Il vostro cuore non sia turbato


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Padre Onnipotente,che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione.Concedici di liberarci dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia, di pace, di carità.
La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita ("Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui" Gv 1,3), è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.
Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non la pace come la dà il mondo, ma la pace dello Spirito Santo ("Ricevete lo Spirito Santo" Gv 20,22), quella pace che è Dio stesso. E ci invita a diventare portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).
Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi". Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è  da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.
Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose vane e distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla pace, su quella pace che è Dio. La nostra quotidianità dovrebbe essere, come quella di un monaco certosino, una quiete laboriosa e un' azione quieta.
Come apostoli del Vangelo, però, il mondo non deve turbarci al punto da fuggirlo e chiudere dietro di noi la porta della nostra stanza. Né può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”, definizione che spesso ha fatto parte della letteratura cristiana e che si presta a gravi fraintendimenti.
Certamente l’umanità è terribilmente segnata dal peccato, dalla malvagità, dall'ingiustizia e non è sempre facile provare sentimenti di “filantropia”, di amore e compassione per i nostri simili. Ma Dio ha amato il mondo e gli ha donato il suo figlio unigenito. E Gesù, che è venuto nel mondo, manda anche noi a predicare il messaggio evangelico, per insegnare agli uomini la strada per ritornare a Dio. "Come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,18). Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, portandola nel mondo, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart





Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
Venerabile Arcidiacono per l'Italia - Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore
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Il ricordo di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DEL GIOVEDI SANTO


Colletta

Padre Onnipotente, il cui Figlio diletto, nella notte in cui fu tradito, istituì il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue; concedici, per la tua misericordia, di riceverlo con gratitudine, in memoria di lui, che in questi sacri misteri, ci ha dato la promessa della vita eterna. Te lo chiediamo per il tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture:

1 Cor 11,23-26; Lc 23,1-48

Per tanti secoli gli uomini di chiesa si sono affaccendati e spesso scontrati tra loro nel cercare una definizione razionale della presenza del Signore nel mistero eucaristico. La chiesa anglicana, fermamente convinta nella reale presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nelle specie consacrate, la riconosce come un "sacro mistero"; espressione utilizzata anche dalle Chiese orientali, che attesta un atteggiamento di timore e devozione verso l'eucaristia, e la volontà di non rinchiuderla in categorie umane.
Il velo del tempio che si squarcia nel momento in cui Gesù restituisce al Padre lo spirito è il segno del compiersi della più alta rivelazione di Dio, come un Dio di amore e compassione. Un Dio che non è più proiezione e ampificazione delle virtù - e a volte dei capricci - dell'uomo, ma il Verbo di Dio incarnato, che non potremmo immaginare a noi più prossimo. Tale rivelazione sconvolge le forze della natura e suscita la conversione del centurione sotto la Croce.
Il velo del Tempio il "Santo dei Santi" che separava l'uomo da Dio è stato dunque squarciato. Di lì a una quarantina d'anni, come profetizzato da Gesù, il Tempio sarà definitivamente distrutto.
Ma il nuovo culto è "in spirto è verità" (Gv 4,24), il nuovo tempio è Cristo stesso: vittima, altare e sacerdote. E il nuovo culto non ci consente di mercanteggiare con la Grazia di Dio, che ci è donata gratuitamente e in abbondanza, ma al tempo stesso richiede una conversione radicale delle nostre vite e un dono altrettanto generoso.
San Bernardo di Chiaravalle ha scritto " Il motivo di amare Dio è Dio stesso; la misura amarlo senza misura".
Noi dobbiamo amare Dio come giusta risposta al suo amore, che Egli ci ha manifestato per primo, donandoci tutto se stesso.
Chiedere a Dio qualcosa di diverso da Dio è un torto che facciamo non solo a lui ma anche a noi stessi.
Nel suo sacrificio Gesù porta Dio fino nel fondo più scuro della sofferenza umana, e in tal modo ci dà la certezza che anche nei nostri momenti peggiori Dio è presente. È questo il senso del fare memoria del suo sacrificio. È questa la rivelazione più alta e inedita, di un Dio forte nella sua debolezza, forte perché vicino all'uomo in ogni situazione, anche la più dolorosa.
Teniamo sempre davanti agli occhi la memoria del suo sacrificio per noi, come ci esorta egli stesso con le parole riportate da San Paolo e ripetute nella liturgia eucaristica: "Fate questo in memoria di me" (1 Cor 11,24-25). Ma chiediamo anche al Signore di ricordarsi di noi quando entrerà nel suo regno, come fece il malfattore pentito sulla croce. "In Verità", risponde Gesù, "oggi tu sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).
Questo è il vero senso del mistero della Croce, della Passione e morte del Signore, oltre l’eresia del dolorismo, di una esaltazione della sofferenza fine a se stessa o dell'idea distorta che la sofferenza autoinflitta possa procurarci dei meriti.
La Passione di Cristo è la conclusione di quel movimento discendente di Dio verso l'uomo cominciato con l'Incarnazione a Betlemme e conclusosi sul Calvario, dove Dio decide di condividere la nostra natura fino in fondo, fino alla fine.
Il nostro non è un Dio lontano e impassibile, ma neanche un Dio che semplicemente si china sull'uomo; è un Dio che prende su di sé la stessa natura umana, condividendo la nostra carne, il nostro sangue, la vulnerabilità del nostro corpo, l'esperienza angosciante della morte.
L'altra faccia di questa medaglia è il movimento ascendente che innalza la natura umana verso Dio. La spoliazione, del Logos - che pur " essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini" (Fil 2,6) - comporta la parallela divinizzazione (theosis) dell'uomo.
Per questo il Signore non solo ha condiviso la nostra carne e il nostro sangue, ma ci chiede di prendere parte al suo Corpo e al suo Sangue nel Sacramento dell'altare, e dunque alla sua natura divina, intimamente legata alla sua natura umana.
Questo è il dono di Dio! Ricordiamoci di lui e se la nostra attenzione viene menno, chiediamogli di ricordarsi lui di noi.


Rev. Luca Vona
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Che cos'è questo per tanta gente?


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA IV DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Dio Onnipotente, ti supplichiamo, sebbene meritevoli della tua punizione per i nostri peccati, di essere risollevati dal conforto della tua grazia. Per il nostro Signore gesù Cristo. Amen


Letture:

Gal 4,21-31; Gv 6,1-15

C’è una contesa in corso tra il figlio della schiava e il figlio della libera, ci spiega Paolo nella sua lettera ai Galati, con una acuta esegesi del racconto della Genesi sui figli di Abramo. Il figlio della schiava è la Gerusalemme di quaggiù dice Paolo, ma il figlio della libera è la Gerusalemme celeste, che è “libera” e “la madre di tutti noi” (Gal 4,26).
Questa lotta è al tempo stesso, dentro e fuori di noi. Fuori di noi, tra coloro che sono stati rigenerati nella Fede e coloro che operano contro l’affermazione del messaggio evangelico. Dentro di noi, fra la nostra umanità segnata dal peccato, dalla sua fragilità, dai suoi limiti, e la Grazia che ci è stata donata in Cristo, la quale opera incenssantemente, per dare alla luce l’uomo nuovo e realizzare quella “rinascita dall’alto” di cui parla Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo (Gv 3,1-21).
La povertà delle nostre risorse e la fallacia dell’essere umano è fin troppo evidente, nelle piccole e grandi sconfitte che subiamo ogni giorno come cristiani che cercano di conformare la propria vita al Vangelo e nella barbarie che dilaga nel mondo. Al punto tale che è costantemente in agguato la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto e alla rinuncia nella ricerca della santità cristiana e del bene comune.
Ma noi come credenti siamo chiamati a credere e sperare, oltre ogni speranza, che Colui il quale ci ha dato la promessa della nostra salvezza, sarà capace anche di portarla a compimento; dobbiamo credere che Egli ci sarà fedele, al di là di ogni nostra infedeltà. Dio infatti, sa prendere la nostra povertà e trasformarla in abbondanza.
È questo il senso del miracolo dei pani e dei pesci, che ci propone oggi il Vangelo di Giovanni. Uno dei prodigi più sorprendenti tra quelli compiuti da Gesù, ha come suo scopo un insegnamento teologico profondo, non certo la meraviglia delle folle fine a se stessa. Il Signore, infatti, dopo averlo compiuto, torna a rifugiarsi nella solitudine del monte, per sottrarsi al desiderio del popolo di “prenderlo per farlo re”. Come testimonierà più avanti, Gesù, di fronte a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36).
Gesù in realtà fugge sul monte già nelle prime scene di questo racconto evangelico. Poco prima si era dichiarato Figlio di Dio, signore persino del sabato e della legge mosaica. Di fronte ai Gudei che lo accusano di operare di sabato, perché aveva appena guarito un paralitico, Gesù afferma che Mosè ha scritto di lui. Dopo questa dichiarazione così grande, Gesù fugge sul monte, forse per paura di essere ucciso, ma in realtà vi è una polarità continua nel suo ministero, tra il desiderio di manifestarsi nella sua natura divina e un desiderio di nascondimento da quel mondo nel quale è venuta la luce, ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1).
È sempre il principio della carità ad avere il primato nella vita di Cristo, che ci chiama a imitare il suo esempio. Per questo il riposo del sabato può essere violato, se si tratta di restituire la salute a un malato. E per lo stesso motivo, viste le folle che cercano di seguirlo anche sul monte, Gesù non riesce a restare indifferente e la sua prima preoccupazione è di sfamarle. Ciò che gli apostoli hanno a disposizione è davvero poco, come afferma Filippo, con parole che sembrano velate di ironia: “Duecento denari di pane non basterebbero per loro, perché ognuno possa averne un pezzetto” (Gv 6,7). Andrea, pragmatico, si da da fare, e trova un ragazzo con “cinque pani d’orzo e due piccoli pesci”; ma deve riconoscere sconfortato: “che cos’è questo per tanta gente?” (Gv 6,9).
Ma la bontà di Dio è capace di moltiplicare i nostri miseri talenti, consentendo agli uomini di saziarsi e di tornare a casa addirittura con una riserva più abbondante di ciò che avevano in partenza: “riempirono dodici cesti con i pezzi di quei cinque pani d’orzo avanzati a coloro che avevano mangiato” (Gv 6, 13).
Se dunque il figlio della schiava, ovvero la nostra umanità soggetta al peccato, tenta di prevaricarci, come individui e come comunità, non disperiamo della nostra capacità di reagire; finché non abbia la meglio il figlio della libera, quel seme divino che è stato posto nei nostri cuori. Rallegriamoci, dunque anche se a volte, siamo come una sterile che non partorisce nulla; “perché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva marito” (Gal 4,27). Noi infatti siamo “i figli della promessa” (Gal 4,28). Preghiamo affinché colui che ha promesso, porti anche a compimento la sua opera in noi. Amen.

Rev. Luca Vona
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Nessuno spazio per posizioni di neutralità



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA III DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen


Letture:

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocare il suo nome per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio, di uno smarrimento nelle tenebre del mondo e di uno stato di profonda solitudine. A volte, in effetti, la sofferenza è capace di prostrare l’uomo al punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera, di un dialogo con Dio, nella forma della supplica, dell’invocazione o fosse anche della protesta.
Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità.
Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio e condividerne la sorte disastrosa. Gesù è infatti l’”uomo forte”, capace di scacciare i demoni con il dito di Dio, di custodire la sua casa e disarmare il nemico antico. Chi non semina con Cristo, chi non sa prendere posizione dinnanzi all’annuncio del Vangelo, disperde la semina di Dio, cammina nelle tenebre e mette a rischio la propria vita.
Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, invitandoci a una più profonda solidarietà umana, chiamando a criterio di discernimento delle relazioni la parola di Dio: “Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21), rispose ai suoi parenti che lo cercavano.
La famiglia, cellula costitutiva così importante della società, è in fondo spesso idolatrata e strumentalizzata, da gruppi politici di diverso colore ma anche in ambito religioso, venendo a costituire di volta in volta, un diritto da rivendicare, una sorta di clan da proteggere, ma rappresentando spesso una semplice appendice dell’individualismo borghese. La civiltà cristiana potrà essere ricostruita non semplicemente ponendo la famiglia come baluardo, ma innanzitutto ponendo come fondamento il messaggio evangelico.
“Beati coloro che odono la parola di Dio e l’osservano” (Lc 11,28). La parola di Dio è dunque il modello da seguire; ma la parola di Dio non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo.
Se Gesù non fosse il Verbo incarnato potremmo trovare in lui un maestro, un guaritore, un riformatore, un rivoluzionario. Ma egli non volle essere nulla di tutto ciò. Fuggì sempre da queste gabbie, frutto dei malintesi che le folle, da un certo punto in poi cominciarono a manifestare. Nel vangelo di Marco chiede spesso alle persone che guarisce dalle malattie e libera dai demoni, di mantenere la cosa segreta. Questo per proteggersi dalle incompresioni riguardo la sua missione e la sua stessa natura.
Gesù può essere un vero modello di vita proprio perché è il Verbo di Dio incarnato, la manifestazione visibile e tangibile dell’Altissimo. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ab-solutus, ci si rede prossimo e conoscibile. Quel Dio di fronte al quale Mosé ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità nel momento in cui si riveste della natura umana di Cristo.
L’esortazione di Paolo a essere imitatori di Cristo, può essere adempiuta considerando l’umanità di Gesù, la sua vita terrena narrata nei vageli, e la sua presenza sacramentale, come una mappa da tenere costantemente sotto il nostro sguardo.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati da Paolo nella Lettera agli Efesini e in altri suoi scritti, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica dello stesso periodo, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi, guidandoci nella piena comprensione delle Scritture, come fece con i due discepoli sulla via di Emmaus (Lc 24,13-35).

Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart




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Nuova Parrocchia e Arcidiacono per l'Italia

Missione Anglicana Tradizionalista in Italia


Giovedi 22 febbraio 2018 è stata inaugurata la nuova sede della Missione Anglicana Tradizionalista in Italia e della Parrocchia 'Carlo I Stuart'. Per l'occasione, Sua Eccellenza Mons. Frederick Haas ha installato il reverendo Luca Vona, già sacerdote e Rettore della Parrocchia, come Venerabile Arcidiacono per l'Italia della Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore.

La piccola cappella in via delle Betulle 63, nel quartiere romano di Centocelle, si propone come centro non solo di vita liturgica, ma anche di attività culturali e servizi sociali. Speriamo di offrire un servizio utile al quartiere e a chiunque si affacerà alla nostra porta.

Tra le attività che verranno avviate a breve: Lezioni di Musica, Propedeutica musicale per l'infanzia, Lezioni di lingua inglese, Ripetizioni e aiuto allo studio, Consulenza psicologica con psicoterapeuta, Consulenza legale civile e penale, Corsi di Meditazione.

Il Reverendo Luca Vona è disponibile su appuntamento al numero 3385970859 mentre la Santa Messa è ordinariamente celebrata la domenica alle ore 18 00.



Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
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Quale demone ci tormenta?



Commento alla litugia della seconda domenica di Quaresima

Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità esteriore, e da ogni pensiero malvagio che possa assalirci interiormente. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture:

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Se nel Vangelo della prima domenica di Quaresima abbiamo ascoltato la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, oggi Matteo, all’incirca a metà del suo vangelo, ci narra di un altro “ritiro” compiuto da Cristo, in un momento in cui comincia a crescere l’incomprensione delle folle verso la sua predicazione. Sebbene in molti ancora continuino a seguirlo, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato.
Capita ancora oggi, molto spesso, di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza. Ma si va incontro al rifiuto e alla contestzione quando viene proposto come il Figlio di Dio, il Messia che ci redime dal peccato, colui che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”.
Molti sono coloro che voglio un Gesù a proprio piacere, che vogliono prendere dal Vangelo ciò che fa comodo e lasciare da parte le verità scomode. Perché lo spirito orgoglioso non è capace di accettare la sovranità di Dio, la sola che può porci al riparo dai pericoli dell’anima e del corpo, mentre ci troviamo nella terra starniera, nella terra ell’esilio. Infatti, se non ci poniamo al servizio di Dio, l’unica alternativa è la schiavitù del demonio, con le sue seduzioni, con i suoi inganni, con i suoi tormenti.
Non sappiamo in che modo il diavolo tormentasse la figlia della donna cananea. Ma sappiamo che siamo stati creati per godere della piena comunione con Dio e, come afferma Sant’Agostino, la nostra anima è inquieta finché non riposa in lui.
I miracoli e gli esorcismi compiuti da Gesù e narrati nei vangeli attestano la sua signoria sul “principe di questo mondo”, che egli ha spodestato con il superamento delle tentazioni nel deserto, nelle angosciose ore al Giardino degli ulivi e con la sua obbedienza fino alla morte di croce (Fil 2,8), culminata nella gloriosa Resurrezione.
Il Regno di Dio è vicino, e questo tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11).
Gesù, affaticato dal suo ministero e dalle incomprensioni verso la sua predicazione, esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Era, questa, una località vicino al mare, una sorta di luogo di villeggiatura se vogliamo, dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato prevedevano addirittura il sacrificio di bambini al dio Moloch e la prostituzione sacra. Per tale ragione queste genti erano fortemente disprezzate da Israele.
In questo momento di pausa che Gesù si concede dal suo ministero si inserisce la comparsa di questa donna pagana e del suo atto di fede, speculare all’incredulità manifestata dagli abitanti della Giudea. Anche oggi il Vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, rifiuto, nelle nostre famiglie, nelle nostre terre, che hanno alle spalle generazioni, secoli e millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce grandi frutti in periferie geografiche, sociali ed esistenziali, in maniera del tutto inattesa.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, e così anche noi non dobbiamo temere di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che spesso non comprendono il senso profondo della sua missione. Il suo Regno è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Così Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque frutti degni del ravvedimento e non cominciate a dire dentro di voi: "Noi abbiamo Abrahamo per padre", perché io vi dico che Dio può suscitare dei figli ad Abrahamo anche da queste pietre.” (Luca 3,8).
È sorprendente il modo in cui la donna cananea si rivolge a Gesù per chiedere la guarigione della propria figlia, tormentata da un demone; impiega, infatti, il titolo dal chiaro significato messianico “Figlio di Davide”, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù: inizialmente si mostra distaccato, quasi non volesse ascoltare la sua preghiera. Poi spiega che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Il Signore utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” - mentre la maggior parte degli israeliti avrebbe parlato più drasticamente di “cani selvatici” – ma si lascerà convincere dall’insistenza della preghiera della donna, una preghiera molesta per gli apostoli, che chiedono al loro Maestro di “mandarla via”. E si lascerà convincere dal suo atteggiamento di fede, espresso non soltanto con le parole, ma con una prostrazione, un atto di culto che veniva rivolto alla divinità. Gesù si lascerà convincere dalla sua umiltà; la donna infatti non si offende per le parole che le sono state dette, ma chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato.
Se la nostra preghiera rimane inascoltata, allora, è perché dobbiamo pregare con più insistenza: bisogna “pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1) ci dice Gesù stesso nel vangelo di Luca.
Se la nostra preghiera rimane inascoltata è perché dobbiamo pregare con più umiltà, riconoscendo la tentazione idolatra sempre in agguato, anche tra noi “credenti”; quando ci prostituiamo, ovvero adoperiamo quanto vi è di buono nella creazione, non per dare lode a Dio, ma con superficialità e per arricchire solo noi stessi; quando sacrifichiamo ai demoni del nostro egoismo, delle guerre, delle ingiustizie, dell’indifferenza, quella parte di umanità più fragile e innocente.
Quali sono gli idoli che ci rendono schiavi? Quali sono i demoni che ci tormentano? La rabbia? L’avidità? La paura? Interroghiamoci, in questo periodo penitenziale, e riconosciamo in Gesù colui nel nome del quale ogni ginocchio si piega nei cieli, sulla terra e sotto terra, per proclamarlo come unico Signore, a gloria di Dio Padre (Fil 2,10-11). Amen.


Rev. Luca Vona
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Far tornare a fiorire il deserto

Commento alla Liturgia per la prima domenica di Quaresima


Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per il tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture:

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino “ob-audere”, ovvero “prestare ascolto”. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile o, peggio, da ruffiani; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo testamento.
“Ascolta Israele”, “Shemà Israel”, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno” (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: “Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosé era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quaranta giorni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio.
Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: “chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso.
Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, rkitroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Amen.

Rev. Luca Vona
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La tregua


Commento alla liturgia della VI domenica dopo l’Epifania


Colletta

O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come Egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Gv 3,1; Mt 24,23

Le letture di oggi chiudono il ciclo liturgico delle domeniche definite “dopo l’Epifania” e dalla prossima domenica comincerà il periodo pre-quaresimale, definito “Septuagesima”. Oggi ci viene rivelato il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nell storia, a partire dall’Incarnazione. Il perché della sua manifestazione ce lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”. L’atto finale di questa manifestazione, che non si è conclusa con i misteri contemplati nel Natale e durante il periodo dell’Epifania, si compirà alla fine dei tempi, e ce ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico di cui oggi abbiamo ascoltato una parte.
Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni e così via; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.
Cristo venne considerato il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche cronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa ciircolarità, che i greci definivano “aion”. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno. Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27). Dio, che aveva spogliato se stesso (Fil 2,5-11), manifestandosi nella fragilità di un bambino, condividendo con noi sofferenze e fatiche, accettando umilmente una condanna infamante e assoggettandosi alla morte, bevendo fino in fondo il calice della sua Passione, ritornerà alla fine dei tempi manifestandosi  in tutta la sua gloria divina, non più in maniera circoscritta, come era accaduto durante la sua esistenza terrena in Galilea, con i suoi miracoli o con la sua Trasfigurazione; ma questa volta con una tale maestà, che tutti gli uomini e l’intera creazione saranno sconvolti dal suo apparire.
Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto a cavallo tra VII e VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Così è la nostra breve ed effimera esistenza secondo il consigliere del re; di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.
Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte. L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Cristo (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Ma il principe di questo mondo, il diavolo, è stato sconfitto dalla morte e resurrezione di Cristo, e questa sconfitta sarà manifestata nel compimento del tempo presente, quando le sue opere saranno distrutte (1 Gv 8) ed egli sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31).
È questa speranza, ci ricorda la colletta di oggi, ispirata alla prima lettera di Giovanni, che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato pricologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù Cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede, “per l’amore che il Padre ha profuso sopra di noi, facendoci chiamare figli di Dio” (Gv 3,1).
L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).
Quell’esperienza furtiva, quell’esperienza di “tregua”, ci dona nella fede la certezza che “quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). Amen.

Rev. Luca Vona
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Perché Dio permette il male?

Liturgia della V domenica dopo l’Epifania


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci mostra Gesù che ammaestra le folle, seduto in riva al mare, creando per loro delle splendide parabole, delle quali oggi, la liturgia, ci offre quella del grano e della zizziania. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi, per lo più lavoratori dei campi, abitanti di contesti rurali, o studenti di botanica. Questa pianta è un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scurie allungati. I discepoli rimasero molto colpiti da questa parabola, della quale faticarono a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiesero a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). La parabola di oggi ci offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permetta il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi una epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che San Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare (Mt 13,4.19), ma mentre gli uomini dormono (Mt 13,25) getta nel terreno un cattivo seme. L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e proporranno la soluzione di estirpare l’erba infestante. Ma il padrone decide di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malviagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda viene rivolta spesso a noi credenti, e in verità se la era posta già tanti secoli fa l’autore del salmo 73, il quale affermava: “quasi inciampava il mio piede… perché portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la prosperità dei malvagi… Ecco costoro sono empi, eppure sono sempre tranquilli… Invano dunque ho purificato il mio cuore… Perché sono colpito tutto il giorno e castigato ogni mattina. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Certo tu li metti in luoghi sdrucciolevoli… Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, qui abbiamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora accattivante, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo suo Giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), egli che non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2) ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione. Ecco perché consente al male di prosperare insieme al bene, non solo nel mondo, ma purtropo anche nelle nostre vite. Molti vorrebbero che Dio eliminasse tutto il male subito. Come è possibile che possa tollerare la vita di esseri umani capaci di diffondere sofferenza e morte? Ma se dovesse sposare le nostre agitazioni interventiste dove si dovrebbe fermare la mano di Dio? Dove si dovrebbe fermare la mano di un Dio infinitamente puro, infinitamente buono, l’unico di cui possa essere predicata in modo assoluto e veritiero la bontà? Dovrebbe Dio togliere di mezzo l’uomo che ha ordinato lo sterminio di milioni di altri uomini? O basterebbe uccidere un solo uomo per meritare la morte da parte di Dio? E la mole di ingiustizie, indifferenza, superficialità, quel male silenzioso e apparerentemente “banale” che provoca immense sofferenze a tanti esseri umani? Non dovrebbe essere punito anche quello? A dire il vero basta esaminare le nostre coscienze, senza lanciarsi in grandi analisi geopolitiche e sociali, per vedere quanto grano e quanta zizzania ci siano nelle nostre singole vite, nel nostro cuore. Un’altra domanda pressante è infatti: perché, nonostante la grazia e la parola di Dio che operano in me sono ancora tanto imperfetto? Siamo capaci di renderci docili alla parola di Dio e di consentire a questa di portare buoni frutti, ma cadiamo spesso addormentati e consentiamo al nemico di seminare e far germinare in noi il male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie a noi stessi e agli altri, ostacolando il benessere e la crescita spirituale, il fruttificare della parola di Dio in noi e nel mondo. Meno male, allora, che Dio è misericordioso; i suoi tempi sono i tempi dell’agricoltore paziente, non quelli del broker spietato, alla ricerca di utili immediati.
Per questo il Signore, che nel battesimo ci ha donato la sua luce e la sua grazia, conoscendo la nostra fragilità, ha predisposto il sacramento della penitenza, invitandoci a confessare i nostri peccati, a lui, e l’un l’altro, per ottenere l’annuncio del suo perdono. E mentre il battesimo può essere dato una volta sola, la penitenza può essere reiterata più volte, come una medicina, che assumo ogni volta che mi ammalo. Per questo la nostra chiesa Anglicana, pur riformando la prassi penitenziale ed eliminando alcuni abusi che si erano andati affermando nel corso dei secoli, ha mantenuto la pratica della confessione, sia quella pubblica e generale, durante la liturgia, sia quella privata, con il sacerdote. Sebbene per quest’ultima non esista un formulario preciso nel Book of Common Prayer, troviamo in esso numerose formule di confessione e anche alcune formule di assoluzione di tipo deprecativo, nelle quali, cioè il sacerdote chiede a Dio il perdono dei peccati per il penitente. Queste erano la forma comune di assoluzione nell’alto medioevo e solo in maniera piuttosto tardiva è comparsa la formula indicativa “Io ti assolvo”.
Il ministero delle chiavi, che il Signore ha concesso ai suoi apostoli, conferendogli il potere di legare e di sciogliere i peccati sulla terra, facendo sì che fossero legati e sciolti anche in Cielo, non deve farci dimenticare chi è l’autore del perdono e della grazia. Deve farci desistere, non solo i saccerdoti, ma noi tutti come credenti, dalla tentazione di esercitare una giustizia preventiva e sommaria. Deve farci desistre dalla smania di “fare pulizia” di tutto il male e subito, tutt’intorno a noi. Ci vuole una grande pazienza, con il nostro prossimo e con noi stessi, per gungere a un buon raccolto.
Il profeta Elia era pieno di zelo per il Signore e aveva sterminato tutti i profeti di Baal, una divinità pagana che avevano iniziato ad adorare anche gli Israeliti. Fuggito sul monte Horeb, Dio, che era apparso in precedenza a Mosé nel fuoco e nel tuono, si manifestò a Elia, dopo una serie di sconvolgimenti naturali: prima un vento impetuoso, poi un terremoto, poi un incendio devastante; infine, una brezza leggera, “una voce, come un dolce sussurro” (1 Re 19, 12); ed egli si coprì il volto perché comprese che proprio in quella era presente il Signore.
Rispettiamo, dunque i modi e i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), e obbediamo alla sua volontà, lasciando che grano e la zizzania maturino insieme. Allora i suoi servi li separeranno. Il radicalismo esasperato, la fretta di giungere subito al risultato finale, può arrecare grossi danni alla nostra e alla altrui vita spirituale, stroncandola sul nascere; può portare anche a grandi disastri nella società e nel mondo, per il desiderio di intervenire contro il “nemico” di turno. Ma il nemico è innanzitutto interno e soprattutto, spirituale e invisibile. Dobbiamo vincerlo vegliando e pregando, senza stancarci (Lc 18,1; Lc 21,36; 1 Ts 5,17); meditando e custodendo la Parola di Dio nel nostro cuore, come una brezza leggera che accarezza un terreno fertile.


Rev. Luca Vona
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