«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore


 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che non manchi mai di aiutare e governare coloro che conduci nel tuo timore e nel tuo amore; mantienici, ti supplichiamo, sotto la protezione della tua buona provvidenza, affinché abbiamo un timore e un amore perpetuo del tuo santo Nome. Per Cristo nostro Signore.

Letture:

1 Gv 3,13; Lc 14,16

“Non vi meravigliate se il mondo vi odia” afferma l’evangelista Giovanni, riprendendo le parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi”. L’odio del mondo si manifesta innanzitutto con il rifiuto dellla luce da parte delle tenebre: “la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5).
Del rifiuto da parte del mondo nei confronti della luce, cioè di Cristo, ci parla il vangelo di oggi, con la parabola del gran convito. Gesù offre questa narrazione in risposta a ciò che esclama un uomo che lo stava ascoltando predicare: “Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio”. Questa beatitudine, ci insegna il Signore, non è compresa da molti. Dio ci invita gratuitamente al suo banchetto, ma l’ossessione per il possesso, il commercio, l’attaccamento alle cose e alle persone ci portano ad accampare mille scuse per rifiutare l’invito alla comunione con lui. Così i protagonisti di questa parabola evangelica: il primo ha appena comprato un podere e deve andare a vederlo; il secondo ha comprato dei buoi e vuole provarlo, il terzo pensa alla moglie. Ma come ci ammonisce Gesù nel versetto 26 di questo stesso capitolo del Vangelo leggiamo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”, mentre nel vangelo di Matteo, sempre Gesù afferma: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).  
Certo Dio, che ci ha comandato nella legge mosaica di amare il padre e a madre (e, implicitamente, i nostri parenti) non ci chiede di coltivare odio verso di essi. Ma qui Gesù mette radicalmente in discussione l’antica Legge per portarla a compimento: le relazioni umane devono essere organizzate sotto il principio ordinatore dell’amore di Dio.
Le due letture di oggi ci ricordano i due grandi comandamenti per il cristiano: l’amore del prossimo, soprattutto del fratello nel bisogno, e l’amore di Dio, al di sopra di ogni altra cosa. E la parabola del gran convito ci ricorda la dimensione comunitaria e liturgica dell’essere cristiani: la partecipazione al culto domenicale non è un qualcosa di accessorio nella vita del credente. Molti cristiani si accontentano di essere nella lista degli invitati, altri non vogliono manco essere nella lista, e pensano di poter coltivare un rapporto individualistico con Cristo. Gli affari, gli impegni familiari, sono le scuse più frequenti che troviamo per non santificare il giorno del Signore. Eppure, egli ci invita a una festa, mentre taluni si comportano come se fossero stati chiamati a partecipare a un funerale. Persino nei matrimoni, nei battesimi, la liturgia è consierata da molti più un contorno poco appetibile che il piatto forte. E a costoro Gesù dice: “nessuno di quegli uomini gusterà la mia cena” (Lc 14,24).
Se la parabola di Gesù era rivolta suprattutto a Israele, che aveva rifiutato il suo messaggio, rivolto così ai pagani e a tutti i popoli lontani, oggi questa indifferenza colpevole la riscontriamo tra gli stessi cristiani, specialmente nei paesi dove la prima evangelizzazione risale a un’epoca più remota.
Siamo noi, oggi, a considerarci, spesso, membri di un popolo eletto, per una appartenenza cristiana puramente nominalistica. Siamo noi, spesso, a considerarci una casta di salvati, dimenticando che Dio è pronto, in ogni momento, a rivolgere il suo invito alla festa a chi è lontano, a chi è dimenticato, a popoli considerati del secondo, terzo o quarto mondo; che si mostrano pronti, però, ad accogliere con entusiasmo il Vangelo. Ci esorta il salmista: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore” (Sal 95,8).
È questo il senso della chiesa cattolica, cioè universale; la chiamata del Signore giunge fino agli estremi confini del mondo, per far sedere alla sua tavola coloro che mai penseremmo di potervi trovare.
Non dimentichiamo che Dio può far nascere figli di Abramo, cioè della fede, anche dalle pietre (Lc 3,8). Non dimentichiamo che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti (Mt 22,14).


Rev. Luca Vona




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