«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Ridestiamoci dal sonno


Commento alla Liturgia della IV Domenica di Avvento


Colletta

Ti supplichiamo Signore, solleva la tua potenza e vieni in nostro soccorso; affinché mentre corriamo, affaticati e ostacolati, tra il peccato e la debolezza, il percorso che ci hai posto dinnanzi, la tua grazia e la tua misericordia, possano soccorrerci prontamente. Per Gesù Cristo, nostro Signore, al quale, con te e con lo Spirito Santo, va ogni onore e gloria, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Fil 4,4-6; Gv 1,19-28

«Egli è colui che viene dopo di me e che mi ha preceduto» (Gv 1,27). In queste parole di Giovanni il Battista è racchiusa la ragione della nostra speranza. Dio ci precede nel donarci la sua salvezza. Questa è anche la fonte della nostra gioia, pienamente espressa dalle prime battute della colletta in cui è richiamato il Benedictus, il cantico di Zaccaria che troviamo all'inizio del vangelo di Luca. Nella descrizione dell’Avvento e del Natale data dall’Evangelista tutti cantano di gioia: Maria con il suo Magnificat, dopo l'annunciazione, Zaccaria, quando conferma che il bambino che sua moglie Elisabetta ha avuto in tarda età dovrà chiamarsi Giovanni e improvvisamente la sua lingua, chiusa in un misterioso mutismo, si scioglie. Anche gli angeli cantano, a Betlemme, guidando i pastori verso la stalla dove è nato il Figlio di Dio. Il Benedictus ci parla appunto di una grande potenza che è venuta a visitarci dall'alto.
La colletta della quarta settimana di Avvento prosegue richiamando la seconda lettera di San Paolo a Timoteo, scritta dalla prigionia, nella consapevolezza della morte imminente: «Ho combattuto il buon combattimento, ho finito la corsa, ho conservato la fede. Ormai mi è riservata la corona di giustizia che il Signore, il giusto giudice, mi assegnerà in quel giorno» (2 Ti 4,7-8). Ma come ci ricorda questa preghiera liturgica la corsa può risultare estremamente faticosa, e può essere non priva di inciampi, a volte di rovinose cadute, a causa del peccato e della nostra debolezza. Il Signore, però, ci viene incontro, con la sua grazia e la sua misericordia, proprio come il padre con il figlio pentito, il "figliol prodigo" nel racconto dell'evangelista Luca, al capitolo 15. Un figlio che ha sperperato tutto, tutto quel che gli era stato donato. Un figlio cresciuto nella ricchezza, che ora si accontenta di sfamarsi di ciò di cui si cibano i maiali che pascola, a servizio di un'altro padrone, in terra straniera. Eppure agisce qualcosa in lui capace di ridestarlo dal sonno, di muoverlo alla conversione: "tornerò da mio padre e gli dirò...". Si prepara un bel discorso... ma mentre è ancora lontano, il padre lo riesce a scorgere, gli corre incontro... qui è Dio a correre, non l'apostolo,
Il padre lo abbraccia e neanche lo ascolta, mentre il figlio cerca di proncunciare quel discorso che si era preparato. Il padre non lo ascolta perché è preso dall'ordinare ai suoi servi di prendersi cura del figlio ritrovato, preparare un ricco banchetto, coprirlo della veste più bella.
La terra straniera ritorna più volte nella Bibbia e nella storia di Israele. La terra straniera, la terra dell'esilio è simbolo di una condizione esistenziale segnata dalla lontananza da Dio, dalla sete della sua presenza, come canta il Salmo 42: «Come la cerva desidera i corsi d'acqua, così l'anima mia anela a te, o Dio. L'anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente» (Sal 42,1-2). Fin dal primo atto di allontanamento dal Creatore, compiuto dai nostri antenati, troviamo nel libro della Genesi un Dio che cerca la sua creatura, perduta nella sua rigogliosa creazione, chiamandolo per il giardino: «Dove sei?» (Ge 3,9). E anche dopo l'allontanamento dell'uomo dall'Eden Dio appare e parla ai Patriarchi. Come nel sogno della scala in cui gli angeli salgono e scendono dal cielo, avuto da Giacobbe in terra straniera. Qui Dio gli promette «Io sono con te e ti proteggerò dovunque andrai... non ti abbandonerò» (Ge 28,15) e Giacobbe esclamerà: «Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo» (Ge 28,16).
Sì, il nostro Dio è anche qui, nella terra del nostro esilio, mentre pascoliamo maiali e ci nutriamo di carrube, sognando una scala che possa elevarci in un luogo migliore, rimpiangendo una abbondanza che percepiamo, nel nostro intimo, di avere posseduto un tempo e di avere perduto. Forse non troviamo la via del ritorno, forse non troviamo il coraggio di un ritorno. Ma Dio ci viene incontro appena ci scorge da lontano. E ci ricopre della veste più bella. Quale veste? La sua stessa divinità. E come? Assumendo la nostra natura, la nostra veste, la nostra condizione umana. Questo è il mistero dell'Incarnazione: un mirabile scambio di nature. Una dinamica circolare ascendente-discendente, come quella degli angeli sulla scala di Giacobbe. Per questo la letteratura cristiana antica, in Oriente, parla di theosis e kenosis. Perché l'incarnazione rappresenta al contempo la divinizzazione dell'uomo e la spoliazione di Dio. Lo stesso apostolo Paolo nella sua lettera ai Filippesi lo afferma con parole eloquenti: «Cristo Gesù... essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini; e, trovato nell'esteriore simile ad un uomo, abbassò se stesso, divenendo ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce» (Fl 2,6). Troviamo qui il profondo legame tra l'Incarnazione e la Passione, mistero in cui ci incammineremo, dopo il tempo di Natale e la preparazione quaresimale alla Pasqua.
Dio ha spogliato se stesso, assumendo la nostra natura, la nostra miseria, affinché non vi potesse essere più alcuna regione dell'umano classificabile come terra straniera..."senza Dio". Affinché saltassero tutte le distinzioni tra "sacro" e "profano". Affinché ciascuno di noi potesse esclamare, come Giacobbe, ridestatosi dal suo profetico sogno: «Certamente l'Eterno è in questo luogo, e io non lo sapevo». Ridestiamoci dal sonno, dunque, e riconosciamo il Dio che si è fatto uomo. Amen.


Rev. Luca Vona




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