«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Fedele è Dio


LITURGIA DELLA DICIOTTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Signore, ti supplichiamo, concedi al tuo popolo la grazia di superare le tentazioni del mondo, della carne e del demonio; e di seguire con mente e cuori puri te, che sei l’unico Diio. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Cor 1,4-8; Mt 22,34-46


Amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come noi stessi. Così Gesù riassume i 613 precetti presenti nella Torah. Questo comandameto bipartito, che rappresenta le due facce della stessa medaglia, è non solo un sommario, ma il vertice stesso della Legge mosaica.
Dio va amato al di sopra di ogni altra cosa, e in tal modo è fugato il peccato più grande: quello dell'idolatria, che ci svilisce facendoci ripiegare su cose morte, incapaci di appagare completamente il nostro cuore. E proprio perché il nostro cuore può essere colmato solo da Dio, questi va amato con la nostra persona nella sua interezza, con tutte le nostre potenze e affetti. Il cuore, indica soprattutto la forza e la volontà dell'uomo. Dio infatti ci impone l'obbligo di amarlo perché i nostri cuori ne sono capaci, nella misura in cui essi non si chiudono nell'amore per gli idoli.
Dio non ci impone una cosa che non possiamo fare, che non è alla nostra portata. Al tempo stesso la natura umana, da sola, non è capace di adempiere il precetto. Per questo Dio stesso opera in noi, ma senza esercitare violenza sulla nostra libertà.
La seconda parte del comandamento è simile alla prima (Mt 22,39): Ama il tuo prossimo come te stesso.
Se l'amore supremo verso Dio sintentizza la prima tavola della legge, l'amore verso il prossimo è un sommario della seconda tavola.
Dio ama il mio prossimo. Come posso amare Dio se anche io non amo il mio fratello? Così infatti ammonisce l'apostolo Giovanni: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21). e ancora: “Dio nessuno l’ha mai contemplato: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12).
Se l'amore per Dio deve essere al di sopra di ogni altra cosa, la norma che ci è posta dinnanzi per l'amore del prossimo è quella che è prescritta per l'amore di noi stessi. Amare noi stessi infinitamente ci è proibito perché non è compatibile con l'amore supremo dovuto a Dio. Ma anche amare il prossimo meno di noi stessi ci è proibito, perché rappresenterebbe un venir meno della fede nel corpo mistico di Cristo, ovvero del considerarci come membra di un unico corpo.
A questo punto sorgono due domande. La prima: chi è il nostro prossimo? E in effetti il dottore della legge lo domanda a Gesù nel passo parallelo al capitolo 10 del vangelo di Luca. Gesù a qusto punto espone la parabola del buon samaritano. Il mio prossimo è colui che si trova nel bisogno e con il quale la mia strada si incrocia, al di là di ogni prgiudizio identitario o di false priorità.
La seconda domanda è ancora più cruciale: posto che l'adempimento supremo della Legge è la carità (Rm 13,10), è possibile adempiere questo precetto? Questo grande comandamento è in realtà un pedagogo che ci guida a Cristo (Gal 3,24) perché non è possibile osservaro perfettamente con i nostri più strenui sforzi, e ci costringe a cercare rifugio in colui "che ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo per noi fatto maledizione" (Gal 3,13). La vita che otteniamo dal Risorto è una vita vissuta in pienezza e ci porta a sperimentare la beatitudine nell'ubbidienza a quel gran comandamento. Questo è il giogo dolce, il carico leggero di cui parla il Signore (Mt 11,30).
Gesù non solo ci insegna a comprendere il senso ultimo della Legge, egli la porta a compimento sulla sua stessa carne, facendosi libro aperto sulla croce, per illuminare e guidare l'umanità verso la salvezza. E vi è un intimo legame tra il suo ruolo profetico e quello sacerdotale, nella misura in cui non solo egli ci mostra la strada da percorrere, ma ci guida e ci accompagna in essa, in quanto Figlio di Dio, il solo che possa riscattare l'umanità, rendendola capace di adempiere un comandamento così sublime.
Dio stesso, dunque, opera in noi, perché la chiesa è il corpo mistico di Cristo, continuamente vivificato dallo Spirito.
Per questo Paolo coltiva un rapporto di intima comunione con Dio, in un continuo rendimento di grazie ('rendo continuamente grazie per voi al mio Dio', 1 Cor 1,4). Al di là dei difetti e delle mancanze, presenti in ogni comunità cristiana, Paolo sa discernere quanto di buono Dio opera in essa, riconoscendo l'abbondanza di doni e di carismi che Cristo stesso diffonde nel suo corpo mistico ('in lui siete stati arricchiti in ogni cosa' 1 cor 1,5).
Anche se oggi non sono sempre presenti carismi straordinari nelle chiese, i frutti della grazia nella vita dei cristiani sono la migliore prova, per i credenti e per gli increduli, della verità del Vangelo. Una vita consacrata a Dio è di per se stessa una testimonianza vivente dell'opera dello Spirito Santo.
L'Apostolo vive una tensione escatologica verso il ritorno di Cristo, che rappresenterà anche il perfezionamento definitivo della chiesa e la testimonianza ultima della fedeltà di Dio nei nostri confronti: non vi manca alcun dono mentre aspettate la manifestazione del Signor nostro Gesù Cristo, il quale vi confermerà fino alla fine, affinché siate irreprensibili nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo (1 Cor 1,8). è Dio che ci rende immacolati, che ci dona una veste nuova, per presentarci davanti a lui nell'ultimo giorno.  Così il verso seguente, non presente nella pericope del lezionario: Fedele è Dio da quale siete stati chiamati (1 Cor 1,9).
Anche se sono passati duemila anni dalla lettera di Paolo ai corinti, non dobbiamo smettere di praticare una attesa fiduciosa e operosa del ritorno di Gesù. Mille anni, infatti, agli occhi di Dio, sono come il giorno di ieri che è passato (Sal 90,4).


Rev. Luca Vona







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