«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Se uno mi ama... noi verremo a lui


LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture:

At 2,1-11; Gv 15,15-31.

Nel racconto riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è la Chiesa. Ma cosa è la Chiesa? Un edificio sontuoso? Una istituzione religiosa? Un'adunanza oceanica? No, la chiesa è innanzitutto e semplicemente la comunità dei credenti, riunita in preghiera, nello stesso luogo. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è la preghiera liturgica. La liturgia è infatti preghiera al Padre, in comunione con il Figlio, che si dona a noi nella Santa comunione. E il dono più grande che il Padre può fare al Figlio è proprio lo Spirito: "Chi è tra voi quel padre che se il figlio gli chiede del pane , gli darà una pietra?" (Lc 11,11). Gesù dunque ci esorta a chiedere, per ricevere quel dono che il mondo non conosce (Gv 14,17). Gesù ci esorta a chiedere con coraggio, non qualcosa di piccolo, ma il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - "come vento impetuoso" (At 2,2) - la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26) - la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).
Il dono dello Spirito è dunque un dono fatto alla comunità, non al singolo; e anche i suoi benefici si manifestano attraverso la comunità e per la comunità, ma la trascendono, perché il suo fine è quello di riunire tutti i popoli in un solo corpo, rispettandone la diversità.
Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, che si posano su ciascuno, conferendo a ciascuno un carisma differente.
Le diversità tra i fratelli in Cristo sono sbalgiate quando ci portano lontano dall'essere "una sola mente" (At 2,1), ma sono una ricchezza quando il medesimo Signore, opera tutto in tutti, attraverso una diversità di ministeri (1 Cor 12,5-6). Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito, non è che un "ministero", appunto, un ufficio posto al servizio di Dio, per il bene dell'intero corpo ecclesiale.
Non possiamo poi concepire il dono dello Spirito in modo autoreferenziale ed elitario. L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, a chiuderci nel lessico dei tecnicismi teologici, ad essere sordi verso le culture che parlano una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa, quando anche chi è fuori dalla nostra comunità, dal nostro modo di ragionare ed esprimerci, comprende la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 12,7-8).
Gli apostoli chiedono a Gesù: "Signore perché ti manifesterai a noi e non al mondo?". Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto non al singolo, ma alla comunità dei credenti, per il bene dell'intero corpo di Cristo, che è la Chiesa, è anche vero che si tratta di una epifania che investe l’individualità del credente, una esperienza intima e diretta del Dio trinitario; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).
L'incontro con la Parola di Dio, nella meditazione delle scritture, nella preghiera e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, in essa; in modo tale che quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma l'immagine del suo Figlio, ed effonde su di noi il su Spirito in abbondanza ("furono tutti ripieni dello Spirito Santo" At 2,4).
Nel Vangelo di Giovannni, Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti per ricevere il dono dello Spirito: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza ai comandamenti evangelici, espressi da Gesù con la sua vita e la sua predicazione. La nostra santificazione è opera della grazia di Dio, dello Spirito stesso. Abbiamo visto i luoghi in cui opera la grazia: la comunione fraterna, le Scritture, la liturgia, la Chiesa concepita come realtà sacramentale aperta alle genti.
"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9) ci esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.


Rev. Luca Vona




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