L'Eucaristia - Parte II - 'Questo è il mio corpo... No, davvero, lo è...'

Il punto di partenza di ogni sana dottrina è la Sacra scrittura e, come ci dicono i 39 articoli di religione, non si può richiedere di credere alcunché non sia fondato sulla Scrittura. Sembrerebbe quindi che il punto di partenza dell'insegnamento anglicano sull'Eucaristia sia da ravvisare nei passaggi più espliciti sull'argomento, vale a dire le narrazioni dell'istituzione come le troviamo in 1 Corinzi 11,20-34, Matteo 26,26-28, Marco 14,22-24 e Luca 22,19-20.

Tutti i testi neotestamentari sull'istituzione eucaristica riportano parole simili. Ognuno di essi descrive Gesù nell'atto in cui prende il pane e il vino, lo benedice e rende grazie, spezza il pane e dice "Questo è il mio corpo" e "Questo è il mio sangue". Gesù condivide la cena con i suoi apostoli e comanda loro "Fate questo in memoria di me". Tutte le confessioni cristiane riconoscono quest'ultima parte, cioè la necessità di seguire il comando del Signore ripetendo il rito, anche se con diversi gradi di frequenza, e quasi tutti sono anche d'accordo con l'affermazione dell'apostolo Paolo che "ogni volta che mangiate di questo pane e bevete di questo calice, voi annunziate la morte del Signore finché egli venga" (1 Corinzi 11,26). La radice delle divisioni che emergono nel XVI secolo è proprio in ciò che Gesù avrebbe inteso nell'affermare che il pane è il suo corpo e il vino il suo sangue. Si tratta di una metafora o una di una realtà metafisica?

Più di una metafora

Coloro che sostengono che Gesù intendeva semplicemente parlare per metafore fondano la loro opinione sulle numerose affermazioni metaforiche, allegoriche e paradossali di Gesù nei Vangeli, in particolare in quello di Giovanni. Egli dice di essere la porta dell'ovile (Giovanni 10,1-9) e la vite di cui noi siamo i tralci (Giovanni 15,1-8), ma certamente egli non è  una porta o una vite reali, pertanto dovremmo ritenere che egli stesse parlando metaforicamente anche quando ha affermato che il pane e il vino della cena sono il suo corpo e il suo sangue. Il problema con questa linea di ragionamento è duplice. Prima di tutto, le metafore che Gesù impiega nel Vangelo di Giovanni non possono essere semplicemente liquidate come un gioco di parole e di immagini. Gesù è veramente una vite ed è veramente una porta. Egli non può essere una porta di legno come quella di casa nostra o una vite come quella che potrebbe crescere nel nostro giardino, ma è assolutamente serio quando dice che possiamo entrare nel Regno solo attraverso di lui e che possiamo essere uno con il padre solo se siamo radicati in lui. Più precisamente, però, le parole che Gesù impiega nei capitoli 10 e 15 di Giovanni, in un contesto completamente diverso, non ci aiutano a determinare se sta parlando o non sta parlando metaforicamente durante l'istituzione della Santa Cena.

Nell'ambito delle narrazioni sull'istituzione dell'Eucaristia nulla suggerisce che Gesù stia parlando metaforicamente. L'unico motivo che potrebbe portare chiunque a tale conclusione è l'impossibilità di una cosa simile, lo stesso tipo di convinzione che ha portato i teologi liberali del XIX secolo ad affermare che anche la resurrezione va intesa come metafora, dato che ovviamente sappiamo che le persone non tornano dalla morte. Ma le indicazioni del contesto rafforzano la comprensione che Gesù ha inteso parlare chiaramente e fuor di metafora. Nella prima lettera ai Corinzi, per esempio, dopo che paolo ha citato le parole dell' istituzione, afferma:

Perciò chiunque in modo indegno mangia il pane o beve il calice del Signore, sarà reo del corpo e del sangue del Signore. Ciascuno, pertanto, esamini se stesso e poi mangi di questo pane e beva di questo calice; perché chi mangia e beve senza riconoscere il corpo del Signore, mangia e beve la propria condanna. È per questo che tra voi ci sono molti ammalati e infermi, e un buon numero sono morti. (1 Corinti 11,27-30)

Paolo indica non solo che è irrispettoso accostarsi alla mensa del Signore in questo modo, ma che è addirittura pericoloso, perché non comprendere che il corpo di Cristo è presente e quindi trattare la Cena come un qualsiasi altro pasto può portare letteralmente alla distruzione.

Similarmente, in Giovanni 6, Gesù offre un esteso discorso sull'Eucaristia e il bisogno di mangiare e bere il suo sangue. Alla fine di questo discorso, ci viene detto che molti dei suoi discepoli mormoravano e disse "Questo linguaggio è duro; chi può intenderlo?" (v. 60). Molti di loro se ne andarono quel giorno (v. 66). Se ciò che Gesù sta insegnando è solo una metafora è difficile capire perché chi ascolta dovrebbe trovare le sue parole dure da comprendere e difficili da accettare. Il testo indica che quelle persone abbandonarono il loro discepolato non soltanto perché non capirono ciò che sono stavano ascoltando, ma perché ne rimasero scandalizzate.

L'insegnamento dei Padri

Tuttavia, Gesù non sembra curarsi delle preoccupazioni dei teologi del Cinquecento e così non ha fatto aggiungere alle sue semplici e chiare dichiarazioni "Questo è il mio corpo" e "Questo è mio sangue" le parole, "intendo proprio il mio corpo, non è una metafora!". Potremmo quindi plausibilmente continuare a negare la semplice realtà indicata dalle sue parole, se non fosse per il fatto che i Padri della Chiesa primitiva universalmente le confermano. Gli esempi abbondano. Sant'Ignazio di Antiochia, scrivendo ai credenti di Smirne, alla fine del primo secolo, dice:

Nota bene coloro che hanno opinioni eretiche circa la grazia di Gesù Cristo che è venuto tra noi; nota come esse sono contrarie alla mente di Dio... Essi si astengono dall'Eucarestia e dalla preghiera perché si rifiutano di riconoscere che l'Eucaristia è la carne del nostro Salvatore Gesù Cristo, che ha sofferto per i nostri peccati e che il padre nella sua bontà ha innalzato.

Similarmente, San Giustino Martire, nella sua Prima Apologia, scrive a metà del secondo secolo:

A nessuno è concesso di prendere questo cibo che chiamiamo Eucaristia, ad eccezione di coloro che credono che le cose che insegniamo sono vere, che hanno ricevuto il lavacro per il perdono dei peccati e per la rinascita, e che vivono come Cristo ci ha insegnato. Perché non riceviamo queste cose come pane comune o bevanda comune; ma come Gesù Cristo nostro Salvatore, parola di Dio che si è fatta carne e sangue per la nostra salvezza. Così ci è stato insegnato che il cibo consacrato dalle parole della preghiera che viene da lui, e che nutre la nostra carne e il nostro sangue è il sangue di quel Gesù incarnato.

Parole simili le troviamo negli scritti di Ireneo, Clemente, nella Didaché, in Cipriano, Atanasio e in una miriade di altri Padri dei primi secoli della Chiesa. Solo coloro che negavano la realtà dell'incarnazione arrivarono a negare che il corpo e sangue di Cristo sono realmente presenti nell'Eucaristia. Per quindici secoli, il concetto base della presenza reale era semplicemente assunto dai cristiani ortodossi. Era un insegnamento fondamentale della Chiesa primitiva che quando Gesù disse "Questo è il mio corpo" e "Questo è mio sangue", questo è esattamente ciò che intendeva dire.

Questo è il mio corpo, ma è anche pane

Presenza reale è una cosa, ma la modalità di quella presenza è altra faccenda. Nel brano di Paolo sopra citato, in cui è rafforzato in modo esplicito l'insegnamento della realtà della presenza di Cristo nell'Eucaristia, egli continua a riferirsi agli elementi consacrati come pane e vino. Troviamo un riferimento che segue lo stesso modello in Luca 24,13-35.

I Padri parlano spesso allo stesso modo. Ignazio scrive, per esempio, nella sua Lettera agli Efesini:

Si uniscono in comune, tutti senza eccezione nella carità, in una sola fede e in un Gesù Cristo, che è della stirpe di Davide secondo la carne, il figlio dell'uomo e il figlio di Dio, così che obbedendo al vescovo il sacerdote spezza il pane, che è il farmaco dell'immortalità e l'antidoto contro la morte, che ci permette di vivere per sempre in Cristo Gesù.

Sembrerebbe, quindi, che mentre noi dobbiamo riconoscere che quello che riceviamo nell'Eucaristia è realmente corpo e sangue di Cristo, lo dobbiamo al contepo riconoscere come pane e vino, a meno che naturalmente Ignazio, Luca e Paolo non stessero parlando metaforicamente.

La natura spirituale del corpo

Questo mistero della presenza di Cristo, del suo corpo e del suo sangue, nel pane e nel vino è un mistero profondo, non meno facile da analizzare rispetto i misteri dell'incarnazione e della Trinità. Ancora, questa citazione dal 'Trattato sui misteri' (391) di Sant'Ambrogio ci aiuta a comprendere le parole della Scrittura:

Cristo è quel Sacramento, perché è il corpo di Cristo; esso non è cibo corporale, ma spirituale. Donde anche il suo Apostolo dice:  "Tutti bevvero la stessa bevanda spirituale: bevevano infatti da una roccia spirituale che li accompagnava, e quella roccia era il Cristo." (1 Corinzi 10,4). Perché il corpo di Dio è un corpo spirituale.

Nel passaggi paolino citato da Ambrogio l'apostolo parla del popolo d'Israele che ha ricevuto una sorta di battesimo e una sorta di Eucaristia al tempo dell'Esodo, anche se non lo ha compreso. Paolo dice che "mangiarono lo stesso cibo spirituale" e "bevvero la stessa bevanda spirituale" che Cristo ci ha donato. E più oltre, in 1 Corinzi 15, quando Paolo descrive la resurrezione dai morti, dice che i nostri corpi si muteranno dal dalla loro natura corruttibile, terrena, posseduta dai desideri impuri, – a una natura "spirituale" e "celeste", proprio come il corpo di Gesù risorto.

Così la domanda di partenza della teologia eucaristica anglicana classica, verte sul che cosa esattamente voglia dire che il corpo di Cristo che riceviamo è un corpo spirituale e che lo riceviamo in spirito. Dobbiamo cercare di comprendere meglio il significato della Resurrezione se vogliamo capire di cosa ci nutriamo realmente nella Cena del Signore. La risposta a questa domanda ha stabilito l'insegnamento che troviamo nei formulari. Si è dato per scontato ciò che i grandi teologi anglicani del periodo definito Caroline Divines hanno scritto sull'Eucaristia. Ancora ai nostri giorni questo insegnamento scandalizza e viene frainteso, perché la cultura cristiana occidentale fonda la sua metafisica in gran parte sulla filosofia greco-romana e dell'Illuminismo, piuttosto che sulla visione del mondo della Bibbia e dei Padri. Come vedremo andando avanti, l'Anglicanesimo classico ci fornisce un modo alternativo di vedere il mondo, uno in cui lo spirituale e il fisico non sono così diametralmente opposti come tendiamo ad assumere.

[Tratto da conciliaranglican.com]



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