«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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La nostra cittadinanza è nei cieli


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTITREESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio, nostro rifugio e forza, che sei l’autore di ogni ccosa buona; sii pronto, ti supplichiamo, ad aascoltare le devote preghiere della tua Chiesa; e cncedici che le cose che chiediamo con fede otteniamo con effficacia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

Letture:

Fil 3,17-21; Mt 22,15-22


Quale moneta passa tra le nostre mani? Qual'è la moneta corrente nelle nostre vite?
Era un dogma rabbinico notissimo che colui che coniava la moneta di un paese ne fosse il dominatore. Secondo questa teoria, null'altro occorreva che di accertare quale fosse la moneta corrente in Giudea a quel tempo, per ottenere una risposta concludente alla domanda che era stata posta a Gesù: "è lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17); egli vuole che i suoi stessi accusatori proclamino apertamente di chi portasse l'immagine quella moneta, e quale epigrafe vi fosse impressa.
La moneta romana circolava liberamente nel paese; essi stessi non esitavano ad usarla in ogni affare e contrattazione ordinaria. Se, come nazione, avessero resistito alla sua introduzione e si fossero sempre astenuti dall'impiegarla ci sarebbe potuto essere almeno un pretesto per mettere in dubbio la legittimità del tributo richiesto dal governo romano; ma, vivendo come facevano, sotto la protezione delle leggi dell'imperatore, e facendo ogni giorno uso della moneta di Roma, lo riconoscevano di fatto come il governo sovrano nel paese, ed erano tenuti ad ubbidire alle sue richieste legittime. La legge sacra consentiva, infatti, ad Israele, di scegliersi il proprio governo, vincolandolo unicamente a continuare a corrispodnere il tributo al Tempio.
Ma siccome "le cose di Cesare" implicavano di più che non il semplice testatico (il tributo all'imperatore), "le cose di Dio", nella bocca del Salvatore, significano di più che non semplicemente il tributo del tempio; esse includono il cuore con le sue affezioni, la coscienza, la volontà, le ricchezze degli individui, tutte le obbligazioni e i doveri religiosi, in una parola la consacrazione a Dio di tutto intero l'uomo, del corpo non meno che dello spirito, come proclamato da gesù nel gran comandamento, che troviamo esposto ai versetti 34-40 di questo stesso capitolo del vangelo di Matteo.
La risposta di Gesù non separa, ma invece unisce i doveri politici e quelli religiosi dei cristiani. Colui che è interamente votato a Dio, infatti, non può disinteressarsi della polis, del consesso umano in cui vive e nel quale è chiamato a esprimere la carità cristiana. Diversamente, il cristianesimo si ridurrebbe a sterile intellettualismo, a una filosofia religiosa, più che a quell'opera di trasformazione radicale e sostanziale del credente di cui parla Paolo nel capitolo terzo della sua lettera ai Filippesi.
Certo, "la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20), ma è qui sulla terra che già si misura il progresso nella santificazione che Cristo stesso compie in noi, "secondo la sua potenza che lo rende in grado di sottoporre a sé tutte le cose" (Fil 3,21).
Se il dominio di Cesare, il cui volto era impresso nel denaro, è infatti puramente convenzionale ed esso stesso soggetto alla voolontà di Dio, il dominio di Cristo sulle nostre vite, in virtù del segno impresso dalla fede battesimale, è l'esercizio di una sovranità reale. A ben vedere, non vi è cosa, nel cosmo, che non rechi impressa in sé il marchio del suo Creatore e che, dunque, non vada a lui ricondotta. Tutto è da Dio e tutto è per la lode e gloria di Dio.
Ma in questo passo della lettera ai Filippesi, Paolo, si richiama a Cristo come Savatore, anziché al Logos creatore o al Signore che giudecherà questo secolo alla fine dei tempi, perché l'apostolo vuole rimarcare l'opera di trasformazione che si svolge in particolare nel credente. Cristo, dimorando in noi, riproduce nella nostra vita la propria fisionomia morale; questa conformità sarà appunto completata nei cieli dove "il nostro umile corpo sarà reso conforme al suo corpo glorioso" (Fil 3,21). Questo corpo glorioso è il corpo spirituale di cui Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15,44) e un'ombra di esso la vediamo nelle narrazioni evangeliche del Risorto, prima della sua ascesa al cielo.
Non ci meravigli che Cristo possa compiere tutto ciò. La garanzia che rende certa questa trasformazione è la sua potenza illimitata, il suo impero universale. Egli non ha coniato una moneta: era con il Padre quando, come Logos eterno, creava i cieli e la terra. Egli ha assunto la nostra natura umana, elevandola e unendola alla propria natura divina. Egli ci ha purificati con le acque battesimali e segnati con il sangue della sua Passione. Egli è il nostro Dio e noi siamo il popolo del suo pascolo (Sal 95,7). Siamo suoi. E nostra è la sua grazia. Nostra la sua carità. Che passi in abbondanza come moneta corrente tra le nostre mani. Ora e sempre. Amen.

Rev. Luca Vona



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