«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Siate facitori della parola

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA QUINTA DOMENICA DOPO PASQUA


comunemente chiamata Rogation sunday (Domenica delle petizioni)



Colletta

O Signore, dal quale proviene ogni cosa buona; concedi a noi, tuoi umili servi, di desiderare, mediante la tua santa ispirazione, ciò che è buono, e di perseguirlo mediante la tua guida misericordiosa. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.


Letture:

Gc 1,22-27; Gv 16, 23-33

Nella Parola incarnata, che è Gesù Cristo, noi possiamo trovare la nostra vera natura, a immagine e somiglianza con Dio, ma l’Apostolo Giacomo ci ammonisce: non possiamo limitarci a un compiacimento momentaneo, il nostro sguardo interiore deve restare fisso in essa, affinché lo Spirito ci trasformi, restaurando in noi la bellezza divina.
Il Signore non cerca semplicemente uditori della sua parola, ma persone che la mettano in pratica, "facitori della parola" (Gc 1,22). Per il cristiano, l'essere, il fare, devono predominare sull'apparire. La pietà è il tratto distintivo del vero credente. Non avere un uomo accanto a sé, un padre, un marito, nell'antichità esponeva alle peggiori ingiustizie e sopraffazioni. Di qui l'esortazione dell'apostolo a prendersi cura dell'orfano e della vedova, secondo una tradizione che attraversa già tutta la letteratura profetica veterotestamentaria. Interroghiamoci, dunque, su chi sono oggi i più deboli e gli ultimi della società, e sentiamoci interpellati direttamente da Dio a prenderci cura di loro.
Ascoltare la parola, secondo il richiamo che il Signore rivolge al suo popolo fin dai tempi dell'esodo, con il richiamo "shemà Israel" (“Ascolta, Israele”), significa amarla e studiarla, ma anche andare oltre: meditarla, assimilarla interiormente. Solo così prepareremo un terreno dissodato, in cui lo Spirito potrà far germinare frutti abbondanti.
In passato, in questo giorno, venivano presentate a Dio petizioni particolari per i frutti della terra e per coloro che la lavoravano. Oggi, una buona parte del pianeta vive in una condizione in cui di cibo ce n'è pure troppo e dovremmo pregare innanzitutto perché il Signore ci renda sensibili al rispetto della sua creazione e alle necessità di quell'altra parte del pianeta che vive di stenti o muore letteralmente di fame.
Dopo tanti secoli di apparente progresso e civilizzazione, l'umanità è ancora segnata da profonde ingiustizie e anche i popoli nominalmente cristiani si mostrano spesso ascoltatori disattenti, quando non completamente sordi, alla parola di Dio. Il mondo è malvagio, ma Gesù ci esorta a farci animo, perché egli ha vinto il mondo.
La festività anglicana chiamata Rogation Sunday, "domenica delle petizioni", deve farci chiedere innanzitutto di sapere coltivare con sapienza e perseveranza i territori ancora desolati del nostro cuore; affinché possano produrre frutti di conversione.
Gesù esorta i suoi discepoli a chiedere, a chiedere nel suo nome, direttamente al Padre. E tutto ciò che chiederanno nel suo nome, il Padre glielo darà; la garanzia è data dal fatto che il padre li ama perché loro hanno amato Gesù e hanno creduto che egli è venuto da Dio.
Da questo discorso di Gesù si evince che ci sono tre presupposti per pregare bene: chiedere "nel suo nome", amare e credere in lui. Chiedere nel nome di Gesù significa che le nostre richieste devono muoversi nel perimetro tracciato dalla predicazione evangelica, dall'esempio stesso che Gesù ci ha dato con la sua vita. Nessun discepolo è più grande del maestro, ci ha detto Gesù; dunque, a volte non otteniamo ciò che chiediamo perché chiediamo la cosa sbagliata, qualcosa che ci allontana dalla vera sequela di Cristo, la cui vita deve essere il modello su cui forgiare le nostre vite. Se vogliamo essere buoni "facitori della parola", dobbiamo prendere, come buoni scultori, il modello della parola vivente che è Cristo e dobbiamo anche amarlo, tenendo gli occhi fissi su di lui. Ecco allora, che anche se il mondo ci darà tribolazione, saremo beati nel nostro operare (Gc 1,25) e troveremo pace in Cristo (Gv 16,33).
Chiediamo dunque a Dio di insegnarci a "esaminare attentamente la legge perfetta" (Gc 1,25), che non è semplicemente un elenco di precetti, ma il Figlio di Dio incarnato, del quale ogni parola e azione, raccolti nel Vangelo, restituiscono l'immagine di Dio. E così, ascoltando attentamente, contemplando assiduamente, lo Spirito ci trasformi in lui, "di gloria in gloria". (2 Cor 3,18).

Rev. Luca Vona






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La vostra tristezza si muterà in gioia

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequella di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-22.

La fede nella resurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, agenti di questa trasformazione in corso, protagonisti di questa vittoria, sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. Pietro ci esorta a comportarci come stranieri e pellegrini, astenendoci dai desideri della carne, affinché i Gentili, i pagani, coloro che sono lontani da Cristo, possano glorificare le nostre buone opere.
Dio, però, non ci utilizza come pedine in uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come siamo liberi di soffocarla, mettendola sotto il moggio. Quel che è certo è che un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.
Il Risorto, nel suo discorso che lascia piuttosto disorientati i discepoli, ci parla di un breve momento in cui non lo vedermo più, e allora piangeremo e ci lamenteremo, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo rivedremo e la nostra tristezza si muterà in gioia.
Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza, non valgono nulla a consolarlo e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?”. (Sal 42,2). La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto. Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazione, accolta con entusiasmo, ma anche oggetto di aspre contestazioni, alla condanna della croce, fino alla vittoria della resurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.
Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora. Il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, guidato da questa luce, e da qui il richiamo a comportarci come pellegrini, astenendoci dai desideri della carne.
Ma cosa sono i desideri della carne? La carne, nella lingua greca della bibbia “sarx”, rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. Per troppi secoli è stata identificata riduttivamente con il desiderio sessuale, connotando di significati moraleggiati questi passaggi biblici e altri dello stesso tenore. La verità più profonda è che l’astensione dai desideri della carne significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la salvezza, ciò che troviamo è soltanto tenebra.
Ma se trattiamo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, possiamo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurare esse stesse nella luce.
Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.


Rev. Luca Vona

Il vostro cuore non sia turbato

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Padre Onnipotente,che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione.Concedici di liberarci dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia, di pace, di carità.
La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita ("Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui" Gv 1,3), è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.
Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non la pace come la dà il mondo, ma la pace dello Spirito Santo ("Ricevete lo Spirito Santo" Gv 20,22), quella pace che è Dio stesso. E ci invita a diventare portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).
Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi". Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è  da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.
Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose vane e distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla pace, su quella pace che è Dio. La nostra quotidianità dovrebbe essere, come quella di un monaco certosino, una quiete laboriosa e un' azione quieta.
Come apostoli del Vangelo, però, il mondo non deve turbarci al punto da fuggirlo e chiudere dietro di noi la porta della nostra stanza. Né può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”, definizione che spesso ha fatto parte della letteratura cristiana e che si presta a gravi fraintendimenti.
Certamente l’umanità è terribilmente segnata dal peccato, dalla malvagità, dall'ingiustizia e non è sempre facile provare sentimenti di “filantropia”, di amore e compassione per i nostri simili. Ma Dio ha amato il mondo e gli ha donato il suo figlio unigenito. E Gesù, che è venuto nel mondo, manda anche noi a predicare il messaggio evangelico, per insegnare agli uomini la strada per ritornare a Dio. "Come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,18). Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, portandola nel mondo, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).


Rev. Luca Vona

Credere in Gesù e credere a Gesù


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA V DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, di guardare misericordioso al tuo popolo; affinché possa essere sempre custodito e guidato dalla tua grande bontà, sia nel corpo che nell’anima. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Eb 9,11-15; Gv 8,46-59.

Il Vangelo di oggi costituiva in passato la domenica di Quaresima detta “di Abramo”, perché è questo protagonista del’Antico Testamento il soggetto delle contestazioni mosse a Gesù da alcuni giudei.
Abramo rappresenta l’uomo della fede per eccellenza; avanti negli anni, Dio gli appare, invitandolo a lasciare la regione di Ur e facendogli una triplice promessa: una terra in cui scorrono latte e miele, simbolo di benessere e abbondanza; una discendenza, sebbene egli abbia 75 anni e sua moglie sia sterile; la benedizione, tramite lui, a tutti i popoli della terra.
Abramo è l’uomo della fede senza riserve, che arriva a mostrasi disposto a sacrificare il proprio figlio a Dio, in cui ripone la sua fiducia più totale. Come afferma il filosofo danese Soren Kierkegaard, nella sua opera Timore e Tremore, Abramo rappresenta la fede come fondamento della religiosità e dell’etica, perché “si mantiene lontano da quei confini in cui la fede svanisce nella riflessione” e, dunque, nella filosofia.
La riflessione, l’etica, la morale, non sono per il vero cristiano il fondamento della fede, ma scaturiscono dalla fede. Quando accade il contrario, cadiamo nello stesso errore in cui caddero gli infervorati interlocutori di Gesù. La loro religiosità era ormai sterile, basata su precetti e sul vano senso di appartenenza alla “discendenza di Abramo”.
Noi cristiani corriamo lo stesso pericolo. La nostra religiosità potrebbe porre pericolosamente le proprie fondamenta sulla sabbia del “senso di appartenenza” all’istituzione ecclesiale, erroneamente intesa come garanzia di salvezza; oppure potrebbe fondarsi su un devozionalismo incapace di tradursi in azioni concrete di conversione e di carità verso gli uomini; o ancora potrebbe scadere nel moralismo, nella ricerca di un “ricettario” contenente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in una prospettiva puramente “orizzontale”, incapace di cogliere il senso ultimo delle nostre buone opere”: cioè Dio, che è capace di ispirarle, di sostenerle, e alla cui lode e gloria dovrebbero essere finalizzate.
Ecco allora che non basta dire “siamo figli di Abramo” (Gv 8,33.53), come non basta dire “siamo cristiani”. Non si tratta semplicemente di credere a Gesù, e neanche di professarlo “Figlio di Dio”. Si tratta di credere in Gesù. Credere in qualcuno è molto di più che credere a qualcuno. Credere in Gesù significa essere capaci di affidarsi a lui, proprio come Abramo, padre di coloro che credono, fu capace di affidarsi incondizionatamente a Dio. Credere in Gesù significa riconoscerlo come il sommo sacerdote e l’unico mediatore (Eb 9,11.15), che ci ha acquistato la redenzione eterna. È il Sangue di Cristo – richiamato tre volte in tre versetti in Eb 9,12-14 – il fondamento della vera fede. È il sangue di Cristo che vivifica la Chiesa e purifica “la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Eb 9,14).
Il sangue di Cristo rappresenta al tempo stesso il mistero eucaristico e il dono incondizionato di sé per amore del genere umano. Il sangue di Cristo è il fondamento di una fede nella sola grazia di Dio, nella sua promessa non di una terra da abitare, ma del suo intero Regno da ereditare. È fede nella sua capacità di mantenere le sue promesse, oltre ogni nostro dubbio e infedeltà. È anche fede che si traduce, in maniera tangibile, in carità, in azioni feconde.
Il sangue di Cristo è al tempo stesso il mare in cui affogare i nostri peccati, prefigurato dalle acque del Diluvio, e la linfa vitale della Chiesa, Corpo mistico del Redentore.
È questo il senso corretto del Sola fide che dovrebbe costituire il cardine della vita cristiana. Se la teologia e la morale, la riflessione su Dio e sull’azione conforme alla sua volontà, sono una conseguenza, non un presupposto della fede, dobbiamo tenere presente che la fede, biblicamente intesa, si fonda sull’ascolto. È fides ex auditu.
Abramo fu prima di tutto uomo dell’ascolto, capace di porgere l’orecchio a quanto Dio aveva da dirgli e di mettersi in cammino per obbedire al suo volere. “Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8,47).
Mettiamoci, dunque, all’ascolto di Dio e abbandoniamoci fiduciosamente a Lui; cerchiamo il tempo per fare silenzio dentro e fuori di noi; per porre un freno alle “opere morte”, a quell’attivismo che perde di vista l’orizzonte ultimo delle cose; per lasciare andare le false sicurezze di una religiosità fondata sulla fede nelle nostre azioni e devozioni, più che nell’opera straordinaria e incredibile che Dio può compiere in noi.

Rev. Luca Vona


Beati coloro che ascoltano e osservano la parola di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen


Letture:

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocare il suo nome per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio, di uno smarrimento nelle tenebre del mondo e di uno stato di profonda solitudine. A volte, in effetti, la sofferenza è capace di prostrare l’uomo al punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera, di un dialogo con Dio, nella forma della supplica o fosse anche della protesta.
Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità.
Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio e condividerne la sorte disastrosa. Gesù è infatti l’”uomo forte”, capace di scacciare i demoni con il dito di Dio, di custodire la sua casa e disarmare il nemico antico. Chi non semina con Cristo, chi non sa prendere posizione dinnanzi all’annuncio del Vangelo, disperde la semina di Dio, cammina nelle tenebre e mette a rischio la propria vita.
Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, invitandoci a una più profonda solidarietà umana, chiamando a criterio di discernimento delle relazioni la parola di Dio: “Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21), rispose ai suoi parenti che lo cercavano.
La famiglia, cellula costitutiva così importante della società, è spesso strumentalizzata da gruppi politici di diverso colore, venendo a costituire di volta in volta, un diritto da rivendicare o una sorta di clan da proteggere. La famiglia intesa come unione di un uomo e una donna, aperta alla vita, è una realtà voluta da Dio fin dall’origine della creazione; ma Gesù ci insegna che se la nostra carità non sarà capace di suerare le stesse relazioni familiari non sarà all’altezza del suo Vangelo.
“Beati coloro che odono la parola di Dio e l’osservano” (Lc 11,28). La parola di Dio è dunque il modello da seguire; ma la parola di Dio non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo.
Se Gesù non fosse il Verbo incarnato potremmo trovare in lui un maestro, un guaritore, un riformatore, un rivoluzionario. Ma egli non volle essere nulla di tutto ciò. Fuggì sempre da queste gabbie, frutto dei malintesi che le folle, da un certo punto in poi cominciarono a manifestare. Nel vangelo di Marco chiede spesso alle persone che guarisce dalle malattie e libera dai demoni, di mantenere la cosa segreta. Questo per proteggersi dalle incompresioni riguardo la sua missione e la sua stessa natura.
Gesù può essere un vero modello di vita proprio perché è il Verbo di Dio incarnato, la manifestazione visibile e tangibile dell’Altissimo. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ab-solutus, ci si rede prossimo e conoscibile. Quel Dio di fronte al quale Mosé ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità nel momento in cui si riveste della natura umana di Cristo.
L’esortazione di Paolo a essere imitatori di Cristo, può essere adempiuta considerando l’umanità di Gesù, la sua vita terrena narrata nei vangeli, e la sua presenza sacramentale, come una mappa da tenere costantemente sotto il nostro sguardo.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati da Paolo nella Lettera agli Efesini e in altri suoi scritti, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica dello stesso periodo, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi, guidandoci nella piena comprensione delle Scritture, come fece con i due discepoli sulla via di Emmaus (Lc 24,13-35).

Rev. Luca Vona


Dio ci raggiunge in terra straniera


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità fisica, e da ogni pensiero malvagio che possa assalire e ferire la nostra anima. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture:

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Se nel Vangelo della prima domenica di Quaresima abbiamo ascoltato la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, oggi Matteo ci narra di un altro “ritiro” compiuto da Cristo. Siamo all’incirca a metà di questo vangelo, e vediamo che cominciano a crescere le incomprensioni tra le folle e i contenuti della predicazione di Gesù. Sebbene in molti ancora continuino a seguirlo, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. Capita ancora oggi, molto spesso, di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza. Ma quando viene proposto come il Figlio di Dio, il Messia che ci redime dalla fragilità umana, colui che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”, ecco che allora sale la contestazione.
Molti sono coloro che voglio un Gesù a proprio piacere, che vogliono prendere dal vangelo ciò che fa comodo e lasciare da parte le verità scomode. Perché l’orgoglio umano non è capace di accettare la sovranità di Dio, la sola che può porci al riparo dai pericoli dell’anima e del corpo, mentre ci troviamo nella terra straniera, nella terra dell’esilio. Infatti, se non ci poniamo al servizio di Dio, l’unica alternativa è la schiavitù del demonio, con le sue seduzioni, con i suoi inganni, con i suoi tormenti.
Non sappiamo in che modo il diavolo tormentasse la figlia della donna cananea. Ma sappiamo che siamo stati creati per godere della piena comunione con Dio e, come afferma Sant’Agostino, la nostra anima è inquieta finché non riposa in lui.
I miracoli e gli esorcismi compiuti da Gesù e narrati nei vangeli attestano la sua signoria sul “principe di questo mondo”, che è stato spodestato da Cristo con il superamento delle tentazioni nel deserto, nelle angosciose ore al Giardino degli ulivi e con la vittoria della Croce. Il Regno di Dio è vicino, e questo tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù affaticato dal suo ministero e dalle contestazioni alla sua predicazione, esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Era, questa, una località vicino al mare, una sorta di luogo di villeggiatura se vogliamo, dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato contemplavano addirittura il sacrificio di bambini al dio Moloch e la prostituzione sacra. Per tale ragione queste genti erano fortemente disprezzate da Israele.
Questo “ritiro” durante il suo ministero, rappresentò una occasione propizia per la manifestazione del grande atto di fede di una donna pagana; così ancora oggi il Vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, contestazione nelle nostre famiglie, nelle nostre terre, che hanno alle spalle generazioni, secoli e millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce grandi frutti in territori geografici, sociali ed esistenziali inaspettati.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, come ancora oggi non teme di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che non comprendono il senso profondo della sua missione. Il suo Regno è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Così Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non vi mettete a dire in voi stessi: Noi abbiamo Abramo per padre! Perché vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad Abramo” (Luca 3,8).
È dunque sorprendente il titolo impiegato dalla donna cananea per rivolgere a Gesù a sua supplica: “Figlio di Davide”, un chiaro titolo messianico, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù, di fronte alla sua richiesta di guarire la figlia “tormentata da un demone”. Inizialmente il Signore si mostra distaccato, quasi non voglia ascoltare la sua preghiera. Poi spiega alla donna che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Il Signore utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” - mentre la maggior parte degli israeliti avrebbe parlato più drasticamente di “cani selvatici” – ma si lascerà convincere dall’insistenza della sua preghiera, una preghiera molesta, per gli apostoli, che chiedono al loro Maestro di “mandare via” questa donna. E si lascerà convincere dal suo atteggiamento di fede, espresso non soltanto con le parole, ma con una prostrazione, atto rivolto solitamente alla divinità. Gesù si lascia convincere a compiere il miracolo dall’atteggiamento umile di questa donna, che non si offende per le parole che le sono state dette, ma riconosce la propria idolatria e chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato. Se la nostra preghiera rimane inascoltata allora, è perché dobbiamo pregare con più insistenza: Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Se la nostra preghiera rimane inascoltata è perché non siamo ancora riusciti a vincere del tutto la nostra natura idolatra; come ricorda Meister Eckart, infatti, quando chiediamo a Dio qualcosa che non sia Dio preghiamo male e chiediamo male: quando mettiamo Dio a un posto che non sia il primo, quando adoperiamo ciò che è buono e piacevole non per dare lode a Dio, ma con superficialità e per opportunismo; quando sacrifichiamo i più deboli ai demoni del nostro egoismo, delle guerre, delle ingiustizie, dell’indifferenza.


Rev. Luca Vona


Far tornare a fiorire il deserto


COMMENTO ALLA LITURGIA PER LA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture:

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino “ob-audere”, ovvero “prestare ascolto”. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile o, peggio, da ruffiani; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo testamento.
“Ascolta Israele”, “Shemà Israel”, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno” (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: “Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosé era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio.
Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: “chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso.
Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, ritroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).

Rev. Luca Vona


Condividere la natura di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI QUINQUAGESIMA


Colletta

O Signore, che ci hai insegnato che tutte le cose, senza la carità non valgono nulla; manda il tuo Santo Spirito e infondi nei nostri cuori il dono eccellente dell'amore, vero vincolo di pace e fonte di ogni virtù, senza il quale, chiunque vive è considerato morto ai tuoi occhi. Concedici questo per la grazia del tuo unico Figlio Gesù Cristo. Amen.

Letture:

1 Cor 13,1-13; Lc 18,31-42

Sul finire del periodo che separa l'Epifania dalla Quaresima la lettura del Vangelo di oggi ci conduce alla manifestazione del destino terreno di Gesù, che si compie nella sua passione e morte. Per preparare i suoi discepoli a questo evento traumatico ed evitare che ne restassero scandalizzati il Signore gli rivela che le profezie degli antichi profeti dovranno adempiersi in lui e che, dunque, quella catastrofe, non sarà altro che una parte del piano salvifico di Dio.
Proprio perché nulla dovrà più restare nascosto, Gesù compie il grande miracolo della guarigione del cieco Bartimeo, non impedendogli, a differenza da quanto accadeva per i miracoli compiuti all'inizio del suo ministero, di testimoniare a tutti quanto accaduto. Nessuna cautela, infatti, è più necessaria, poiché l'odio dei nemici di Cristo è giunto ormai al suo culmine e, approssimandosi il suo sacrificio, egli deve farsi riconoscere da tutti come il Messia atteso da Israele. Ed è proprio un cieco, in questo episodio evangelico, a riconoscere Gesù come una persona divina, a proclamarlo Figlio di Davide, caratteristico titolo messianico. La ferma fede di Bartimeo e la sua preghiera insistente si elevano al di sopra del fragore della folla, giungendo fino alle orecchie del Salvatore. «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore» afferma Dio mediante il profeta Geremia (Gr 29,13). Bartimeo vede esaudita la sua preghiera non solo per la sua fede incrollabile, che ignora coloro che gli intimano di tacere, ma anche perché chiede con profonda umiltà, non pretendendo nulla per un suo presunto diritto, ma attribuendo ogni merito alla libera e sovrana compassione di Dio. È, questa, la stessa insistenza con cui ci invita a pregare Gesù nel Vangelo di Luca, nella parabola dell'amico importuno, dopo avere insegnato il Padre nostro:  «Chi è fra voi colui che ha un amico, che va da lui a mezzanotte, dicendogli: "Amico, prestami tre pani, perché un mio amico in viaggio è arrivato da me, e io non ho cosa mettergli davanti"; e quello di dentro, rispondendo, gli dice: "Non darmi fastidio, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me; non posso alzarmi per darteli"? Io vi dico che anche se non si alzasse a darglieli perché gli è amico, nondimeno per la sua insistenza si alzerà e gli darà tutti i pani di cui ha bisogno» (Lc 11,5-8).
Bartimeo ci offre anche l'esempio della gratitudine con cui siamo chiamati a rispondere alla grazia di Dio: non appena guarito, egli getta via la sua veste e inizia a seguire Gesù. All'amore di Dio si risponde con la conversione e il discepolato. Ritrovare la vista e continuare a vestire i panni di un cieco, restando nel proprio giaciglio anziché andare per il mondo ad ammirare e testimoniare le meraviglie di Dio non avrebbe alcun senso.
Se è triste constatare che molti, anche cristiani, cercano la soluzione dei propri problemi ovunque, fuorché nella preghiera e nella fede, ancor peggio è invocare il Signore nel giorno dell'afflizione e dimenticarsi di lui al momento della liberazione dalle nostre pene.
La guarigione del cieco ci attesta anche che i risultati della fede sono proporzionali alla sua estensione, alla nostra capacità di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e dargli sovranità sulle nostre vite.
Cristo, luce del mondo, come viene presentato nel prologo del Vangelo di Giovanni e come egli stesso si proclama nel medesimo Vangelo, apre i nostri occhi alle meraviglie della carità di Dio, della quale dobbiamo farci imitatori, come esorta l'apostolo Paolo.
Lungi dall'essere una mera forma di elemosina, magari un modo per alleggerirci la coscienza donando quel che è meno che superfluo, la carità è l'amore disinteressato, che dona senza chiedere nulla in cambio e senza ricercare secondi fini. Paolo ce la presenta come virtù superiore alla fede che opera miracoli e sposta i monti, superiore a ogni altro dono che possiamo possedere. senza di essa non siamo nulla. Perché quando tutte le cose passeranno resterà solo ciò che siamo, non ciò che abbiamo. E agli occhi di Dio, che è amore, non siamo nulla se siamo privi di amore. Così ci ammonisce il Signore nel Vangelo di Matteo: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato nel tuo nome, e nel tuo nome scacciato demoni e fatte nel tuo nome molte opere potenti?". E allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità"» (Mt 7,21-23).
Non ci inganni il giudizio degli uomini, che possono lodarci per quel che abbiamo: scienza, eloquenza, beni materiali. Dio guarda a ciò che siamo.
Paolo considera la carità, insieme e al di sopra della fede e della speranza, come una virtù permanente, che oltrepassa la nostra vita terrena: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore» (1 Cor 13,13). Giungerà il giorno in cui potremo contemplare Dio faccia a faccia e conoscerlo come noi stessi siamo da lui conosciuti; ma è in una speranza quieta, certa della propria soddisfazione, e in una fede che si trasforma in vista dell'infinità novita di Dio che noi lo possederemo eternamente nell'amore. La carità è la virtù più grande, non solo perché comprende in sé la fede e la speranza, ma perché ci rende partecipi della natura stessa di Dio.

Rev. Luca Vona




La tregua


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VI DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come Egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Gv 3,1-8; Mt 24,23-31

Nella lettura di oggi ci viene rivelato il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nell storia, a partire dall’Incarnazione. Il perché della sua manifestazione ce lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”. L’atto finale di questa manifestazione, che non si è conclusa con i misteri contemplati nel Natale e durante il periodo dell’Epifania, si compirà alla fine dei tempi, e ce ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico di cui oggi abbiamo ascoltato una parte.
Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni e così via; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.
Cristo venne considerato il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche cronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa ciircolarità, che i greci definivano aion. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno. Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27). Dio, che aveva spogliato se stesso (Fil 2,5-11), manifestandosi nella fragilità di un bambino, condividendo con noi sofferenze e fatiche, accettando umilmente una condanna infamante e assoggettandosi alla morte, bevendo fino in fondo il calice della sua Passione, ritornerà alla fine dei tempi manifestandosi  in tutta la sua gloria divina, non più in maniera circoscritta, come era accaduto durante la sua esistenza terrena in Galilea, con i suoi miracoli o con la sua Trasfigurazione; ma questa volta con una tale maestà, che tutti gli uomini e l’intera creazione saranno sconvolti dal suo apparire.
Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto a cavallo tra VII e VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Così è la nosra breve ed effimera esistenza secondo il consigliere del re; di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.
Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte. L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Cristo (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Ma il principe di questo mondo, il diavolo, è stato sconfitto dalla morte e resurrezione di Cristo, e questa sconfitta sarà manifestata nel compimento del tempo presente, quando le sue opere saranno distrutte (1 Gv 8) ed egli sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31).
È questa speranza, ci ricorda la colletta di oggi, ispirata alla prima lettera di Giovanni, che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato psicologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede, “per l’amore che il Padre ha profuso sopra di noi, facendoci chiamare figli di Dio” (Gv 3,1).
L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure, il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).
Quell’esperienza furtiva, quell’esperienza di “tregua”, ci dona nella fede la certezza che “quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). Amen.

Rev. Luca Vona


I tempi e i modi di un Dio mite e paziente


COMMENTO ALLA LITURGIA V DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci mostra Gesù che ammaestra le folle, seduto in riva al mare, parlando in modo semplice, attraverso parabole. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi, per lo più lavoratori dei campi, abitanti di contesti rurali, o studenti di botanica. Questa pianta è un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scuri e allungati. I discepoli rimasero molto colpiti dalla parabola della zizzania ma faticarono a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiesero a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). Gesù mediante questa narrazione ci offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permetta il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi una epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che San Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare (Mt 13,4.19), ma mentre gli uomini dormono (Mt 13,25) getta nel terreno un cattivo seme. L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e propongono la soluzione di estirpare l’erba infestante. Ma il padrone del campo ha deciso di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malvagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda viene rivolta spesso a noi credenti, e in verità se la era posta già tanti secoli fa l’autore del Salmo 73, il quale affermava: “quasi inciampava il mio piede… perché portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la prosperità dei malvagi… Ecco costoro sono empi, eppure sono sempre tranquilli… Invano dunque ho purificato il mio cuore… Perché sono colpito tutto il giorno e castigato ogni mattina. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Certo tu li metti in luoghi sdrucciolevoli… Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, qui abbiamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora accattivante, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo suo Giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), egli che non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2) ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione. Ecco perché consente al male di prosperare insieme al bene, non solo nel mondo, ma purtroppo anche nelle nostre vite. Molti vorrebbero che Dio eliminasse tutto il male subito. Come è possibile che possa tollerare la vita di esseri umani capaci di diffondere sofferenza e morte? Ma se dovesse sposare le nostre agitazioni interventiste dove si dovrebbe fermare la mano di Dio? Dove si dovrebbe fermare la mano di un Dio infinitamente puro, infinitamente buono, l’unico di cui possa essere predicata in modo assoluto e veritiero la bontà? Dovrebbe Dio togliere di mezzo l’uomo che ha ordinato lo sterminio di milioni di altri uomini? O basterebbe uccidere un solo uomo per meritare la morte da parte di Dio? E la mole di ingiustizie, indifferenza, superficialità, quel male silenzioso e apparentemente “banale” che provoca immense sofferenze a tanti esseri umani? Non dovrebbe essere punito anche quello? A dire il vero basta esaminare le nostre coscienze, senza lanciarsi in grandi analisi geopolitiche e sociali, per vedere quanto grano e quanta zizzania siano presenti nelle nostre singole vite, nel nostro cuore. Un’altra domanda pressante è infatti: perché, nonostante la grazia e la parola di Dio che operano in me sono ancora tanto imperfetto? Siamo capaci di renderci docili alla parola di Dio e di consentire a questa di portare buoni frutti, ma cadiamo spesso addormentati e consentiamo al nemico di seminare e far germinare in noi il male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie a noi stessi e agli altri, ostacolando il benessere e la crescita spirituale, il fruttificare della parola di Dio in noi e nel mondo. Meno male, allora, che Dio è misericordioso; i suoi tempi sono i tempi dell’agricoltore paziente.
Il profeta Elia era pieno di zelo per il Signore e aveva sterminato tutti i profeti di Baal, una divinità pagana che avevano iniziato ad adorare anche gli Israeliti. Fuggito sul monte Horeb, Dio, che era apparso in precedenza a Mosè nel fuoco e nel tuono, si manifestò a Elia, dopo una serie di sconvolgimenti naturali: prima un vento impetuoso, poi un terremoto, poi un incendio devastante; infine, una brezza leggera, “una voce, come un dolce sussurro” (1 Re 19, 12); ed egli si coprì il volto perché comprese che proprio in quella era presente il Signore.
Rispettiamo, dunque i modi e i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), e obbediamo alla sua volontà, lasciando che il grano e la zizzania maturino insieme. Allora i suoi servi li separeranno. Meditiamo e custodiamo la Parola di Dio nel nostro cuore; agirà come una brezza leggera, che accarezza un terreno fertile.


Rev. Luca Vona


Senza il timore di sporcarsi le mani


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA IV DOMENICA DOPO L'EPIFANIA


Colletta

O Dio, che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi; concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare ogni tentazione. Amen.


Letture:

Rm 13,1-7; Mt 8,1-17

Prosegue nel ciclo liturgico annuale la serie delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e “ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni cristiano, non di coloro che si consacrano a qualche forma particolare di vita religiosa, ma di ogni cristiano che voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che spesso anche oggi caratterizzano lo status del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione del Salvatore. La fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio, che ci annuncia la salvezza per grazia. La fede è ciò con cui siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di benedizione e di salvezza) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti, ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la guarigione di un servo che giace in casa paralizzato e soffre grandemente. La risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi, “in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta con le parole “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”; la sua risposta di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i protestanti a volte, l’abitudine a confrontarsi abitualmente con la Parola di Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale. Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini, devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.


Rev. Luca Vona


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