«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e dedita al tuo servizio nelle opere buone, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra gustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericoordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioé non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioé la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da ujna domanda posta da Pietro a Gesù. Pieetro aveva compmreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto chui nessuno si può opporre e al quale nessuno puùò sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. che il creditore spietato noon avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
è evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteramente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innazitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, amminisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniquavolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. Di cuore, ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterei scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento", soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo". Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Luca Vona



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