Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

Lettera del Principe di Galles per la beatificazione del Card. Newman


Dall'Osservatore Romano, 12 ottobre 2019

John Henry Newman: l’armonia della differenza

Alla vigilia della canonizzazione del cardinale John Henry Newman, L'Osservatore Romano ha pubblicato un commento del Principe di Galles


Sua Altezza Reale il Principe di Galles

Quando Papa Francesco domani canonizzerà il cardinale John Henry Newman, primo britannico da oltre quarant’anni a essere proclamato santo, sarà motivo di festa non solo nel Regno Unito e non soltanto per i cattolici, ma anche per tutti coloro che hanno a cuore i valori che lo hanno ispirato.

Nell’epoca in cui è vissuto, Newman ha rappresentato la vita dello spirito contro le forze che svilivano la dignità umana e il destino umano. Nell’epoca in cui giunge alla santità, il suo esempio è più che mai necessario: per il modo in cui, al meglio, ha saputo difendere senza accusare, essere in disaccordo senza mancare di rispetto e forse, soprattutto, per il modo in cui ha saputo vedere le differenze come luoghi d’incontro invece che di esclusione.

In un tempo in cui la fede veniva messa in discussione come mai prima di allora, Newman, tra i più grandi teologi del diciannovesimo secolo, ha applicato il proprio intelletto a una delle domande più pressanti della nostra era: quale dovrebbe essere il rapporto tra la fede e un’epoca scettica, secolare? Il suo impegno, prima con la teologia anglicana e poi, dopo la conversione, con la teologia cattolica, impressionava perfino i suoi oppositori per l’audace onestà, l’implacabile rigore e l’originalità di pensiero.

Quali che siano le nostre credenze, e qualunque sia la nostra tradizione, non possiamo che essere grati a Newman dei doni, radicati nella sua fede cattolica, che ha condiviso con la società più in generale: la sua intensa e commovente autobiografia e la sua poesia profondamente sentita ne Il sogno di Geronzio, che, musicato da Sir Edward Elgar – un altro cattolico inglese del quale tutti i britannici possono andare fieri – ha dato al mondo della musica uno dei suoi capolavori corali più duraturi.

Nel momento culminante de Il sogno di Geronzio, l’anima, avvicinandosi al cielo, percepisce qualcosa della visione divina:

“una grande misteriosa armonia: Mi inonda, come il profondo e solenne suono. Di molte acque”.

L’armonia esige differenza. Questo pensiero è al centro stesso della teologia cristiana nel concetto della Trinità. Nella stessa poesia Geronzio dice:

“Fermamente io credo e sinceramente, Che Dio è Trino e che Dio è Uno”.

La differenza, come tale, non deve essere temuta. Newman non lo ha solo provato nella sua teologia e illustrato nella sua poesia, ma lo ha anche dimostrato nella sua vita. Sotto la sua guida i cattolici sono diventati pienamente parte della società più in generale, che in tal modo si è arricchita ancora di più come comunità di comunità.

Newman non si è dedicato solo alla Chiesa, ma anche al mondo. Pur essendo totalmente devoto alla Chiesa alla quale era giunto passando per così tante prove intellettuali e spirituali, egli ha comunque avviato un dibattito aperto tra cattolici e altri cristiani, spianando la strada ai successivi dialoghi ecumenici. Quando nel 1879 fu elevato alla dignità cardinalizia, scelse come motto Cor ad cor loquitor (“cuore parla a cuore”), e le sue conversazioni al di là delle differenze confessionali, culturali, sociali ed economiche, erano radicate in questa amicizia intima con Dio.

La sua fede era veramente cattolica, in quanto abbracciava tutti gli aspetti della vita. È in questo stesso spirito che noi, cattolici e non, possiamo, nella tradizione della Chiesa cristiana nel corso dei secoli, abbracciare la prospettiva unica, la particolare sapienza e comprensione, che questa singola anima ha portato alla nostra esperienza universale. Possiamo trarre ispirazione dai suoi scritti e dalla sua vita, pur riconoscendo che, come ogni vita umana, era inevitabilmente imperfetta. Newman stesso era consapevole delle proprie mancanze, come l’orgoglio e l’essere sulla difensiva, che non erano all’altezza dei suoi ideali, ma che in fondo lo hanno solo reso più grato della misericordia di Dio.

La sua influenza è stata immensa. Come teologo, il suo lavoro sullo sviluppo della dottrina ha mostrato che la nostra comprensione di Dio può crescere nel tempo e ha avuto un profondo impatto sui pensatori successivi. Singoli cristiani si sono sentiti sfidati e rafforzati nella loro devozione personale dall’importanza che lui attribuiva alla voce della coscienza. Le persone di tutte le tradizioni che cercano di definire e difendere il cristianesimo si sono scoperte grate per il modo in cui egli ha riconciliato fede e ragione. Coloro che cercano il divino in quello che potrebbe apparire come un ambiente intellettuale sempre più ostile trovano in lui un forte alleato che ha sostenuto la coscienza individuale contro un soverchiante relativismo.

E, cosa forse più importante di tutte in questo tempo in cui abbiamo assistito a fin troppi attacchi gravi da parte delle forze dell’intolleranza nei confronti di comunità e individui, tra cui molti cattolici, a ragione delle loro credenze, egli è una figura che ha difeso le proprie convinzioni malgrado gli svantaggi di appartenere a una religione ai cui seguaci era negata la piena partecipazione alla vita pubblica. Durante tutto il processo di emancipazione cattolica e il ripristino della gerarchia ecclesiastica cattolica, egli fu la guida di cui avevano bisogno il suo popolo, la sua Chiesa e i suoi tempi.

La sua capacità di esprimere calore personale e generosa amicizia è dimostrata dalla sua corrispondenza. Sono oltre 30 i volumi che raccolgono le sue lettere, molte delle quali, significativamente, non sono indirizzate a colleghi intellettuali e a leader prominenti, bensì a familiari, amici e parrocchiani che cercavano la sua saggezza.

Il suo esempio ha lasciato un’eredità duratura. Come educatore, il suo lavoro è stato profondamente influente a Oxford, Dublino e anche oltre, mentre il suo trattato L’idea di università rimane ancora oggi un testo fondamentale. Le sue fatiche, spesso dimenticate, a favore dell’educazione dei bambini, testimoniano il suo impegno per assicurare che le persone di tutti gli ambienti potessero essere partecipi delle opportunità che l’istruzione può offrire. Come anglicano ha ricondotto quella Chiesa alle sue radici cattoliche e come cattolico è stato pronto a imparare dalla tradizione anglicana, per esempio nel promuovere il ruolo dei laici. Ha dato alla Chiesa cattolica nuova fiducia quando si è ristabilita in una terra dalla quale un tempo era stata sradicata. Oggi la comunità cattolica in Gran Bretagna ha un debito incalcolabile verso il suo instancabile lavoro, così come la società britannica ha motivo di essere grata a questa comunità per il suo contributo incommensurabilmente prezioso alla vita del nostro paese.

Tale fiducia si esprimeva nel suo amore per il paesaggio inglese e la cultura del suo paese natale, alla quale ha dato un contributo tanto illustre. Nell’Oratorio da lui istituito a Birmingham, che ora ospita un museo dedicato alla sua memoria, come anche una comunità di culto attiva, vediamo la realizzazione, in Inghilterra, di una visione che ha tratto da Roma, da lui descritta come “il luogo più meraviglioso sulla Terra”. Portando la Congregazione dell’Oratorio dall’Italia in Inghilterra, Newman cercò di condividerne il carisma di educazione e servizio.

Egli amava Oxford, onorandola non solo con sermoni appassionati ed eruditi, ma anche con la bella Chiesa anglicana a Littlemore, costruita dopo un viaggio formativo a Roma dove, cercando una guida per il suo cammino spirituale futuro e meditando sul suo rapporto con la Chiesa d’Inghilterra e con il cattolicesimo, scrisse il suo amato inno Lead Kindly Light. Quando infine decise di abbandonare la Chiesa d’Inghilterra, il suo ultimo sermone, dove si accomiatò da Littlemore, lasciò la congregazione in lacrime. Era intitolato The Parting of Friends.

Mentre ricordiamo la vita di questo grande britannico, grande ecclesiastico e, come possiamo dire ora, grande santo, che supera le divisioni tra tradizioni, è certamente giusto rendere grazie per l’amicizia che, malgrado la separazione, non solo ha resistito ma si è anche rafforzata.

Nell’immagine della armonia divina, che Newman ha espresso in modo tanto eloquente, possiamo vedere come, in fondo, quando seguiamo con sincerità e coraggio i diversi sentieri ai quali ci chiama la coscienza, tutte le nostre divisioni possono portare a una più grande comprensione e tutti i nostri cammini possono trovare una casa comune.

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L'evangelicalismo nel Deserto, in prospettiva ecumenica

Sono un pastore evangelico di tradizione anglicana con una vocazione ecumenica. Considero il cristianesimo evangelico, il cattolicesimo romano e il cristianesimo delle chiese orientali "ortodosse" tre grandi fiumi di una medesima sorgente.

Pratico una vita semi-eremitica, secondo il modello dei pustinjak delle chiese cristiane orientali, pregando per la riconciliazione tra le chiese cristiane, e per un dialogo fruttuoso tra il cristianesimo e le grandi religioni. Penso che la nostra identità cristiana possa rafforzarsi, maturare e arricchirsi nel momento in cui diventa relazione, pur evitando facili "sincretismi", "fughe in avanti" e soluzioni semplicistiche al superamento di incomprensioni che possono essere risolte solo dall'azione dello Spirito Santo. Ritengo, tuttavia, indispensabile il rendersi strumenti docili nella mani di Dio, praticando una conoscenza sempre più approfondita del nostro interlocutore e delle sue posizioni teologiche. Penso che ogni singola tradizione cristiana sia chiamata a una purificazione della propria memoria, prendendo coscienza delle ferite inferte all'unica Chiesa di Cristo, suo mistico corpo.

Mi colloco nell'ambito del movimento evangelicale e dell'Alleanza Evangelica Italiana, a sua volta membro dell'Alleanza Evangelica Mondiale, ma abbracciando confini più ampi, che comprendono la tradizione Anglicana, Cattolica e Ortodossa.

Il mio essere evangelico significa innanzitutto attingere alle Scritture come fonte di acqua viva per la mia fede. Accanto a queste pongo la necessità di una intensa vita sacramentale, mediante la ricerca della fedeltà alle promesse battesimali, celebrando e accostandomi il più frequentemente possibile alla mensa del Signore nella Comunione eucaristica.

La mia liturgia si richiama al Book of Common Prayer Anglicano. Attinge, tuttavia, anche a fonti cattoliche e ortodosse, considerate patrimonio della cristianità in cammino verso l'unità.

Celebro in forma pubblica esclusivamente la domenica, alle ore 12 00, presso la Chiesa del Nazareno in via Antonio Fogazzaro 11 a Roma (Talenti).


                    Rev. Dr. Luca Vona, Eremita







Prigionieri della Legge e prigionieri... nel Signore



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Signore, Ti supplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e seguirci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

“Io, dunque, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare in maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati” (Ef 4,1). Comportarsi in maniera degna del Vangelo significa tener conto, nelle relazioni con gli altri, prima di tutto della nostra relazione con Dio, ovvero della salvezza che Egli ci ha offerto gratuitamente. È proprio il dono della Grazia a renderci debitori verso Dio e a implicare la necessità di agire nei confronti del prossimo con lo stesso amore e misericordia che abbiamo ricevuto per primi dal Padre.
Essere stati salvati non ci rende una élite al di sopra dei nostri simili. Questo è l'errore in cui incorrevano i farisei, che si ritenevano una setta di giusti e che vediamo in diverse occasioni ingaggiare una polemica teologica con Gesù. Guarendo l’idropico in giorno di sabato il Signore rimette al centro il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema, che di certo non è in contrapposizione con la legge mosaica. Gesù non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.
L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, ritorna nel cristianesimo, dalle origini fino ad oggi, laddove si radica la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. È, questo, un atteggiamento in cui al centro troviamo il nostro egocentrismo e non certo l'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, quel senso di gratitudine verso il nostro creatore e salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente, al di là dei benefici che ne possiamo conseguire.
La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.
Mentre i farisei non riescono a citare alcun passo biblico che possa attestare il divieto di compiere guarigioni in giorno di sabato Gesù, con le sue parole e con la guarigione dell'idropico ci presenta la carità come l’espressione più alta e il senso ultimo della legge.
Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il nostro prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei nostri fratelli in Cristo, con i quali condividiamo la stessa fede e la stessa speranza, nonché i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace e la comunione nella comunità cristiana.
Per rafforzare le sue parole Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio, per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. E ancora più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere col salmista, in ogni circostanza della nostra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

Rev. Dr. Luca Vona, Eremita



TO BE OR NOT TO BE? La presenza di Cristo nell'eucaristia

Tutte le chiese sorte dai padri della Riforma - Lutero, Zwingli, Calvino, ecc. - si sono scagliate contro il Canone Romano passando dalla "Messa" alla celebrazione della "Santa Cena" o "Cena del Signore" o "Santa Comunione". Al di là delle "etichette" sappiamo oggi che il canone Romano risale a un periodo antecedente la latinizzazione della Chiesa di Roma, ovvero è databile prima del II-III secolo. Il Canone Romano, era definito da Lutero una «abominevole [...] raccolta di omissioni e di immondezze». Forse, pur avendo una buona preparazione teologica (e probabilmente anche patristica), egli non sapeva che Ambrogio, Agostino, Tertulliano, Zenone da Verona, ne citano diverse parti e che le anafore (preghiere eucaristiche) delle chiese orientali, tra cui l'Anafora di Addai e Mari (trasmessa interrottamente nelle chiese siro-orientali o l'antichissima Anafora di San Marco) presentano tutti gli stessi punti comuni con il Canone Romano: 1) una preghiera anamnestica (memoriale dell'istituzione della Santa Cena - nel caso dell'anafora di Addai e Mari senza le parole di Cristo ma presentato in modo frammentario); 2) una epiclesi (invocazione dello Spirito Santo sui doni del pane e del vino); 3) fede nella trasformazione del pane e del vino nel Corpo e nel Sangue di Cristo (sebbene non espressa in termini di transustanziazione fino al medioevo in Occidente e mai espressa in questi termini in Oriente). In tutti i casi vi è la fede in una presenza reale e "oggettiva" del Corpo e Sangue di Cristo nelle specie consacrate. Eppure, così si esprimeva Giovanni Calvino, nel suo Institutio christianae religionis: «Qualunque siano i termini inventati per mascherare le loro false dottrine e renderle accettabili, si ritorna pur sempre a questo punto: ciò che era pane diventa Cristo, in modo tale che, dopo la consacrazione, la sostanza di Gesù Cristo è nascosta sotto forma di pane. E questo non hanno vergogna di dirlo in modo esplicito e chiaro» (IV, 17, 13); per difendere questa dottrina della trasformazione del pane e del vino nel Corpo e Sangue di Cristo, afferma il riformatore di Ginevra, «i papisti combattono oggi con impegno maggiore che per tutti gli altri articoli della fede [...] il pane si è mutato nel corpo di Cristo non nel senso che il pane si è fatto corpo, ma nel senso che Gesù Cristo, per nascondersi sotto le specie del pane, annulla la sostanza di quello. Stupisce che siano caduti in tanta ignoranza, per non dire stupidità, osando contraddire, per sostenere tale mostruosità, non solo la Sacra Scrittura, ma anche ciò che era sempre stato creduto dalla Chiesa antica (IV, 17, 14). Ora, è possibile che Calvino, uomo dottissimo, pur con gli strumenti del suo tempo, non sapesse che la chiesa antica sosteneva proprio ciò che lui negava. E oggi, di ciò, ne abbiamo ampia testimonianza. Non vogliamo pensare che egli fosse in malafede, ma sappiamo oggi, grazie a numerose testimonianze patristiche e liturgiche di epoca subapostolica, che quanto afferma non risponde al vero. D'altra parte Cristo afferma in Gv 6,51-54: 51 Io sono il pane vivente, che è disceso dal cielo; se uno mangia di questo pane vivrà in eterno; e il pane che io darò per la vita del mondo è la mia carne». 52 I Giudei dunque discutevano tra di loro, dicendo: «Come può costui darci da mangiare la sua carne?» 53 Perciò Gesù disse loro: «In verità, in verità vi dico che se non mangiate la carne del Figlio dell'uomo e non bevete il suo sangue, non avete vita in voi. 54 Chi mangia la mia carne e beve il mio sangue ha vita eterna; e io lo risusciterò nell'ultimo giorno. La chiesa Anglicana, nel suo primo Book of Common Prayer, promulgato nel 1549 da Edoardo VI ed elaborato sostanzialmente da Thomas Cranmer, mantiene nella preghiera consacratoria il TO BE, ovvero la richiesta che il Padre mandi il suo Spirito affinché il pane e il vino siano (divengano) il Corpo e il Sangue di Cristo. Dalle edizioni successive, cui misero mano riformatori come Pietro Martire Vermigli e Martin Bucer (di orientamento zwingliano) il TO BE scompare e si richiede al Padre di concederci di "prendere parte" ("partake") al Corpo e al Sangue di Cristo, in una formula che è un "mix" di luteranesimo, calvinismo, cattolicesimo e zwinglianesimo. Solo dopo le riforme seguite al Movimento liturgico del XX secolo riappariranno nel Book of Common Prayer della Chiesa Episcopale degli Stati Uniti d'America e nel Common Worship della Chiesa d'Inghilterra formulari che reintroducono il TO BE ("affinché sia"), ovvero la fede in una presenza "oggettiva" del Corpo e del Sangue di Cristo nelle specie eucaristiche. La cosa bizzarra è che, per non scontentare le correnti anglo-cattoliche e quelle evangeliche che da sempre attraversano la Chiesa anglicana, il BCP 1979 della Chiesa Episcopale degli Stati Uniti di America offre 3 formulari per l'eucarestia: il primo richiama sostanzialmente la concezione di "partecipazione al Corpo e Sangue di Cristo" (che era ancora presente nel BCP 1928, che presenta un certo orientamento anglo-cattolico introducendo nell'anafora una Offerta e una Epiclesi. Il primo formulario del BCP 1979 è presentato in early-modern english e in inglese contemporaneo. Gli altri due formulari, recuperano diversi frammenti del Canone Romano e reintroducono il TO BE. Quanto al Common Worship della Chiesa di Inghilterra, arriva a proporre addirittura 8 (otto!) formulari: A, B, C, D, E, F, G, H; i primi tre "vecchio stampo" (senza allusioni a una trasformazione "oggettiva" delle specie consacrate), gli altri 5 con la formula TO BE, presente nel canone Romano e in tutte le liturgie dei primi secoli. Tra le chiese metodiste sorte dal movimento holiness vi è la Chiesa del Nazareno, che fino a qualche decennio fa adottava un brevissimo formulario (lasciando il resto all'estemporaneità) di orientamento totalmente zwingliano (le specie consacrate sono definite "emblemi"), ma che nel suo ultimo Manuale ha introdotto una vera e propria formula epicletica sui doni del pane de del vino, in cui si richiede al Padre di effondere il suo Spirito sia sulla comunità riunita in preghiera che sui doni del pane e del vino, affinché diventino (TO BE) il Corpo e il Sangue di Cristo. L'eucaristia (Communion Supper) è inoltre definita "mezzo di grazia" (means of grace), secondo una accezione tipicamente wesleyana (John Wesley è stato, nel diciottesimo secolo, il fondatore del Metodismo) e compatibile con la dottrina dei Padri dell'epoca subapostolica. Peccato che, anche in questo caso, l'utilizzo del formulario del Manuale non sia assolutamente restrittivo, ma anzi, la maggior parte delle Chiese del Nazareno, utilizza preghiere estemporanee per la liturgia. Vi sono poi le chiese Metodiste: la United Methodist Church - che è la più ampia denominazione metodista americana - richiede attualmente di attenersi ai propri formulari, ma questi offrono solo una struttura di base, di fatto priva di eucologia (cioè delle preghiere vere e proprie da formulare). Nei sui articoli di religione continua a rigettare la transustanziazione (il che, di per sé, non implica il rifiuto della fede nella presenza oggettiva del Corpo e Sangue di Cristo, perché anche gli ortodossi rifiutano di razionalizzare il mistero parlando di transustanziazione ma credono che Cristo sia presente in maniera "oggettiva"). Ciò ha dato vita alle forme liturgiche e alle interpretazioni teologiche dell'eucaristia le più varie. Non se la passa meglio la British Methodist Church, che in un sondaggio condotto tra i propri fedeli riscontra una totale spaccatura tra chi crede nella presenza reale di Cristo nell'eucarestia e chi crede Cristo sia presente ovunque o non sia presente da nessuna parte , se non alla destra del Padre. Tale chiesa offre dei vaghi formulari, in cui non vi è riferimento alla presenza "oggettiva"; specifica inoltre che i formulari sono solo spunti per le chiese e che non devono in alcun modo castrare la creatività e impedire l'uso di preghiere del tutto estemporanee (che furono invece vietate dal Concilio di Ippona del 393 - convocato da Aurelio di Cartagine e sotto la guida di Sant'Agostino - per arginare il diffondersi di eresie mediante la liturgia). Insomma: "noi vi diamo una dritta, che resta un po' ambigua per accontentare tutti, ma poi fate un po' come vi pare". In conclusione, solo le chiese anglicane, quella luterana (che ha sempre predicato la consustanziazione) e alcune chiese di derivazione metodista hanno mantenuto o recuperato, il senso della presenza "oggettiva" di Cristo nell'eucarestia, e non una considerazione di essa come puro memoriale o comunione spirituale con il Risorto, concetti del tutto assenti nella chiesa subapostolica. Alla luce dei progressi realizzati dalle scienze storico-teologiche, patristiche, filologiche e liturgiche, tale svolta era probabilmente inevitabile. Purtroppo per le chiese protestanti storiche ma anche per per quelle evangeliche è rimasta una svolta più teorica che pratica, poiché permane una grande frammentazione liturgica (nell'offerta di svariati formulari, spesso in contraddizione tra loro nella stessa chiesa) e una forte tendenza a una estemporaneità del tutto fuori controllo (soprattutto dal punto di vista dell'ortodossia teologica). Risulta alquanto necessaria una Riforma della Riforma, se questa vuole richiamarsi autenticamente alla chiesa apostolica (la Bibbia non ci dice quasi nulla su come veniva svolta la liturgia cristiana, ma i testimoni patristici antichi conobbero personalmente gli apostoli). Se si vuole essere una chiesa dotata di una liturgia non si può che avere una liturgia che sia espressione, almeno nei suoi tratti essenziali, del Canone Romano o delle liturgie ortodosse, trasmesse interrottamente dai primi secoli della cristianità (per il Canone Romano un periodo antecedente il II secolo). In ogni caso, il minimo indispensabile di una qualsiasi liturgia deve essere costituito dalla compresenza di una anamnesi - nella forma delle parole dell'istituzione pronunciate da Cristo durante la Santa Cena - e di una epiclesi - intesa come invocazione dello Spirito Santo mediante il Padre, affinché le oblate (pane e vino) siano (TO BE) il Corpo e il Sangue di Cristo. Senza delle coordinate comuni a livello liturgico le chiese evangeliche (storiche e non) rischiano di ritrovarsi polverizzate da una forza centrifuga le cui conseguenze - cui già si può ampiamente assistere -si riflettono anche a livello dottrinale e pastorale. Resta sempre valido il principio formulato da Prospero di Aquitania tra IV e V secolo: Lex orandi, lex credendi: insomma, "dimmi come preghi e ti dirò chi sei".
Rev. Dr. Luca Vona, Eremita





Quando i riformatori scopiazzarono un monaco dell'alto medioevo

[Per evidenti ragioni di tempo da distribuire tra i relatori non ho potuto approfondire a sufficienza la tematica liturgica proposta al Convegno "L'Eredità di Wesley", svoltosi all'Università di Catania il 6 ottobre 2019. Mi riservo di farlo in maniera  estesa e puntuale (con precisi riferimenti bibliografici) in un prossimo saggio scientifico (all'interno di eventuali Atti del Convegno o in un articolo su una rivista teologica internazionale). Pubblico questo, ed eventuali prossimi post, per toccare alcuni temi inerenti la stessa. Con questo post, in particolare, colgo l'occasione dell'anniversario della riforma di Zurigo, ad opera di Uldrych Zwingli, per confrontare il suo pensiero con quello di alcuni teologi che diedero vita a controversie eucaristiche in epoca altomedievale, riallacciandomi poi alla teologia eucaristica in epoca subapostolica e alle differenze tra il pensiero sacramentale di Zwingli e quello di John Wesley. Rev. Dr. Luca Vona]

Le diverse dottrine sull'eucaristia sviluppate dai principali riformatori protestanti hanno in comune la sorprendente somiglianza con l'opera di un monaco dell'alto medioevo, di nome Ratramno di Corbie (800-868 circa), nella cui opera troviamo persino una dottrina della doppia predestinazione.

La dottrina eucaristica di Uldrych Zwingli influenza indirettamente quella del secondo Book of  Common Prayer anglicano (1552), rimaneggiamento della prima edizione (1549) redatta dall'Arcivescovo di Canterbury Thomas Cranmer, operato dai riformatori Pietro Martire Vermigli e Martin Bucer; questi ultimi due erano, appunto, convinti zwingliani. Lascio da parte in questo breve post le considerazioni in merito alla dottrina eucaristica di Lutero, impostata sulla consustanziazione e, quindi, su una presenza oggettiva del Corpo e del Sangue di Cristo nelle specie consacrate (pane e vino), sebbene diversa dalla dottrina della transustanziazione.

L’inizio della Riforma a Zurigo è associato alla figura di Zwingli. Nato da una famiglia di contadini agiati il 1 gennaio 1484, frequentò le scuole latine di Basilea e Berna e le università di Vienna e Basilea (1504-1506), dove conseguì il titolo di magister artium. Appena ventiduenne fu nominato parroco della piccola città di Glarona, capoluogo dell’omonimo cantone, dove rimase fino al 1516 assolvendo con zelo i doveri del suo ministero.

Ulrich Zwingli

Se e in che misura la teologia di Zwingli sia stata influenzata dall’esperienza di Lutero è una questione che continua ad essere dibattuta tra gli studiosi. Del Riformatore tedesco  Zwingli condivideva (pur avendoli elaborati in forma autonoma e adattati alle esigenze di una repubblica cittadina) i grandi principi teologici del solus Christussola gratia, sola fides.  Di Lutero Zwingli non condivise soprattutto la concezione sacramentale. Lo scontro tra i due Riformatori, preceduto da un serie di scritti particolarmente polemici, avvenne nel famoso colloquio di Marburgo (1529). Diversamente da Lutero, Zwingli non considerava i sacramenti come strumenti di grazia, ma come segni. In particolare lo Zurighese non riconobbe all’eucaristia il carattere obbiettivo che le attribuiva il Wittenberghese, il quale affermava  la presenza reale di Cristo negli elementi. Ciò non significa tuttavia che Zwingli sostenne un’interpretazione meramente simbolica di tale presenza; si dirà con più precisione che egli credeva in una presenza spirituale del Signore che si realizza attraverso il ricordo  dei fedeli. Nella sua teologia l'eucaristia è considerata un semplice memoriale, ma non nel senso psicologistico in cui lo intenderemmo noi oggi, bensì un memoriale che, alimentato dalla fede ci mette in comunione con il Signore. Siamo comunque in presenza di una dottrina fortemente soggettiva del Sacramento, poiché mentre i doni consacrati restano semplici segni, la comunione avviene solo mediante la fede.

Anche la dottrina eucaristica di Calvino, riformatore di Ginevra è di tipo soggettivo, ovvero, il fedele riceve Cristo non in quanto oggettivamente presente nelle specie consacrate del pane e del vino, ma lo riceve spiritualmente per fede. Si tratta, inoltre, di una presenza spirituale, non di una comunione con il Corpo e il Sangue del Risorto, che siede cieli alla destra del Padre. In qualche modo Cristo comunica, attraverso lo Spirito Santo, e il fedele riceve, per mezzo della fede, la propria presenza, la propria potenza.

Nella dottrina anglicana del primo Book of Common Prayer (1549) è invece ancora presente l'idea di un mutamento oggettivo dei doni al momento della consacrazione:

Heare us (O merciful father) we besech thee; and with thy holy spirite and worde, vouchsafe to bl+esse and sanc+tifie these thy gyftes, and creatures of bread and wyne, that they maie be unto us the bodye and bloude of thy moste derely beloved sonne Jesus Christe. 

[Ascoltaci (O Padre misericordioso) ti supplichiamo; e con il tuo santo spirito e la tua parola, concedici di bene+dire e santi+ficare questi tuoi doni e creature del pane e del vino, affinché possano essere per noi il corpo e il sangue del tuo dilettissimo figlio Gesù Cristo; traduzione mia; i segni "+" indicano un segno di croce].

Nelle edizioni successive del Book of Common Prayer non solo sparirà il segno di croce sul pane e quello sul vino, ma anche la supplica affinché l'anamnesi ("la tua parola", in riferimento alle parole dell'istituzione dell'eucaristia pronunciate da Cristo) e l'epiclesi ("con il tuo santo spirito") realizzino il mutamento dei dona  in munera, dell'offerta del pane e del vino in Corpo e Sangue di Cristo per la nostra salvezza.

La formula a partire dal secondo Prayer Book (1552) sarà infatti la seguente:

Heare us O mercyefull father wee beeseche thee; and graunt that wee, receyving these thy creatures of bread and wyne, accordinge to thy sonne our Savioure Jesus Christ's holy institucion, in remembraunce of his death and passion, maye be partakers of his most blessed body and bloud.

[Ascoltaci o Padre misericordioso, ti supplichiamo; e concedici di ricevere queste tue creature del pane e del vino, in accordo con l'istituzione del nostro Salvatore Gesù Cristo, affinché in memoria della sua passione e morte possiamo essere resi partecipi del suo benedetto corpo e sangue; traduzione mia].

Come si vede, in questa revisione operata da Bucer e Vermigli, sulla scorta del pensiero di Zwingli, l'accento è posto sul fare memoria, che consente di prendere parte al Corpo e al Sangue di Cristo. Se consideriamo che la partecipazione del credente è al Corpo e al Sangue di Cristo non manca, dunque, neanche nella dottrina eucaristica anglicana, nella sua fase di compimento riformato, l'idea di una partecipazione al Risorto e non semplicemente alla sua grazia o alla sua potenza. Siamo qui in presenza di una dottrina "mista". La comunione è con il Corpo e Sangue di Cristo e si realizza mediante 1) le parole dell'istituzione pronunciate dal celebrante ("in accordo con l'istituzione del nostro Salvatore Gesù Cristo") e 2) "in memoria della sua passione e morte" (dunque, per la fede del credente). Se viene a mancare uno dei due elementi non c'è comunione (es. chi si accostasse alle specie consacrate senza fede on riceverebbe nulla). Sappiamo che Bucer ricercava una mediazione tra i luterani del sud della Germania e i riformati svizzeri. Questa considerazione della comunione eucaristica di tipo oggettivo-soggettivo rappresenta proprio gli sforzi di mediazione testimoniati dall'epistolario di Cranmer e di Bucer.

Sebbene il ventottesimo dei trentanove articoli di religione anglicani rifiuti la dottrina romana della transustanziazione, la teologia anglicana non mise mai in dubbio la reale (corporale) presenza di Cristo nell'eucaristia sebbene legata al "doppio binario" di cui sopra, ovvero alla necessità della fede da parte del recipiendario delle specie consacrate.

Ora, cosa c'entra tutto questo con un monaco del nono secolo?

Ratramno di Corbie (800 circa – 868 circa) è stato un filosofo e teologo francese.
Monaco dell'abbazia benedettina di Corbie, presso Amiens, si rese noto per la controversia sull'eucaristia con il suo scritto De corpore et sanguine Domini liber, nel quale si oppose alla teoria espressa nell'831 dal monaco del suo stesso convento Pascasio Radberto (che anticiperebbe in qualche modo la dottrina della transustanziazione). Quest'ultimo aveva affermato decisamente l'identità dell'essenza del corpo di Cristo e del pane eucaristico, così come l'identità dell'essenza del sangue di Cristo con il vino della cerimonia, una tesi negata dalla maggioranza dei teologi del tempo che consideravano simbolica (ma non per questo meno reale) la presenza di Cristo nell'Eucaristia. Per quanto Ratramno e Radberto fossero d'accordo nel ritenere che Cristo fosse presente nell'eucaristia, Radberto riteneva tale presenza reale e miracolosa, mentre Ratramno la considerava soltanto simbolica, il senso del sacramento eucaristico risiedendo proprio nella capacità del credente di superare il fenomeno esteriore, con uno sforzo di fede utile a giungere al senso profondo del mistero.
Va precisato che durante tutto il periodo della sua vita Ratramno non fu mai scomunicato né la sua dottrina condannata.
Con il mutare delle opinioni diffuse riguardo all'Eucaristia, il libro di Ratramno fu condannato e bruciato nel Concilio di Vercelli del 1050.

Ratramno partecipò anche al dibattito sulla predestinazione, nel quale prese le difese del monaco Gotescalco con un De praedestinatione Dei ad regem Carolum Calvum.
Nella controversia sulla questione degli eletti e dei predestinati, scritto su richiesta di Carlo il Calvo, sostenne la dottrina della doppia predestinazione, senza farsi scoraggiare dalla negativa esperienza di Gotescalco, fatto incarcerare dal vescovo Incmaro di Reims per aver sostenuto la medesima tesi.

La dottrina eucaristica del monaco Ratramno ritorna nell'opera di Berengario di Tours (998-1088).
Berengario studiò a Tours e poi a Chartres, sotto il vescovo Fulberto. Alla morte di questi, nel 1029, Berengario tornò a Tours, dirigendo la scuola di San Martino. Nel 1039 fu nominato arcidiacono di Angers, ma continuò a vivere a Tours.
Nel 1047 Berengario ebbe una polemica con Lanfranco di Canterbury, abate del monastero di Le Bec in Normandia e futuro arcivescovo di Canterbury, sulla natura dell'eucaristia, durante la cui celebrazione, secondo la fede cattolica, il pane e il vino del celebrante si trasformano realmente nel corpo e nel sangue di Cristo; questa trasformazione, solo nel tredicesimo secolo sarà definita "transustanziazione", secondo categorie filosofiche aristoteliche e solo nel sedicesimo secolo divenne dogma con il Concilio di Trento.
Per Berengario non avviene realmente alcuna trasformazione, ma il pane e il vino sono solo simboli del corpo e del sangue di Cristo; per Lanfranco, invece, il pane e il vino sono realmente corpo e sangue di Cristo.


Denunciato da Lanfranco, Berengario fu imprigionato e poi condannato da diversi sinodi, finché a quello di Bordeaux del 1080 sottoscrisse di credere che "dopo la consacrazione il pane diventa il vero Corpo di Cristo, quel corpo nato dalla Vergine e che il pane ed il vino sull'altare, grazie al mistero della preghiera santa e delle parole del Nostro Salvatore, vengono convertiti in sostanza nel Corpo e Sangue del Signore Gesù Cristo".

Durante la Riforma, vi fu una riscoperta del libro di Ratramno De corpore et sanguine Domini liber; tradotto e pubblicato nel 1532, cominciò a diffondersi in alcuni circoli umanistici. Fu apprezzato particolarmente dall'arcivescovo di Canterbury, Thomas Cranmer, che dichiarò di essere stato convinto da Ratramno a esprimersi contro la transustanziazione, mentre la Chiesa cattolica confermò il dogma della transustanziazione nel Concilio di Trento, stabilendo che «se qualcuno negherà che nel santissimo sacramento dell'Eucaristia si contenga veramente, realmente e sostanzialmente il corpo e il sangue, insieme con l'anima e la divinità di Nostro Signore Gesù Cristo e perciò tutto Gesù Cristo, ma dirà che in questo sacramento egli vi è soltanto in segno o in figura o in potenza, sia scomunicato». Il trattato eucaristico di Ratramno finì nel 1599 nell'Indice dei libri proibiti.

Si noterà, dunque, come l'origine delle controversie eucaristiche affondi le radici nell'alto medioevo. Fino a prima nessuno aveva mai messo in discussione la presenza reale di Cristo nell'eucaristia, ma neanche aveva cercato di specificarla in termini razionali. Come da sempre accade nelle chiese Orientali, il modo in cui, con la consacrazione, i doni divengono Corpo e Sangue di Cristo era considerato un mistero insondabile. 

Quel che è certo è che gli studi sul Canone Romano, che Lutero definiva «abominevole [...] raccolta di omissioni e di immondezze» ci dimostrano oggi la sua antichità e il suo esplicito riferimento alla trasformazione oggettiva dei dona in munera (secondo una tipica forma mentis della ritualità romana), del pane e vino in Corpo e Sangue di Cristo, nel momento in cui vengono offerti alla divinità mediante la secratio. L'antichità del Canone Romano è stata dimostrata da un suo frammento in greco presente nel papiro gr. 38 di Strasburgo, contenente il Te igitur (parte iniziale del Canone Romano). Considerato che la latinizzazione della chiesa di Roma avvenne tra il II e il III secolo, perché fino a prima si celebrava in greco, dobbiamo considerare questo frammento una testimonianza scritta di una tradizione orale di era probabilmente subapostolica.
L'antichità del Canone Romano è confermata dalle sue numerose citazioni nelle opere di Ambrogio, Agostino, Tertulliano e Zenone di Verona. 
Anche la Lettera 63 di Cipriano di Cartagine (210-258), scritta contro gli acquariani, che per rigore ascetico celebravano l'eucaristia con pane e acqua anziché con pane e vino, attesta una teologica eucaristica che crede nella presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nelle specie consacrate. C'è da dire che per Cipriano il celebrante agisce non in persona Christi ma vice Christi, ovvero in funzione di Cristo. E questo meriterebbe un approfondimento a parte.

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Citiamo da ultimo, in maniera non esaustiva, tra i testimoni antichi della cristianità orientale, l'anafora di Addai e Mari, discepoli di Tommaso Apostolo, trasmessa ininterrottamente nelle chiese siro-orientali, cattoliche e ortodosse.
Questa anafora si contraddistingue perché non contiene le parole dell'Istituzione eucaristica in maniera completa, ma sparpagliate in diversi punti della preghiera rivolta a Dio Padre. In questa anafora è presente anche una epiclesi, invocazione dello Spirito Santo sul pane e sul vino, perché divengano il Corpo e Sangue di Cristo.

Concludendo, possiamo affermare che le controversie eucaristiche affondano le radici nell'occidente medievale e sono indice di una volontà di razionalizzazione del mistero. L'affermazione, prima storico-teologica e poi dogmatica, della dottrina della transustanziazione ha in qualche modo rinchiuso il mistero all'interno di categorie umane (razionalizzanti), ma è riuscita a mantenere salda la fede nella presenza oggettiva del Corpo e del Sangue di Cristo nel sacramento eucaristico; per contro, la risposta ad essa, principiata nel nono secolo e culminata con la Riforma protestante (che ha recuperato categorie altomedievali e non solo bibliche, influenzata anch'essa da una tendenza razionalizzatrice, sebbene di segno contrario) non è stata in grado di preservare l'antica dottrina - della tradizione liturgica di epoca patristica - sulla presenza reale di Cristo nell'eucaristia, con il suo corpo, sangue, anima e divinità.

I testimoni antichi della preghiera eucaristica, come il Canone Romano, non lasciano dubbi riguardo al fatto che il pane e il vino vengono santificati affinché diventino per noi il corpo e il sangue di Cristo (Quam oblationem). Se pure si volesse intravedere in quel per noi uno spazio per una interpretazione oggettiva-soggettiva, come postularono alcuni teologi in epoca altomedievale, interessati a dare una spiegazione razionale-simbolica del mistero, in nessun caso troviamo nelle testimonianze letterarie e liturgiche di epoca patristica l'idea di una comunione puramente spirituale con Cristo o l'idea che le specie eucaristiche siano dei meri segni su cui fare memoria, e non degli oggettivi strumenti di salvezza. Come direbbe il predicatore evangelico John Wesley (1703-1791) i sacramenti sono veri e propri mezzi di grazia (means of grace); egli aveva fede nella presenza reale di Cristo nell'eucarestia, probabilmente secondo la teologia anglicana (oggettiva-soggettiva) ma certamente diversa al punto di vista di Ratramno di Corbie, Berengario di Tours, Calvino e Zwingli. Così attesta la prima stanza del cinquantasettesimo dei suoi 166 inni eucaristici:

O the depth of love Divine,
Th' unfathomable grace!
Who shall say how bread and wine
God into man conveys!
How the bread His flesh impart,
How the wine transmits His blood,
Fills His faithful people's hearts
With all the life of God!

O profondità dell'amore divino,
grazia insondabile!
Chi può dire come il pane e il vino
convogliano Dio nell'uomo!
Come il pane conferisce la sua carne,
come il vino trasmette il suo sangue,
riempiendo il cuore dei suoi fedeli
con tutta la vita di Dio!


Rev. Dr. Luca Vona






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