«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Partecipare alla sorte dei santi nella luce


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

O Dio, ti supplichiamo, assolvi il tuo popolo dalle sue offese; affinché attraverso la tua abbondante misericordia possiamo essere liberati dai lacci dei peccati commessi per nostra fragilità. Concendici questo, Padre celeste, per la grazia di Gesù Cristo, nostro Signore benedetto e Salvatore. Amen

Letture:

Col 1,3-12; Gv 6,5-14


Le due letture di oggi, in particolare il primo capitolo della  lettera di Paolo ai Colossesi, ci invitano a riflettere sulla natura della preghiera cristiana.
La parola greca utilizzata dall'Apostolo per indicare la preghiera è un composto di "supplica" e "desiderio". La preghiera è un desiderio rivolto a Dio. La preghiera di Paolo è perseverante ("prego continuamente"), ha un oggetto determinato ("per voi") ed è pervasa dalla riconoscenza ("Noi rediamo grazie"). L'apostolo potrebbe qui riferirsi anche alla preghiera liturgica, all'eucaristia, che appunto significa “ringraziamento” ed rappresenta il rendimento di grazie per eccellenza.
Il motivo della preghiera di Paolo è costituito dalla fede, dall'amore e dalla speranza dei Colossesi, di cui gli è giunta notizia ("abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e del vostro amore per tutti i santi, a motivo della speranza che è riposta per voi nei cieli" Col 1,4-5 dove il plurale indica probabilmente il ministero di Timoteo accanto a quello di Paolo, o la più estesa comunità alla quale Paolo aveva predicato l'Evangelo).
L'amore dei Colossessi, va sottolineato, è non semplicemente verso i santi ma verso tutti i santi, ovvero verso tutti i fratelli nella fede, senza distinzioni di appartenenza culturale, etnica, ecc. al di là di ogni possibile pregiudizio personale.
La speranza dei Colossesi non è vaga ma riposta in un tesoro custodito al sicuro nei cieli ("Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine guastano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano" ammonisce Gesù in Mt 6,19-20; parole che fanno anche parte della raccolta di sentenze bibliche che accompagna la presentazione delle offerte all'altare durante la liturgia metodista e anglicana).
Nulla alimenta la fede e al contempo ne dimostra la solidità più di una preghiera perseverante, fino a farsi "importuna" (si veda il racconto della guarigione della donna sirofenice in Mt 15,21-28). Non sappiamo quando la nostra preghiera verrà esaudita e nemmeno come, perché la nostra preghiera potrebbe essere il frutto di uno slancio sentimentale oppure potrebbe manifestare desideri contrari a un bene più alto per noi e per la maggior gloria di Dio. Se la preghiera esaudisse automaticamente qualsiasi capriccio del nostro cuore sarebbe un atto magico e non espressione della fede.
Le preghiere che attraversano tutta la scrittura, dall'antico al nuovo testamento, contengono un rendimento di grazie; anche i salmi di supplica e quelli cosiddetti imprecatori si concludono con un rendimento di grazie. Gesù rende continuamente grazie al Padre, anche prima di compiere i suoi miracoli. Un figlio dimentico dei benefici ricevuti dal Padre, come un amico dimentico dei doni già ricevuti in passato dall'amico, non è degno di essere esaudito. Il Signore ci ha donato innanzitutto la salvezza, con il suo Sangue, ricordiamocelo in ogni preghiera e quando ci rivolgiamo al Padre ringraziamolo innanzitutto per averci donato il suo figlio; quando ci rivolgiamo al Figlio ringraziamolo per averci donato tutto se stesso e quando ci rivolgiamo allo Spirito Santo, ringraziamolo per gli innumerevoli doni effusi nella chiesa, corpo mistico di Cristo. Solo allora, osiamo chiedere qualcosa, con fede e con viva speranza nel tesoro che già ci è stato preparato in cielo. Il nostro destino, infatti, è di partecipare "alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12), ovvero alla contemplazione del suo mistero. Dio è luce e, come dice il salmista, "alla sua luce vediamo la luce" (Sal 36,9). E per questo Paolo prega affinché i Colossesi siano ripieni nella conoscenza della volontà di Dio, "in ogni sapienza e conoscenza spirituale". La chiave per crescere nella conoscenza del mistero di Dio è il compimento della sua volontà e la via d'accesso alla comprensione della sua volontà è la lettura, meditazione e operosa applicazione dell'Evangelo.
Ma torniamo alla preghiera e all'atteggiamento con cui dobbiamo coltivarla. Quel di cui dobbiamo essere innanzitutto certi, e ci è mostrato dal racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è che il Signore parte dalla nostra povertà, una miseria totalmente incapace di far fronte alle esigenze delle moltitudini, e da quella, non senza il nostro intervento ("li distribuì ai discepoli e i discepoli alla gente seduta", Gv 6,11), ci consente di sfamare ogni necessità. Ed egli ci nutre in abbondanza, a tal punto che sarà necessario raccogliere i pezzi di pane e i pesci avanzati. Il Signore ci vuole sazi, pienamente soddisfatti. Quindi se preghiamo e non otteniamo è perché preghiamo male e chiediamo male. Chiediamo le cose sbagliate. Chiediamo troppo poco. Non ci mettiamo il nostro. Il signore fa un grande miracolo, ma sceglie di non creare i pani e i pesci dal nulla, chiede ai discepoli di prendere l'iniziativa, mette alla prova la loro fede. L'erba verde descritta da Giovanni, su cui Gesù fa sedere le moltitudini che consumano questo pasto è una immagine pasquale, che richiama da un lato il tempo in cui si svolse la scena, quello, appunto, della pasqua ebraica (come specifica esplicitamente Gv 6,4), intorno a marzo, all'inizio della primavera, dall'altro richiama la pasqua celeste, che i credenti consumeranno nell'eternità con il Risorto.
È, questo, dunque, il nostro destino ultimo: la piena soddisfazione di ciò che la nostra natura umana più profondamente brama, ovvero la ritrovata comunione con Dio, nella sua pienezza.


Rev. Luca Vona


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