Il Rev. Dr. Luca Vona
Un evangelico nel Deserto

Ministro della Christian Universalist Association

venerdì 20 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Non c'è digiuno senza condivisione

Lettura

Matteo 9,14-15

14 Allora gli si accostarono i discepoli di Giovanni e gli dissero: «Perché, mentre noi e i farisei digiuniamo, i tuoi discepoli non digiunano?». 15 E Gesù disse loro: «Possono forse gli invitati a nozze essere in lutto mentre lo sposo è con loro? Verranno però i giorni quando lo sposo sarà loro tolto e allora digiuneranno.

Commento

Alcuni discepoli di Giovanni insieme ai farisei sono protagonisti di una discussione sul digiuno con Gesù. Poco prima si erano rivolti ai suoi discepoli chiedendogli perché il loro maestro stava prendendo il pasto con pubblicani e peccatori. Adesso si rivolgono a Gesù stesso per riprenderli. Prima avevano cercato di mettere i discepoli contro il maestro, adesso il maestro contro i discepoli. Un modo di agire che non può certo venire dallo Spirito, e che tradisce piuttosto la tendenza a dividere e seminare discordia.

Gesù risponde facendo propria la stessa similitudine che aveva utilizzato Giovanni Battista, il quale si era definito "amico dello sposo" (Gv 3,29). Il digiuno è un segno di lutto e in quel momento di gioia in cui Gesù sta proclamando il regno dei cieli sarebbe inopportuno, proprio come sarebbe fuori luogo in occasione di un pranzo di nozze. Il digiuno è riferito al tempo in cui Gesù non sarà più con i discepoli, che è il tempo della chiesa. 

Gesù ha spiegato il modo in cui si deve digiunare nel suo discorso sul monte (Mt 6,16-18): privatamente, profumandosi la testa e lavandosi il volto, affinché solo il Padre che vede nel segreto possa dare la sua ricompensa. Tale pratica viene così interiorizzata e perde la connotazione legalistica che aveva assunto presso i farisei. Ma quali sono le nozze di cui parla Gesù definendosi "lo sposo"? Sono quelle tra il Salvatore e i peccatori. Matteo, il pubblicano convertito, lo ha compreso in prima persona, organizzando un banchetto per Gesù. 

Il profeta Isaia ci dice qual è il digiuno che Dio valuta di più: "Non consiste forse nel dividere il pane con l'affamato?" (Is 58,7). Cristo è colui che sazia la nostra fame di Dio, il nostro più profondo desiderio di amore, che il mondo con i suoi "cibi" non può soddisfare. Se digiuniamo in certi momenti non è per guadagnare meriti e rispettare dei precetti in maniera farisaica, ma per condividere con Dio e con il prossimo i nostri beni, il nostro affetto, il nostro tempo. 

Dicendo qualche "no" a noi stessi, come l'apostolo Paolo, trattiamo un po' duramente il nostro corpo e il nostro spirito, esercitandoci non come chi corre senza mèta (1Cor 9,24-27), ma ben sapendo che lo scopo di ogni pratica ascetica è di fare spazio a Dio e ai fratelli nel nostro cuore.

Preghiera

La nostra anima ha fame e sete di te Signore. Guarda la nostra povertà e vieni a visitarci con la tua grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 19 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Rinunciare a sé per trovare Dio

Lettura

Luca 9,22-25

22 «Il Figlio dell'uomo, disse, deve soffrire molto, essere riprovato dagli anziani, dai sommi sacerdoti e dagli scribi, esser messo a morte e risorgere il terzo giorno».
23 Poi, a tutti, diceva: «Se qualcuno vuol venire dietro a me, rinneghi se stesso, prenda la sua croce ogni giorno e mi segua.
24 Chi vorrà salvare la propria vita, la perderà, ma chi perderà la propria vita per me, la salverà. 25 Che giova all'uomo guadagnare il mondo intero, se poi si perde o rovina se stesso?

Commento

In quel "deve" (v. 22) con cui Gesù si riferisce alla sua passione è racchiuso il piano di salvezza di Dio per l'umanità che si attuerà con la sua morte e risurrezione. Gesù si rivolge "a tutti" (v. 23), con un invito universale a seguirlo, rinnegando se stessi, per trovare la propria vita in Dio. 

Il paradosso evangelico è proprio questo: nella misura in cui ci doniamo, la nostra esistenza si arricchisce di senso. Ogni giorno (v. 23) in cui moriamo a noi stessi per fare spazio allo Spirito che ci rinnova e ci rende strumenti della grazia è un giorno trascorso bene. 

Se non tutti siamo chiamati a testimoniare Cristo fino al martirio certamente nessuno può essere suo discepolo senza obbedire ai suoi comandamenti, mettersi al servizio del prossimo e testimoniare il suo nome al momento opportuno e inopportuno (2 Tim 4,2). Solo così potremo dire con Gesù "Per questo mi ama il Padre; perché io depongo la mia vita per riprenderla poi" (Gv 10,17). 

Il mondo va in direzione completamente opposta: ci spinge a un desiderio bulimico di appropriazione e prevericazione che non sazia mai i nostri bisogni più profondi. Ma Gesù non ci mette in croce contro la nostra volontà, fa appello alla nostra libertà: "Se qualcuno vuol venire dietro a me..." (v. 23) 

La meta finale è la risurrezione; la croce diventa allora da strumento di supplizio via di accesso a un'umanità trasfigurata, che ha riconquistato l'immagine e somiglianza con Dio.

Preghiera

Donaci, Signore, il coraggio di metterci generosamente al servizio tuo e del nostro prossimo; affinché rinunciando a noi stessi possiamo trovare te, che sei l'autore di ogni bene. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

mercoledì 18 febbraio 2026

Il Beato Angelico. Dipingere la bellezza del vangelo

Nel 1455 si spegne, nel convento romano di Santa Maria sopra Minerva, fra' Giovanni di San Domenico, religioso domenicano passato alla storia come il Beato Angelico. Fra' Giovanni, che prima di entrare dai frati domenicani si chiamava Guido di Piero, era nato verso la fine del XIV secolo nei pressi di Firenze, in una famiglia poverissima. Entrato molto giovane nella Compagnia di San Niccolò, una confraternita fiorentina, il giovane Guido si era presto segnalato per le precoci e straordinarie doti di pittore. Stimato dai contemporanei per la dolcezza e la semplicità, Guido avvertì il bisogno di contribuire con tutta la sua vita al rinnovamento evangelico nella chiesa del suo tempo. Egli entrò così nel convento domenicano di Fiesole, appartenente all'ala riformatrice dell'Ordine, e prestò il suo servizio di predicatore discreto e silenzioso, di teologo e di poeta. Ma fu soprattutto grazie ai suoi dipinti che il Beato Angelico seppe realizzare l'armonia tra la nascente arte rinascimentale e la purezza di cuore di un vero cercatore di Dio. Frate domenicano, cercò di saldare i nuovi principi pittorici, come la costruzione prospettica e l'attenzione alla figura umana, con i vecchi valori medievali, quali la funzione didattica dell'arte e il valore mistico della luce.
Come ebbe a dire Michelangelo, fu la sua opera a fargli «meritare il cielo, per poter contemplare tutta la bellezza da lui raffigurata sulla terra». Dal 1438 fra' Giovanni si stabilì nel convento fiorentino di San Marco, di cui sarà più tardi nominato priore, assieme a tre confratelli pittori. In esso l'Angelico e i suoi compagni ci hanno lasciato una delle espressioni più pure e sobrie dell'arte religiosa rinascimentale.
Chiamato a Roma dai primi papi umanisti, fra' Giovanni morì nel convento del Maestro generale dell'Ordine. Del suo sepolcro marmoreo, un onore eccezionale per un artista a quel tempo, è ancora oggi visibile la lastra tombale, vicino all'altare maggiore.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Quale mèta rincorriamo?

Lettura

Matteo 6,19-23

19 Non accumulatevi tesori sulla terra, dove tignola e ruggine consumano e dove ladri scassinano e rubano; 20 accumulatevi invece tesori nel cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove ladri non scassinano e non rubano. 21 Perché là dov'è il tuo tesoro, sarà anche il tuo cuore.
22 La lucerna del corpo è l'occhio; se dunque il tuo occhio è chiaro, tutto il tuo corpo sarà nella luce; 23 ma se il tuo occhio è malato, tutto il tuo corpo sarà tenebroso. Se dunque la luce che è in te è tenebra, quanto grande sarà la tenebra!

Commento

L'accumulo di tesori "in cielo" (v. 20) ha a che fare con l'utilizzo dei beni terreni guidati da spirito di carità e condivisione.

Agire rettamente nell'amministrare i beni terreni significa praticare l'elemosina, digiunare e vivere con sobrietà confidando in Dio nella preghiera, come raccomandato da Gesù (Mt 6,1-18).
Se la manna stessa, cibo disceso dal cielo, messa in serbo per il giorno successivo "fece i vermi e si imputridì" (Es 16,20), il cristiano nel suo esodo verso la vita eterna non deve preoccuparsi di accumuare ricchezze. Anche le grazie spirituali che riceviamo da Dio non devono portarci a confidare su una "scorta di meriti", perché quotidianamente dobbiamo alimentare la nostra fede, rendendola efficace nella carità.

Gli uomini pongono il proprio cuore là dove è il loro tesoro (Mt 6,19-21) e allo stesso modo fissano i loro occhi in ciò che desiderano di più (vv. 22-23). Un occhio puro ama posarsi sui beni celesti e rende limpido il nostro intero essere. Un desiderio disordinato dei beni terreni è rappresentato da Gesù con l'analogia dell'occhio malvagio, nel quale non può entrare alcuna luce e che farà giacere tutto l'uomo nelle tenebre.

La luce che è tenebra (v. 23) è da intendersi come espressione di una religiosità esteriore, ipocrita: una  mosca morta rovina l'olio del profumiere (Eccl 10,1). Per questo l'occhio malvagio rappresenta anche la cattiva intenzione nelle azioni dell'uomo, per malizia o per colpevole ignoranza.

Tutte le realtà terrene sono caratterizzate dall'impermanenza e dall'incapacità di colmare il desiderio di bene presente nel cuore dell'uomo, il quale trasformandole in idoli non potrà che andare incontro alla delusione.

Gesù ci chiama a fare chiarezza su quale mèta stiamo rincorrendo, qual è il fine che abbiamo scelto per la nostra vita, ciò che la riempie di senso, invitando la nostra anima a scegliere "la parte migliore, che non le sarà tolta" (Lc 10,42).

Preghiera

Donaci, Signore, la saggezza di scegliere la via del vangelo, per rendere la nostra fede operosa e far fruttare i doni del tuo Spirito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 17 febbraio 2026

Janani Luwum e i martiri dell'Uganda. Il coraggio della parola

Janani Luwum nacque nel 1922 ad Acholi, in Uganda. Figlio della prima generazione di cristiani ugandesi, convertiti dai missionari britannici, da ragazzo aveva fatto, come tutti i suoi fratelli, il pastore delle pecore e delle capre che appartenevano alla sua famiglia di contadini.
Il giovane Janani, tuttavia, mostrò una tale propensione all'apprendimento che gli fu offerta la possibilità di studiare e di diventare insegnante. A 26 anni divenne cristiano, e nel 1956 fu ordinato presbitero della locale chiesa anglicana. Eletto vescovo dell'Uganda settentrionale nel 1969, fu nominato arcivescovo dell'Uganda cinque anni più tardi, quando già infuriava il regime dittatoriale del generale Idi Amin. Luwum cominciò a esporsi pubblicamente, contestando la brutalità della dittatura e facendosi portavoce del malcontento dei cristiani ugandesi e di larghe fasce della popolazione.
Nel 1977, di fronte al moltiplicarsi delle stragi di stato, l'opposizione dei vescovi si fece palese e vibrante. Il 17 febbraio, pochi giorni dopo che Idi Amin aveva ricevuto una dura lettera di protesta firmata da tutti i vescovi anglicani, il regime annunciò che Luwum era stato trovato morto in un incidente d'auto assieme a due ministri del governo ugandese. Alla moglie che insisteva perché non si recasse all'incontro con il dittatore, Luwum aveva detto, poche ore prima di morire: «Sono l'arcivescovo, non posso fuggire. Che io possa vedere in quanto mi accade la mano del Signore».

Tracce di lettura

Un dottore, che aveva visto i corpi delle tre vittime durante il cambio della guardia, confermò che tutti e tre erano stati uccisi. Poi emersero alcuni dettagli sulle ultime ore dell'arcivescovo. Egli era stato preso dal centro di ricerca dello Stato, spogliato e spinto in una grande cella piena di prigionieri condannati a morte. Lo riconobbero, e uno di loro gli chiese la benedizione. Poi i soldati gli restituirono la veste e il crocifisso. Quindi tornò in cella, pregò con i prigionieri e li benedisse. Una grande pace e una grande calma scese su tutti loro, come testimoniò un sopravvissuto. Si dice anche che cercassero di fargli firmare una confessione. Altri hanno testimoniato che egli pregava a voce alta per i suoi carcerieri quando venne ucciso. (Dal racconto di un testimoni)

- Dal Martirologio ecumenico della comunità monastica di Bose

I sette fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria

La Chiesa cattolica d'Occidente celebra oggi la memoria dei sette santi fondatori dell'ordine dei Servi di Maria (Frati Serviti). Fiorentini, mercanti di lana, ricchi, i sette santi fondatori dell'Ordine dei Servi di Maria erano nati verso la fine del XII e l'inizio del XIII secolo. Amici fra di loro e appartenenti a un gruppo laico di fedeli che erano particolarmente devoti alla Vergine e che si dedicavano al servizio dei poveri e dei malati, probabilmente verso il 1240 cominciarono a vivere insieme, poco fuori Firenze, nella povertà e nella preghiera, nel desiderio di vivere una vita di penitenza.
Adottarono in seguito la regola di Agostino e, alla ricerca di maggior solitudine, si stabilirono sul monte Senario. Qui la comunità penitenziale divenne ufficialmente l'Ordine dei Servi di Maria, un ordine ispirato al genere di vita narrato nei sommari degli Atti degli Apostoli (cf. At 2,42-47; 4,32-35), con un impegno di radicale povertà, di preghiera e di lavoro. Fra i sette santi i più noti sono Bonfiglio Monaldo, primo priore di Monte Senario, e Alessio Falconieri che morì il 17 febbraio 1310, più che centenario, e fu testimone della costituzione definitiva dell'Ordine dei Servi, avvenuta nel 1304.

Tracce di lettura

Si erano abbassati nell'umiltà: come persone forti tenevano la radice dell'amore nell'impegno che si erano preposto, così che potevano dire con David: «Ti amo, Signore, mia forza». Venivano sollevati dalla speranza delle cose eterne: come persone più forti alzavano nel momento della prova il vessillo della carità, così che potevano esclamare con Giobbe: «Anche se il mio Creatore mi ucciderà, spererò in lui». E infine furono consumati dalla carità: come persone fortissime toccavano l'apice dell'amore, contenti addirittura di essere flagellati: grandissima gioia provavano a soffrire per Cristo.
(Leggenda sull'origine dell'Ordine 39)

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. L'unico pane che basta a saziarci

Lettura

Marco 8,14-21

14 Ma i discepoli avevano dimenticato di prendere dei pani e non avevano con sé sulla barca che un pane solo. 15 Allora egli li ammoniva dicendo: «Fate attenzione, guardatevi dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode!». 16 E quelli dicevano fra loro: «Non abbiamo pane». 17 Ma Gesù, accortosi di questo, disse loro: «Perché discutete che non avete pane? Non intendete e non capite ancora? Avete il cuore indurito? 18 Avete occhi e non vedete, avete orecchi e non udite? E non vi ricordate, 19 quando ho spezzato i cinque pani per i cinquemila, quante ceste colme di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Dodici». 20 «E quando ho spezzato i sette pani per i quattromila, quante sporte piene di pezzi avete portato via?». Gli dissero: «Sette». 21 E disse loro: «Non capite ancora?».

Commento

Gesù è salito in barca con i suoi discepoli per dirigersi da Dalmanùta verso Betsaida. Ha appena discusso con i farisei, i quali gli chiedevano un segno dal cielo. I discepoli si sono imbarcati dimenticando di fare provviste e hanno con se un pane solo. Gesù, che forse sta ancora pensando a quanto accaduto, li esorta a guardarsi "dal lievito dei farisei e dal lievito di Erode" (v. 15). 

I discepoli iniziano a discutere fra loro per il fatto di non avere pane. Il verbo greco dielogízonto indica una vera e propria disputa. Probabilmente iniziano a darsi la colpa l'un l'altro. 

Nella Bibbia il simbolo del lievito è usato sia per indicare gli influssi positivi (Mt 13,33) che, più frequentemente, quelli negativi. Il "lievito" dei farisei comprende i loro falsi insegnamenti e il loro comportamento ipocrita. Il "lievito" di Erode Antipa rappresenta la sua condotta immorale. Farisei ed erodiani, sebbene contrapposti a livello ideologico, erano uniti dal sentimento di avversione nei confronti di Gesù. 

Le cinque domande rivolte da Gesù ai discepoli sono un ammonimento per non avere compreso il senso delle sue parole preoccupandosi degli aspetti materiali, per i quali egli può senz'altro provvedere. I discepoli ricordano bene il miracolo dei cinque pani moltiplicati per i cinquemila e quello dei sette pani moltiplicati per i quattromila, ma non ne hanno compreso il significato. Forse dubitano che un altro miracolo possa compiersi avendo un solo pane. Vorrebbero "una scorta" di pani per sentirsi tranquilli e dimenticano la raccomandazione di Gesù di viaggiare senza borsa né bisaccia (Lc 10,4). 

I discepoli si lamentano di avere un solo pane ma non si accorgono di avere con sé Gesù, il pane vivo disceso dal cielo (Gv 6,51), che sazia la nostra fame di senso e di felicità. 

Dobbiamo guardarci affinché le nostre preoccupazioni presenti non ci facciano dimenticare i benefici ricevuti da Dio, la sua sollecitudine verso le nostre necessità corporali e spirituali; al contempo dobbiamo farci noi stessi pane, come Gesù, per il nostro prossimo, supplendo alle sue necessità. 

La presenza vivificante del lievito buono dello Spirito non ci scivoli addosso nelle nostre giornate, ma penetri nel profondo del cuore e ci trovi consapevoli dell'azione della grazia: "Benedici il Signore, anima mia, non dimenticare tanti suoi benefici" (Sal 102,2). 

Preghiera

Moltiplica in noi la tua grazia Signore, affinché possiamo crescere nella comunione con te e nella condivisione dei tuoi beni con il nostro prossimo. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 15 febbraio 2026

Condividere la natura di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI QUINQUAGESIMA
O DOMENICA PRIMA DELL'INIZIO DELLA QUARESIMA

Colletta

O Signore, che ci hai insegnato che tutte le cose, senza la carità non valgono nulla; manda il tuo Santo Spirito e infondi nei nostri cuori il dono eccellente dell'amore, vero vincolo di pace e fonte di ogni virtù, senza il quale, chiunque vive è considerato morto ai tuoi occhi. Concedici questo per la grazia del tuo unico Figlio Gesù Cristo. Amen.

Letture

1 Cor 13,1-13; Lc 18,31-42

Commento

Sul finire del periodo che separa l'Epifania dalla Quaresima la lettura del Vangelo di oggi ci conduce all'annuncio da parte di Gesù del suo destino terreno, che si compirà nella sua passione e morte. Per preparare i discepoli a questo evento traumatico ed evitare che ne restino scandalizzati il Signore gli rivela che le profezie degli antichi profeti dovranno adempiersi in lui e che, dunque, quella catastrofe imminente, rientra nel piano salvifico di Dio. 

Proprio perché nulla dovrà più restare nascosto Gesù compie il miracolo della guarigione del cieco Bartimeo, non impedendogli di testimoniare quanto accaduto. Nessuna cautela, infatti, è più necessaria, poiché l'odio dei nemici di Cristo è giunto ormai al suo culmine e, approssimandosi il suo sacrificio, egli deve farsi riconoscere da tutti come il Messia atteso da Israele. 

La ferma fede di Bartimeo e la sua preghiera insistente si elevano al di sopra del fragore della folla, giungendo fino alle orecchie del Salvatore. Bartimeo vede esaudita la propria preghiera per la sua fede incrollabile, che ignora coloro che gli intimano di tacere. È la stessa insistenza con cui Gesù ci invita a pregare nel Vangelo di Luca, nella parabola dell'amico importuno (Lc 11,5-8). 

Bartimeo è un esempio della gratitudine con cui siamo chiamati a rispondere alla misericordia di Dio: non appena guarito, egli getta via la sua veste e inizia a seguire Gesù. All'amore di Dio si risponde con la conversione e il discepolato. Ritrovare la vista e continuare a vestire i panni di un cieco, restando nel proprio giaciglio, non avrebbe alcun senso. 

Cristo, luce del mondo, apre i nostri occhi alle meraviglie della carità di Dio, della quale dobbiamo farci imitatori, come esorta l'apostolo Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi. Lungi dall'essere una mera forma di elemosina, magari un modo per alleggerirci la coscienza donando il superfluo, la carità è l'amore disinteressato, che dona senza chiedere nulla in cambio e senza ricercare secondi fini. 

Paolo presenta la carità come virtù superiore alla fede che opera miracoli e sposta i monti, superiore a ogni altro dono che possiamo possedere. Senza di essa non siamo nulla. Perché quando tutte le cose passeranno resterà solo ciò che siamo, non ciò che abbiamo. E agli occhi di Dio, che è amore, non siamo nulla se siamo privi di amore. 

Non ci inganni il giudizio degli uomini, che possono lodarci per quel che abbiamo: scienza, eloquenza, beni materiali. Dio guarda a ciò che siamo. Paolo considera la carità, insieme e al di sopra della fede e della speranza, come una virtù permanente, che oltrepassa la nostra vita terrena: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore» (1 Cor 13,13). La carità è la virtù più grande perché ci rende partecipi della natura stessa di Dio.

- Rev. Dr. Luca Vona

sabato 14 febbraio 2026

Cirillo e Metodio. Tutte le lingue lodino il Signore

Fratelli originari di Tessalonica, Cirillo e Metodio abbracciarono la vita monastica in un monastero della Bitinia.
Nell'862 furono inviati dal patriarca di Costantinopoli a evangelizzare la Moravia e la Pannonia. Essi iniziarono la loro opera traducendo il vangelo e la liturgia in lingua slava e utilizzando, per scriverli, un alfabeto a 38 lettere inventato da Cirillo.
Il papa Adriano II li chiamò allora a Roma, approvò la loro opera di predicazione e nominò Metodio arcivescovo di Moldavia e Pannonia.
Cirillo morì a Roma il 14 febbraio dell'869. Metodio continuò il suo apostolato, subendo la forte pressione delle popolazioni germaniche che cercavano di estendere il loro dominio sui territori orientali e che si opponevano all'uso dello slavo nella liturgia, ma non si scoraggiò mai, anche se dovette, a un certo momento, esercitare il suo apostolato quasi di nascosto.
Egli morì nell'885. Nel 1976 il corpo di Cirillo, sepolto a Roma, è stato restituito alla sua città natale, Tessalonica, e nel 1980 Cirillo e Metodio sono stati proclamati dalla chiesa cattolica patroni d'Europa, insieme a Benedetto da Norcia.

Tracce di lettura

A Venezia, si radunarono contro Cirillo vescovi e preti e monaci, e dicevano: «Noi non conosciamo che tre lingue nelle quali è lecito lodare Dio: l'ebraico, il greco e il latino». Ma egli rispose: «Non vi vergognate di fissare tre sole lingue, decidendo che tutti gli altri popoli e stirpi restino ciechi e sordi?
Ringrazio Dio di parlare più lingue di voi tutti, ma in chiesa preferisco pronunciare cinque parole che esprimono ciò che penso, in modo da istruire anche gli altri, piuttosto che diecimila in una lingua per loro sconosciuta. Fratelli, ogni lingua deve poter confessare che Gesù Cristo è Signore, a gloria di Dio Padre». (Vita di Cirillo 16)

Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Una Chiesa missionaria e con un bagaglio leggero

Lettura

Luca 10,1-9

1 Dopo questi fatti il Signore designò altri settantadue discepoli e li inviò a due a due avanti a sé in ogni città e luogo dove stava per recarsi. 2 Diceva loro: «La messe è molta, ma gli operai sono pochi. Pregate dunque il padrone della messe perché mandi operai per la sua messe. 3 Andate: ecco io vi mando come agnelli in mezzo a lupi; 4 non portate borsa, né bisaccia, né sandali e non salutate nessuno lungo la strada. 5 In qualunque casa entriate, prima dite: Pace a questa casa. 6 Se vi sarà un figlio della pace, la vostra pace scenderà su di lui, altrimenti ritornerà su di voi. 7 Restate in quella casa, mangiando e bevendo di quello che hanno, perché l'operaio è degno della sua mercede. Non passate di casa in casa. 8 Quando entrerete in una città e vi accoglieranno, mangiate quello che vi sarà messo dinanzi, 9 curate i malati che vi si trovano, e dite loro: Si è avvicinato a voi il regno di Dio.

Commento

L'invito di Gesù a pregare affinché Dio mandi operai nella sua messe (v. 2) sta a indicare che Dio solo è qualificato a conferire questo mandato, proprio come nella sua veste regale e messianica Gesù lo conferisce ai settantadue inviati. In alcuni manoscritti il numero dei discepoli è di settanta, forse a indicare i settanta anziani nominati da Mosè. 

L'immagine degli agnelli in mezzo ai lupi si riferisce all'ostilità e ai pericoli che i discepoli troveranno durante la loro missione. Viaggiando in coppia potranno sostenersi l'un l'altro. Data l'urgenza del compito e l'impegno richiesto ai missionari, l'invito è di evitare di perdersi dietro i beni materiali e le formalità dei saluti "lungo la strada" (v. 4). Nella cultura del tempo il saluto di una persona prevedeva un elaborato cerimoniale, con molte formalità, come la condivisione di un pasto o una lunga sosta. Il discepolo deve evitare l'attaccamento alle cose e agli intrattenimenti terreni, dando sempre la priorità all'attività di missionaria. 

Le parole di Gesù sono pervase di un senso escatologico, attestando la scarsità del tempo a disposizione. Coloro che portano l'annuncio di salvezza viaggiano con passo spedito. I discepoli dovranno entrare nelle case (v. 5) e non  predicare nelle sinagoghe. Il messaggio che portano non è rinchiuso negli steccati della religiosità formalizzata e sedentaria del giudaismo farisaico. La Chiesa di Cristo, come attestano anche gli Atti degli apostoli (cfr. At 20,42; 5,20) muove i suoi primi passi come assemblea profetica e domestica. Il vangelo entra nella vita quotidiana e familiare di coloro che lo ricevono, i "figli della pace" (v. 6). 

Il comando ai discepoli di mangiare quello che sarà loro messo davanti indica che è abrogata ogni distinzione tra cibi puri e impuri. Condividere il pasto è nel mondo antico un'espressione di intima amicizia. Cibandosi di quel che gli sarà offerto il vero discepolo "si fa tutto a tutti" proprio come testimonierà successivamente l'apostolo Paolo: "mi sono fatto greco con i greci, giudeo con i giudei, mi sono adattato a tutte le situazioni, per salvare ad ogni costo qualcuno" (1 Cor 9,19-22). 

Senza il timore di scontrarsi con le forze contrarie del mondo, il messaggio evangelico è capace di adattarsi, "mettendosi a tavola" con l'uomo di ogni luogo e di ogni tempo.

Preghiera

Ti preghiamo Signore, di suscitare nella tua Chiesa operai volenterosi, per portare la benedizione del tuo messaggio di salvezza ad ogni uomo. Amen.

- Rev Dr. Luca Vona

giovedì 12 febbraio 2026

Fermati 1 minuto. Briciole preziose

Lettura

Marco 7,24-30

24 Poi Gesù partì di là e se ne andò verso la regione di Tiro. Entrò in una casa e non voleva farlo sapere a nessuno; ma non poté restare nascosto, 25 anzi subito, una donna la cui bambina aveva uno spirito immondo, avendo udito parlare di lui, venne e gli si gettò ai piedi. 26 Quella donna era pagana, sirofenicia di nascita; e lo pregava di scacciare il demonio da sua figlia. 27 Gesù le disse: «Lascia che prima siano saziati i figli, perché non è bene prendere il pane dei figli per buttarlo ai cagnolini». 28 «Sì, Signore», ella rispose, «ma i cagnolini, sotto la tavola, mangiano le briciole dei figli». 29 E Gesù le disse: «Per questa parola, va', il demonio è uscito da tua figlia». 30 La donna, tornata a casa sua, trovò la bambina coricata sul letto: il demonio era uscito da lei.

Commento

Gesù si trova di passaggio in territorio pagano e cerca un momento di riposo dal suo ministero. Spesso nei Vangeli lo vediamo cercare ristoro sostando in luoghi deserti, o su un monte; questa volta si ritira in una casa privata. Ma Gesù non può restare nascosto, perché non è una candela posta sotto il moggio, così lo viene subito a cercare una donna, straniera di etnia e di religione, la cui figlia è afflitta da uno spirito maligno. 

Gesù risponde impiegando l'immagine dei cagnolini, ai quali si può dare da mangiare solo dopo avere sfamato i figli e sottolinea così la precedenza degli Israeliti sui pagani come destinatari del suo ministero. Ma lo scopo è anche quello di testare la fede della donna, la quale, gettata ai suoi piedi, esprime la propria indegnità, ma non desiste dalla sua richiesta. 

Anche a noi può capitare di avere l'impressione di non essere ascoltati da Dio; è quello il momento di accrescere in noi l'umiltà e di rinnovare la fiducia, consapevoli che il nostro senso di inadeguatezza non può diminuire la speranza nella sua bontà.

Come il servo del centurione, la figlia della siro-fenicia viene guarita a distanza. Lo Spirito del Signore non è costretto in un luogo, ma abbraccia il mondo intero; la sua provvidenza e la sua misericordia ci raggiungono lì dove siamo, così come siamo, nel momento del bisogno. 

Questo miracolo di guarigione spirituale ci incoraggia a perseverare nella preghiera, non dubitando di poter prevalere alla fine se ciò che chiediamo è giudicato da Dio profittevole per il nostro bene; egli che apre la sua mano e sazia ogni vivente (Sal 144,16) non ci negherà quelle preziose briciole che nutrono i suoi figli come gli uccelli del cielo. 

E se le briciole sono così preziose e realizzano tali prodigi, come saranno quella mensa e quel calice traboccante (Sal 22,5) che il Signore prepara per noi nei cieli?

Preghiera

Apri la tua mano, Signore, e saziaci con la tua grazia; affinché liberati da ogni male possiamo diventare tempio del tuo Spirito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 9 febbraio 2026

Marone e il potere terapeutico della preghiera

Tra i molti monaci della Siria dediti alle forme più ardite e rigorose di ascesi, Teodoreto di Cirro ne ricorda uno che «avendo deciso di vivere a cielo scoperto, si ritirò sulla vetta di un monte».
E' il monaco Marone, della cui vita si sa pochissimo, ma che ha lasciato un segno indelebile nella storia delle chiese d'oriente, e che oggi viene ricordato dalla chiesa maronita che da lui stesso trae la propria denominazione.
Questo eremita, il quale passò tutta la vita esposto alle intemperie e totalmente dedito alla preghiera, ebbe infatti un'influenza molto grande sul movimento monastico della regione di Cirro e poi anche della diocesi di Aleppo.
Marone fu un maestro di vita spirituale molto apprezzato, e grazie alla sua assiduità con il Signore insegnò a coloro che lo consultavano a combattere i loro mali spirituali ricorrendo anzitutto alla preghiera. A un secolo dalla sua morte era fiorente nei pressi di Apamea il monastero di Beth Morum (san Marone), a lui dedicato. Sarà attorno a tale luogo, in cui si custodiva la memoria di Marone, che si raduneranno molti cristiani di fede calcedonese in seguito all'invasione araba della Siria, dando vita a una chiesa autonoma che prenderà il nome di chiesa maronita.
La venerazione per Marone nelle regioni montagnose della Siria e del Libano è rimasta grande fino ai nostri giorni, e anche i bizantini lo ricordano nei loro sinassari, il 14 febbraio.

Tracce di lettura

Ora ricorderò Marone, perché pure lui ha abbellito il coro dei santi. Avendo deciso di vivere a cielo scoperto, egli si ritirò sulla vetta di un monte, che una volta i pagani avevano destinato al culto, e consacrò a Dio quel luogo santo che era stato possesso dei demoni. In quel posto egli stabilì la sua dimora e soltanto raramente fece uso di una piccola tenda che aveva costruito.
Mentre i medici prescrivono per ogni malattia un farmaco diverso, la sua medicina era sempre la stessa, comune a tutti i santi: la preghiera. Non curava soltanto le malattie del corpo, ma anche quelle dell'anima: guariva uno dall'avarizia, un altro dall'ira, istruiva questo nella temperanza, quello nella giustizia, puniva l'incontinenza di questo, scuoteva la pigrizia di quello.
(Teodoreto di Cirro, Storia dei monaci della Siria 16)

- Dal martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Fermati 1 minuto. Le frange del suo mantello

Lettura

Marco 6,53-56

53 Compiuta la traversata, approdarono e presero terra a Genèsaret. 54 Appena scesi dalla barca, la gente lo riconobbe, 55 e accorrendo da tutta quella regione cominciarono a portargli sui lettucci quelli che stavano male, dovunque udivano che si trovasse. 56 E dovunque giungeva, in villaggi o città o campagne, ponevano i malati nelle piazze e lo pregavano di potergli toccare almeno la frangia del mantello; e quanti lo toccavano guarivano.

Commento

Gesù approda con i suoi discepoli a Genèsaret e subito il popolo, cui è giunta la sua fama di guaritore universale, cerca di avvicinarlo. La gente infatti "lo riconobbe" (v. 54). Il primo passo per beneficiare della grazia del Signore è riconoscerlo come tale. Dobbiamo dunque avere fede nella capacità di Cristo di porre sotto i suoi piedi i mali che affliggono l'umanità, proprio come camminò sui flutti tempestosi del mare, dominando le forze della natura. 

Le numerose guarigioni che Gesù ha compiuto durante la sua vita terrena erano innanzitutto funzionali al riconoscimento della sua figliolanza divina e del suo ruolo messianico. Il loro scopo era di testimoniare l'avvento del regno di Dio e l'ingresso nei tempi ultimi della storia. 

Non sempre il Signore esaudisce le nostre richieste di guarigione, ma il vangelo proclama che ogni infermità e la morte stessa sono state sconfitte e non vi sarà posto per loro nei cieli nuovi e nella terra nuova in cui abiteremo con Cristo. Possiamo e dobbiamo, tuttavia, accorrere a lui per portargli le nostre necessità e per intercedere in favore dei nostri fratelli e delle nostre sorelle malati nel corpo e nello spirito. 

Siamo chiamati a fare la nostra parte nella ricerca della guarigione, ricorrendo ai rimedi che la scienza  mette a disposizione. Ma vi è qualcosa che la scienza da sola non può offrire: il calore della carità, medicina per l'anima, occasione di incontro con la grazia che conforta e apre uno scorcio di luce nella malattia. 

Possiamo diventare, per chi soffre, come le frange del mantello di Gesù: strumento per toccare con mano quella potenza risanatrice che scaturisce dalla sua persona. Toccare Gesù significa sperimentare quel farmaco di immortalità che ci cura da tutto ciò che separa da Dio, sorgente della vita e fonte di ogni bene.

Preghiera

Risana, Signore, le ferite che ci affliggono nell'anima e nel corpo; affinché possiamo essere restituiti al tuo servizio, fortificati dalla grazia. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 8 febbraio 2026

I tempi e i modi di un Dio mite e paziente

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Commento

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo presenta Gesù mentre ammaestra le folle, parlando in modo semplice, attraverso parabole. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. 

Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi. Si tratta di un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scuri e allungati. I discepoli rimangono molto colpiti dalla parabola ma faticano a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiedono a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). 

Mediante la parabola della zizzania Gesù offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permette il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi un'epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare, ma mentre gli uomini dormono getta nel terreno un cattivo seme (Mt 13,25). L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e propongono la soluzione di estirpare l’erba infestante. 

Ma il padrone del campo ha deciso di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malvagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda interpella ogni credente, e se la pone anche l’autore del Salmo 73: “Quasi inciampava il mio piede, vedendo la prosperità dei malvagi. Invano dunque ho purificato il mio cuore. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. 

Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano, il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, nel salmo troviamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2); egli ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione.

Ogni uomo corre il rischio che il cattivo seme prosperi insieme a quello buono nella propria vita. Anche se sappiamo renderci docili alla parola di Dio, dobbiamo guardarci dal cadere addormentati consentendo al nemico di porre in noi il seme del male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie da noi stessi e dagli altri.

Affidiamoci a Cristo, buon agricoltore, e rispettiamo i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), nella certezza che potremo raccogliere una messe abbondante.

- Rev. Dr. Luca Vona

giovedì 5 febbraio 2026

Philipp Jakob Spener. Comunicare l'esperienza di Dio

Nato nel 1635 nell'Alsazia superiore, nei pressi di Colmar, Philipp Jackob Spener era stato avviato fin da giovane alla carriera ecclesiastica. La sua educazione religiosa risentì dell'influsso delle opere di Johann Arndt, teologo luterano di orientamento mistico, aperto alla spiritualità di Bernardo di Chiaravalle. Philipp Jakob aggiunse una solida formazione teologica conseguita all'università di Strasburgo, dove approfondì la conoscenza degli scritti di Lutero.
Terminati gli studi teologici a Strasburgo, fu chiamato come "seniore" (primo parroco) a Francoforte sul Meno: qui cominciò a organizzare riunioni periodiche di fedeli per la lettura della Bibbia e altre pratiche di pietà (da tali riunioni nacquero i Collegia pietatis). 
Alla necessità di una più intensa vita di preghiera e di comunione, egli seppe aggiungere nei suoi scritti un forte orientamento pratico, che farà di lui e dei suoi seguaci dei testimoni profondamente influenti sui costumi dei cristiani tedeschi.
Ormai conosciuto in tutta la Germania, Spener divenne prima predicatore alla corte del duca di Sassonia, per poi essere nominato preposito della Nikolaikirche di Berlino e membro del concistoro della chiesa luterana. Nonostante i molti apprezzamenti ricevuti, tuttavia non risparmiò mai a nessuno, neppure ai suoi patroni, come il duca di Sassonia, critiche anche dure fondate sul vangelo e sul primato della fede nella vita di chi si proclama cristiano.
Sulla base della sua esperienza pubblicò nel 1675 i Pia desideria, che erano destinati a essere considerati come il manifesto del pietismo: in essi Spener svolgeva una violenta polemica contro i rappresentanti della chiesa luterana e sosteneva la necessità di una nuova iniziativa o riforma religiosa basata sul senso dell'esperienza mistica. Presto a Spener venne in aiuto il discepolo A. H. Francke, molto più polemico contro il tradizionale orientamento teologico. Fatto segno a violenti attacchi, Spener si ritirò prima alla corte di Dresda, poi a Berlino. Su sua iniziativa fu fondata nel 1694 l'Università di Halle, che divenne il centro maggiore del pietismo. Si spense a Berlino nel 1705.

Tracce di lettura

Tutto il nostro cristianesimo consiste nell'uomo interiore o nuovo, la cui anima è la fede e i cui frutti sono i frutti della vita; questa ritengo sia la questione principale: che le prediche che facciamo siano in generale dirette a questo scopo.
Da una parte esse dovrebbero mirare a mostrare come i preziosi benefici divini si indirizzino all'uomo interiore, in modo che così la fede e in essa quest'uomo interiore vengano sempre più rafforzati.
Ma dall'altra parte dovrebbero mirare a promuovere le opere, in modo che non siamo affatto contenti di condurre le persone esclusivamente all'abbandono dei vizi e all'esercizio delle virtù esteriori, e quindi ad avere a che fare soltanto con l'uomo esteriore, cosa che può fare anche l'etica pagana. Dobbiamo piuttosto porre il fondamento proprio nel cuore, mostrare che è pura ipocrisia ciò che non procede da questo fondamento, e abituare le persone a lavorare prima di tutto a questa interiorità, a risvegliare in sé l'amore di Dio e del prossimo attraverso mezzi adeguati, e a operare poi in base ad esso.
(P. J. Spener, Pia desideria)

- Fonti: Enciclopedia Treccani; Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose
     

Fermati 1 minuto. Viaggiare leggeri

Lettura

Marco 6,7-13

7 Allora chiamò i Dodici, ed incominciò a mandarli a due a due e diede loro potere sugli spiriti immondi. 8 E ordinò loro che, oltre al bastone, non prendessero nulla per il viaggio: né pane, né bisaccia, né denaro nella borsa; 9 ma, calzati solo i sandali, non indossassero due tuniche. 10 E diceva loro: «Entrati in una casa, rimanetevi fino a che ve ne andiate da quel luogo. 11 Se in qualche luogo non vi riceveranno e non vi ascolteranno, andandovene, scuotete la polvere di sotto ai vostri piedi, a testimonianza per loro». 12 E partiti, predicavano che la gente si convertisse, 13 scacciavano molti demòni, ungevano di olio molti infermi e li guarivano.

Commento

Dopo essere stati chiamati da Gesù e aver trascorso un tempo di preparazione vivendo a stretto contatto con lui, i discepoli sono ora mandati a predicare e compiere le azioni che hanno imparato da questo apprendistato estremamente pratico. Gesù infatti non ha impartito loro un insegnamento scolastico, ma li ha resi testimoni del suo agire e ora trasferisce a loro il suo potere (v. 7). 

I dodici diventano un gruppo distinto, investito di un mandato profetico; non insegneranno infatti nelle sinagoghe come dottori della legge, ma nelle strade e per le case. Mentre nel Vangelo di Matteo i discepoli sono inviati ai figli di Israele, con il divieto di rivolgersi ai pagani e ai samaritani, in Marco tale divieto non compare, attestando una visione più universalista. Forse non è un caso che questo brano evangelico segua proprio la manifestazione di incredulità dei conterranei di Gesù a Nazaret.

Diversamente da Matteo è qui consentito un minimo equipaggiamento materiale. I Dodici vengono inviati a due a due per il mutuo aiuto e incoraggiamento, oltre che per far fronte al requisito legale per una testimonianza autentica. Il bastone era comunemente portato dai viaggiatori e serviva anche come difesa dai criminali o da animali feroci. I discepoli non dovranno portare con se né borsa, né denaro, né viveri, dipendendo completamente dalla provvidenza divina e testimoniando di essere uomini semplici, che non appartengono a questo mondo. Le tuniche erano la veste comune e normalmente ne venivano indossate due. Gesù chiede ai discepoli di viaggiare con l'abbigliamento minimo necessario. 

Nessun vantaggio materiale è previsto per i discepoli per il loro ministero e come Abramo non conosceranno preventivamente il luogo in cui dimorerranno. Trovata una casa in cui essere ospitati i discepoli dovranno accontentarsi di quello che gli viene offerto, concentrandosi unicamente sul ministero di evangelizzazione. 

Lo scuotimento della polvere dai sandali (v. 11) è un gesto simbolico, che veniva compiuto dai Giudei quando lasciavano un territorio pagano per non contaminare il suolo sacro di Israele. Esso significa quindi, per i Dodici, dichiarare quel luogo pagano, escluso dalla comunità del vero Israele, formata da chi accoglie l'annuncio di Gesù. 

I discepoli non predicano una dottrina fatta di curiose speculazioni, non insegnano la sapienza di questo mondo, ma semplicemente richiamano alla conversione (v. 12). 

La liberazione dai demòni rivela il potere di Cristo sul mondo sovrannaturale. La pratica di ungere gli ammalati pregando per la loro guarigione è attestata anche nella lettera di Giacomo (Gc 5,14-15) e associa un segno visibile all'azione della grazia. 

Le disposizioni di Gesù ai suoi discepoli, costituiscono un monito per la chiesa a coltivare la semplicità e l'afflato missionario e chiamano gli apostoli di ogni tempo a viaggiare leggeri, liberi da tante zavorre che rischiano di rendere faticoso l'incedere sull'itinerario tracciato dallo Spirito.

Preghiera

Rendici, Signore, testimoni fedeli del tuo vangelo e preservaci dai pericoli lungo il cammino, affinché possiamo affrettarci verso la mèta che hai stabilito. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

martedì 3 febbraio 2026

Oscar (Ansgario), patrono della Danimarca

Nell'865 muore a Brema Oscar (Ansgario), monaco benedettino e vescovo di Amburgo e Brema.
Di origine germanica, Oscar era nato nella Francia settentrionale, nei pressi di Corbie. Divenuto monaco nel celebre monastero benedettino di quella città, egli venne inviato giovanissimo nel nord dell'Europa come maestro di scuola, il che testimonia la sua grande cultura e i notevoli doni spirituali di cui era dotato.
Il re franco Ludovico il Pio pensò a lui per l'evangelizzazione dei popoli della Svezia e della Danimarca. Eletto vescovo di Amburgo, Oscar cominciò così un'interminabile serie di viaggi che lo portarono ad annunciare il vangelo dal nord della Frisia fino all'Islanda, in accordo con i disegni politici della corte carolingia.
Ma, nonostante i legami che ebbe con i potenti del tempo, egli fu un pastore pieno di sollecitudine, soprattutto per le fasce più povere e deboli della popolazione, e si batté con vigore contro i duri trattamenti subiti dagli schiavi.
Assunto anche il titolo di vescovo di Brema, Oscar continuò fino all'ultimo dei suoi giorni a esercitare con coraggio e fermezza il proprio compito di pastore e di annunciatore della parola evangelica. È il santo patrono della Danimarca.

Tracce di lettura

Vi sono due tipi di martirio: uno avviene di nascosto, quando la chiesa è in pace; l'altro ha invece luogo nei periodi di persecuzione ed è sotto gli occhi di tutti.
Oscar desiderava entrambe queste forme di martirio, e lo si può realmente considerare martire, perché, come dice l'Apostolo, il mondo era per lui crocifisso e lui lo era al mondo (cf. Gal 6,14). Egli era un martire perché, in mezzo alle tentazioni del maligno, alle seduzioni della carne, alle persecuzioni degli infedeli e all'opposizione dei cristiani, perseverò sino alla fine senza mostrarsi turbato, ma restando irremovibile e invincibile come compete a un confessore di Cristo. Egli fu veramente un martire, perché martire significa testimone, e Oscar fu testimone della parola di Dio e del Nome di Cristo.
(Rimberto, Vita di Oscar)

Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose



Fermati 1 minuto. Strappare la salvezza

Lettura

Marco 5,21-34

21 Essendo passato di nuovo Gesù all'altra riva, gli si radunò attorno molta folla, ed egli stava lungo il mare. 22 Si recò da lui uno dei capi della sinagoga, di nome Giàiro, il quale, vedutolo, gli si gettò ai piedi 23 e lo pregava con insistenza: «La mia figlioletta è agli estremi; vieni a imporle le mani perché sia guarita e viva». 24 Gesù andò con lui. Molta folla lo seguiva e gli si stringeva intorno.
25 Or una donna, che da dodici anni era affetta da emorragia 26 e aveva molto sofferto per opera di molti medici, spendendo tutti i suoi averi senza nessun vantaggio, anzi peggiorando, 27 udito parlare di Gesù, venne tra la folla, alle sue spalle, e gli toccò il mantello. Diceva infatti: 28 «Se riuscirò anche solo a toccare il suo mantello, sarò guarita». 29 E subito le si fermò il flusso di sangue, e sentì nel suo corpo che era stata guarita da quel male.
30 Ma subito Gesù, avvertita la potenza che era uscita da lui, si voltò alla folla dicendo: «Chi mi ha toccato il mantello?». 31 I discepoli gli dissero: «Tu vedi la folla che ti si stringe attorno e dici: Chi mi ha toccato?». 32 Egli intanto guardava intorno, per vedere colei che aveva fatto questo. 33 E la donna impaurita e tremante, sapendo ciò che le era accaduto, venne, gli si gettò davanti e gli disse tutta la verità. 34 Gesù rispose: «Figlia, la tua fede ti ha salvata. Va' in pace e sii guarita dal tuo male».

Commento

Rifiutato dai Gadareni, Gesù si sposta sulla riva occidentale del Mare di Galilea e subito viene circondato dalla folla. Un capo della sinagoga gli si avvicina per chiedere la guarigione della figlia, gravemente malata. I capi della sinagoga erano ufficiali che presiedevano il gruppo degli anziani e si occupavano di dettagli amministrativi, come il decidere chi avrebbe letto e pregato le Scritture durante il culto. La posizione era tenuta in alta considerazione.

Per restituire la vita alla figlia che sta morendo, Giàiro si spoglia del ruolo che riveste e si affida completamente a Gesù. L'imposizione delle mani, richiesta da Giàiro è un gesto che ricorre frequentemente nel Vangelo di Marco e serve a trasmettere agli infermi la forza risanatrice.

All'interno di questo episodio se ne incastona un'altro. Quello di una donna affetta da una continua emorragia che oltre a provocarle una lunga sofferenza la rendeva ritualmente impura (Lv 15,25-27); le era impedito ogni atto di culto e ogni contatto con la gente; la sua vita era pertanto privata di una relazione con Dio e con gli uomini. L'insuccesso delle numerose e costose terapie mediche cui si è sottoposta la porta a riporre ogni fiducia nei guaritori. Rispettosa del divieto stabilito dalla legge per la sua impurità rituale, la donna non tocca direttamente Gesù, ma si limita a sfiorarne il mantello.

La domanda di Gesù - «Chi mi ha toccato il mantello?» - non è un rimprovero, né è dovuta a ignoranza, ma alla volontà di far emergere la figura della donna dallo sfondo indistinto della folla, affinché possa dare testimonianza della propria fede. Mentre la donna si prostra davanti a Gesù, riconoscendolo in tal modo come Signore, egli la riconosce come figlia (v. 34), generata dalla fede.

Sia nel caso di Giàiro - il quale chiede a Gesù di imporre le mani alla figlia malata - che nel caso dell'emorroissa viene premiata l'intima convinzione che il contatto fisico con Gesù, per chi crede, ha il potere di guarire. Che sia la fede, che sta dietro il gesto fisico, a causare la guarigione è attestato dalle parole di Gesù: «Figlia, la tua fede ti ha salvata» (v. 34). La donna non viene semplicemente guarita per la sua fede, ma ottiene la salvezza integrale, del corpo e dello siprito.

Gesù accetta di avvicinarsi e si lascia avvicinare da ciò che è considerato ritualmente impuro. Il numero dodici che accomuna le due vicende - la ragazzina morente, dell'età di dodici anni, e l'emorroissa malata da dodici anni - sembra dare volti diversi all'esperienza della fragilità umana, che si manifesta nella malattia e nella morte. La compassione di Gesù è al di sopra delle norme della legge ed egli prende su di sé la sofferenza e l'umiliazione, proprio come il Servo annunciato dal profeta Isaia (Is 52-53).

La donna protagonista di questo miracolo dimostra che anche il minimo contatto con Gesù è sufficiente per "strappargli" la salvezza. Non è indispensabile avere esperienze mistiche, ma anche una fede piccola come un granellino di senape (Mt 17,20) può ristabilire la nostra comunione con Dio e sanare le nostre relazioni con gli uomini.

Preghiera

Suscita in noi, Signore, la fede capace di allontanare ogni timore; affinché possiamo servirti con gioia e glorificare il tuo santo Nome. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

lunedì 2 febbraio 2026

La presentazione di Gesù al Tempio. Il Santo incontro

Il 2 febbraio tutte le chiese cristiane celebrano la Presentazione di Gesù al Tempio; la festa odierna ci ricorda che, quaranta giorni dopo la nascita del suo primogenito, Maria portò il bambino al Tempio per riscattarlo con il sacrificio di due tortore o due colombe, secondo la Legge di Mosè.
Questo adempimento della Legge è anche il primo incontro ufficiale di Gesù con il suo popolo, nella persona dell'anziano Simeone. Per questo le chiese ortodosse chiamano la festa di oggi il Santo Incontro (hypapanté) del Signore. È un incontro e una manifestazione, poiché Maria entra nel Tempio «per manifestare al mondo colui che ha dato la Legge e la compie», e per accompagnare il Figlio nella sua prima offerta al Padre.
La festa della Presentazione sorse a Gerusalemme, dove è attestata già nel IV secolo. Dalla liturgia gerosolimitana le liturgie occidentali hanno attinto la processione delle candele, che hanno conservato fino ai nostri giorni; essa trae origine dal cantico del vecchio Simeone il quale, prendendo tra le braccia il piccolo Gesù ringrazia Dio e riconosce in quel bambino la «luce per la rivelazione alle genti e la gloria del popolo d'Israele» (Lc 2,32).
Celebrando questa festa i cristiani sono così condotti a ricordare che per riconoscere il Signore e la sua missione di salvezza universale sono necessarie la povertà e l'attesa che furono proprie di Simeone, della profetessa Anna e di tutti i poveri di Israele, che l'evangelista Luca presenta nel vangelo dell'infanzia.

- Dal Martirologio ecumenico della Comunità monastica di Bose

Preghiera

Dio onnipotente ed eterno, noi supplichiamo umilmente la tua maestà, affinché come in questo giorno il tuo Figlio unigenito è stato presentato al tempio nella sostanza della sua carne, così noi possiamo essere presentati a te con cuore puro. Per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen. (The Book of Common Prayer)

Fermati 1 minuto. L'attesa ricompensata. Commento al Nunc Dimittis

Lettura

Luca 2,22-40

22 Quando venne il tempo della loro purificazione secondo la Legge di Mosè, portarono il bambino a Gerusalemme per offrirlo al Signore, 23 come è scritto nella Legge del Signore: ogni maschio primogenito sarà sacro al Signore; 24 e per offrire in sacrificio una coppia di tortore o di giovani colombi, come prescrive la Legge del Signore.
25 Ora a Gerusalemme c'era un uomo di nome Simeone, uomo giusto e timorato di Dio, che aspettava il conforto d'Israele; 26 lo Spirito Santo che era sopra di lui, gli aveva preannunziato che non avrebbe visto la morte senza prima aver veduto il Messia del Signore. 27 Mosso dunque dallo Spirito, si recò al tempio; e mentre i genitori vi portavano il bambino Gesù per adempiere la Legge, 28 lo prese tra le braccia e benedisse Dio:

29 «Ora lascia, o Signore, che il tuo servo
vada in pace secondo la tua parola;
30 perché i miei occhi han visto la tua salvezza,
31 preparata da te davanti a tutti i popoli,
32 luce per illuminare le genti
e gloria del tuo popolo Israele».

33 Il padre e la madre di Gesù si stupivano delle cose che si dicevano di lui. 34 Simeone li benedisse e parlò a Maria, sua madre: «Egli è qui per la rovina e la risurrezione di molti in Israele, segno di contraddizione 35 perché siano svelati i pensieri di molti cuori. E anche a te una spada trafiggerà l'anima».
36 C'era anche una profetessa, Anna, figlia di Fanuèle, della tribù di Aser. Era molto avanzata in età, aveva vissuto col marito sette anni dal tempo in cui era ragazza, 37 era poi rimasta vedova e ora aveva ottantaquattro anni. Non si allontanava mai dal tempio, servendo Dio notte e giorno con digiuni e preghiere. 38 Sopraggiunta in quel momento, si mise anche lei a lodare Dio e parlava del bambino a quanti aspettavano la redenzione di Gerusalemme.
39 Quando ebbero tutto compiuto secondo la legge del Signore, fecero ritorno in Galilea, alla loro città di Nazaret. 40 Il bambino cresceva e si fortificava, pieno di sapienza, e la grazia di Dio era sopra di lui.

Commento

Il Vangelo di Luca si apre con un coro di profezie sul bambino Gesù, prima di accennare alla sua vita nascosta a Nazaret e farlo ricomparire dodicenne a discutere con i dottori nel tempio. Il compimento delle promesse fatte da Dio a Israele è annunciato da Simeone e Anna in occasione della purificazione di Maria e della consacrazione di Gesù al Signore in quanto primogenito.

Secondo la legge mosaica (Lv 12,2-8) la donna che aveva partorito non doveva toccare nulla di sacro né entrare nel tempio per quaranta giorni, a motivo della sua impurità rituale. Al termine di questo periodo, la legge prescriveva l'offerta di un agnello di un anno come sacrificio da bruciare e una tortora o una giovane colomba in espiazione dei propri peccati. Le donne che non potevano permettersi un agnello dovevano offrire, come nel caso di Maria, due giovani colombi. La legge prevedeva, inoltre, la consacrazione al Signore di ogni primogenito (Es 13,2-12). 

La nascita di Gesù porta a compimento le speranze degli ebrei devoti, che attendevano il Messia annunciato a Israele. Il cantico di Simeone, chiamato Nunc dimittis dalle sue due prime parole nella versione in latino, sembra provenire dall'ambiente giudeo-cristiano, come anche il Magnificat e il Benedictus. Si trova perfettamente in sintonia con l'annuncio del carattere universale della salvezza che attraversa il Vangelo di Luca. Per tutti e tre i cantici viene specificato dall'evangelista che chi li pronuncia è mosso dallo Spirito Santo. 

I primi a riconoscere l'avvento del Messia sono persone umili, povere, senza posizioni di particolare rilievo: Maria e Giuseppe, fidanzati di modeste condizioni del paesino di Nazaret; Elisabetta; Simeone, "uomo giusto e timorato di Dio" (v. 25). Nel prendere tra le braccia Gesù, Simeone trova la gioia e la pace che non solo gli fanno sentire compiute le aspettative di Israele ma danno pienezza e significato alla sua intera esistenza: "Ora lascia, O Signore, che il tuo servo vada in pace..." (v. 29). 

Nell'incontro con il Figlio di Dio incarnato scopriamo una pace che non solo pervade la nostra vita ma che ci conforta anche nella nostra morte. L'incontro con Gesù colma le aspettative più profonde dell'uomo; questo il senso etimologico della "salvezza" cantata da Simeone: "fare integro", aggiungere all'edificio della nostra esistenza quella pietra angolare (Mt 21,42) che gli dona stabilità e perfezione. "Ogni cosa è in travaglio, più di quel che l'uomo possa dire; l'occhio non si sazia mai di vedere" (Eccl 1,8); finché non vede Cristo. Come Simeone, tenendo quel bambino tra le braccia, posando il nostro sguardo su di lui, possiamo trovare nella sua tenerezza il volto misericordioso di Dio.

L'ultima delle profezie presenti all'inizio del Vangelo di Luca vede protagonista Anna, un'anziana vedova, una profetessa, ci viene detto, che conduce una vita ascetica senza allontanarsi mai dal tempio. La sua età avanzata non le impedisce di servire Dio e il servizio che gli rende è fatto di digiuno e di preghiera; due pratiche spirituali spesso messe in secondo piano ai nostri giorni, a favore di un attivismo che rischia non solo di imprigionare la prospettiva della chiesa in una dimensione puramente "orizzontale", ma anche di relegare nell'ambito dell'inutilità coloro che non possono esercitare un ministero attivo per l'età avanzata o per altre limitazioni. 

La preghiera di Anna, il suo digiuno, protratti per così tanti anni dalla sua vedovanza, diventano essi stessi segno profetico del primato di Dio in relazione con qualsiasi altra cosa; testimoniano la perseveranza nell'attesa e nell'invocazione del Messia, un'implorazione che si trasforma in lode e annuncio nel momento in cui si realizza il sospirato incontro: "lodava Dio e parlava del bambino a tutti quelli che aspettavano la redenzione di Gerusalemme" (v. 38). Letteralmente il testo greco parla di "riscatto" (lutrósis). Gesù è infatti l'agnello sacrificato per la nostra salvezza, colui che sta eretto sull'altare della Gerusalemme celeste. 

Come Giovanni il Battista, Anna si fa interprete delle profezie dell'Antico Testamento, fa da "ponte" tra esse e la nuova alleanza in Cristo; ricordandoci con le sue veglie e i suoi digiuni, l'unico necessario, "la parte migliore" (Lc 18,41-42) che si rivela agli umili, ai "poveri di spirito", perché di essi è il regno dei cieli (Mt 5,3).

Preghiera

Signore Gesù Cristo, che ti sei sottomesso alla legge per donarci la libertà dei figli di Dio, concedici di posare su di te il nostro sguardo, per contemplare il compimento delle nostre attese. Amen.

- Rev. Dr. Luca Vona

domenica 1 febbraio 2026

Ciò che la sola legge non può dare

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO L'EPIFANIA

Colletta

O Dio, che sai che siamo posti nel mezzo di tanti e grandi pericoli, cui non possiamo far fronte per la fragilità della nostra natura; concedici forza e protezione e liberaci da ogni tentazione. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture

Rm 13,1-7; Mt 8,1-13

Commento

L'evangelista Matteo fa seguire al "discorso della montagna" una serie di miracoli compiuti da Gesù, nel quadro più generale di una sezione narrativa sulla predicazione del regno dei cieli. Dopo essersi manifestato come sommo legislatore, Gesù si presenta nella sua qualità di medico delle anime e dei corpi. 

Uno dei mali che la cultura giudaica riteneva un segno eminente della riprovazione divina era la lebbra. Il primo uomo che Gesù guarisce è proprio un lebbroso, dimostrando che egli può allontanare qualsiasi genere di peccato. Considerata la massima espressione di impurità rituale, la lebbra - per la quale non si conoscevano trattamenti medici - doveva essere diagnosticata da un sacerdote, il quale verificava  anche l'eventuale guarigione del malato. Al sacerdote spettava dunque la diagnosi, ma non la cura. Sanando un lebbroso Gesù dimostra di essere colui che offre ciò che la legge non può dare: la guarigione e la restituzione al servizio di Dio. 

La chiesa deve guardarsi dallo scadere in uno sterile legalismo, zelante nel condannare il peccato e minacciare le sue conseguenze, ma incapace di suscitare conversione e guarigione. Toccando il lebbroso Gesù contravviene alla legge giudaica, ma in questo modo dimostra la sua superiorità ad essa e la sua completa separazione dal peccato, pur dimorando tra i peccatori.

Il tocco e la parola di autorità di Gesù - "Lo voglio, sii sanato" (v. 3) - sono sufficienti per suscitare una immediata guarigione. Il miracolo di guarigione del lebbroso mette in guardia da ogni forma di purismo religioso, dalla tentazione di stabilire una barriera tra la santità di Dio e le miserie dell'uomo, di fuggire non solo il peccato ma anche il peccatore. Siamo chiamati invece a pregare per la guarigione dei nostri mali, ma anche di quelli del nostro prossimo, come attesta l'umiltà e la carità del protagonista del successivo racconto di guarigione. 

Con il miracolo compiuto a favore del servo del centurione cominciano ad avverarsi le parole profetiche pronunciate da Simeone alla presentazione di Gesù al tempio, riconosciuto come gloria di Israele ma anche come "luce per illuminare le genti" (Lc 2,32). Le parole del centurione tradiscono infatti la sua appartenenza pagana, dal momento che egli non si ritiene degno di una visita di Gesù, il quale, entrando nella sua casa, si sarebbe esposto all'impurità rituale secondo la legge ebraica. 

Abituato al comando e consapevole dell'autorità di un ordine, al centurione basta la semplice parola di Gesù per avere la certezza della guarigione del suo servo. Con tale attestazione di fede e con l'utilizzo dell'appellativo "Signore" il soldato romano dimostra di riconoscere la sovranità di Cristo e per questa ragione viene annoverato tra i figli di Abramo, padre di coloro che credono. 

Gesù rimprovera l'incredulità di coloro, tra i figli naturali del patriarca, che rifiutano il suo insegnamento di fronte ai prodigi di cui sono stati testimoni. Chi cerca il miracolo per credere non avrà mai "prove" a sufficienza, ma a chi crede e chiede con umiltà nulla sarà negato per la salvezza propria e di quelli che egli ama.

- Rev. Dr. Luca Vona