«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Quale demone ci tormenta?



Commento alla litugia della seconda domenica di Quaresima

Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture:

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Se nel Vangelo della prima domenica di Quaresima abbiamo ascoltato la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, oggi Matteo, all’incirca a metà del suo vangelo, ci narra di un altro “ritiro” compiuto da Cristo, in un momento in cui comincia a crescere l’incomprensione delle folle verso la sua predicazione. Sebbene in molti ancora continuino a seguirlo, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato.
Capita ancora oggi, molto spesso, di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza. Ma si va incontro al rifiuto e alla contestzione quando viene proposto come il Figlio di Dio, il Messia che ci redime dal peccato, colui che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.
Molti sono coloro che voglio un Gesù a proprio piacere, che vogliono prendere dal Vangelo ciò che fa comodo e lasciare da parte le verità scomode. Perché lo spirito orgoglioso non è capace di accettare la sovranità di Dio, la sola che può porci al riparo dai pericoli dell’anima e del corpo, mentre ci troviamo nella terra starniera, nella terra ell’esilio. Infatti, se non ci poniamo al servizio di Dio, l’unica alternativa è la schiavitù del demonio, con le sue seduzioni, con i suoi inganni, con i suoi tormenti.
Non sappiamo in che modo il diavolo tormentasse la figlia della donna cananea. Ma sappiamo che siamo stati creati per godere della piena comunione con Dio e, come afferma Sant’Agostino, la nostra anima è inquieta finché non riposa in lui.
I miracoli e gli esorcismi compiuti da Gesù e narrati nei vangeli attestano la sua signoria sul “principe di questo mondo”, che egli ha spodestato con il superamento delle tentazioni nel deserto, nelle angosciose ore al Giardino degli ulivi e con la sua obbedienza fino alla morte di croce (Fil 2,8), culminata nella gloriosa Resurrezione.
Il Regno di Dio è vicino, e questo tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11).
Gesù, affaticato dal suo ministero e dalle incomprensioni verso la sua predicazione, esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Era, questa, una località vicino al mare, una sorta di luogo di villeggiatura se vogliamo, dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini al dio Moloch e la prostituzione sacra. Per tale ragione queste genti erano fortemente disprezzate da Israele.
In questo momento di pausa che Gesù si concede dal suo ministero si inserisce la comparsa di questa donna pagana e del suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il Vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, nelle nostre famiglie, nelle nostre terre, che hanno alle spalle generazioni, secoli e millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce grandi frutti in periferie geografiche, sociali ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il suo Regno è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Così Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).
È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù per chiedere la guarigione della propria figlia, tormentata da un demone; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, quasi non volesse ascoltare la sua preghiera. Poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Il Signore utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” - mentre la maggior parte degli israeliti avrebbe parlato più drasticamente di “cani selvatici” – ma si lascerà convincere dall’insistenza della preghiera della donna, una preghiera molesta per gli apostoli, che chiedono al loro Maestro di “mandarla via”. E si lascerà convincere dal suo atteggiamento di fede, espresso non soltanto con le parole, ma con una prostrazione, un atto di culto che veniva rivolto alla divinità. Gesù si lascerà convincere dalla sua umiltà; la donna infatti non si offende per le parole che le sono state dette, ma chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.
Se la nostra preghiera rimane inascoltata, allora, è perché dobbiamo pregare con più insistenza: bisogna “pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1) ci dice Gesù stesso nel vangelo di Luca.
Se la nostra preghiera rimane inascoltata è perché dobbiamo pregare con più umiltà, riconoscendo la tentazione idolatra sempre in agguato, anche tra noi “credenti”; quando ci prostituiamo, ovvero adoperiamo quanto vi è di buono nella creazione, non per dare lode a Dio, ma con superficialità e per arricchire solo noi stessi; quando sacrifichiamo ai demoni del nostro egoismo, delle guerre, delle ingiustizie, dell’indifferenza, quella parte di umanità più fragile e innocente.
Quali sono gli idoli che ci rendono schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Interroghiamoci, in questo periodo penitenziale, e riconosciamo in Gesù colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11). Amen.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart




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