azione continua. Il sacrificio della croce si rinnova nella liturgia celeste e con l'influsso della grazia nella vita del credente sulla terra.
Il "peccato del mondo" è la situazione in cui si trova l'intera umanità. In questo contesto la parola "mondo" indica l'umanità in generale e non il singolo individuo. Il sacrificio di Cristo raggiunge ogni essere umano, senza distinzione (1 Gv 2,2). Giovanni tuttavia, afferma chiaramente che l'efficacia del sacrificio di Gesù è per coloro che lo accolgono (Gv 1,11-12).
Per l'evangelista la preesistenza di Gesù è implicita, per questo il Battista afferma "era prima di me" (v. 30). La divinità di Gesù è espressa anche dal titolo "Figlio di Dio" attribuitogli da Giovanni Battista (v. 34) e che Gesù applicherà a se stesso. I giudei dimostreranno di comprenderne il significato come rivendicazione dell'uguaglianza con Dio (Gv 5,18).
Il battesimo amministrato da Giovanni è perché Gesù "fosse fatto conoscere a Israele" (v. 31); non è dunque un battesimo di perdono completo dei peccati, ma di preparazione alla rivelazione di colui che adempirà la volontà di salvezza dell'umanità da parte di Dio.
La colomba che discende e rimane su Gesù è simbolo dello Spirito Santo che attesta la sua messianicità; l'immagine rimanda anche alla pace ristabilita da Dio con l'uomo dopo il diluvio (Gen 8,8) mediante l'inaugurazione di una nuova creazione.
Poiché l'agnello di Dio ci comunica continuamente i benefici del suo sacrificio unico, perfetto e sufficiente per l'espiazione dei peccati del mondo intero, siamo chiamati a vivere il nostro battesimo ogni giorno, come realtà attuale nella nostra esistenza.
Preghiera
Signore Gesù Cristo, fa' che possiamo riconoscerti come nostro salvatore e che possiamo imitare la tua mitezza nei confronti degli uomini e la tua docilità nel compiere la volontà del Padre. Amen.
Nel calendario del patriarcato di Mosca si ricorda oggi Ioann di Kronstadt (1829-1908), presbitero tra i più amati nella storia della spiritualità russa.
Rimasto orfano di padre, il giovane Ioann riuscì con grandi sforzi a mantenere la propria famiglia e a pagarsi gli studi necessari per accedere al presbiterato. Malgrado la scarsissima preparazione culturale ricevuta nell'infanzia, fu ordinato prete a 26 anni, dopo essersi sposato con una giovane del suo paese.
Ioann fu un uomo capace di attingere con frutto alla spiritualità tradizionale, fondata sulla preghiera personale e sulla liturgia. Ancor oggi è possibile intuire la sua profonda vita spirituale, alimentata dall'ascolto liturgico della Scrittura e dalla lettura dei padri bizantini, grazie al Diario spirituale di cui egli stesso permise la pubblicazione. Dalle fonti tradizionali della fede Ioann trasse le energie per un instancabile impegno pastorale. Per 53 anni, egli servì in particolare i poveri ed esercitò, a tempo e fuori tempo, il proprio ministero di servo della Parola e della riconciliazione. Ormai conosciuto, amato e cercato da un numero impressionante di fedeli, Ioann morì la mattina del 20 dicembre 1908, nella cattedrale di Kronstadt gremita di fedeli, al termine di una liturgia nella quale aveva pregustato, come in tutta la sua vita, la partecipazione alla comunione dei santi del cielo e della terra.
Tracce di Lettura
Signore, accogli la mia preghiera unita alle lacrime per i miei figli spirituali, per tutti i cristiani che cercano di esserti graditi, e vedi in questa preghiera l'espressione della mia preoccupazione per la loro salvezza, il segno della mia dedizione pastorale.
Fa' che sia per loro la voce che li ridesta dal loro sonno, lo sguardo che scruta il loro cuore, la mano che guida il loro pellegrinaggio verso il Regno, che li rialza dalle cadute nell'incredulità, nella viltà, nello scoraggiamento.
Sii tu stesso, Signore, il pastore e il maestro del gregge che mi hai affidato; conducilo verso pascoli abbondanti.
Sii per loro, al mio posto, luce, occhi, labbra, mani, sapienza.
Ma sii soprattutto l'amore, di cui io, peccatore, sono così povero.
(Ioann di Kronstadt, Diario spirituale)
- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose
Basilio nacque a Cesarea di Cappadocia verso il 330, da una famiglia di profonda tradizione cristiana. Studiò a Cesarea, Costantinopoli e Atene, dove incontrò poeti e filosofi, storici e retori.
Tornato nella propria città nel 355, egli intraprese un lungo viaggio che gli permise di conoscere la vita monastica in Siria, Palestina, Egitto e Mesopotamia.
Ricevuto il battesimo, Basilio si sentì chiamato a un radicalismo evangelico che emergerà in ogni pagina dei suoi scritti. Ritiratosi nella solitudine di Annesi, dove fu raggiunto poco dopo da Gregorio di Nazianzo, egli visse un tempo di preghiera, di lavoro manuale, di studio della Scrittura e delle opere di Origene.
Uomo istruito da Dio attraverso la via maestra delle Scritture, Basilio radunò attorno a sé un numero sempre maggiore di compagni animati dal suo stesso e unico desiderio: adempiere il comandamento nuovo dell'amore.
Divenuto vescovo di Cesarea nel 370, egli spese tutte le sue forze per porsi al servizio della Parola di Dio, opponendosi a tutti coloro che ne offrivano interpretazioni riduttive, e promuovendo l'esercizio della carità, soprattutto nei confronti dei deboli e dei poveri.
Nelle chiese bizantine, egli è ricordato in particolare per la Divina liturgia che va sotto il suo nome, impiegata in occasione delle feste principali, e per le sue indicazioni fondamentali sulla vita monastica: il suo Asceticon, infatti, è alla base di tutte le regole e le riforme della vita cenobitica in oriente, ed è conosciuto e stimato in occidente grazie alla traduzione latina di Rufino di Aquileia cui potè attingere per scrivere la propria regola.
Basilio morì il 1° gennaio del 379, alle soglie del Concilio di Costantinopoli, che aveva sapientemente contribuito a preparare servendo l'unità e la comunione nella chiesa e tra le chiese, e contribuendo in modo decisivo assieme agli altri grandi padri della Cappadocia all'elaborazione della teologia ortodossa sullo Spirito santo e sulla Trinità, che è alla base del simbolo di fede comune a tutte le chiese cristiane.
Tracce di lettura
In che cosa, chi vive solo, darà prova di umiltà, se non ha nessuno di cui mostrarsi più umile? In che cosa darà prova di misericordia, se è separato dalla comunione con altri? E come potrà esercitarsi nella pazienza, se non c'è nessuno che si oppone alle sue volontà?
Se uno poi dicesse che basta apprendere la Scrittura per correggere i costumi, farebbe esattamente come uno che impara il mestiere del falegname e non fabbrica mai niente, come uno cui viene insegnato il mestiere del fabbro e non vuole mettere in pratica gli insegnamenti ricevuti.
Il Signore, nel suo immenso amore per gli uomini, non si è accontentato di un insegnamento fatto soltanto di parole, ma volendo donarci in modo preciso e chiaro l'esempio dell'umiltà nella perfezione dell'amore, si cinse i fianchi e lavò i piedi dei discepoli. Chi dunque laverai? Di chi ti prenderai cura? Di chi ti farai ultimo, tu che vivi solo con te stesso? Come si potrà realizzare, nella vita solitaria, la bellezza e la gioia dell'abitare insieme tra i fratelli, gioia che lo Spirito santo paragona al profumo che emana dalla testa del sommo sacerdote?
(Basilio di Cesarea, Regole diffuse 7,4)
- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose
3 Allora gli si avvicinarono alcuni farisei per metterlo alla prova e gli chiesero: «È lecito ad un uomo ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo?». 4 Ed egli rispose: «Non avete letto che il Creatore da principio li creò maschio e femmina e disse: 5 Per questo l'uomo lascerà suo padre e sua madre e si unirà a sua moglie e i due saranno una carne sola? 6 Così che non sono più due, ma una carne sola. Quello dunque che Dio ha congiunto, l'uomo non lo separi». 7 Gli obiettarono: «Perché allora Mosè ha ordinato di darle l'atto di ripudio e mandarla via?». 8 Rispose loro Gesù: «Per la durezza del vostro cuore Mosè vi ha permesso di ripudiare le vostre mogli, ma da principio non fu così. 9 Perciò io vi dico: Chiunque ripudia la propria moglie, se non in caso di concubinato, e ne sposa un'altra commette adulterio».
10 Gli dissero i discepoli: «Se questa è la condizione dell'uomo rispetto alla donna, non conviene sposarsi». 11 Egli rispose loro: «Non tutti possono capirlo, ma solo coloro ai quali è stato concesso. 12 Vi sono infatti eunuchi che sono nati così dal ventre della madre; ve ne sono alcuni che sono stati resi eunuchi dagli uomini, e vi sono altri che si sono fatti eunuchi per il regno dei cieli. Chi può capire, capisca».
Commento
La questione con la quale i farisei cercano di mettere alla prova Gesù era particolarmente spinosa al suo tempo. Vi erano infatti due grandi scuole rabbiniche, l'una piuttosto lassista, avrebbe messo in discussione l'autorità di Gesù come maestro di morale e prevedeva la possibilità del divorzio anche per motivi futili, ad esempio se la moglie non cucinava bene o se il marito si innamorava di un'altra donna; in questo senso va intesa l'espressione "ripudiare la propria moglie per qualsiasi motivo" (v. 3); l'altra scuola, rigorista, godeva di minore popolarità e avrebbe esposto Gesù a molte critiche, attirandogli forse anche l'odio di Erode.
Gesù va oltre l'interpretazione della legge mosaica, risalendo al principio della creazione e a quanto affermato nel libro della Genesi. Innanzitutto mette in evidenza la complementarietà dell'uomo con la donna, definendone la vocazione a "diventare una carne sola ". Tale unione è operata da Dio stesso e in ciò consiste la propria sacralità. La legge del ripudio stabilita da Dio tramite Mosè è dunque una concessione fatta da Dio a Israele per la sua durezza di cuore. Gesù ne restringe il perimetro di applicabilità al solo ambito della fornicazione, ovvero dell'adulterio. In questo caso, infatti, quell'unione è spezzata dall'adulterio stesso.
Gesù non risponde direttamente alla domanda se sia lecito dare alla propria moglie "l'atto di ripudio", che secondo la legge mosaica era una tutela per la donna, certificando che non era un'adultera e preservandola dalla condanna a morte. Secondo il ragionamento di Gesù l'uomo che sposa una donna che sia stata allontanata per qualsiasi causa che non sia l'adulterio commette egli stesso adulterio, poiché quella donna rimane sposa di un altro uomo.
Di fronte a una prospettiva come quella delineata in questo brano del Vangelo di Matteo i discepoli riconoscono che forse sarebbe meglio non sposarsi, piuttosto che rischiare un'unione con una donna fedele ma ragione di infelicità coniugale. Senza sminuire l'alto valore del matrimonio, che anzi viene tutelato dalle parole di Gesù contro un "divorzio facile", questi afferma che vi sono uomini chiamati da Dio stesso a una totale consacrazione per il regno dei cieli. Tali uomini anticipano sulla terra quella condizione che sarà propria dei risorti e che li rende simili agli angeli, i quali "non prendono moglie né marito" (Lc 20,34-36). Ma poiché si tratta di una chiamata particolare, da parte di Dio, è chiaro che non può essere imposta con un "obbligo del celibato" per l'esercizio del ministero apostolico o con l'esaltazione della castità a scapito della vocazione matrimoniale.
L'apostolo Paolo, che aveva scelto per sé il celibato, ne loda la proprietà di rendere maggiormente liberi per l'opera di evangelizzazione: "Chi non è sposato si dà pensiero delle cose del Signore, di come potrebbe piacere al Signore" (1 Cor 7,33). Tuttavia lo stesso Paolo ci offre una pagina meravigliosa sul matrimonio, inteso come unione tra Cristo e la sua chiesa: "Mariti, amate le vostre mogli, come anche Cristo ha amato la chiesa e ha dato se stesso per lei" (Ef 5,25). E nella lettera a Timoteo l'apostolo delle genti prevede che diaconi, presbiteri e vescovi (i cui termini sono utilizzati spesso in modo "intercambiabile" e non con una connotazione gerarchica) possano essere sposati, purché "irreprensibili" e "mariti di una sola moglie" (1 Tim 3,2). Paolo riconosce il diritto di prendere una moglie "sorella in fede, come fanno anche gli altri apostoli e i fratelli del Signore e Cefa" (1 Cor 9,5).
Ciascuno per Paolo "ha il proprio dono da Dio" (1 Cor 7,7). E poiché entrambi i doni, il celibato e l'unione matrimoniale, provengono da Dio, entrambi devono essere accolti dall'uomo con libertà e senso di responsabilità. Affrancati dalla legge, siamo chiamati all'esercizio della carità nel dono integrale di noi stessi, fedeli al nostro Sposo celeste.
Preghiera
Concedici, Signore, di riconoscere il tuo dono per noi e di farne buon uso, vivendo in santità e giustizia, non come servi sotto la legge, ma come credenti uniti a te in un vincolo sponsale. Amen.
Il primo gennaio la Chiesa celebra la solennità di Maria Santissima Madre di Dio, riconoscendo in Lei colei che ha generato il Verbo incarnato. Questo titolo, proclamato nel Concilio di Efeso (431), esprime il mistero dell'Incarnazione e l'incomparabile dignità della Vergine nella storia della salvezza.
L'inno Akathistos è uno dei più celebri e venerati canti che la Chiesa Ortodossa dedica alla Theotokos (Genitrice di Dio). Composto nel V secolo a Costantinopoli, rappresenta un vertice della poesia liturgica bizantina e rimane il modello insuperato di innumerevoli composizioni innografiche e litaniche, antiche e moderne.
Il nome "Akathistos" non è il titolo originario, ma una rubrica liturgica: a-kathistos in greco significa "non seduti", poiché la tradizione prescrive di cantarlo o recitarlo rimanendo in piedi, come durante la proclamazione del Vangelo, in segno di profonda riverenza verso la Madre di Dio.
Strutturato in 24 strofe che seguono l'alfabeto greco, l'inno intreccia contemplazione teologica e lode poetica, narrando i misteri della vita di Maria dalla Annunciazione alla maternità divina. Il suo ritornello "Rallégrati, o Sposa mai sposata!" risuona come un'acclamazione gioiosa che attraversa i secoli, celebrando il paradosso dell'Incarnazione e la bellezza della cooperazione umana al piano divino.
- INNO -
PARTE NARRATIVA
1. Il più eccelso degli Angeli fu mandato dal Cielo