«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Il nostro combattimento non è contro carne e sangue


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54


"Fortificatevi nel signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10). Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perchè l'Onnipotente si prende cura di noi.
La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti (Ef 6,12). Gli spiriti malvagi, dunque, sono penetrati negli stessi luoghi celesti. Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato nel campo (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).
Per vincere contro tali potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplcemente contro la carne e il sangue, contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giutizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). Perché la tentazione, quando colpisce nel segno di una coscenza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. E poi Paolo ci invita a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). Dobbiamo proteggere la nostra mente dai pensieri di sconforto pensando che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse; mentre la meditazione assidua della parola di Dio ci deve portare a eliminare e recidere i lacci del maligno.
Poi Paolo ci esorta alla preghiera, che va fatta in ogni tempo, in ogni luogo - "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Dunque, vi è un richiamo del "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" di Gesù al Getsemani (Mt 26,41). Ma vengono alla mente, qui, anche le parole di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). È, dunque, necessario ridestare la nostra coscienza. È questo l'insegnamento che hanno predicato i movimenti di Risveglio sorti all'interno del protestantesimo dalla fine del diciottesimo secolo. È, questo, un invito sempre attuale per ogni cristiano: rimanere sobrio, che non indica, semplicisticamente, un precetto di astensione dalle bevande inebrianti, ma piuttosto la continua ricerca di un sempre maggiore risveglio della propria coscienza in Cristo, mediante lo Spirito, che soffia nella Chiesa, attraverso le Scritture, i Sacramenti, la fede vissuta e condivisa con i fratelli.
La dimensione comunitaria è sottolineata al termine del versetto: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18). Chi sono i santi? Qui non sono di certo delle semidivinità da pregare in cielo, ma i credenti, che per la loro fede sono stati santificati dallo Spirito di Dio, nella comunione con Cristo.
Troviamo, dunque, in questo passaggio della lettera agli Efesini, l'allusione a diversi tipi di preghiera: la meditazione delle scritture, la supplica per le propire necessità e soprattuto per resistere alle forze del male, la pratica delle virtù cristiane, ma anche la preghiera di intercessione per i nostri fratelli e sorelle in Cristo.
La lotta, l'"ascesi" è lotta individuale; a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è una entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere. Quando un dardo infuocato del maligno colpisce un fratello può divampare un incendio disastroso per una intera comunità. Il conflitto di cui parla l'apostolo e nel quale siamo tutti impegnati, è cosa che riguarda tutti in prima persona. L'umiliazione dell'uno è una umiliazione per la Chiesa e una sconfitta del Regno di Dio; la vittoria dell'uno è una vittoria della Chiesa ed è un passo innanzi che il Regno di Dio fa verso il suo glorioso compimento. Questa solidarietà nella lotta, nel pericolo, nella sconfitta, nel trionfo, implica naturalmente questa solidarietà nella preghiera, per la quale i cristiani si mantengono a vicenda in quell'assoluta subordinazione a Dio in cui risiede il segreto di ogni vittoria morale. è questo il senso della comunione dei santi, che professiamo ogni domenica recitando il Credo e che ci tiene uniti l'un l'altro, oltre i limiti del tempo, dello spazio e, persino, della morte.
Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma lo esaudisce oltre ogni aspettativa e oltre la pochezza della fede del funzionario. Quest'ultimo, infatti, sembra invitare il signore ad affrettarsi a scendere da Cana a Capernaum per evitare che il figlio muoia nel frattempo. Gesù dimostra che la sua parola è in grado di guarire e anche di resuscitare i morti da qualunque distanza venga pronunciata. Mentre l'uomo sta tornando a casa gli vanno incontro si suoi servi informandolo che il figlio è guarito "intorno all'ora settima" (Gv 4,52) ed egli realizza che proprio in quel momento che egli supplicò Gesù per la guarigione del proprio figlio.
Vi è qui, dunque, la capacità, del funzionario di riconoscere l'intervento di Dio, facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo non solo pregare con perseveranza e fiducia, ma anche essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: ‘Tuo figlio vive’; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Anche in questo racconto troviamo una esortazione alla consapevolezza, alla vigilanza, alla sobrietà, ovvero a vivere con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.


Rev. Luca Vona

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