«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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La parabola del figliol prodigo


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture:

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

La parabola del figliol prodigo ci insegna il valore della grazia e, di conseguenza, il valore del dono gratuito. Il mondo ragiona secondo l’ottica del “do ut des” (“dare e avere”), in cui predomina l’ossessione per il profitto, e dove chi commette errori, generando perdite, viene messo facilmente fuori dai giochi. Questo modo di pensare, ormai prevalente nella civiltà contemporanea, era già  presente nella società giudaica del tempo di Gesù e si rifletteva anche nel pensiero religioso. Immaginare un Dio che dona gratuitamente, che salva gratuitamente, persino chi si è mostrato “scellerato” – perché in tal senso va interpretato l’aggettivo “prodigo” – veniva e viene percepito da molti come uno scandalo, una ingustizia.
Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria. Ma accanto a questa idea si afferma già nell’antico Israele, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).
L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agsce in maniera del tutto differente.
Il figlio che ha chiesto l’eredità in anticipo parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, quando in quel paese sopraggiunse una grave carestia.
Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.
A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel “discorsetto” di pentimento. E qui il vangelo iniste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. la fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.
Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta piuttosto supefluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. E quando il giovane dice “non sono più deno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).
Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. La salvezza può essere desiderata ma è una veste che non possiamo cucirci addosso da soli: è il Padre che ce la offre, per coprire la nostra nudità. Che lo Spirito ci aiuti ad esserne sempre riconoscenti e ad agire come persone consapevoli del dono che hanno ricevuto. Le porte della misericordia di Dio sono sempre aperte, fino alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e allora ci chiederà conto di come avremo amministrato i suoi beni (Lc 19,12-27).

Rev. Luca Vona





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