«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley

Quanti pani avete?


LITURGIA DELLA SETTIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

Dio di ogni potenza e forza, che sei l’autore e il datore di ogni cosa buona; innesta nel nostro cuore l’amore per il tuo Nome, accresci in noi la vera religione, nutrici con ogni bontà e mantienici nella tua grande misericordia; per Gesù Cristo, nostro Signore.

Letture:

Rm 6,19-23; Mc 8,1-10


L'apostolo Paolo ci ricorda nella sua Lettera ai Romani che le nostre vite possono essere date in prestito al peccato o alla giustizia di Dio. Nel primo caso il frutto di questo prestito è la morte; nel secondo caso, la vita eterna.
Le nostre azioni riflettono quanto seriamente abiamo preso in considerazione la Parola di Dio e, dunque, in definitiva, riflettono la nostra fede. In tal senso, la contrapposizione tra fede e opere è una falsa dicotomia. Certamente, tutto ciò che possiamo donare a Dio proviene da lui, come affermiamo nell'offertorio della Santa Cena, richiamando un passo del Primo Libro delle Cronache (1 Cr 29,14). Ma il Signore non ci vuole spettatori passivi del ssuo piano di salvezza. Egli ci chiama a partecipare alla sua stessa opera di creazione, giustificazione e santificazione; prendendoci cura del mondo che ci ha affidato, annunciando il suo messaggio di salvezza, lottando contro il peccato - dentro e fuori di noi - mediante la fede nella sua Parola e l'esperienza della sua grazia nei sacramenti.
A ciascuno di noi verrà chiesto conto di come abbiamo amministrato i doni ricevuti da Dio: il nostro corpo, le nostre capacità intellettuali, il nostro tempo, le nostre risorse economiche… Ogni cosa. E così come la parabola dei talenti e quella dei vignaioli omicidi ci insegnano che chi ha male amministrato quanto ricevuto dal Signore sarà sottoposto a un giudizio severo, il racconto evangelico della moltiplicazione dei pani ci mostra Gesù nell’atto di chiedere ai discepoli di porre sotto la sua benedizione ciò che abbiamo, anche se del tutto inadeguato alle esigenze che ci troviamo ad affrontare.
Gesù, il Figlio unigenito del Padre, avrebbe certamente potuto creare i pani dal nulla per sfamare la folla che da tre giorni lo seguiva. Avrebbe potuto farli piovere dal cielo, come la manna con cui il Dio d'Israele sfamò il suo popolo nel deserto. Ma egli non ricerca una manifestazione della potenza divina nel miracolo fine a se stesso, quanto piuttosto vuole darci una lezione sull’amore e la sollecitudine di Dio e la necessità di farci suoi imitatori assumendone lo stesso spirito di servizio e di comunione.Vediamo infatti che richiede una partecipazione attiva dei suoi discepoli, i quali sono chiamati a condividere il poco che hanno a disposizione e a distribuire loro stessi i pani alla folla: "li diede ai suoi discepoli perché li mettessero davanti a loro" (Mc 8,6).
Ma prima chiede un atto di fede, ovvero il superamento di quella logica mondana che dimentica la potenza di Dio, espressa dalla frase attribuita ai discepoli: 'come potrebbe alcuno saziare di pane costoro, qui nel deserto?'. La risposta di Gesù la troviamo nella sua predicazione: 'chi è tra voi quel padre che, se il figlio gli chiede del pane, gli dà una pietra? O se gli chiede un pesce gli dà al posto del pesce una serpe? O se gli chiede un uovo, gli dà uno scorpione? Se voi dunque, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il vostro Padre celeste donerà lo Spirito Santo a coloro che glielo chiedono' (Lc 11,11). E ancora: 'Non siate dunque in ansia, dicendo: "Che mangeremo? Che berremo? Di che ci vestiremo?" Perché sono i pagani che ricercano tutte queste cose; ma il Padre vostro celeste sa che avete bisogno di tutte queste cose'. È nel momento in cui i discepoli hanno fede in Gesù e obbediscono alla sua parola che si compie il miracolo.
Quante volte ci siamo sentiti impotenti e dotati di risorse del tutto inadeguate per far fronte alle necessità del momento? Quante volte ci siamo sentiti tentati di risolvere tutto da soli, proprio come i discepoli pensarono, in un primo moento, che Gesù gli stesse chiedendo di andare in città a comprare del pane per le folle? È quello il momento in cui la nostra fede deve passare dalle labbra al cuore e dal cuore deve riflettersi nostre azioni, con coraggio e genersità, diventando fede vissuta.
Mettiamoci all'ascolto del Signore, il qualche ci chiede: ‘quanti pani avete?’ (Mc 8,5), e poniamo le nostre risorse, anche se scarse, sotto l'azione santificante del suo Spirito.


Rev. Luca Vona


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Giustificazione e santificazione


LITURGIA DELLA SESTA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio, che hai preparato per coloro che ti amano, delle cose così buone che oltrepassano la nostra umana capacità di comprensione; versa nei nostri cuori un tale amore per te, che amandoti al di sopra di ogni altra cosa, possiamo ottenere ciò che ci hai promesso, che oltrepassa ciò che possiamo desiderare. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Rm 6,3-11; Mt 5,20-26


Nella chiesa primitiva si svilupparono due etimologie della Pasqua cristiana: la prima considerava la Pasqua un “passaggio”, rievocazione del passaggio del Mar Rosso da parte degli ebrei che fuggivano dall’Egitto; la seconda idea era invece collegata al termine “passio”, ovvero alla passione di Cristo, e si richiamava direttamente al brano della lettera di San Paolo che ci propone la liturgia di oggi.
L’apostolo spiega che il battesimo ci ha unito alla morte di Cristo, facendoci morire al peccato. A questo evento fu applicata l'idea del “passaggio”, prefigurata dagli evevnti dell'Antico Testamento, nello specifico del passaggio dalla schiavitù del peccato alla libertà della grazia. La giustificazione, però, non è la tappa finale, vi è infatti una chiamata del cristiano alla santificazione. Proprio come l’epilogo del Vangelo non è rappresentato dalla morte di Cristo, ma dalla resurrezione: "poiché se siamo stati uniti a Cristo in una morte simile alla sua, saremo anche partecipi della sua resurrezione" (Rm 6,5). In questa sua affermazione Paolo impiega un verbo al passato per il battesimo e, dunque, per la giustificazione, ma al futuro per la resurrezione. La santificazione è la mèta, ma in certo qual modo anche la Via che siamo chiamati a percorrere. Infatti, al versetto precedente afferma: "Noi dunque siamo stati sepolti con lui... affinché, come Cristo è resuscitato dai morti per la gloria del Padre, così anche noi camminiamo in novità di vita” (Rm 6,4).
Il cristianesimo non è una semplice appartenenza a un popolo o a una istituzione religiosa. È un percorso di vita, un cammino, una Via, come viene definito nel libro degli Atti degli Apostoli. È insita in esso la possibilità di una crescita, in Dio e nella sua grazia.
La resurrezione inizia ora, come cammino di rinnovamento e santificazione. È il frutto che la grazia fa germinare dal nostro morire al peccato in Cristo. È un esodo, un cammino di liberazione dalla schiavitù: "il nostro vecchio uomo è stato crocifisso con lui, perché il corpo del peccato possa essere annullato, affinché noi non serviamo più al peccato" (Rm 6,6). L’idea del cammino evoca la progressione che caratterizza la nostra liberazione dal peccato e dalla morte e la nostra crescita in quella libertà che è la santità.
Il punto di partenza è la giustificazione, perché uniti alla morte di Cristo ci vengono rimessi i peccati. Ma la libertà rappresentata dalla santificazione è un approdo, una conquista, che richiede una certa disciplina: la giustificazine ci è stata data a caro prezzo, Gesù ha pagato con la propria morte, e poiché nessun discepolo è più grande del proprio maestro, solo nella misura in cui prenderemo sul serio il nostro discepolato condivideremo con lui anche l'esperienza della resurrezione.
Il battesimo, dunque, non è una esperienza circoscritta in un dato momento della nostra vita, ma è l'inizio di un cammino di crescita in santità e giustizia. Gesù lo dice chiaramente: "se la vostra giustizia non supera quella degli scribi e dei farisei, voi non entrerete affatto nel regno dei cieli” (Mt 5,20). Se non vogliamo cadere nella consuetudine e nella mediocrità, occore una apertura alla grazia e una risposta alla sua azione, che diventa disciplina attenta del nostro agire. Allora ci saranno aperte le porte del Regno, e vivremo il battesimo così come lo chiamavano i cristiani dei primi secoli: photismòs, "illuminazione". Il Signore ci sia guida e porti a compimento l'opera che ha iniziato in noi. Amen.


Rev. Luca Vona



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Tutto il mondo creato è in travaglio


LITURGIA DELLA QUARTA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

O Dio, protezione di tutti coloro che confidano in te, senza il quale non c’è nulla di forte, nulla di santo; accresci e moltiplica su di noi la tua misericordia; affinché con te come guida e governatore, possiamo passare attraverso le cose temporali senza perdere le cose eterne. Concedici questo, o Padre celeste, per l’amore di Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Rm 8,18-23; Lc 6,36-42

“Siate dunque misericordiosi, come anche il Padre vostro è misericordioso” (Lc 6,36). Gesù ci comanda di essere misericordiosi come il Padre e di perdonare il nostro prossimo, perché noi per primi siamo stati perdonati. Nessuno di noi può pensare di non avere avuto bisogno e di non avere continuamente bisogno del perdono del Padre. Come afferma San Paolo nel terzo capitolo della sua Lettera ai Romani, citando il salmista (Sal 14,3 e 53,1-3): “non c’è alcun giusto, neppure uno” (Rm 3,10). Per questo nella preghiera che ci ha insegnato Gesù chiediamo al Padre di rimmetere i nostri debiti come noi li rimettiamo ai nostri debitori. Il comandamento della misericordia scandalizza, perché ci è più facile pensare a una giustizia di Dio strettamente retributiva, che punisce i peccatori e premia i giusti. Ci è più facile pensare di esserci meritati un premio da parte del Signore, piuttosto che pensare alla gratuità della salvezza. Una gratuità che lungi dall’istigarci all’irresponsabilità ci esorta alla riconoscenza e dunque alla rettitudine come risposta al bene che Dio ci ha mostrato per primo e come imitazione del suo agire nel mondo.
Fu proprio nel predicare la misericoordia di Dio che Gesù incontrò le maggiori contestazioni e ostilità. Anche perché la sua predicazione non si fermava alle parole, ma si concretizzava in gesti che determinavano una rottura con le pratiche legalistiche del tempo: egli guarisce di sabato, tocca i lebrrosi mosso da compassione, mangia con le prostitute e i pubblici peccatori.
Siamo tutti feriti dal peccato; e anche il nostro occhio è ferito dal peccato. per questo spesso non sappiamo vedere le cose come le vede Dio. Il nostro sguardo è ferito e ha bisogno di essere purificato. Nella misura in cui saremo in grado di comprendere quanto siamo noi per primi bisognosi del perdono di Dio e quanto noi per primi abbiamo ricevuto la sua misericordia, tanto più saremo capaci di donare perdono e misericordia al nostro prossimo e mostrarci compassionevoli verso l’intera creazione, che è ferita dal peccato e geme attendendo la manifestazione dei figli di Dio (Rm 8,19). Ciò significa che la nostra sofferenza, il nostro anelito alla liberazione del creato dal disordine del peccato, non sono vani; sono fondati sulla speranza, che pur non possedendo l'oggetto del suo desiderio e, dunque, soffrendo per questo, lo contempla come in una visione profetica.
Il filosofo Ernst Bloch, nella sua opera "Spirito dell'Utopia", parlava di "coscienza anticipante", delineando una sorta di platonismo alla rovescia, in cui la perfezione non è una origine dalla quale siamo decaduti e che ricordiamo con nostalgia, ma è una meta cui tutto tende e che lo Spirito ci suggerisce con segni molteplici. Le Sante Scritture ci insegnano che la morte è entrata nel mondo a causa del peccato, che ha contaminato l'uomo fin dalle origini, e le cui conseguenze si sono riversate sull'intera creazione. Ma il messaggio evangelico ci dona la buona notizia che non solo Dio ci perdona, ma attraverso il suo Spirito fa nuove tutte le cose, restaurando in noi l'immagine divina e chiamandoci a curare le ferite di ogni uomo, a prenderci cura del suo giardino per restaurare l’ordine primigenio.
Siamo dunque chiamati a operare attivamente per riportare nel mondo pace e riconciliazione, tra l'uomo e Dio, tra uomo e uomo e tra l'uomo e l'intera creazione.

Rev. Luca Vona



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Il buon pastore


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

La parabola della pecora smarrita è una delle più note e amate delle parabole evangeliche, e ha goduto anche di splendide rappresentazioni artistiche. L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva anche al mondo greco e romano, prima dell’avvento del cristianesimo, ed era considerata di buon auspicio per i defunti. È proprio l’evangelista Luca ad aggiungere al racconto il dettaglio del pastore che pone la pecora ritrovata sulle spalle, mentre Matteo, nel passo parallelo del suo Vangelo, parla semplicemente della pecora ritrovata.
L’immagine di Dio come pastore di Isralele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è però ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: “Poiché così dice il Signore, l'Eterno: «Ecco, io stesso andrò in cerca delle mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre». E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: “L’Eterno è il mio pastore…”.
L’episodio da cui prende spunto la parabola di oggi sembra ricollegarla in qualche modo alla parabola del gran convito, che troviamo nel capitolo precedente dello stesso vangelo di Luca e che viene letta nella liturgia della seconda domenica dopo la Trinità. Lì infatti, assistevamo al rifiuto, da parte dei “giusti”, di prendere parte alla gran cena organizzata da un uomo; ciascuno di essi aveva una scusa per rifiutare, cosicché chi ha organizzato la festa comanda ai suoi servi di andare agli incroci delle strade e invitare ciechi, storpi zoppi e, alla fine, essendoci ancora posto di costringere a partecipare al convito chiunque incontreranno. Come non vedere in questi ciechi, storpi e zoppi quegli stessi peccatori che nel racconto evangelico di oggi ascoltano ammirati la predicazione di Gesù? Coloro che faticano a camminare, coloro che si smarriscono per strada, coloro che portano su di sé i segni delle proprie cadute.
È proprio verso costoro che Dio mostra la propria sollecitudine, rompendo ogni logica umana. Laddove l’osservanza della legge religiosa diviene uno steccato in cui trincerarsi e autocompiacersi, il Signore pone la legge al servizio dell’uomo, ponendo come principio l’attenzione amorevole per chi è lontano. Ecco allora che Gesù non solo si mostra amichevole con i pecaotri, ma addirittura mangia con essi. Nel mondo ebraico la condivisione del pasto implicava una piena comunione con i commensali; per tale ragione non era consentito sedersi a tavola con i pagani. Il modo di agire e di pensare di Gesù suscitò incompresione e ostilità al suo tempo, ma destabilizza ancora oggi molti benpensanti. Anche il protagonista della parabola si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logiac umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?
Dio non ragiona con mentalità economica, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo per l’umanità nel suo insieme, ma per la nostra ijndividualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.
Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno per bastonarci, ma ci viene incontro, si affatica per cercarci e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica caricandoci sulle spalle. E ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.
Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro; perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma è una mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.


            Rev. Luca Vona




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Se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore


 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che non manchi mai di aiutare e governare coloro che conduci nel tuo timore e nel tuo amore; mantienici, ti supplichiamo, sotto la protezione della tua buona provvidenza, affinché abbiamo un timore e un amore perpetuo del tuo santo Nome. Per Cristo nostro Signore.

Letture:

1 Gv 3,13; Lc 14,16

“Non vi meravigliate se il mondo vi odia” afferma l’evangelista Giovanni, riprendendo le parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi”. L’odio del mondo si manifesta innanzitutto con il rifiuto dellla luce da parte delle tenebre: “la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5).
Del rifiuto da parte del mondo nei confronti della luce, cioè di Cristo, ci parla il vangelo di oggi, con la parabola del gran convito. Gesù offre questa narrazione in risposta a ciò che esclama un uomo che lo stava ascoltando predicare: “Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio”. Questa beatitudine, ci insegna il Signore, non è compresa da molti. Dio ci invita gratuitamente al suo banchetto, ma l’ossessione per il possesso, il commercio, l’attaccamento alle cose e alle persone ci portano ad accampare mille scuse per rifiutare l’invito alla comunione con lui. Così i protagonisti di questa parabola evangelica: il primo ha appena comprato un podere e deve andare a vederlo; il secondo ha comprato dei buoi e vuole provarlo, il terzo pensa alla moglie. Ma come ci ammonisce Gesù nel versetto 26 di questo stesso capitolo del Vangelo leggiamo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”, mentre nel vangelo di Matteo, sempre Gesù afferma: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).  
Certo Dio, che ci ha comandato nella legge mosaica di amare il padre e a madre (e, implicitamente, i nostri parenti) non ci chiede di coltivare odio verso di essi. Ma qui Gesù mette radicalmente in discussione l’antica Legge per portarla a compimento: le relazioni umane devono essere organizzate sotto il principio ordinatore dell’amore di Dio.
Le due letture di oggi ci ricordano i due grandi comandamenti per il cristiano: l’amore del prossimo, soprattutto del fratello nel bisogno, e l’amore di Dio, al di sopra di ogni altra cosa. E la parabola del gran convito ci ricorda la dimensione comunitaria e liturgica dell’essere cristiani: la partecipazione al culto domenicale non è un qualcosa di accessorio nella vita del credente. Molti cristiani si accontentano di essere nella lista degli invitati, altri non vogliono manco essere nella lista, e pensano di poter coltivare un rapporto individualistico con Cristo. Gli affari, gli impegni familiari, sono le scuse più frequenti che troviamo per non santificare il giorno del Signore. Eppure, egli ci invita a una festa, mentre taluni si comportano come se fossero stati chiamati a partecipare a un funerale. Persino nei matrimoni, nei battesimi, la liturgia è consierata da molti più un contorno poco appetibile che il piatto forte. E a costoro Gesù dice: “nessuno di quegli uomini gusterà la mia cena” (Lc 14,24).
Se la parabola di Gesù era rivolta suprattutto a Israele, che aveva rifiutato il suo messaggio, rivolto così ai pagani e a tutti i popoli lontani, oggi questa indifferenza colpevole la riscontriamo tra gli stessi cristiani, specialmente nei paesi dove la prima evangelizzazione risale a un’epoca più remota.
Siamo noi, oggi, a considerarci, spesso, membri di un popolo eletto, per una appartenenza cristiana puramente nominalistica. Siamo noi, spesso, a considerarci una casta di salvati, dimenticando che Dio è pronto, in ogni momento, a rivolgere il suo invito alla festa a chi è lontano, a chi è dimenticato, a popoli considerati del secondo, terzo o quarto mondo; che si mostrano pronti, però, ad accogliere con entusiasmo il Vangelo. Ci esorta il salmista: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore” (Sal 95,8).
È questo il senso della chiesa cattolica, cioè universale; la chiamata del Signore giunge fino agli estremi confini del mondo, per far sedere alla sua tavola coloro che mai penseremmo di potervi trovare.
Non dimentichiamo che Dio può far nascere figli di Abramo, cioè della fede, anche dalle pietre (Lc 3,8). Non dimentichiamo che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti (Mt 22,14).


Rev. Luca Vona




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