Il Rev. Dr. Luca Vona, Eremita
VIVERE NEL DESERTO NON SIGNIFICA DISERTARE

lunedì 12 agosto 2019

Predestinazione?

Il presupposto inaccettabile di coloro che predicano la dottrina della doppia predestinazione, sganciata dal principio della prescienza di Dio, che lascia libero l'uomo di resistere alla grazia e perseverare in essa è che lo fanno esortando ad accettare con umiltà e senza dubitare la Sovranità di Dio e la sua assoluta libertà, che nella loro ottica significherebbe per Dio di destinare preventivamente e arbitrariamente alcuni uomini alla salvezza e di abbandonare o attivamente designare altri uomini alla perdizione eterna. Ciò va chiaramente contro la  stessa natura ed essenza di Dio, Padre amorevole (vedi 1Gv 4,8; Ez 18,23; Ez 33,11; Sal 62,12; Lc 19,10; solo per citare alcuni passi biblici).

Loro però non hanno mai alcun dubbio di essere stati predestinati (in maniera del tutto arbitraria ovviamente) alla salvezza mediante una espiazione da parte di Cristo sulla croce che considerano limitata, e vanno predicando con orgoglio l'appartenenza a tale "popolo degli eletti". Riducono Dio a un burattinaio. Insomma una figura triste e irragionevole. Siamo ben lontani dall'elezione di Israele come popolo sacerdotale tra le genti - salvate comunque dalla legge noachica, anziché da quella mosaica - entrambe preparazione e prefigurazione della Salvezza in Cristo. Siamo ben lontani dal Dio considerato come Logos (intelletto) e Amore dall'evangelista Giovanni e dalle parole stesse di Gesù che afferma "Quando sarò innalzato attirerò tutti a me" (Gv 12,31). E siamo ben lontani dall'esortazione del Signore ad annunciare AD OGNI CREATURA (Mc 16,15) la buona novella della salvezza per grazia. Siamo anche ben lontani dalla salvezza PER SOLA FIDE del protestantesimo. Qui infatti non serve neanche più che l'uomo perseveri nella fede, donatagli dalla grazia preveniente, per accogliere la stessa grazia (SOLA GRATIA) annunciata dalla Scrittura (SOLA SCRIPTURA), rendendo lode a Dio (SOLI DEO GLORIA) per la salvezza a noi guadagnata da Cristo (SOLUS CHRISTUS).

Nella loro visione teologica l'uomo diventa un contenitore dove Dio infila la salvezza o la dannazione a forza, un automa, un pupazzo (non l'essere creato a immagine e somiglianza di Dio). E l'Altissimo diventa una sorta di bambino capriccioso. Questi predicatori di sventura (anziché della "buona novella"), che poi spesso sono tra i più tolleranti, o addirittura ferventi propagandisti, di certi "diritti" che non hanno nulla di evangelico, appaiono privi dei più basici strumenti teologici per distinguere e armonizzare onnipotenza, onniscienza, prescienza, predestinazione, libertà e arbitrarietà nel discorso intorno a Dio e alle Scritture. E con una esegesi biblica che non ha nulla a che vedere con l'annuncio della salvezza, deturpano la parte più essenziale del messaggio predicato da Cristo.

Vi è qualcosa di diabolico in questa dottrina, perché conduce alcune persone al peccato di orgoglio e alla presunzione di appartenere al popolo degli eletti, porta altri a considerarsi dannati fin dall'eternità per una decisione irragionevole da parte di Dio, e altri ancora a non considerarsi responsabili dei propri peccati, vuoi perché eletti alla salvezza fin dall'eternità ,vuoi perché destinati o abbandonati dal Dio nel peccato.

PS. Finora nessuno di costoro mi ha voluto rispondere su dove attinga la certezza di trovarsi tra gli eletti e non tra i predestinati al fuoco eterno.

                  Rev. Dr. Luca Vona, Eremita

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Qui di seguito un ulteriore approfondimento da parte di P. Roberto Spataro S.D.B.

Giovanni Calvino e la sua dottrina sulla predestinazione

Il cristianesimo presentato da Calvino è ancora cristianesimo? A fatica la risposta può essere positiva. Al cuore della sua proposta vi è infatti la dottrina della doppia predestinazione, secondo la quale, essendo tutta l’umanità massa dannata a causa del peccato originale, per un imperscrutabile giudizio divino alcuni soggetti sono destinati all’inferno e altri alla salvezza eterna. Si tratta di una deformazione radicale del Vangelo che pregiudica l’universalità della Redenzione di Cristo, annulla l’annuncio liberante della predicazione apostolica secondo la quale “Dio vuole che tutti gli uomini siano salvi” (1 Tim. 2, 4), immiserisce la speranza cristiana. Questo si legge nella magna charta del calvinismo, la Christianae Religionis Institutio, del 1536: “Noi intendiamo per predestinazione l’eterna disposizione di Dio, in virtù della quale egli ha deciso tra sé ciò che deve accadere, conformemente alla sua volontà, di ogni singolo uomo. Gli uomini non sono infatti tutti creati con lo stesso destino, ma agli uni viene assegnata la vita eterna e agli altri l’eterna dannazione. Or quindi, come il singolo è creato per l’uno o per l’altro fine, così noi diciamo: egli è predestinato alla vita o alla morte” (17).

“Calvino trova magnifica questa concezione di un Dio che crea esseri capaci di pensare, di volere e di amare, avidi di felicità eterna, e che freddamente fa la sua scelta fra di loro, senza alcun riguardo per i loro sforzi, per i loro meriti o demeriti, senza alcuna considerazione per lo sviluppo ulteriore della loro vita, che destina gli uni al cielo — e di conseguenza garantisce loro la fede, la giustificazione, la certezza della salvezza — e gli altri agli inferi, distribuendo fra loro i vizi, le tenebre dello spirito, la perversione del cuore, per poterli accusare nel momento stesso in cui li condanna! Consacra tutto il capitolo XII a stabilire questo dogma sulla base dei testi di san Paolo e dei commenti di Agostino [Aurelio (354-430)]. Si sforza di provare che la gloria di Dio esige la dannazione di molti” (18).

Insomma, l’intero edificio teologico del cristianesimo viene rovinosamente distrutto per far prevalere un’immagine irragionevole di Dio, il cui volontarismo è sinonimo di arbitrarietà se non proprio di malvagità. Scrive Calvino nel libro terzo della sua Institutio: “Non possiamo quindi addurre che un’unica motivazione del fatto che egli procura misericordia ai suoi eletti: perché così gli piace; ma anche per la riprovazione di altri, noi non abbiamo ugualmente alcun’altra ragione che la sua volontà” (19).

Il calvinismo è una religione molto lontana dal Vangelo. Sono gli stessi teologi riformati a rendersi conto dell’assurdità delle credenze di Calvino: “Il calvinismo fu ben presto messo in difficoltà dalla teodicea del riformatore. Il suo Dio era, senza dubbio, una straordinaria mescolanza di nozioni giudaiche di Geova e di pretese concezioni metafisiche sulla sua Prescienza e Provvidenza. In epoca contemporanea, il pastore Wilfred Monod [1894-1940] si è accanito contro questo Dio di Calvino, “Essere arbitrario e capriccioso, crudele e vendicativo”, una sorta di despota dell’antico Oriente, che s’impone con la paura attraverso il cieco esercizio della sua autorità assoluta e che è lontano mille miglia dal Dio del Vangelo […]. M. Vallotton concorda sul fatto che il calvinismo moderno deve rigettare la dottrina del riformatore identificata con la prescienza e la predestinazione, in virtù delle quali Dio ha tutto previsto e voluto, poiché questa formulazione falsamente scolastica fa di Dio l’autore del male” (20).

Difficilmente si possono rintracciare “radici cristiane” nella teologia calvinista

“Leggendolo, si prova l’impressione ch’egli obbedisca al Dio terribile della Bibbia, al giustiziere geloso, a Jehovah, più che seguire il Salvatore e ispirarsi alla misericordia e all’amore predicati nel Vangelo. Egli oppone in una terribile antitesi il Dio onnipotente, volontà immutabile, eterna, somma e sempre attiva — perché con la sua misteriosa, inintelligibile provvidenza dirige il mondo fin nelle sue più piccole cose — all’uomo-niente, privato della libertà dalla caduta dei suoi progenitori, corrotto dai richiami della carne, schiavo cieco delle sue passioni, spoglio, malgrado il suo folle orgoglio, di ogni merito” (21).

Secondo monsignor Cristiani, “il Dio di Calvino, scrive Henri Bois [1862-1924], professore alla Facoltà di teologia protestante di Montauban, non è altro che un grande egoista. Si preoccupa molto poco delle sue creature. Le loro sofferenze presenti ed eterne non gl’interessano punto. Gl’interessa solo la sua gloria. Se condanna una moltitudine alla perdizione eterna, la loro deplorevole sorte non lo tocca: che importa, se essa vale a mettere in luce la sua giustizia? E se ne destina alcuni al cielo, non è perché semplicemente li ama, senza alcun retropensiero, ma perché a lui ne verrà onore. Sempre la sua gloria. La gloria del suo nome! Non un sentimento disinteressato! Il Dio del Vangelo, il Padre di Gesù, non è un Dio di questo tipo (La Prédestination d’après Calvin, in R[evue]. de métaphysique et de morale, 1918, p. 682)“ (22).

Il Vangelo di Cristo propone un comportamento etico fondato sulla libera adesione e non sull’uniformità forzata, che fu esattamente la degenerazione morale provocata dall’imposizione del governo teocratico ginevrino teorizzata negli scritti dottrinali di Calvino. Che cosa rimane del “si vis”, “se vuoi”, evangelico (Mt. 19, 21) nella Ginevra soggiogata al verbo calvinista? “Ginevra vive sotto il segno della sanzione o della scomunica. Il cittadino è sottoposto alla regola comune e non potrebbe sfuggirvi: costumi, abitudini, divertimenti, pasti, libri, tutto è sorvegliato da vicino. La scuola forma i fanciulli secondo le direttive del capo; la chiesa li guida nel cammino della virtù quando si son fatti adulti — la chiesa, vale a dire Calvino. L’assistenza al culto è obbligatoria e controllata: case e strade devono restar vuote e silenziose nell’ora della predica e della Cena; la polizia svolge al riguardo una stretta sorveglianza. Ma non basta recarsi al tempio: bisogna comportarsi bene e partecipare alla Cena nei giorni fissati dal regolamento. Così bisogna subire le investigazioni del magistrato — vere visite a domicilio — e i suoi interrogatori, subire la sorveglianza di tutti e di ciascuno, genitori, figli, domestici, amici o vicini, sempre pronti a segnalare la più lieve mancanza alla regola. Si è virtuosi, a Ginevra, per convinzione sincera o per forza, perché non si può far diversamente, se non si vuole essere molestati. Unità morale, imposta dalla legge — e dalla polizia —; trionfo della disciplina: impossibilità per chiunque di sottrarvisi” (23).

Il clima di “caccia alle streghe”, che come naturale conseguenza rattrista la Ginevra calvinista e la spiritualità puritana ispirata a Calvino, snatura la gioia evangelica e il godimento della creazione, mai del tutto corrotta dal peccato e rinnovata dall’opera della Redenzione. L’anti-vangelo calvinista si sposa e si spiega con la personalità di Calvino, triste e solitario. “Non sapremmo immaginarlo che col viso grave, i tratti austeri, appena animati, in qualche attimo fuggevole, da una nota di ironia sarcastica o di collera, mai da un sorriso spontaneo. […] È questa tristezza di cui furono segnati i suoi giorni che ha dato alla sua dottrina quel pessimismo aspro e totale che nulla mai poté attenuare” (24).

La Bibbia di Calvino cessa di essere il grande codice teologico e antropologico che ha forgiato la civiltà europea. Si riduce a un codice di leggi. Ammettiamo pure in Calvino sentimenti religiosi di riconoscimento della grandezza di Dio e di sottomissione ai suoi imperscrutabili disegni. È però assente in lui il gaudio dell’abbandono fiducioso in Dio, testimoniato e rivelato da Cristo, la paternità che ama e che chiede amore filiale, che libera e redime. L’Europa contemporanea, smarrita nella sua incapacità di ancorarsi alle radici cristiane che hanno forgiato la grande civiltà umanistico-cristiana, ha bisogno di altri maestri e di altri riferimenti storici e non di un “riformatore” che ha lasciato dietro di sé una triste eredità: fanatica intolleranza, ambiziosa presunzione e tradimento del Vangelo.


- L'articolo integrale tratto da Cristianità, 351 (2009): https://alleanzacattolica.org/un-quinto-centenarioda-non-celebrare-la-nascita-di-giovanni-calvino-1509-2009/


Note

(17) Cit. in Erwin Iserloh (1915-1996), L’Europa dominata dal pluralismo delle confessioni, in Hubert Jedin S.J. (1900-1980) (sotto la direzione di), Storia della Chiesa,.vol. VI, Riforma e Controriforma. Crisi-consolidamento-diffusione missionaria (XVI-XVII sec.), trad. it., Jaca Book, Milano 1975, pp. 361-515 (p. 450).

(18) Monsignor L. Cristiani, art. cit., coll. 644-645.

(19) Cit. in E. Iserloh, art. cit., p. 450.

(20) J. Dedieu, art. cit., col. 44.

(21) P. Jourda ed E. de Moreau S.J., art. cit., p. 288.

(22) Monsignor L. Cristiani, art. cit., col. 645.

(23) P. Jourda ed E. de Moreau S.J., art. cit., p. 307.

(24) Ibid., p. 326.