«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Bibliografia ragionata sulla storia del movimento pentecostale italiano


Il movimento pentecostale italiano nacque intorno alla prima decade del Novecento non per impulso di missioni estere, come sovente è avvenuto con altre chiese evangeliche, bensì per opera di italiani un tempo emigrati all’estero.Vi fu poi un ventennio di vessazioni e persecuzioni (1935-1955) da cui si uscì grazie a una stretta e inusuale sinergia tra i membri di queste comunità, pressoché totalmente illetterati e appartenenti a classi sociali molto modeste, intellettuali laici d’alto profilo e competenza, alcuni (molto pochi) parlamentari di specchiata moralità, giudici con alto senso del dovere e del loro ruolo. Questa fu un’età ‘eroica’ e benedetta; tale ‘sinfonia’ ebbe del miracoloso se solo si riflette sulla diversità degli attori tra loro.Negli studi storici e sempre il prima che spiega il poi. Lo confermiamo. Tuttavia non v’è nessuna regola che ci vieti di collegare alla memoria una prospettiva proiettata sul futuro. Anzi. Una storia senza un’apertura al futuro rimarrebbe la sala polverosa di un deposito museale. D’altro canto una riflessione sul futuro che prescinda da un’accurata analisi del passato sarebbe come una casa costruita sulla sabbia.



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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 90 pagine
Editore: Grampus Publishing (16 ottobre 2018)
Collana: Teologica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 1728870607
ISBN-13: 978-1728870601



Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14


Nel brano del vangelo di Matteo sugli invitati a nozze troviamo una parabola in due parti; la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", rappresenta il giudizio individuale e non la troviamo negli altri vangeli.
La parabola degli invitati a nozze ha un racconto analogo nel Vangelo di Luca, quello del "gran convito". Le due parabole non sono però identiche e in Luca la reazione di coloro che declinano l'invito è di indifferenza più che di ostilità verso i messaggeri.
Nel vangelo di Luca, inoltre, il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola riportata da Matteo è maggiormente incentrata, dunque, su un significato messianico. Anche il lugo dove vennero narrate le due parabole sono molto diversi: in una abitazione privata quella riferita da Luca, nel tempio quella riportata da Matteo.
In entrambe, i destinatari non si curano del'invito, "andandosene chi al proprio campo chi ai propri affari" (Mt 22,5); ma nel racconto di matteo vi sono degli "altri" che "presi i suoi servi, li oltraggiatono e li uccisero" (Mt 22,6). Troviamo così una allusione alle persecuzioni e agli oltraggi che non solo i profeti dell'antico testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, hanno subito - e continuaano a subire - per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mando i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico. Verrà infatti distrutta, e con essa il tempio, dai romani, poichi decenni dopo la venuta di Cristo. Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosé chiamandolo "il tuo popolo" e non più "il mio popolo".
Alla distruzione della città segue, anche in Matteo, l'invio dei servi agli incroci delle strade, in questo caso per invitare "chiunque troverete".
A questo punto della vicenda terrena di Cristo vi è un cambio di rotta decisivo. Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti. Non comprendere questo scarto nell'economia salvifica può portare a gravi errori di valutazione nella nostra attività di predicazione del Vangelo.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,11). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data dalla pura, semplice e riconoscente accoglienza dell'invito, ovvero dalla fede, è chiaro sia nella descrizione dei nuovi invitati nel vangelo di Luca, sia nella seconda parte della parabola del vangelo di Matteo. Nel primo caso chi dovremmo ravvisare in quei "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" se non noi tutti, carichi dei nostri limiti che ci impediscono, da soli, di pervenire alla salvezza, seganti dalle ferite delle nostre numerose cadute?
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11).
L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo . Egli entra per vedere coloro che erano a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente, infatti, il re si presentava quando già tutti i commensali erano seduti a tavola.
La fede necessaria per presentarsi al convito è qui simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati (ma non è detto che non ve ne fossero altri) è sprovvisto: "ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indoossava l'abito da nozze; e gli disse: "amico come sei entrato qui senza vestire l'abito di nozze? Ma egli rimase con la bocca chiusa" (Mt 22,11-12).
Era abitudine in oriente, che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana, di accogliere  il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli (Is 60,10).
Il convitato senza abito di nozze viene non solo escluso dal banchetto ma gettato "nelle tenebre di fuori" dove "sarà pianto e stridor di denti. Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 22,13-14).
Qui il "molti" può essere considerato come indicativo delle "moltitudini", non tanto, dunque, un riferimento a una determinata quantità numerica, ma piuttosto la chiamata universale alla salvezza. Per contro l'"elezione" spetta a coloro che hanno atteso questa chiamata, come i mendicanti della parabola narrata nel vangelo di Luca, coloro che hanno accolto questa chiamata, facendosi trovare pronti, con l'abito di giustizia, intesa come giustificazione, che Dio stesso ci ha preparato. Certamente, l'ascolto sollecito della parola di Dio, la carità e la misericordia verso il prossimo, la pratica della giustizia, sono indicativi di una coscienza guidata dalla fede.
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo così come sono, qui ed ora, e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), pure conviene ricordare che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio (Ef 1,6) e che, se "non vi è alcuna condanna", è unicamente "per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1). Per questo paolo ci esorta, in piena sintonia con la parabola degli invitati a nozze: "rivestitevi del Signor Gesù Cristo" (Rm 13,14); e ancora: "un tempo eravate tenebre... camminate come figli di luce" (Ef 5,8).

                         Rev. Luca Vona








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Io ti dico alzati


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIANNOVESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8.


La vita nella fede è una esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da gesù nel dialogo notturno com Nicodemo è ripreso e sviscerato in questo passo delal lettera di paolo agli Efesini, nell'ottica di una esortazione pastorale che però va molto oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che dio opera nel credente.
Il passo del vangelo di Matteo, che in maniera più sintentica dei parallei di marco e di luca, ci descrive la guarigione del paralitico, ci offre una lettura dell'esperienza di guarigione radicale cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettre i peccati sulla terra, sanando radicalemnte la nostra natura umana.
La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura divina. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente. è qui richiamata, dunque, l'incarnazione del Verbo: Gesù, in quanto Figlio Dio Dio e Dio egli stesso, può rimettere i peccati, non solo in cielo, ma anche sulla terra. Non vi è che da ricorrere a lui, ed egli è pronto ad accordarla.
mentre i profeti, i discepoli e gli apostoli operarono i miracoli nel nome e per l'autorità di Dio, Gesù non ha bisogno di chiedere a Dio il potere di farli; egli compie i miracoli nel suo proprio nome.
Il raccondo ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in qeusto miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico". è in questo "io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore. Egli è il Dio con noi, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'antico testamento. Nessuno ha mai potuto dire, né mai potrà dire, senza bestemmiare, "Io ti rimetto i tuoi peccati" se non Dio stesso.
Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza di questa radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Ma non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per lui, fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta prediccando Gesù, aprenndo un varco e calando l'amico al centro della stanza. La carità fraterna ha avuto qui un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.
La carità è ciò che muove paolo a scongiurare gli efesini a camminare nel Signore. l'esortazione, lo scongiuro di Paolo, è fatto "nel nome del Signore", ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo Vangelo. Paolo non insegna "dottrine di uomini". L'apostolo esorta i suoi lettori a non camminare nella vanità della loro mente; letteralmente nella «vacuità» ed "estranei alla vita di Dio" La vita pagana è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. Lestraneità alla vita di Dio nno è semplicemente il non condurre una vita da persone per bene. La «vita di Dio» è la vita, come dice Teodoro di Beza, «qua Deus vivit in suis»; la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La «vita di Dio», insomma non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la «rinascita dall'alto» per opera dello Spirito Santo, la vita reale, la vita che ha in sé il germe della pace, della gioia, della eternità.
Paolo si rammarica per coloro che sono diventati insensibili per l'ignoranza che è in loro e per l'indurimeno del loro cuore" (Ef 4, 18). La congiunzione tra la prima e la seconda parte dellla frase è assente nel testo greco. L'ignoranza della mente sembra derivare proprio dall'indurimento del cuore. L'attaccamento alle cose vane provoca una sorta di atrofia, di venir meno di quel movimento diastolico e sistolico che alimenta la vita dell'uomo. ma cosa intende l'apostolo con l'"impurità e ogni insaziabile bramosia" cui si sono abbandonati costoro? Lo spirito di ingordigia, di avidità, di cupidigia, caratteristico di una vita senza Dio o di una vita idolatra, che divinizza le cose di questo mondo, anziché accoglierle come strumenti che Dio ci dona per la sua lode e gloria. Una vita siffatta concentra nell'io tutto quello che può provocare un piacere immediato quanto vano.
Paolo esorta gli efesini - e tutti noi - a "essere rinnovati nello spirito della vostra mente". Qui Diodati traduce: «per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati». Non è l'intelligenza che va rinnovata, ma è lo spirito che ispira l'intelligenza, quello che ha bisogno d'esser creato a nuovo. Ancora è chiaro il primato della fede e della Grazia sulla volontà umana e la necessità di una vita rinnovata nello Spirito.
E, infatti, l'apostolo prosegue: «per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio». Questo «io» nuovo, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera d'uomo: è una creazione; quindi, è un'opera di Dio.
L'«ignoranza», di per se stessa, non costituisce una colpa. è una condizione dell'anima suscettibile di essere illuminata e quindi migliorata. L'ignoranza diventa colpevole quando risponde agli inviti della verità con l'indurimento del cuore.
Leviamoci, dunque, dal nostro giaciglio e lasciamoci, guarire, rinnovare, creare nuovamente nello Spirito di Dio.


Rev. Luca Vona







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