«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8

UNA CHIESA BIBLICA, LITURGICA, SACRAMENTALE


Lasciarsi condurre dallo Spirito di Dio

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA OTTAVA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

O Dio, la cui perenne provvidenza ha ordinato tutte le cose, in cielo e sulla terra; ti supplichiamo umilmente di liberarci da ogni cosa nociva e di donarci tutto ciò che è per noi profittevole; per Gesù Cristo, nostro Signore.

Letture:

Rm 8,12-17; Mt 7,15-21

Chi sono i falsi profeti di cui parla Gesù, dicendoci che vengono in veste di agnelli ma si rivelano lupi?Per giudicarli, Gesù ci esorta a valutare i frutti che producono, se sono buoni o cattivi. Come facciamo a distinguere i frutti buoni dai cattivi? Una indicazione ci è data da Paolo, nella sua lettera ai Romani, dove ci offre un contrasto tra la carne e lo Spirito. Non abbiamo un debito con la carne, che conduce alla morte, ma con lo Spirito (Rm 8,12-13). Ma cosa è la carne? Con questa parola l’apostolo Paolo sembra indicare quanto nell’uomo è soggetto alla caducità, la nostra fragilità, i nostri limiti. La carne è quel qualcosa della nostra natura umana, tendente verso il nulla: è destinata alla morte e ci trascina verso la morte. Lo Spirito, invece, ci conduce alla vita e alla santificazione, se ci lasciamo guidare da lui: “tutti quelli che sono condotti dallo Spirito di Dio, sono Figli di Dio” (Rm 8,14).
La carne ci riduce in schiavitù, perché ci rende soggetti alle opere morte (Eb 9,14) e alla morte stessa. Vivere secondo la carne significa dunque vivere per ciò che è vano, instabile, impermanente; per tale ragione, significa vivere nella paura: paura costante della perdita, perdita di ciò che possediamo o desideriamo e perdita della nostra stessa esistenza. Vivere secondo lo Spirito significa vivere per il Regno di Dio, fondati nell’Eterno e nella fonte stessa della vita.
Lo Spirito ci rende figli di Dio, perché è spirito di adozione, che ci consente di chiamare Dio "Padre". Lo Spirito di Dio testimonia al nostro spirito che sebbene tutto ciò che abbiamo e tutto ciò che siamo è minacciato dalla morte, noi siamo eredi della vita, eredi nientemeno che di Dio stesso, in Cristo, destinati alla glorificazione con lui. L’esperienza della sofferenza, della perdita e della morte continuano a far parte dell'esistenza terrena, ma il Verbo incarnato ha voluto condividerle fino in fondo con noi, per portare la presenza di Dio anche nei luoghi più desolati dell’esistenza umana.
La morte, già sconfitta dal trionfo pasquale di Cristo, non avrà più spazio nel Regno di Dio, la cui presenza in mezzo a noi è già testimoniata dai buoni frutti dei credenti.
Nel discorso che conclude il lungo sermone sul Monte, Gesù ci indica, dunque, che potremo comprendere se ci stiamo lasciando condurre dallo Spirito prendendo in considerazione i frutti che producono le nostre vite, sebbene circondate da spine. E i frutti possiamo valutarli alla luce della Sacra Scrittura. Ciò che è buono è conferme ad essa, ciò che è cattivo si allontana o combatte il messaggio evangelico. Gesù ci mette in guardia dai falsi profeti, coloro che, assecondano l'uomo carnale, materiale, sempre accondiscendenti verso le tendenze del mondo; appaiono buoni, proprio per la loro capacità di trovare un compromesso con il peccato, ma finiscono per divorare coloro che se ne lasciano sedurre.
Se la nostra vita è radicata nelle Scritture saremo come un albero buono, che non può dare frutti cattivi, né può restare senza frutti. Pertanto, non basta la certezza, magari la presunzione, di essere giustificati per fede, predestinati alla salvezza. Occorre esaminare le nostre vite e valutare se stiamo consentendo allo Spirito di Dio di agire in noi e di portare buoni frutti. Infatti, l'albero che pure irrigato e concimato non dà buoni frutti, viene tagliato e gettato nel fuoco (Mt 7,19; e la parabola del fico sterile in Lc 13,6-9). La fede non è espressa semplicemente da ciò che diciamo, dal proclamare Gesù Cristo Signore; è fare la volontà del Padre che è nei cieli (Mt 7,21), consentendogli di esercitare la sua signoria sulle nostre vite. Perché servire Dio significa regnare con lui, come coeredi di Cristo, colui che ha compiuto la volontà del Padre fino in fondo e afferma: "Tutte le cose che il Padre mi ha dato sono mie" (Gv 16,15).

Rev. Dr. Luca Vona


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