«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


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Il Ministero della felicità



Commento alla liturgia della III domenica dopo l'Epifania


Colletta

Dio Onnipotente ed eterno, guarda con misericordia le nostre infermità e in ogni nostro pericolo e necessità stendi la tua mano destra per aiutarci e difenderci. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,16-21; Gv 2,1-11

Il Vangelo di oggi ci presenta il primo miracolo pubblico di Gesù, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Fin dai più antichi lezionari per la messa questo episodio è collegato all’Epifania, ovvero alla manifestazione di Gesù come il Signore, insieme agli episodi della nascita a Betlemme, dell’arrivo dei Magi e del battesimo al fiume Giordano.
È significativo che il primo grande miracolo pubblico di Gesù non sia una guarigione o una liberazione dai demoni, ma una manifestazione della sua potenza divina collegata a un evento gioioso, un miracolo che potremmo definire non strettamente “utilitaristico”, ma legato in quache modo a una componente “edonistica”, al piacere della convivialità.
Gesù, che pure, abbiamo ascoltato nella lettura della scorsa settimana, si era sottoposto al battesimo penitenziale di Giovanni, riprendendo la sua predicazione incentrata sul richiamo alla conversione, propone con il suo Vangelo una via che non è imperniata sulla macerazione ascetica, come a volte, nella storia, il messaggio cristiano è stato tradotto. Pur mettendoci in guardia contro il Principe di questo mondo che, ci dice in maniera molto chiara, è Satana (Gv 12,31), pur dichiarando davanti a Pilato che il suo Regno non è di questo mondo (Gv 18,36), Gesù è in grando di cogliere ed evidenziare quanto di buono c’è nella nostra vita terrena, l’amicizia, la condivisione della mensa con gli amici, tanto da essere criticato duramente, da coloro che lo definiscono un mangione e un beone, amico dei peccatori (Mt 11,18). La risposta di Gesù esprime tutto il suo sconforto verso una generazione che ha respinto tanto la testimonianza di Giovanni, profeta e penitente nel deserto, quanto la sua, di Pastore buono capace di andare incontro ai lontani per ricondurli al Padre: “Ma a chi paragonerò questa generazione? Essa è simile a fanciulli seduti nelle piazze, che si rivolgono ai loro compagni e dicono: ‘Noi vi abbiamo sonato il flauto e voi non avete ballato; abbiamo intonato lamenti e voi non avete fatto cordoglio’” (Mt 11,16-17). Il suo giudizio è molto severo verso coloro che non hanno saputo riconoscere la manifestazione del Signore nelle opere che egli ha compiuto: “Allora egli cominciò a rimproverare quelle città, in cui la maggior parte delle sue opere potenti erano state fatte, perché esse non si erano ravvedute” (Mt 11,20).
Il Vangelo di oggi dovrebbe portarci a riconsiderare il nostro rapporto, come credenti, con il mondo. Il mondo vuole farci suoi, legarci a sé; in qualche modo ci trascina verso il basso e, quando non riesce a vincere la nostra resistenza, scatena contro di noi il suo odio: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi” ci avverte Gesù (Gv 15,18). Eppure noi siamo stati chiamati a essere nel mondo, a predicare il Vangelo in tutto il mondo, ad ogni creatura (Mc 16,15), e Dio steso “ha tanto amato il mondo, che ha dato il suo unigenito Figlio” (Gv 3,16). Il nostro atteggiamento verso questo mondo, con tutto ciò che lo caratterizza, compresa la nostra umanità, le nostre passioni, i nostri desideri, la ricerca stessa del piacere, non può essere di puro diprezzo. La riforma anglicana è spesso stata definita una “Via Media” tra cattolicesimo e protestantesimo, ma potremmo considerarla una via media anche per la sua riscoperta della sobrietà evangelica, la cui etica radicale è sempre ben distante tanto dalla dissolutezza che dal rigorismo ascetico; per queso il messaggio evangelico, assimilerà nella cristianità occidentale, la virtù romana della mediocritas, ovvero la ricerca di un sano equilibrio tra la dimensione “orizzontale” della vita e quella “verticale”, tra le necessità del corpo e quelle dello spirito, la fuga di ogni eccesso. Ma nel primo cristianesimo è subentrata anche l’influenza di correnti filosofiche della Grecia antica, come lo stoicismo, che accentuavano la critica verso ciò che è “corporale”, fino alle forme più estreme, rappresentate ad esempio dall’eresia montanista e manichea. La cultura romana, ma per certi versi anche quella greca, avevano invece promosso, per l’uomo libero, l’ideale di una vita armonizzata tra otium et negotium, capace cioè di alternare la cura degli affari con la coltivazione delle arti liberali, della musica, della poesia, di tutto ciò che rende l’uomo libero dalla necessità. Il termine “ozio”, con il passare dei secoli è stato caricato di una connotazione negativa, divenendo sinonimo di “pigrizia”. Ma nel mondo antico, poi riscoperto dall’Umanesimo e dal Rinascimento, indicava la capacità di essere signori anche del proprio tempo libero, dedicandosi ad attività capaci di risollevare il corpo e lo spirito dalle fatiche quotidiane, avvicinando l’uomo alle espressioni di ciò che è bello, buono, vero, e dunque avvicinandolo al Sommo bene che è Dio.
Il messaggio che ci lancia Gesù con questo primo miracolo, in cui trasforma in vino una trentina di litri di acqua (“sei contenitori contenenti due o tre misure l’uno”) è molto chiaro: l’uomo ha il pieno diritto di godere anche le gioie di questa vita. È questo messaggio è più che mai attuale nella nostra epoca, ossessionata dalla produttività e dall’efficienza. Spesso vengono ricordate le parole di Bob Kennedy, il quale disse che il PIL, il Prodotto Interno Lordo, misura tutto, eccetto ciò che rende le persone felici. La frase in realtà fu già affermata dall’inventore stesso del PIL, Simon Kuznets, nel 1934; e fu profetica se consideriamo quanto il nostro mondo sia ulteriormente scivolato in basso, in questa spirale utilitaristica, che relega l’uomo a semplice ingranaggio di un meccanismo diabolico, che produce e consuma incessantemente, come un malato con la pancia strapiena ma incapace di avvertire alcun sapore sulla sua lingua.
La felicità, il piacere, nelle loro diverse espressioni, come l’arte, la poesia, il buon cibo, la sessualità, diventano un peccato solo quando vengono assolutizzati a discapito di altri aspetti altrettanto importanti della vita; quando rompono l’armonia e l’equilibrio con l’altrettanto necessaria coltivazione dei propri doveri, verso la famiglia, gli altri esseri umani, se stessi; quando vengono gettati in un meccanismo di produzione e consumo; quando da trampolino di lancio verso la crescita spirituale diventano una zavorra che ci impedisce di prendere il volo. Ma se li coltiviamo come un dono di Dio, fonte di ogni bene, e sappiamo porli al nostro servizio, piuttosto che renderci loro schiavi, allora stiamo realizzando uno dei più alti scopi della nostra vita. Perché Dio ci vuole felici, e vuole che la nostra gioia sia piena (Gv 15,11).

Rev. Luca Vona

Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart





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