«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Prendersi cura di Dio


Commento alla Liturgia del Natale


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse la nostra natura su di sé e nascesse in questo tempo da una vergine pura; concedici di essere rigenerati e resi tuoi figli per adozione nella grazia, rinnovati ogni giorno dal tuo Spirito Santo; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Eb 1,1-12; Gv 1,1-14

«No, Dio non cerca l'adorazione, il capo chino, lo spirito che l'invoca, che lo interroga, nemmeno il grido della rivolta. Cerca, soltanto, di vedere, come vede il fanciullo, una pietra, un albero, un frutto, la pergola sotto il tetto, l'uccello che s'è posato su un grappolo maturo». Sono parole del poeta, recentemente scomparso, Yves Bonnefoy. Quali parole più appropriate potrebbero descrivere il mistero dell'Incarnazione? Il mistero di un Dio che ci salva amandoci, amando e condividendo la nostra condizione umana in tutte le sue sfumature, quelle più delicate, come le bellezze e le gioie della vita e del creato, ma anche quelle più cupe: il freddo della stalla, le fatiche del lavoro quotidiano, una vita di stenti e peregrinazioni «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58); e ancora: «Or avvenne in un giorno di sabato, dopo il grande sabato, che egli camminava attraverso i campi di grano, ed i suoi discepoli coglievano delle spighe e le mangiavano, sfregandole con le mani» (Lc 6,1). Con la sua Incarnazione, con la sua intera vita e con la sua Passione, il Signore si è spogliato della propria natura divina affinché Dio potesse essere presente anche nell'ultimo, nel più disprezzato e nel più sofferente degli uomini. Non c'è condizione umana che non sia toccata da Dio.
E se Dio si è spogliato della propria gloria, quanto più noi dovremmo spogliarci dei nostri orpelli, delle maschere che indossiamo per esorcizzare il nostro nulla e nascondere a noi stessi il nostro destino mortale?
Così si esprimeva il grande poeta inglese del diciassettesimo secolo John Donne, chierico anglicano: «Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze». E ancora: «Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi». Questo disincanto non è la visione edulcorata che siamo soliti avere del Natale, quell'evento che portò il Logos eterno a farsi corpo, esposto alle mille intemperie della vita umana. Questo disincanto è scoprire che Dio, la Parola eterna che era con il Padre prima della creazione del mondo e prima che il tempo stesso fosse, venne ad abitare in mezzo a noi. Calpestò la nostra terra, attraversa i nostri corpi, in virtù della comunione con Cristo, che si compie, per grazia, nella fede.
Abbandonando ogni perfezione ed entrando nella presenza della vita e della morte, condividendo la nostra natura umana, senza perdere la distinzione tra essa e la propria natura divina, la Parola eterna, il Figlio di Dio ha dimostrato la dignità assoluta di ogni vita.
Cristo non è soltanto uno tra i grandi profeti di cui Dio si è servito nel corso dei secoli per far conoscere all'uomo i suoi disegni; egli è il Profeta per eccellenza, il Rivelatore ultimo e definitivo della verità divina e lo è in virtù della sua natura stessa e della posizione eccelsa che egli occupa; egli è il Figlio, la luce vera, colui in cui rifulge l'essenza di Dio, egli è il dominatore del mondo che fu già creato per mezzo di lui; egli che pur si abbassò fino alla croce, facendosi scandalo, siede ora alla destra di Dio investito di podestà regale su tutte le creature.
Non c'è pietra d'inciampo più grande di questa per la nostra ragione e persino per ogni altra religione: un Dio onnipotente che si fa assoluta debolezza, che sceglie di nascere come un bambino, fragile e bisognoso delle nostre cure. Lui, che si prende cura di noi, avendoci donato tutto quello che abbiamo, a cominciare dalla nostra stessa esistenza. Prendiamoci anche noi cura di Dio, in questo tempo di tenebre, affinché egli possa crescere e noi diminuire.

Rev. Luca Vona


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