«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8

UNA CHIESA BIBLICA, LITURGICA, SACRAMENTALE


Giustificazione e Santificazione

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SESTA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che hai preparato per coloro che ti amano, delle cose così buone che oltrepassano la nostra umana capacità di comprensione; versa nei nostri cuori un tale amore per te, che amandoti al di sopra di ogni altra cosa, possiamo ottenere ciò che ci hai promesso, che oltrepassa ciò che possiamo desiderare. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Rm 6,3-11; Mt 5,20-26


Nella chiesa primitiva si svilupparono due etimologie della Pasqua cristiana: la prima considerava la Pasqua un “passaggio”, rievocazione del passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei che fuggivano dall’Egitto; la seconda idea era invece collegata al termine “passio”, ovvero alla passione di Cristo, e si richiamava direttamente al brano della lettera di San Paolo che ci propone la liturgia di oggi.
L’apostolo spiega che il battesimo ci ha unito alla morte di Cristo, facendoci morire al peccato. A questo evento fu applicata l'idea del “passaggio”, prefigurata dagli evevnti dell'Antico Testamento, nello specifico del passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà della grazia. La giustificazione, però, non è la tappa finale, vi è infatti una chiamata del cristiano alla santificazione. Proprio come l’epilogo del Vangelo non è rappresentato dalla morte di Cristo, ma dalla resurrezione: "poiché se siamo stati uniti a Cristo in una morte simile alla sua, saremo anche partecipi della sua resurrezione" (Rm 6,5). In questa sua affermazione Paolo impiega un verbo al passato per il battesimo e, dunque, per la giustificazione, ma al futuro per la resurrezione. La santificazione è la mèta, ma in certo qual modo anche la Via che siamo chiamati a percorrere. Infatti, al versetto precedente afferma: "Noi dunque siamo stati sepolti con lui... affinché, come Cristo è resuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita” (Rm 6,4).
Il cristianesimo non è una semplice appartenenza a un popolo o a una istituzione religiosa. È un percorso di vita, un cammino, una Via, come viene definito nel libro degli Atti degli Apostoli. È insita in esso la possibilità di una crescita, in Dio e nella sua grazia.
La resurrezione inizia ora, come cammino di rinnovamento e santificazione. È il frutto che la grazia fa germinare dal nostro morire al peccato in Cristo. È un esodo, un cammino di liberazione dalla schiavitù: "il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui, perché il corpo del peccato possa essere annullato, affinché noi non serviamo più al peccato" (Rm 6,6). L’idea del cammino evoca la progressione che caratterizza la nostra liberazione dal peccato e dalla morte e la nostra crescita in quella libertà che è la santità.
Il punto di partenza è la giustificazione, perché uniti alla morte di Cristo ci vengono rimessi i peccati. Ma la libertà rappresentata dalla santificazione è un approdo, una conquista, che richiede una certa disciplina: la giustificaziOne ci è stata data a caro prezzo, Gesù ha pagato con la propria morte, e poiché nessun discepolo è più grande del proprio maestro, solo nella misura in cui prenderemo sul serio il nostro discepolato condivideremo con lui anche l'esperienza della resurrezione.
Il battesimo, dunque, non è una esperienza circoscritta in un dato momento della nostra vita, ma è l'inizio di un cammino di crescita in santità e giustizia. Gesù lo dice chiaramente: "se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Se non vogliamo cadere nella consuetudine e nella mediocrità, occorRe una apertura alla grazia e una risposta alla sua azione, che diventa disciplina attenta del nostro agire. Allora ci saranno aperte le porte del Regno, e vivremo il battesimo così come lo chiamavano i cristiani dei primi secoli: photismòs, "illuminazione". Il Signore ci sia guida e porti a compimento l'opera che ha iniziato in noi. Amen.


Rev. Dr. Luca Vona



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I cristiani sono ancora liberi di esprimersi?

Intervento del Presidente dell'Alleanza Evangelica Giacomo Ciccone al Christian Expo

Roma (AEI), 20 luglio 2019 – Si è tenuta in questi giorni al PalaPartenope di Napoli la Christian Expo, un’importante manifestazione evangelica. Sabato 20/7, il presidente dell’AEI Giacomo Ciccone è intervenuto alla tavola rotonda sulla libertà religiosa in Italia. Ecco di seguito il suo discorso:

Desidero ringraziare gli organizzatori del Christian Expò, per aver progettato e reso possibile un momento di riflessione sulla Libertà Religiosa: non è scontato, anzi direi che costituisce uno sforzo strategicamente rilevante sia per la difesa dell’Evangelo, sia per agire a vantaggio del bene comune della società italiana.

I cristiani sono ancora liberi di esprimersi? Bella domanda. La risposta non è per nulla semplice, anche se qui evidentemente mi limiterò al contesto italiano. Dovremmo forse prima porci un altro interrogativo: Gli Evangelici sono stati liberi di esprimersi negli oltre 70 anni di Repubblica Italiana? E qui risponderei: non sempre; no, in ogni contesto; no, come avrebbe dovuto essere. Per spiegare il motivo di questa triste constatazione mi pregio di consegnare al deputato del Congresso americano, l’Onorevole Louie Ghomert, tre brevi saggi dello storico e giurista evangelico Giorgio Peyrot che circa 60 anni fa furono elaborati in inglese per offrire al mondo uno spaccato della Libertà Religiosa in Italia[1]. Ebbene, in questi scritti Peyrot fa una disamina della situazione italiana a Costituzione oramai avviata, 10-13 anni dopo la sua promulgazione. E vorrei qui richiamare quattro elementi centrali della sua riflessione:

L’assetto costituzionale italiano accorda chiaramente la Libertà Religiosa nel nostro paese, ma il richiamo ai Patti Lateranensi del 1929 presente nell’Art. 7 introduce una evidente stonatura;

I diritti fondamentali e la libertà religiosa degli individui sono riconosciuti, non concessi dalla Costituzione, pertanto già sanciti preliminarmente con una validità definitiva

La pari libertà per tutte le confessioni, così come sancita nel primo comma dell’articolo 8, non dipende affatto da trattati ed intese che lo Stato ha compiuto o dovrà compiere con le confessioni (nel caso del Vaticano dei già richiamati Patti Lateranensi, nel caso delle altre Confessioni, delle successive, e direi molto successive intese che, ambite già nei primi anni ’50 iniziano ad arrivare alla spicciolata a partire dalla metà degli anni ‘80)[2];

La storia politica e giuridica repubblicana ha confuso deliberatamente le carte e si è discostata dall’intento dei Costituenti. Il Governo ed altri organismi dello Stato, di fatto si sono adagiati sull’idea che i diritti di libertà religiosa potessero avere luogo solo attraverso ed in funzione delle intese. In questo modo sono state conservate leggi fasciste, sono stati promulgati regolamenti e leggi inadeguati e sono stati menomati i diritti delle minoranze religiose.

Purtroppo tutti ciò ha significato che in questi passati 70 anni di Repubblica, in determinati contesti e situazioni, gli evangelici non sono stati liberi di esprimersi. La cosa sorprendente che però vorrei evidenziare qui, è che questi scritti di 60 anni fa oggi sono sorprendentemente attuali: oggi, nella sostanza, siamo nella stessa situazione[3], anzi addirittura su alcuni temi le cose sono persino peggiorate. Vediamo perché.

Oggi, nel XXI secolo, abbiamo domande di Intesa da parte di confessioni, seppellite da chili di polvere a causa di un ostracismo politico/istituzionale che è persino cresciuto negli ultimi dieci anni. Il pronunciamento del Consiglio di Stato del 2012, ad esempio, ha innalzato i criteri per il riconoscimento dei ministri di culto, persino oltre le intenzioni della prima legislazione fascista[4]. Inoltre se nel Ventennio, seppur sparuti, erano contemplati cappellani militari di altre confessioni, nel XXI secolo la cappellania militare è mera espressione del clero cattolico, ovviamente pagato con i soldi dei contribuenti[5]. Che dire poi del fatto che il nuovo Concordato del 1984, seppur solo formalmente, introduce la facoltatività dell’Insegnamento della Religione Cattolica nella scuola pubblica, d’altro canto esso è stato allargato a scuole “di ogni ordine e grado” includendovi anche bambini di 3 anni? Che dire della condivisione di privilegi nell’informazione religiosa, per cui se è vero che i primi culti Evangelici erano espressione di una pluralità evangelica[6], ora le trasmissioni Rai Protestantesimo e Culto Evangelico sono di fatto assoggettate da meno del 5% dei protestanti italiani? Che dire sul Contratto di Governo dell’attuale maggioranza quando cita il fenomeno religioso solo in termini di “sicurezza” paventando così una sostanziale nazionalizzazione delle cosiddette leggi “antimoschee” vigenti in Lombardia, Veneto e Liguria e che proprio in questi giorni determinano la chiusura di chiese evangeliche alle porte di Milano?

E poi, nel quadro contemporaneo si intensificano ulteriori elementi di minaccia alla libertà di religione e coscienza: possiamo parlare di una cultura dell’omologazione che evidenzia una generale difficoltà del mondo contemporaneo a vivere con chi ha una idea diversa dalla propria (le istanze LGBT equelle dei rigurgiti religiosi nostalgici sono esempi opposti ma analoghi). Questa cultura sta invadendo anche le istituzioni ed è presumibile che presto sarà difficile anche interagire con la Stato perché esso avanzerà nuove pretese verso di noi (pensiamo ad esempio a quello che sta succedendo in alcuni paesi occidentali in tema di matrimoni tra persone dello stesso sesso[7]).

Cosa fare, allora, come popolo di Dio in un simile scenario?Penso che gli evangelici possano improntare una risposta resiliente all’altezza della chiamata dell’Evangelo attraverso tre elementi fondamentali.

Il primo impegno è di ordine culturale. Mi permetto di dire che come evangelici dobbiamo ancora assimilare l’importanza e la necessità della Libertà Religiosa e il suo profondo radicamento nell’Evangelo. L’Alleanza Evangelica, in questo senso, da molti decenni promuove i momenti più significativi di riflessione interdenominazionale, come il Patto di Losanna[8], il Manifesto di Manila[9] o l’Impegno di Città del Capo[10], o la Carta Globale della Coscienza[11]. È urgente che ci impegniamo tutti ad alfabetizzare i credenti su questi temi.

In secondo luogo credo sia importante una certa “radicalità”. Se non recuperiamo una postura tipicamente evangelica sarà difficile che otterremo risultati concreti. Nel contesto della Libertà Religiosa cosa significa essere radicali? Significa uscire da quell’atteggiamento sommesso e di circostanza per cui ci assopiamo se riceviamo un contentino per il nostro ambito specifico. Mentre è legittimo ed importante che le chiese e le denominazioni lavorino per l’ottenimento e la salvaguardia della propria Intesa con lo Stato, al contempo, come affermava Peyrot, dobbiamo agire affinché i diritti fondamentali siano di fatto riconosciuti a tutti, a prescindere da accordi e negoziazioni con lo Stato. Dobbiamo comprendere che una legge sulla Libertà Religiosa è assolutamente necessaria e che essa riguarda noi ma anche gli altri. Nel corso della sua storia l’Alleanza Evangelica ha promosso tre manifestazioni sulla libertà religiosa cui hanno partecipato migliaia di credenti[12]. Perché non metterci d’accordo qui ed organizzare una grande manifestazione sulla libertà religiosa per il 2020? Non sarebbe forse un modo per esprimere una sana, generosa ed amorevole militanza cristiana in favore della Chiesa e della società tutta?

Infine, come ultimo ingrediente, credo sia importante che il nostro impegno sia efficace. Perché, anziché andare in ordine sparso o affidarci a chi ha un approccio diametralmente opposto al nostro, non rilanciare una forma di coordinamento fra gli evangelici con tutte le denominazioni veramente radicate nella Parola di Dio per lavorare assieme su queste tematiche? Fermo restando il diritto e direi la responsabilità di ogni denominazione a procedere per il suo percorso di riconoscimento, perché non lavorare anche in forma aggregata per esprimere una voce unitaria ed efficace?

Questo appuntamento è certamente importante, e spero veramente che il Signore faccia destare ciascuno di noi, come un sol uomo, per la Sua Gloria!



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Tutto il mondo creato è in travaglio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, protezione di tutti coloro che confidano in te, senza il quale non c’è nulla di forte, nulla di santo; accresci e moltiplica su di noi la tua misericordia; affinché con te come guida e governatore, possiamo passare attraverso le cose temporali senza perdere le cose eterne. Concedici questo, o Padre celeste, per l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Rm 8,18-23; Lc 6,36-42

“Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). Gesù ci comanda di essere misericordiosi come il Padre e di perdonare il nostro prossimo, perché noi per primi siamo stati perdonati. Nessuno di noi può pensare di non avere avuto bisogno e di non avere continuamente bisogno del perdono del Padre. Come afferma San Paolo nel terzo capitolo della sua Lettera ai Romani, citando il salmista (Sal 14,3 e 53,1-3): “non c’è alcun giusto, neppure uno” (Rm 3,10). Per questo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù chiediamo al Padre di rimmetere i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il comandamento della misericordia scandalizza, perché ci è più facile pensare a una giustizia di Dio strettamente retributiva, che punisce i peccatori e premia i giusti. Ci è più facile pensare di esserci meritati un premio da parte del Signore, piuttosto che pensare alla gratuità della salvezza. Una gratuità che lungi dall’istigarci all’irresponsabilità ci esorta alla riconoscenza e dunque alla rettitudine come risposta al bene che Dio ci ha mostrato per primo e come imitazione del suo agire nel mondo.
Fu proprio nel predicare la misericordia di Dio che Gesù incontrò le maggiori contestazioni e ostilità. Anche perché la sua predicazione non si fermava alle parole, ma si concretizzava in gesti che determinavano una rottura con le pratiche legalistiche del tempo: egli guarisce di sabato, tocca i lebrrosi mosso da compassione, mangia con le prostitute e i pubblici peccatori.
Siamo tutti feriti dal peccato; e anche il nostro occhio è ferito dal peccato. per questo spesso non sappiamo vedere le cose come le vede Dio. Il nostro sguardo è ferito e ha bisogno di essere purificato. Nella misura in cui saremo in grado di comprendere quanto siamo noi per primi bisognosi del perdono di Dio e quanto noi per primi abbiamo ricevuto la sua misericordia, tanto più saremo capaci di donare perdono e misericordia al nostro prossimo e mostrarci compassionevoli verso l’intera creazione, che è ferita dal peccato e geme attendendo la manifestazione dei figli di Dio (Rm 8,19). Ciò significa che la nostra sofferenza, il nostro anelito alla liberazione del creato dal disordine del peccato, non sono vani; sono fondati sulla speranza, che pur non possedendo l'oggetto del suo desiderio e, dunque, soffrendo per questo, lo contempla come in una visione profetica.
Il filosofo Ernst Bloch, nella sua opera "Spirito dell'Utopia", parlava di "coscienza anticipante", delineando una sorta di platonismo alla rovescia, in cui la perfezione non è una origine dalla quale siamo decaduti e che ricordiamo con nostalgia, ma è una meta cui tutto tende e che lo Spirito ci suggerisce con segni molteplici. Le Sante Scritture ci insegnano che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, che ha contaminato l'uomo fin dalle origini, e le cui conseguenze si sono riversate sull'intera creazione. Ma il messaggio evangelico ci dona la buona notizia che non solo Dio ci perdona, ma attraverso il suo Spirito fa nuove tutte le cose, restaurando in noi l'immagine divina e chiamandoci a curare le ferite di ogni uomo, a prenderci cura del suo giardino per restaurare l’ordine primigenio.
Siamo dunque chiamati a operare attivamente per riportare nel mondo pace e riconciliazione, tra l'uomo e Dio, tra uomo e uomo e tra l'uomo e l'intera creazione.

Rev. Dr. Luca Vona




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Il buon pastore

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

La parabola della pecora smarrita è una delle più note e amate delle parabole evangeliche, e ha goduto anche di splendide rappresentazioni artistiche. L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva anche al mondo greco e romano, prima dell’avvento del cristianesimo, ed era considerata di buon auspicio per i defunti. È proprio l’evangelista Luca ad aggiungere al racconto il dettaglio del pastore che pone la pecora ritrovata sulle spalle, mentre Matteo, nel passo parallelo del suo Vangelo, parla semplicemente della pecora ritrovata.
L’immagine di Dio come pastore di Israele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è però ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: “Poiché così dice il Signore, l'Eterno: «Ecco, io stesso andrò in cerca delle mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre». E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: “L’Eterno è il mio pastore…”.
L’episodio da cui prende spunto la parabola di oggi sembra ricollegarla in qualche modo alla parabola del gran convito, che troviamo nel capitolo precedente dello stesso vangelo di Luca e che viene letta nella liturgia della seconda domenica dopo la Trinità. Lì infatti, assistevamo al rifiuto, da parte dei “giusti”, di prendere parte alla gran cena organizzata da un uomo; ciascuno di essi aveva una scusa per rifiutare, cosicché chi ha organizzato la festa comanda ai suoi servi di andare agli incroci delle strade e invitare ciechi, storpi zoppi e, alla fine, essendoci ancora posto di costringere a partecipare al convito chiunque incontreranno. Come non vedere in questi ciechi, storpi e zoppi quegli stessi peccatori che nel racconto evangelico di oggi ascoltano ammirati la predicazione di Gesù? Coloro che faticano a camminare, coloro che si smarriscono per strada, coloro che portano su di sé i segni delle proprie cadute.
È proprio verso costoro che Dio mostra la propria sollecitudine, rompendo ogni logica umana. Laddove l’osservanza della legge religiosa diviene uno steccato in cui trincerarsi e autocompiacersi, il Signore mette la legge al servizio dell’uomo, ponendo come principio l’attenzione amorevole per chi è lontano. Ecco allora che Gesù non solo si mostra amichevole con i peccatori, ma addirittura mangia con essi. Nel mondo ebraico la condivisione del pasto implicava una piena comunione con i commensali; per tale ragione non era consentito sedersi a tavola con i pagani. Il modo di agire e di pensare di Gesù suscitò incomprensione e ostilità al suo tempo, ma destabilizza ancora oggi molti benpensanti. Anche il protagonista della parabola si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logica umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?
Dio non ragiona con mentalità economica, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo per l’umanità nel suo insieme, ma per la nostra individualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.
Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno per bastonarci, ma ci viene incontro, si affatica per cercarci e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica caricandoci sulle spalle. E ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.
Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro; perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma è una mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.


            Rev. Dr. Luca Vona



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