«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Prigionieri della Legge e prigionieri... nel Signore


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Signore, Ti suplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e seguirci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

“Io, dunue, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare in maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati” (Ef 4,1). Comportarsi in maniera degna del Vangelo significa tener conto, nelle relazioni con gli altri, prima di tutto della nostra relazione con Dio, ovvero della salvezza che Egli ci ha offerto gratuitamente. È proprio il dono della Grazia a renderci debitori verso Dio e a implicare la necessità di agire nei confronti del prossimo con lo stesso amore e misericordia che abbiamo ricevuto per primi dal Padre.
Essere stati salvati non ci rende una élite al di sopra dei nostri simili. Questo è l'errore in cui incorrevano i farisei, che si ritenevano una setta di giusti e che vediamo in diverse occasioni ingaggiare una polemica teologica con Gesù. Guarendo l’idropico in giorno di sabato il Signore rimette al centro il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema, che di certo non è in contrapposizione con la legge mosaica. Gesù non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.
L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, ritorna nel cristianesimo, dalle origini fino ad oggi, laddove si radica la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. È, questo, un atteggiamento in cui al centro troviamo il nostro egocentrismo e non certo l'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, quel senso di gratitudine verso il nostro creatore e salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente, al di là dei benefici che ne possiamo conseguire.
La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.
Mentre i farisei non riescono a citare alcun passo biblico che possa attestare il divieto di compiere guarigioni in giorno di sabato Gesù, con le sue parole e con la guarigione dell'idropico ci presenta la carità come l’espressione più alta e il senso ultimo della legge.
Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il nostro prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei nostri fratelli in Cristo, con i quali condividiamo la stessa fede e la stessa speranza, nonché i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace e la comunione nella comunità cristiana.
Per rafforzare le sue parole Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio, per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. E ancora più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere col salmista, in ogni circostanza della nosra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

Rev. Luca Vona





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