«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e dedita al tuo servizio nelle opere buone, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra gustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericoordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioé non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioé la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da ujna domanda posta da Pietro a Gesù. Pieetro aveva compmreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto chui nessuno si può opporre e al quale nessuno puùò sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. che il creditore spietato noon avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
è evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteramente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innazitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, amminisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniquavolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. Di cuore, ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterei scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento", soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo". Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Luca Vona



Il nostro combattimento non è contro carne e sangue


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54


"Fortificatevi nel signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10). Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perchè l'Onnipotente si prende cura di noi.
La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti (Ef 6,12). Gli spiriti malvagi, dunque, sono penetrati negli stessi luoghi celesti. Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato nel campo (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).
Per vincere contro tali potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplcemente contro la carne e il sangue, contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giutizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). Perché la tentazione, quando colpisce nel segno di una coscenza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. E poi Paolo ci invita a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). Dobbiamo proteggere la nostra mente dai pensieri di sconforto pensando che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse; mentre la meditazione assidua della parola di Dio ci deve portare a eliminare e recidere i lacci del maligno.
Poi Paolo ci esorta alla preghiera, che va fatta in ogni tempo, in ogni luogo - "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Dunque, vi è un richiamo del "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" di Gesù al Getsemani (Mt 26,41). Ma vengono alla mente, qui, anche le parole di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). È, dunque, necessario ridestare la nostra coscienza. È questo l'insegnamento che hanno predicato i movimenti di Risveglio sorti all'interno del protestantesimo dalla fine del diciottesimo secolo. È, questo, un invito sempre attuale per ogni cristiano: rimanere sobrio, che non indica, semplicisticamente, un precetto di astensione dalle bevande inebrianti, ma piuttosto la continua ricerca di un sempre maggiore risveglio della propria coscienza in Cristo, mediante lo Spirito, che soffia nella Chiesa, attraverso le Scritture, i Sacramenti, la fede vissuta e condivisa con i fratelli.
La dimensione comunitaria è sottolineata al termine del versetto: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18). Chi sono i santi? Qui non sono di certo delle semidivinità da pregare in cielo, ma i credenti, che per la loro fede sono stati santificati dallo Spirito di Dio, nella comunione con Cristo.
Troviamo, dunque, in questo passaggio della lettera agli Efesini, l'allusione a diversi tipi di preghiera: la meditazione delle scritture, la supplica per le propire necessità e soprattuto per resistere alle forze del male, la pratica delle virtù cristiane, ma anche la preghiera di intercessione per i nostri fratelli e sorelle in Cristo.
La lotta, l'"ascesi" è lotta individuale; a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è una entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere. Quando un dardo infuocato del maligno colpisce un fratello può divampare un incendio disastroso per una intera comunità. Il conflitto di cui parla l'apostolo e nel quale siamo tutti impegnati, è cosa che riguarda tutti in prima persona. L'umiliazione dell'uno è una umiliazione per la Chiesa e una sconfitta del Regno di Dio; la vittoria dell'uno è una vittoria della Chiesa ed è un passo innanzi che il Regno di Dio fa verso il suo glorioso compimento. Questa solidarietà nella lotta, nel pericolo, nella sconfitta, nel trionfo, implica naturalmente questa solidarietà nella preghiera, per la quale i cristiani si mantengono a vicenda in quell'assoluta subordinazione a Dio in cui risiede il segreto di ogni vittoria morale. è questo il senso della comunione dei santi, che professiamo ogni domenica recitando il Credo e che ci tiene uniti l'un l'altro, oltre i limiti del tempo, dello spazio e, persino, della morte.
Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma lo esaudisce oltre ogni aspettativa e oltre la pochezza della fede del funzionario. Quest'ultimo, infatti, sembra invitare il signore ad affrettarsi a scendere da Cana a Capernaum per evitare che il figlio muoia nel frattempo. Gesù dimostra che la sua parola è in grado di guarire e anche di resuscitare i morti da qualunque distanza venga pronunciata. Mentre l'uomo sta tornando a casa gli vanno incontro si suoi servi informandolo che il figlio è guarito "intorno all'ora settima" (Gv 4,52) ed egli realizza che proprio in quel momento che egli supplicò Gesù per la guarigione del proprio figlio.
Vi è qui, dunque, la capacità, del funzionario di riconoscere l'intervento di Dio, facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo non solo pregare con perseveranza e fiducia, ma anche essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: ‘Tuo figlio vive’; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Anche in questo racconto troviamo una esortazione alla consapevolezza, alla vigilanza, alla sobrietà, ovvero a vivere con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.


Rev. Luca Vona

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Bibliografia ragionata sulla storia del movimento pentecostale italiano


Il movimento pentecostale italiano nacque intorno alla prima decade del Novecento non per impulso di missioni estere, come sovente è avvenuto con altre chiese evangeliche, bensì per opera di italiani un tempo emigrati all’estero.Vi fu poi un ventennio di vessazioni e persecuzioni (1935-1955) da cui si uscì grazie a una stretta e inusuale sinergia tra i membri di queste comunità, pressoché totalmente illetterati e appartenenti a classi sociali molto modeste, intellettuali laici d’alto profilo e competenza, alcuni (molto pochi) parlamentari di specchiata moralità, giudici con alto senso del dovere e del loro ruolo. Questa fu un’età ‘eroica’ e benedetta; tale ‘sinfonia’ ebbe del miracoloso se solo si riflette sulla diversità degli attori tra loro.Negli studi storici e sempre il prima che spiega il poi. Lo confermiamo. Tuttavia non v’è nessuna regola che ci vieti di collegare alla memoria una prospettiva proiettata sul futuro. Anzi. Una storia senza un’apertura al futuro rimarrebbe la sala polverosa di un deposito museale. D’altro canto una riflessione sul futuro che prescinda da un’accurata analisi del passato sarebbe come una casa costruita sulla sabbia.



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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 90 pagine
Editore: Grampus Publishing (16 ottobre 2018)
Collana: Teologica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 1728870607
ISBN-13: 978-1728870601



Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14


Nel brano del vangelo di Matteo sugli invitati a nozze troviamo una parabola in due parti; la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", rappresenta il giudizio individuale e non la troviamo negli altri vangeli.
La parabola degli invitati a nozze ha un racconto analogo nel Vangelo di Luca, quello del "gran convito". Le due parabole non sono però identiche e in Luca la reazione di coloro che declinano l'invito è di indifferenza più che di ostilità verso i messaggeri.
Nel vangelo di Luca, inoltre, il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola riportata da Matteo è maggiormente incentrata, dunque, su un significato messianico. Anche il lugo dove vennero narrate le due parabole sono molto diversi: in una abitazione privata quella riferita da Luca, nel tempio quella riportata da Matteo.
In entrambe, i destinatari non si curano del'invito, "andandosene chi al proprio campo chi ai propri affari" (Mt 22,5); ma nel racconto di matteo vi sono degli "altri" che "presi i suoi servi, li oltraggiatono e li uccisero" (Mt 22,6). Troviamo così una allusione alle persecuzioni e agli oltraggi che non solo i profeti dell'antico testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, hanno subito - e continuaano a subire - per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mando i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico. Verrà infatti distrutta, e con essa il tempio, dai romani, poichi decenni dopo la venuta di Cristo. Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosé chiamandolo "il tuo popolo" e non più "il mio popolo".
Alla distruzione della città segue, anche in Matteo, l'invio dei servi agli incroci delle strade, in questo caso per invitare "chiunque troverete".
A questo punto della vicenda terrena di Cristo vi è un cambio di rotta decisivo. Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti. Non comprendere questo scarto nell'economia salvifica può portare a gravi errori di valutazione nella nostra attività di predicazione del Vangelo.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,11). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data dalla pura, semplice e riconoscente accoglienza dell'invito, ovvero dalla fede, è chiaro sia nella descrizione dei nuovi invitati nel vangelo di Luca, sia nella seconda parte della parabola del vangelo di Matteo. Nel primo caso chi dovremmo ravvisare in quei "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" se non noi tutti, carichi dei nostri limiti che ci impediscono, da soli, di pervenire alla salvezza, seganti dalle ferite delle nostre numerose cadute?
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11).
L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo . Egli entra per vedere coloro che erano a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente, infatti, il re si presentava quando già tutti i commensali erano seduti a tavola.
La fede necessaria per presentarsi al convito è qui simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati (ma non è detto che non ve ne fossero altri) è sprovvisto: "ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indoossava l'abito da nozze; e gli disse: "amico come sei entrato qui senza vestire l'abito di nozze? Ma egli rimase con la bocca chiusa" (Mt 22,11-12).
Era abitudine in oriente, che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana, di accogliere  il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli (Is 60,10).
Il convitato senza abito di nozze viene non solo escluso dal banchetto ma gettato "nelle tenebre di fuori" dove "sarà pianto e stridor di denti. Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 22,13-14).
Qui il "molti" può essere considerato come indicativo delle "moltitudini", non tanto, dunque, un riferimento a una determinata quantità numerica, ma piuttosto la chiamata universale alla salvezza. Per contro l'"elezione" spetta a coloro che hanno atteso questa chiamata, come i mendicanti della parabola narrata nel vangelo di Luca, coloro che hanno accolto questa chiamata, facendosi trovare pronti, con l'abito di giustizia, intesa come giustificazione, che Dio stesso ci ha preparato. Certamente, l'ascolto sollecito della parola di Dio, la carità e la misericordia verso il prossimo, la pratica della giustizia, sono indicativi di una coscienza guidata dalla fede.
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo così come sono, qui ed ora, e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), pure conviene ricordare che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio (Ef 1,6) e che, se "non vi è alcuna condanna", è unicamente "per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1). Per questo paolo ci esorta, in piena sintonia con la parabola degli invitati a nozze: "rivestitevi del Signor Gesù Cristo" (Rm 13,14); e ancora: "un tempo eravate tenebre... camminate come figli di luce" (Ef 5,8).

                         Rev. Luca Vona








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Io ti dico alzati


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIANNOVESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8.


La vita nella fede è una esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da gesù nel dialogo notturno com Nicodemo è ripreso e sviscerato in questo passo delal lettera di paolo agli Efesini, nell'ottica di una esortazione pastorale che però va molto oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che dio opera nel credente.
Il passo del vangelo di Matteo, che in maniera più sintentica dei parallei di marco e di luca, ci descrive la guarigione del paralitico, ci offre una lettura dell'esperienza di guarigione radicale cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettre i peccati sulla terra, sanando radicalemnte la nostra natura umana.
La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura divina. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente. è qui richiamata, dunque, l'incarnazione del Verbo: Gesù, in quanto Figlio Dio Dio e Dio egli stesso, può rimettere i peccati, non solo in cielo, ma anche sulla terra. Non vi è che da ricorrere a lui, ed egli è pronto ad accordarla.
mentre i profeti, i discepoli e gli apostoli operarono i miracoli nel nome e per l'autorità di Dio, Gesù non ha bisogno di chiedere a Dio il potere di farli; egli compie i miracoli nel suo proprio nome.
Il raccondo ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in qeusto miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico". è in questo "io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore. Egli è il Dio con noi, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'antico testamento. Nessuno ha mai potuto dire, né mai potrà dire, senza bestemmiare, "Io ti rimetto i tuoi peccati" se non Dio stesso.
Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza di questa radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Ma non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per lui, fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta prediccando Gesù, aprenndo un varco e calando l'amico al centro della stanza. La carità fraterna ha avuto qui un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.
La carità è ciò che muove paolo a scongiurare gli efesini a camminare nel Signore. l'esortazione, lo scongiuro di Paolo, è fatto "nel nome del Signore", ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo Vangelo. Paolo non insegna "dottrine di uomini". L'apostolo esorta i suoi lettori a non camminare nella vanità della loro mente; letteralmente nella «vacuità» ed "estranei alla vita di Dio" La vita pagana è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. Lestraneità alla vita di Dio nno è semplicemente il non condurre una vita da persone per bene. La «vita di Dio» è la vita, come dice Teodoro di Beza, «qua Deus vivit in suis»; la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La «vita di Dio», insomma non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la «rinascita dall'alto» per opera dello Spirito Santo, la vita reale, la vita che ha in sé il germe della pace, della gioia, della eternità.
Paolo si rammarica per coloro che sono diventati insensibili per l'ignoranza che è in loro e per l'indurimeno del loro cuore" (Ef 4, 18). La congiunzione tra la prima e la seconda parte dellla frase è assente nel testo greco. L'ignoranza della mente sembra derivare proprio dall'indurimento del cuore. L'attaccamento alle cose vane provoca una sorta di atrofia, di venir meno di quel movimento diastolico e sistolico che alimenta la vita dell'uomo. ma cosa intende l'apostolo con l'"impurità e ogni insaziabile bramosia" cui si sono abbandonati costoro? Lo spirito di ingordigia, di avidità, di cupidigia, caratteristico di una vita senza Dio o di una vita idolatra, che divinizza le cose di questo mondo, anziché accoglierle come strumenti che Dio ci dona per la sua lode e gloria. Una vita siffatta concentra nell'io tutto quello che può provocare un piacere immediato quanto vano.
Paolo esorta gli efesini - e tutti noi - a "essere rinnovati nello spirito della vostra mente". Qui Diodati traduce: «per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati». Non è l'intelligenza che va rinnovata, ma è lo spirito che ispira l'intelligenza, quello che ha bisogno d'esser creato a nuovo. Ancora è chiaro il primato della fede e della Grazia sulla volontà umana e la necessità di una vita rinnovata nello Spirito.
E, infatti, l'apostolo prosegue: «per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio». Questo «io» nuovo, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera d'uomo: è una creazione; quindi, è un'opera di Dio.
L'«ignoranza», di per se stessa, non costituisce una colpa. è una condizione dell'anima suscettibile di essere illuminata e quindi migliorata. L'ignoranza diventa colpevole quando risponde agli inviti della verità con l'indurimento del cuore.
Leviamoci, dunque, dal nostro giaciglio e lasciamoci, guarire, rinnovare, creare nuovamente nello Spirito di Dio.


Rev. Luca Vona







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