«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Bibliografia ragionata sulla storia del movimento pentecostale italiano


Il movimento pentecostale italiano nacque intorno alla prima decade del Novecento non per impulso di missioni estere, come sovente è avvenuto con altre chiese evangeliche, bensì per opera di italiani un tempo emigrati all’estero.Vi fu poi un ventennio di vessazioni e persecuzioni (1935-1955) da cui si uscì grazie a una stretta e inusuale sinergia tra i membri di queste comunità, pressoché totalmente illetterati e appartenenti a classi sociali molto modeste, intellettuali laici d’alto profilo e competenza, alcuni (molto pochi) parlamentari di specchiata moralità, giudici con alto senso del dovere e del loro ruolo. Questa fu un’età ‘eroica’ e benedetta; tale ‘sinfonia’ ebbe del miracoloso se solo si riflette sulla diversità degli attori tra loro.Negli studi storici e sempre il prima che spiega il poi. Lo confermiamo. Tuttavia non v’è nessuna regola che ci vieti di collegare alla memoria una prospettiva proiettata sul futuro. Anzi. Una storia senza un’apertura al futuro rimarrebbe la sala polverosa di un deposito museale. D’altro canto una riflessione sul futuro che prescinda da un’accurata analisi del passato sarebbe come una casa costruita sulla sabbia.



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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 90 pagine
Editore: Grampus Publishing (16 ottobre 2018)
Collana: Teologica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 1728870607
ISBN-13: 978-1728870601



Un tempo eravate tenebre

COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio onnipotente e misericordioso, per la tua tenera bontà preservaci, ti supplichiamo, da ogni pericolo; affinché possiamo essere pronti, nell'anima e nel corpo, a compiere diligentemente tutte le cose che hai comandato. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 5,15-21; Mt 22,1-14


Nel brano del vangelo di Matteo sugli invitati a nozze troviamo una parabola in due parti; la prima richiama il giudizio di Israele, per il suo rifiuto del Messia promesso; la seconda, che fa da "chiosa", rappresenta il giudizio individuale e non la troviamo negli altri vangeli.
La parabola degli invitati a nozze ha un racconto analogo nel Vangelo di Luca, quello del "gran convito". Le due parabole non sono però identiche e in Luca la reazione di coloro che declinano l'invito è di indifferenza più che di ostilità verso i messaggeri.
Nel vangelo di Luca, inoltre, il banchetto è preparato da un uomo benestante, mentre in Matteo si narra di un re che invita alle nozze del proprio figlio. La parabola riportata da Matteo è maggiormente incentrata, dunque, su un significato messianico. Anche il lugo dove vennero narrate le due parabole sono molto diversi: in una abitazione privata quella riferita da Luca, nel tempio quella riportata da Matteo.
In entrambe, i destinatari non si curano del'invito, "andandosene chi al proprio campo chi ai propri affari" (Mt 22,5); ma nel racconto di matteo vi sono degli "altri" che "presi i suoi servi, li oltraggiatono e li uccisero" (Mt 22,6). Troviamo così una allusione alle persecuzioni e agli oltraggi che non solo i profeti dell'antico testamento, ma anche i discepoli e gli apostoli del Signore, in ogni tempo, hanno subito - e continuaano a subire - per il suo nome.
Anche la reazione di colui che ha trasmesso l'invito è differente tra i due vangeli. In Luca gli invitati vengono rimpiazzati da mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi. In Matteo il re decide di distruggere interamente la città di coloro che hanno rifiutato l'invito: "il re allora si adirò e mando i suoi eserciti per sterminare quegli omicidi e per incendiare la loro città" (Mt 22,7). Gerusalemme, la città di Dio, è ormai diventata "la loro città" perché Dio l'ha abbandonata in mano al nemico. Verrà infatti distrutta, e con essa il tempio, dai romani, poichi decenni dopo la venuta di Cristo. Già nel libro dell'Esodo vediamo che, dopo che Israele si è costruito il vitello d'oro, Dio si rivolge a Mosé chiamandolo "il tuo popolo" e non più "il mio popolo".
Alla distruzione della città segue, anche in Matteo, l'invio dei servi agli incroci delle strade, in questo caso per invitare "chiunque troverete".
A questo punto della vicenda terrena di Cristo vi è un cambio di rotta decisivo. Mentre fino a prima Gesù aveva intimato ai discepoli "Non andate tra i Gentili e non entrate in alcuna città dei Samaritani" (Mt 10,5), tale divieto è ora abolito; lo stesso si può dire della distinzione tra popolo e popolo. Possiamo dire con Paolo che "qui non c'è più Greco e Giudeo, circonciso e incirconciso, barbaro e Scita, servo e libero" (Col 3,11), ma tutti sono del pari peccatori, ai quali viene fatta l'offerta della salvezza in Cristo. Adesso le porte della mensa sono aperte a tutti. Non comprendere questo scarto nell'economia salvifica può portare a gravi errori di valutazione nella nostra attività di predicazione del Vangelo.
A ben vedere non viene fatta una discriminazione neanche a partire dalle opere: "radunarono tutti quelli che trovarono cattivi e buoni e la sala delle nozze si riempì di commensali" (Mt 22,11). Che la possibilità di presentarsi al banchetto sia data dalla pura, semplice e riconoscente accoglienza dell'invito, ovvero dalla fede, è chiaro sia nella descrizione dei nuovi invitati nel vangelo di Luca, sia nella seconda parte della parabola del vangelo di Matteo. Nel primo caso chi dovremmo ravvisare in quei "mendicanti, mutilati, zoppi e ciechi" se non noi tutti, carichi dei nostri limiti che ci impediscono, da soli, di pervenire alla salvezza, seganti dalle ferite delle nostre numerose cadute?
Nel seguito della parabola matteana, invece, "il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indossava l'abito di nozze" (Mt 22,11).
L'ingresso del re è l'immagine del giudizio finale e della separazione degli ipocriti dalla Chiesa di Cristo . Egli entra per vedere coloro che erano a tavola, come era d'uso nell'antico Oriente, infatti, il re si presentava quando già tutti i commensali erano seduti a tavola.
La fede necessaria per presentarsi al convito è qui simboleggiata dall'abito di nozze, di cui uno degli invitati (ma non è detto che non ve ne fossero altri) è sprovvisto: "ora il re, entrato per vedere i commensali, vi trovò un uomo che non indoossava l'abito da nozze; e gli disse: "amico come sei entrato qui senza vestire l'abito di nozze? Ma egli rimase con la bocca chiusa" (Mt 22,11-12).
Era abitudine in oriente, che i re distribuissero agli invitati gli abiti per presentarsi alla festa. Era infatti inammissibile che qualcuno si presentasse con vestiti logori. Risulta chiara in questa immagine l'idea della grazia rifiutata e, dunque, della libertà della coscienza umana, di accogliere  il Figlio di Dio e la sua parola salvifica.
Questa immagine è utilizzata anche dal profeta Isaia: Io mi rallegrerò grandemente nell'Eterno, la mia anima festeggerà nel mio Dio, perché mi ha rivestito con le vesti della salvezza, mi ha coperto col manto della giustizia, come uno sposo che si mette un diadema, come una sposa che si adorna dei suoi gioielli (Is 60,10).
Il convitato senza abito di nozze viene non solo escluso dal banchetto ma gettato "nelle tenebre di fuori" dove "sarà pianto e stridor di denti. Poiché molti sono chiamati, ma pochi eletti" (Mt 22,13-14).
Qui il "molti" può essere considerato come indicativo delle "moltitudini", non tanto, dunque, un riferimento a una determinata quantità numerica, ma piuttosto la chiamata universale alla salvezza. Per contro l'"elezione" spetta a coloro che hanno atteso questa chiamata, come i mendicanti della parabola narrata nel vangelo di Luca, coloro che hanno accolto questa chiamata, facendosi trovare pronti, con l'abito di giustizia, intesa come giustificazione, che Dio stesso ci ha preparato. Certamente, l'ascolto sollecito della parola di Dio, la carità e la misericordia verso il prossimo, la pratica della giustizia, sono indicativi di una coscienza guidata dalla fede.
Benché i peccatori siano invitati ad andare a Cristo così come sono, qui ed ora, e benché la salvezza si ottenga "senza denari e senza prezzo" (Is 55,1), pure conviene ricordare che Dio "ci ha grandemente favoriti nell'amato suo figlio (Ef 1,6) e che, se "non vi è alcuna condanna", è unicamente "per coloro che sono in Cristo Gesù" (Rm 8,1). Per questo paolo ci esorta, in piena sintonia con la parabola degli invitati a nozze: "rivestitevi del Signor Gesù Cristo" (Rm 13,14); e ancora: "un tempo eravate tenebre... camminate come figli di luce" (Ef 5,8).

                         Rev. Luca Vona








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Io ti dico alzati


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIANNOVESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, poiché senza di te non siamo capaci di compiacerti; concedi, misericordioso, ai nostri cuori, di essere guidati dal tuo Santo Spirito. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,17-32; Mt 9,1-8.


La vita nella fede è una esperienza di rinascita e di guarigione radicale. L'aspetto di rinascita, predicato da gesù nel dialogo notturno com Nicodemo è ripreso e sviscerato in questo passo delal lettera di paolo agli Efesini, nell'ottica di una esortazione pastorale che però va molto oltre il senso semplicemente morale del discorso, facendosi descrizione di ciò che dio opera nel credente.
Il passo del vangelo di Matteo, che in maniera più sintentica dei parallei di marco e di luca, ci descrive la guarigione del paralitico, ci offre una lettura dell'esperienza di guarigione radicale cui conduce l'incontro con Cristo, il quale ha autorità di rimettre i peccati sulla terra, sanando radicalemnte la nostra natura umana.
La sottolineatura della capacità di Gesù di rimettere i peccati in terra indica la chiara proclamazione della sua natura divina. Fino ad allora, infatti, i credenti israeliti avevano confidato in una remissione dei peccati in cielo, da parte di Dio, che solo poteva operarla efficacemente. è qui richiamata, dunque, l'incarnazione del Verbo: Gesù, in quanto Figlio Dio Dio e Dio egli stesso, può rimettere i peccati, non solo in cielo, ma anche sulla terra. Non vi è che da ricorrere a lui, ed egli è pronto ad accordarla.
mentre i profeti, i discepoli e gli apostoli operarono i miracoli nel nome e per l'autorità di Dio, Gesù non ha bisogno di chiedere a Dio il potere di farli; egli compie i miracoli nel suo proprio nome.
Il raccondo ci fa intendere che molti dei presenti non mancano di individuare la potenza divina in qeusto miracolo, ma gli sfugge il fatto che Cristo stesso l'ha operato nel proprio nome: "Io ti dico". è in questo "io", in questa formula indicativa, che si esprime la novità radicale del messaggio evangelico. gesù non è semplicemente un profeta, un riformatore religioso, un guaritore. Egli è il Dio con noi, l'Emmanuele annunciato dai profeti dell'antico testamento. Nessuno ha mai potuto dire, né mai potrà dire, senza bestemmiare, "Io ti rimetto i tuoi peccati" se non Dio stesso.
Gesù comanda al paralitico non solo di alzarsi in piedi ma anche di tornare a casa sua portando via il suo lettino. il segno della malattia che lo ha costretto per lungo tempo all'immobilità, rimane come testimonianza di questa radicale svolta che l'incontro di Cristo ha determinato nella sua vita. Ma non bisogna sorvolare sul ruolo importante degli amici, che intercedono per lui, fino ad arrampicarsi sul tetto della casa in cui sta prediccando Gesù, aprenndo un varco e calando l'amico al centro della stanza. La carità fraterna ha avuto qui un ruolo importante nel muovere a compassione Gesù.
La carità è ciò che muove paolo a scongiurare gli efesini a camminare nel Signore. l'esortazione, lo scongiuro di Paolo, è fatto "nel nome del Signore", ovvero con autorità, con l'autorità che deriva da Cristo stesso e dal suo Vangelo. Paolo non insegna "dottrine di uomini". L'apostolo esorta i suoi lettori a non camminare nella vanità della loro mente; letteralmente nella «vacuità» ed "estranei alla vita di Dio" La vita pagana è vita che si aggrappa a ciò che è vuoto, impermanente e che offusca la ragione. Lestraneità alla vita di Dio nno è semplicemente il non condurre una vita da persone per bene. La «vita di Dio» è la vita, come dice Teodoro di Beza, «qua Deus vivit in suis»; la vita spirituale accende nei credenti la vita stessa di Dio. La «vita di Dio», insomma non è semplicemente la vita onesta e virtuosa, ma è la vita che viene dall'alto, la «rinascita dall'alto» per opera dello Spirito Santo, la vita reale, la vita che ha in sé il germe della pace, della gioia, della eternità.
Paolo si rammarica per coloro che sono diventati insensibili per l'ignoranza che è in loro e per l'indurimeno del loro cuore" (Ef 4, 18). La congiunzione tra la prima e la seconda parte dellla frase è assente nel testo greco. L'ignoranza della mente sembra derivare proprio dall'indurimento del cuore. L'attaccamento alle cose vane provoca una sorta di atrofia, di venir meno di quel movimento diastolico e sistolico che alimenta la vita dell'uomo. ma cosa intende l'apostolo con l'"impurità e ogni insaziabile bramosia" cui si sono abbandonati costoro? Lo spirito di ingordigia, di avidità, di cupidigia, caratteristico di una vita senza Dio o di una vita idolatra, che divinizza le cose di questo mondo, anziché accoglierle come strumenti che Dio ci dona per la sua lode e gloria. Una vita siffatta concentra nell'io tutto quello che può provocare un piacere immediato quanto vano.
Paolo esorta gli efesini - e tutti noi - a "essere rinnovati nello spirito della vostra mente". Qui Diodati traduce: «per quel che concerne lo spirito che ispira la vostra intelligenza, ad essere rinnovati». Non è l'intelligenza che va rinnovata, ma è lo spirito che ispira l'intelligenza, quello che ha bisogno d'esser creato a nuovo. Ancora è chiaro il primato della fede e della Grazia sulla volontà umana e la necessità di una vita rinnovata nello Spirito.
E, infatti, l'apostolo prosegue: «per rivestire l'uomo nuovo, creato secondo Dio». Questo «io» nuovo, questo rinnovamento non solo della personalità ma dell'intera natura umana, non è opera d'uomo: è una creazione; quindi, è un'opera di Dio.
L'«ignoranza», di per se stessa, non costituisce una colpa. è una condizione dell'anima suscettibile di essere illuminata e quindi migliorata. L'ignoranza diventa colpevole quando risponde agli inviti della verità con l'indurimento del cuore.
Leviamoci, dunque, dal nostro giaciglio e lasciamoci, guarire, rinnovare, creare nuovamente nello Spirito di Dio.


Rev. Luca Vona







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Fedele è Dio


LITURGIA DELLA DICIOTTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Signore, ti supplichiamo, concedi al tuo popolo la grazia di superare le tentazioni del mondo, della carne e del demonio; e di seguire con mente e cuori puri te, che sei l’unico Diio. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Cor 1,4-8; Mt 22,34-46


Amare Dio con tutto il cuore, l'anima e la mente e il prossimo come noi stessi. Così Gesù riassume i 613 precetti presenti nella Torah. Questo comandameto bipartito, che rappresenta le due facce della stessa medaglia, è non solo un sommario, ma il vertice stesso della Legge mosaica.
Dio va amato al di sopra di ogni altra cosa, e in tal modo è fugato il peccato più grande: quello dell'idolatria, che ci svilisce facendoci ripiegare su cose morte, incapaci di appagare completamente il nostro cuore. E proprio perché il nostro cuore può essere colmato solo da Dio, questi va amato con la nostra persona nella sua interezza, con tutte le nostre potenze e affetti. Il cuore, indica soprattutto la forza e la volontà dell'uomo. Dio infatti ci impone l'obbligo di amarlo perché i nostri cuori ne sono capaci, nella misura in cui essi non si chiudono nell'amore per gli idoli.
Dio non ci impone una cosa che non possiamo fare, che non è alla nostra portata. Al tempo stesso la natura umana, da sola, non è capace di adempiere il precetto. Per questo Dio stesso opera in noi, ma senza esercitare violenza sulla nostra libertà.
La seconda parte del comandamento è simile alla prima (Mt 22,39): Ama il tuo prossimo come te stesso.
Se l'amore supremo verso Dio sintentizza la prima tavola della legge, l'amore verso il prossimo è un sommario della seconda tavola.
Dio ama il mio prossimo. Come posso amare Dio se anche io non amo il mio fratello? Così infatti ammonisce l'apostolo Giovanni: “Se uno dice: ‘Io amo Dio’ e odia suo fratello, è un bugiardo. Chi infatti non ama il proprio fratello che vede, non può amare Dio che non vede. E questo è il comandamento che abbiamo da lui: chi ama Dio, ami anche suo fratello” (1Gv 4,20-21). e ancora: “Dio nessuno l’ha mai contemplato: se ci amiamo gli uni gli altri, Dio rimane in noi e in noi il suo amore è giunto a pienezza” (1Gv 4,12).
Se l'amore per Dio deve essere al di sopra di ogni altra cosa, la norma che ci è posta dinnanzi per l'amore del prossimo è quella che è prescritta per l'amore di noi stessi. Amare noi stessi infinitamente ci è proibito perché non è compatibile con l'amore supremo dovuto a Dio. Ma anche amare il prossimo meno di noi stessi ci è proibito, perché rappresenterebbe un venir meno della fede nel corpo mistico di Cristo, ovvero del considerarci come membra di un unico corpo.
A questo punto sorgono due domande. La prima: chi è il nostro prossimo? E in effetti il dottore della legge lo domanda a Gesù nel passo parallelo al capitolo 10 del vangelo di Luca. Gesù a qusto punto espone la parabola del buon samaritano. Il mio prossimo è colui che si trova nel bisogno e con il quale la mia strada si incrocia, al di là di ogni prgiudizio identitario o di false priorità.
La seconda domanda è ancora più cruciale: posto che l'adempimento supremo della Legge è la carità (Rm 13,10), è possibile adempiere questo precetto? Questo grande comandamento è in realtà un pedagogo che ci guida a Cristo (Gal 3,24) perché non è possibile osservaro perfettamente con i nostri più strenui sforzi, e ci costringe a cercare rifugio in colui "che ci ha riscattati dalla maledizione della legge, essendo per noi fatto maledizione" (Gal 3,13). La vita che otteniamo dal Risorto è una vita vissuta in pienezza e ci porta a sperimentare la beatitudine nell'ubbidienza a quel gran comandamento. Questo è il giogo dolce, il carico leggero di cui parla il Signore (Mt 11,30).
Gesù non solo ci insegna a comprendere il senso ultimo della Legge, egli la porta a compimento sulla sua stessa carne, facendosi libro aperto sulla croce, per illuminare e guidare l'umanità verso la salvezza. E vi è un intimo legame tra il suo ruolo profetico e quello sacerdotale, nella misura in cui non solo egli ci mostra la strada da percorrere, ma ci guida e ci accompagna in essa, in quanto Figlio di Dio, il solo che possa riscattare l'umanità, rendendola capace di adempiere un comandamento così sublime.
Dio stesso, dunque, opera in noi, perché la chiesa è il corpo mistico di Cristo, continuamente vivificato dallo Spirito.
Per questo Paolo coltiva un rapporto di intima comunione con Dio, in un continuo rendimento di grazie ('rendo continuamente grazie per voi al mio Dio', 1 Cor 1,4). Al di là dei difetti e delle mancanze, presenti in ogni comunità cristiana, Paolo sa discernere quanto di buono Dio opera in essa, riconoscendo l'abbondanza di doni e di carismi che Cristo stesso diffonde nel suo corpo mistico ('in lui siete stati arricchiti in ogni cosa' 1 cor 1,5).
Anche se oggi non sono sempre presenti carismi straordinari nelle chiese, i frutti della grazia nella vita dei cristiani sono la migliore prova, per i credenti e per gli increduli, della verità del Vangelo. Una vita consacrata a Dio è di per se stessa una testimonianza vivente dell'opera dello Spirito Santo.
L'Apostolo vive una tensione escatologica verso il ritorno di Cristo, che rappresenterà anche il perfezionamento definitivo della chiesa e la testimonianza ultima della fedeltà di Dio nei nostri confronti: non vi manca alcun dono mentre aspettate la manifestazione del Signor nostro Gesù Cristo, il quale vi confermerà fino alla fine, affinché siate irreprensibili nel giorno del nostro Signore Gesù Cristo (1 Cor 1,8). è Dio che ci rende immacolati, che ci dona una veste nuova, per presentarci davanti a lui nell'ultimo giorno.  Così il verso seguente, non presente nella pericope del lezionario: Fedele è Dio da quale siete stati chiamati (1 Cor 1,9).
Anche se sono passati duemila anni dalla lettera di Paolo ai corinti, non dobbiamo smettere di praticare una attesa fiduciosa e operosa del ritorno di Gesù. Mille anni, infatti, agli occhi di Dio, sono come il giorno di ieri che è passato (Sal 90,4).


Rev. Luca Vona







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Domenica 30/9 Culto bilingue Italiano-Cinese | 我们教堂每个月的最后周日11点钟安排中文聚会与圣餐

Cari amici,
Domenica 30 settembre il Culto con Santa Cena non si svolgerà, come di consueto, in orario serale, bensì al mattino, ore 11 00 e sarà bilingue italiano-cinese. Vi aspettiamo in via delle Betulle 63 (Roma, Quartiere Centocelle).





罗马, Centocelle区, Cento per uno 基督教堂

卫斯里美以美会

又有落在好土里的,就发生长大,结实有三十倍的,有六十倍的,有一百倍的;
马可福音第4章,第8
你们尽量从善,用每个能使用的手段从善,在所有的地方从善,每次有机会从善,为所有的人从善,一直到你们有机会从善
约翰卫斯里

我们教堂每个月的最后周日11点钟安排中文聚会与圣餐


牧师:Luca Vona
Delle Betulle 63号,00171罗马





Prigionieri della Legge e prigionieri... nel Signore


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DICIASSETTESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Signore, Ti suplichiamo affinché la tua grazia possa sempre prevenirci e seguirci, rendendoci costantemente dediti a ogni opera buona. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 4,1-6; Lc 14,1-11

“Io, dunue, il prigioniero per il Signore, vi esorto a camminare in maniera degna della vocazione cui siete stati chiamati” (Ef 4,1). Comportarsi in maniera degna del Vangelo significa tener conto, nelle relazioni con gli altri, prima di tutto della nostra relazione con Dio, ovvero della salvezza che Egli ci ha offerto gratuitamente. È proprio il dono della Grazia a renderci debitori verso Dio e a implicare la necessità di agire nei confronti del prossimo con lo stesso amore e misericordia che abbiamo ricevuto per primi dal Padre.
Essere stati salvati non ci rende una élite al di sopra dei nostri simili. Questo è l'errore in cui incorrevano i farisei, che si ritenevano una setta di giusti e che vediamo in diverse occasioni ingaggiare una polemica teologica con Gesù. Guarendo l’idropico in giorno di sabato il Signore rimette al centro il primato della carità verso il prossimo, come legge suprema, che di certo non è in contrapposizione con la legge mosaica. Gesù non controbatte ai farisei negando o sminuendo la legge mosaica. Chiede infatti loro di citare un passo della legge che vieti di guarire in giorno di sabato e domanda se non si affaticherebbero in giorno di sabato per salvare un asino o un bue, ovvero per proteggere le proprie ricchezze.
L'illusione che l'amore di Dio possa essere fatto coincidere semplicemente con l'amore della legge è una forma di riduzionismo idolatra: non si adorano delle divinità straniere, ma si cade nell'errore di credere che lo scrupoloso rispetto delle norme religiose possa di per sé costituire una garanzia di salvezza. Questa tentazione, molto diffusa nel giudaismo contemporaneo a Gesù, ritorna nel cristianesimo, dalle origini fino ad oggi, laddove si radica la convinzione di potere accumulare meriti attraverso opere buone e preghiere. È, questo, un atteggiamento in cui al centro troviamo il nostro egocentrismo e non certo l'amore disinteressato per Dio e per il prossimo, quel senso di gratitudine verso il nostro creatore e salvatore, che da solo dovrebbe essere sufficiente per farci agire rettamente, al di là dei benefici che ne possiamo conseguire.
La seconda parte del racconto evangelico, in cui assistiamo alla disputa tra gli invitati per chi avrebbe dovuto occupare i posti più prestigiosi a tavola, testimonia proprio la difficoltà di superare l'accentramento su di sé, che dovrebbe invece caratterizzare la vera esperienza religiosa.
Mentre i farisei non riescono a citare alcun passo biblico che possa attestare il divieto di compiere guarigioni in giorno di sabato Gesù, con le sue parole e con la guarigione dell'idropico ci presenta la carità come l’espressione più alta e il senso ultimo della legge.
Paolo, dal canto suo, nella lettera agli Efesini, sottolinea il profondo legame tra la carità fraterna e la necessità di dare una risposta adeguata all'azione salvifica di Dio nei nostri confronti. Noi siamo stati amati e salvati per primi; è nostro dovere amare il nostro prossimo come Dio ci ha amato. E questo dovere è ancora più vincolante nei confronti dei nostri fratelli in Cristo, con i quali condividiamo la stessa fede e la stessa speranza, nonché i doni che l'unico Cristo ha distribuito tra il suo popolo. Per questo l'apostolo ci esorta a mantenere la pace e la comunione nella comunità cristiana.
Per rafforzare le sue parole Paolo fa leva sul suo essere "prigioniero nel Signore". Non vuole essere compatito, ma vuole sottolineare fino a che punto lo abbia spinto la sua abnegazione per la causa del vangelo. Il credente è capace di individuare anche nelle grandi prove della vita la mano di Dio, per questo Paolo è prigioniero, ma "nel Signore". Nulla accade per circostanze fortuite, e anche laddove ci trovassimo tra le mani di forze malvagie, possiamo avere la certezza che ogni causa seconda agisce perché Dio, la causa prima, glielo consente. E ancora più, dobbiamo essere assolutamente certi che qualsiasi cosa ci accada è assolutamente la più perfetta, la più profittevole, la migliore, qui ed ora, per noi, che possa accadere, secondo la sapienza imperscrutabile di Dio. Possiamo dunque ripetere col salmista, in ogni circostanza della nosra vita: "Nelle sue mani sono le profondità della terra e sue sono le alte vette dei monti" (Sal 95,4).

Rev. Luca Vona





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L'ansia per il mondo e quella per il Regno


LITURGIA DELLA QUINDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Custodisci, ti supplichiamo, Signore, la tua Chiesa con la tua misericordia; e, poiché la fragilità umana senza di te non può che cadere, matienici sempre al riparo da ciò che è dannoso e guidaci verso ciò che è profittevole per la nostra salvezza; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Gal 6,11-18; Mt 6,24


Le pagine del Vangelo di oggi risuonano estremamente attuali, perché l’ansia sembra essere uno dei mali più diffusi del nostro tempo. Chissà se i nostri antenati ne soffrivano così tanto… In effetti, potrebbe essere cambiata non tanto la diffusione dell’ansia, ma il giudizio sociale e medico con cui viene considerata; potremmo cioè avere la percezione di una maggiore diffusione di questo male semplicemente perché viene valutata più negativamente rispetto alle epoche passate, in cui era considerata in maniera meno patologica, un sentimeno più umano, che non necessita di particolari cure.
Vi è infatti una tendenza diffusa alla medicalizzazione delle emozioni; si pensi al DSM-V che per la prima volta inserisce il lutto tra le patologie da curare con i farmaci, quando protratto per più di qualche giorno.
Gesù ci raccomanda di non avere ansia per le ricchezze o per il nostro domani, ma è giusto avere ansia per la nostra salvezza e per la salvezza del prossimo, cosa che anche molti cristiani - e forse molte Chiese - sembrano avere dimenticato.
La vita del cristiano non è spensierata e concentrata sul cogliere edonisticamente l'attimo presente. Preghiamo invocando il Regno di Dio e il compimento della sua volontà, sospiriamo come le anime davanti al trono dell'agnello e come il salmista, dicendo "Fino a quando Signore?" (Sal 13,1; Sal 79,5; Ap 6,10).
Il messaggio evangelico non ci chiede di essere anestetizzati, di fuggire il senso di limitatezza e imprevedibilità che caratterizza la nostra esistenza umana in questo mondo. Alcuni orientamenti della medicina contemporanea vorrebbero curare l'ansia oltre la sua dimensione patologica; vorrebbero ciò rinnegare il riconoscimento di uno statuto umano e fisiologico a questa emozione che crea disagio. Ma in realtà c'è un'ansia da curare e c'è un'ansia che non necessita di cure, perchè è semplicemente un richiamo della retta coscienza a lavorare con sollecitudine la vigna che il Signore ci ha affidato.
Esiste poi un'ansia religiosa contraria alla volontà di Dio. L'apostolo Paolo ci parla nella sua Lettera ai Galati, di coloro che vogliono fare bella figura nella carne e costrigono gli altri a farsi circoncidere per fare bella figura e non essere perseguitati per la croce di Cristo (Gal 6,12). Costoro sono anche ipocriti, perché "neppure quelli stessi che sono circoncisi osservano la legge, ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare nella propria carne" (Gal 6,13). Anche oggi, nelle chiese cristiane, si rischia a volte di adottare segni esteriori, atteggiamenti etici e pastorali, nell'ottica del conformismo e alla ricerca del consenso, per evitare le persecuzioni del mondo. È proprio in tal modo che si perde quella sollecitudine positiva, per l'evangelizazione, per l'annuncio del Vangelo, senza vergogna e senza timore di incontrare persecuzioni.
Per contro, in direzione diametralmente opposta, vi è l'atteggiamento di coloro cercano rassicurazioni in segni esteriori, attraverso cui vorrebbero testimoniare una chiara e impegnata appartenenza religiosa, ma essi per primi non agiscono secondo ciò che predicano. Cercano la santità, ma la cercano negli altri, per potersi magari vantare di avere tra le proprie fila grandi modelli di testimonianza evangelica, ma non si sentono chiamati in prima persona a vivere il Vangelo, al di là del proprio formalismo. Sono questi gli atei o gli agnostici devoti, sempre pronti a moralizzare il prossimo, a gridare allo scandalo puntando il dito contro il ministro di culto o il cristiano con ruoli di responsabilità “trovato in castagna”, ma in realtà interessati soltanto a vendere qualche scandalo per qualche soldo, o magari a utilizare il prossimo come parafulmine per le proprie frustrazioni, insomma per sentirsi un po' migliori. Come se non fossimo, noi tutti, cristiani chiamati a un pieno senso di responsabilità in virtù del battesimo che abbiamo ricevuto.
Gesù ci vuole liberare da queste ansie sbagliate, che esprimono un ripiegamento sul proprio egocentrismo e, in definitiva, una vita meschina e sofferente. Ci chiede di spostare il baricentro da noi stessi e dalle cose materiali, esteriori, liberandoci dalla schiavitù che caratterizza il timore della perdita, l'avversione per ciò che disturba i nostri interessi, il dubbio e il senso di incertezza che paralizzano la nostra volontà.
La vita nella grazia è una esperienza di liberazione dunque, da tutte quelle sollecitudini vane, perché legate a ciò che è transitorio, impermanente, imponderabile. Da tutto ciò che è al di fuori della nostra umana capacità di provvedere a noi stessi, alla nostra salvezza. Da tutto ciò che è rassicurazione illusoria di essere salvati, come la circoncisione, le questioni di cibo o di bevanda (Rm 14,17), o qualsiasi altro segno di appartenenza religiosa. È la riscoperta di una esistenza centrata in Dio, alimentata dalla fiducia nel Padre, che con amore paterno si prende cura delle sue creature. Egli stesso infatti ci rivestirà di un abito nuovo e splendente, come e più dei gigli del campo; ci donerà un abito di santità, perché “né la circoncisione né l'incirconcisione hanno alcun valore, ma l'essere una nuova creatura” (Gal 6,15).

Rev. Luca Vona






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La parabola del fariseo e del pubblicano


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA UNDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che hai manifestato la tua onnipotenza principalmente mostrando la tua pietà e misericordia; concedici benigno la tua grazia in abbondanza, affinché noi, correndo sulla via dei tuoi comandamenti, possiamo ottenere la ricompensa promessa e prendere parte al tuo regno celeste. Per Gesù Cristo nostro Signore Amen.

Letture:

1 Cor 15,1-11; Lc 18,9-14.


L’esordio di questo brano evangelico ci informa che gesù pronunciò queta parabola per coloro che “erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri (Lc 18,9). Quanti esempi di questo tipo anche nelle comunità cristiane, comprese quelle evangeliche! Quante volte coltiviamo la convinzione di essere tra coloro che si appartengono “alal chiesa giusta”, alla “vera chiesa di Cristo”, al popolo degli “eletti”, biasimando, o quantoomeno compatendo, “quelli di fuori”.
Il vangelo di Luca, dopo averci riportato, in questo stesso capitolo,  l’esortazione di Gesù a pregare continuamente “senza stancarsi” (Lc 18, 1), ci offre questa parabola in cui viene spiegato come bisogna pregare, contrapponendo due tipologie completamente differenti.
Il fariseo prega dentro di sé e stando in piedi (Lc 18,10) La sua preghiera, apparentemente, è una preghiera di ringraziamento a Dio. In realtà, il fariseo è completamente centrato su se stesso, nella presunzione di non essere “come gli altri uomini” (Lc 18,11). Compie diverse opere buone, andando anche molto al di là di ciò che è richiesto dalla legge mosaica: digiuna addirittura due volte a settimana, quando all’ebreo osservante era chiesto di digiunare in occasione della memoria annuale della distruzione del primo tempio (il giorno di Jom Kippur), paga la decima di tutto, mentre in realtà la decima era richiesta solo su alcuni prodotti.
Ciò che Gesù mette in discussione, in questa parabola, non sono le opere buone del fariseo, ma il suo atteggiamento interiore, contrapposto a quello del pubblicano, che risulta molto diverso. Il fariseo prega stando ritto in piedi - una posizione che sembra testimoniare una grande sicurezza di sé davanti a Dio - e parlando “dentro di sé” (Lc 18,11), trasformando la sua preghiera in una mormorazione contro il prossimo, rendendola dunque una sorta di bestemmia.
Il pubblicano, invece, proclama ad alta voce il suo status di peccatore. D’altra parte, era un peccatore “pubblico”, per il suo ruolo di agente della risocossione delle tasse per conto dell’occupante romano (e spesso tale riscossione, già considerata riprovevole di per sé, si macchiava ulteriormente di disonestà). Ma egli non respinge le accuse che gli vengono rivolte: ciò che il fariseo mormora dentro di sé contro, e che normalmente diveniva aperta espressione di disprezzo, il pubblicano lo riconosce, portando la propria vergogna davanti a Dio. Di qui la sua preghiera, a sguardo basso e a debita distanza dal Santo dei Santi, che rappresentava la presenza di Dio sulla terra: “stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo” (Lc 18,1). Il pubblicano non ha nulla di cui gloriarsi, soltando chiede a Dio “sii placato verso me peccatore” (Lc 18,14).
Dicevamo, Gesù non condanna le buone opere del fariseo, né sminuisce il peccato del pubblicano; ma esalta il suo modo di pregare, ovvero il modo in cui egli si relaziona con Dio e, di conseguenza, con il prossimo. Il pubblicano appare infatti consapevole del male che ha arrecato al suo prossimo e del suo essersi posto lontano da Dio e dai suoi comandamenti. Questa è la condizione di tutti noi, compreso il fariseo, con il suo perfezionismo spirituale. E infatti Paolo, nella prima lettura di oggi, ci ricorda i cardini della nostra fede: “Il vengelo che vi ho annunziato (…) e nel quale state saldi, e mediante il quale siete salvati (…) Cristo è morto secondo i nostri peccati, secondo le scritture (…) che fu sepolto e che risuscitò (1Cor 15,1-4)”.
Non riconoscersi bisognosi della grazia di Dio significa rendere vana la croce di Cristo.
Paolo, in una lezione di umiltà, che non scade nella falsa modestia, si considera “il minimo degli apostoli (…) neppure degno di essere chiamato apostolo (1Cor 15,9), ma riconosce anche che “la grazia verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1 Cor 10). Questa consapevolezza è strettaente correlata alla fede nella resurrezioone di Cristo: non sapere riconoscere che la grazia può operare e certamente opera in noi, per santificarci dopo averci giustificati, significa, se vogliamo fare una affermazione paradossale, rendere vana la resurrezione di Cristo. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti non sono un fatto circoscritto alla sua storia umana e divina, né qualcosa che agisce all’esterno di noi, ma, come ci ricorda la preghiera della colletta di oggi, sono espressione di quella onnipotenza di Dio, non disgiunta dalla sua pietà e misericordia per l’uomo, che ci consentono di camminare sulle vie dei suoi comandamenti. È, questa, la grazia che opera in noi, di cui parla l’apostolo Paolo.
La parabola del fariseo e del pubblicano, ci insegna che pregare bene significa essere veritieri con se stessi, riconoscendosi bisognosi di salvezza; e significa essere veritieri con Dio, riconoscendolo come un Dio misericordioso, che in Cristo, ha donato se stesso per la nostra salvezza.


Rev. Luca Vona





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Tutte le opere di John Wesley - GRATIS!

Sì, non è uno scherzo. Abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente l'Opera Omnia del grande teologo evangelico e fondatore del Metodismo.

Si tratta dell'edizione digitale dell'opera The Complete Works of John Wesley, The Ages Digital Library Collections (1997). La versione digitale è agevolmente navigabile e consente anche una facile ricerca per parola chiave all'interno del testo.

Chiaramente si tratta della versione originale dei testi di Wesley, dunque in lingua inglese.

Rendendo disponibile questo prezioso patrimonio della cristianità auspichiamo di sollecitare e favorire la sua traduzione in lingua italiana, alla quale cercheremo nel tempo di offrire anche il nostro contributo.

Ci auguriamo soprattutto che il maggior numero di persone possa trarre beneficio dagli insegnamenti del grande John Wesley, per crescere in santità e giustizia davanti al Signore.

- Rev. Luca Vona

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John Wesley (1703-1791)





Il Manchester Wesley Research Center




      Nell'ormai lontano 1984 ebbi modo di trascorrere un mese in questo antico College alla periferia di Manchester. qui è collocato uno dei più funzionanti centri per lo studio di Wesley, dei prodromi e degli esiti della sua azione di riformatore e teologo.
      Una visita, anche se "virtuale" a quella struttura gioverà ad ampliare le conoscenze di chi ha a cuore queste tematiche. http://www.mwrc.ac.uk/


- Prof. Giancarlo Rinaldi





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La parabola del figliol prodigo


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture:

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

La parabola del figliol prodigo ci insegna il valore della grazia e, di conseguenza, il valore del dono gratuito. Il mondo ragiona secondo l’ottica del “do ut des” (“dare e avere”), in cui predomina l’ossessione per il profitto, e dove chi commette errori, generando perdite, viene messo facilmente fuori dai giochi. Questo modo di pensare, ormai prevalente nella civiltà contemporanea, era già  presente nella società giudaica del tempo di Gesù e si rifletteva anche nel pensiero religioso. Immaginare un Dio che dona gratuitamente, che salva gratuitamente, persino chi si è mostrato “scellerato” – perché in tal senso va interpretato l’aggettivo “prodigo” – veniva e viene percepito da molti come uno scandalo, una ingustizia.
Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria. Ma accanto a questa idea si afferma già nell’antico Israele, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).
L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agsce in maniera del tutto differente.
Il figlio che ha chiesto l’eredità in anticipo parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, quando in quel paese sopraggiunse una grave carestia.
Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.
A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel “discorsetto” di pentimento. E qui il vangelo iniste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. la fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.
Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta piuttosto supefluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. E quando il giovane dice “non sono più deno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).
Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. La salvezza può essere desiderata ma è una veste che non possiamo cucirci addosso da soli: è il Padre che ce la offre, per coprire la nostra nudità. Che lo Spirito ci aiuti ad esserne sempre riconoscenti e ad agire come persone consapevoli del dono che hanno ricevuto. Le porte della misericordia di Dio sono sempre aperte, fino alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e allora ci chiederà conto di come avremo amministrato i suoi beni (Lc 19,12-27).

Rev. Luca Vona





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