«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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La parabola del fariseo e del pubblicano


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA UNDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che hai manifestato la tua onnipotenza principalmente mostrando la tua pietà e misericordia; concedici benigno la tua grazia in abbondanza, affinché noi, correndo sulla via dei tuoi comandamenti, possiamo ottenere la ricompensa promessa e prendere parte al tuo regno celeste. Per Gesù Cristo nostro Signore Amen.

Letture:

1 Cor 15,1-11; Lc 18,9-14.


L’esordio di questo brano evangelico ci informa che gesù pronunciò queta parabola per coloro che “erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri (Lc 18,9). Quanti esempi di questo tipo anche nelle comunità cristiane, comprese quelle evangeliche! Quante volte coltiviamo la convinzione di essere tra coloro che si appartengono “alal chiesa giusta”, alla “vera chiesa di Cristo”, al popolo degli “eletti”, biasimando, o quantoomeno compatendo, “quelli di fuori”.
Il vangelo di Luca, dopo averci riportato, in questo stesso capitolo,  l’esortazione di Gesù a pregare continuamente “senza stancarsi” (Lc 18, 1), ci offre questa parabola in cui viene spiegato come bisogna pregare, contrapponendo due tipologie completamente differenti.
Il fariseo prega dentro di sé e stando in piedi (Lc 18,10) La sua preghiera, apparentemente, è una preghiera di ringraziamento a Dio. In realtà, il fariseo è completamente centrato su se stesso, nella presunzione di non essere “come gli altri uomini” (Lc 18,11). Compie diverse opere buone, andando anche molto al di là di ciò che è richiesto dalla legge mosaica: digiuna addirittura due volte a settimana, quando all’ebreo osservante era chiesto di digiunare in occasione della memoria annuale della distruzione del primo tempio (il giorno di Jom Kippur), paga la decima di tutto, mentre in realtà la decima era richiesta solo su alcuni prodotti.
Ciò che Gesù mette in discussione, in questa parabola, non sono le opere buone del fariseo, ma il suo atteggiamento interiore, contrapposto a quello del pubblicano, che risulta molto diverso. Il fariseo prega stando ritto in piedi - una posizione che sembra testimoniare una grande sicurezza di sé davanti a Dio - e parlando “dentro di sé” (Lc 18,11), trasformando la sua preghiera in una mormorazione contro il prossimo, rendendola dunque una sorta di bestemmia.
Il pubblicano, invece, proclama ad alta voce il suo status di peccatore. D’altra parte, era un peccatore “pubblico”, per il suo ruolo di agente della risocossione delle tasse per conto dell’occupante romano (e spesso tale riscossione, già considerata riprovevole di per sé, si macchiava ulteriormente di disonestà). Ma egli non respinge le accuse che gli vengono rivolte: ciò che il fariseo mormora dentro di sé contro, e che normalmente diveniva aperta espressione di disprezzo, il pubblicano lo riconosce, portando la propria vergogna davanti a Dio. Di qui la sua preghiera, a sguardo basso e a debita distanza dal Santo dei Santi, che rappresentava la presenza di Dio sulla terra: “stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo” (Lc 18,1). Il pubblicano non ha nulla di cui gloriarsi, soltando chiede a Dio “sii placato verso me peccatore” (Lc 18,14).
Dicevamo, Gesù non condanna le buone opere del fariseo, né sminuisce il peccato del pubblicano; ma esalta il suo modo di pregare, ovvero il modo in cui egli si relaziona con Dio e, di conseguenza, con il prossimo. Il pubblicano appare infatti consapevole del male che ha arrecato al suo prossimo e del suo essersi posto lontano da Dio e dai suoi comandamenti. Questa è la condizione di tutti noi, compreso il fariseo, con il suo perfezionismo spirituale. E infatti Paolo, nella prima lettura di oggi, ci ricorda i cardini della nostra fede: “Il vengelo che vi ho annunziato (…) e nel quale state saldi, e mediante il quale siete salvati (…) Cristo è morto secondo i nostri peccati, secondo le scritture (…) che fu sepolto e che risuscitò (1Cor 15,1-4)”.
Non riconoscersi bisognosi della grazia di Dio significa rendere vana la croce di Cristo.
Paolo, in una lezione di umiltà, che non scade nella falsa modestia, si considera “il minimo degli apostoli (…) neppure degno di essere chiamato apostolo (1Cor 15,9), ma riconosce anche che “la grazia verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1 Cor 10). Questa consapevolezza è strettaente correlata alla fede nella resurrezioone di Cristo: non sapere riconoscere che la grazia può operare e certamente opera in noi, per santificarci dopo averci giustificati, significa, se vogliamo fare una affermazione paradossale, rendere vana la resurrezione di Cristo. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti non sono un fatto circoscritto alla sua storia umana e divina, né qualcosa che agisce all’esterno di noi, ma, come ci ricorda la preghiera della colletta di oggi, sono espressione di quella onnipotenza di Dio, non disgiunta dalla sua pietà e misericordia per l’uomo, che ci consentono di camminare sulle vie dei suoi comandamenti. È, questa, la grazia che opera in noi, di cui parla l’apostolo Paolo.
La parabola del fariseo e del pubblicano, ci insegna che pregare bene significa essere veritieri con se stessi, riconoscendosi bisognosi di salvezza; e significa essere veritieri con Dio, riconoscendolo come un Dio misericordioso, che in Cristo, ha donato se stesso per la nostra salvezza.


Rev. Luca Vona





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Tutte le opere di John Wesley - GRATIS!

Sì, non è uno scherzo. Abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente l'Opera Omnia del grande teologo evangelico e fondatore del Metodismo.

Si tratta dell'edizione digitale dell'opera The Complete Works of John Wesley, The Ages Digital Library Collections (1997). La versione digitale è agevolmente navigabile e consente anche una facile ricerca per parola chiave all'interno del testo.

Chiaramente si tratta della versione originale dei testi di Wesley, dunque in lingua inglese.

Rendendo disponibile questo prezioso patrimonio della cristianità auspichiamo di sollecitare e favorire la sua traduzione in lingua italiana, alla quale cercheremo nel tempo di offrire anche il nostro contributo.

Ci auguriamo soprattutto che il maggior numero di persone possa trarre beneficio dagli insegnamenti del grande John Wesley, per crescere in santità e giustizia davanti al Signore.

- Rev. Luca Vona

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John Wesley (1703-1791)





Il Manchester Wesley Research Center




      Nell'ormai lontano 1984 ebbi modo di trascorrere un mese in questo antico College alla periferia di Manchester. qui è collocato uno dei più funzionanti centri per lo studio di Wesley, dei prodromi e degli esiti della sua azione di riformatore e teologo.
      Una visita, anche se "virtuale" a quella struttura gioverà ad ampliare le conoscenze di chi ha a cuore queste tematiche. http://www.mwrc.ac.uk/


- Prof. Giancarlo Rinaldi





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La parabola del figliol prodigo


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture:

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

La parabola del figliol prodigo ci insegna il valore della grazia e, di conseguenza, il valore del dono gratuito. Il mondo ragiona secondo l’ottica del “do ut des” (“dare e avere”), in cui predomina l’ossessione per il profitto, e dove chi commette errori, generando perdite, viene messo facilmente fuori dai giochi. Questo modo di pensare, ormai prevalente nella civiltà contemporanea, era già  presente nella società giudaica del tempo di Gesù e si rifletteva anche nel pensiero religioso. Immaginare un Dio che dona gratuitamente, che salva gratuitamente, persino chi si è mostrato “scellerato” – perché in tal senso va interpretato l’aggettivo “prodigo” – veniva e viene percepito da molti come uno scandalo, una ingustizia.
Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria. Ma accanto a questa idea si afferma già nell’antico Israele, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).
L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agsce in maniera del tutto differente.
Il figlio che ha chiesto l’eredità in anticipo parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, quando in quel paese sopraggiunse una grave carestia.
Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.
A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel “discorsetto” di pentimento. E qui il vangelo iniste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. la fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.
Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta piuttosto supefluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. E quando il giovane dice “non sono più deno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).
Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. La salvezza può essere desiderata ma è una veste che non possiamo cucirci addosso da soli: è il Padre che ce la offre, per coprire la nostra nudità. Che lo Spirito ci aiuti ad esserne sempre riconoscenti e ad agire come persone consapevoli del dono che hanno ricevuto. Le porte della misericordia di Dio sono sempre aperte, fino alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e allora ci chiederà conto di come avremo amministrato i suoi beni (Lc 19,12-27).

Rev. Luca Vona





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Progetto per un risveglio del metodismo wesleyano in Italia

Aderisci! Anche tu sei il benvenuto.


Siamo:

Cristiani perché riconosciamo alla figura ed all’esempio di Gesù Cristo un ruolo centrale nella nostra vita.

Evangelici perché attingiamo dai vangeli e, più in generale, dalle Scritture gli insegnamenti necessari alla salvezza della nostra persona ed a una vita in armonia con Dio, noi stessi e il prossimo.

Metodisti Wesleyani perché crediamo e operiamo nel solco della predicazione di risveglio di John Wesley la quale diede luogo al movimento metodista.

Perché in Italia, a Roma?

Perché crediamo che la società italiana abbia bisogno di riorientarsi verso una visione basata non su derive consumistiche ed edonistiche bensì sui cardini della fede cristiana intesi secondo la semplicità evangelica e senza incrostazioni e deviazioni intervenute successivamente, così come già proclamato dalla Riforma.

Perché crediamo che l’evangelismo italiano si arricchisca con il contributo di una predicazione che conservi e trasmetta fedelmente il buono dell’eredità metodista.

Un po’ di storia

John Welsey è stato un ministro di culto della Chiesa d’Inghilterra attivo nel Settecento. La sua predicazione ha profondamente cambiato l’assetto dei paesi dove è riecheggiata. Nel solco della tradizione riformata e della chiesa antica ha posto l’enfasi sulla necessità della conversione, della salvezza per grazia, della santificazione intesa come percorso di reale cambiamento della vita.

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John Wesley 1703-1791
Dalla predicazione di Wesley, e dei suoi numerosi collaboratori, nacque il movimento detto ‘metodista’ a motivo dell’attenzione metodica con cui si attendeva allo studio delle Scritture e alla realizzazione di quelle buone opere che sono frutto della fede. Oggi, in Italia come in tutto il mondo, un ritorno all’esperienza e alla fede del risveglio wesleyano contribuisce a mantenere fruttifero un rilevante albero della pianta cristiana.


A Roma la comunità Cento per uno di Centocelle, nel solco della tradizione anglicana, ha avvertito la chiamata a servire il quartiere e l’intera città in quanto Chiesa Evangelica Metodista Wesleyana. È disponibile a collaborare con ogni altra realtà cristiana purché mantenendo fede ai propri princìpi confessionali e spirituali.


Principali articoli di fede

Le proposizioni che seguono hanno valore esclusivamente in quanto fondate sulla Bibbia.
Noi crediamo:

1.   In Dio, creatore e reggitore del cosmo, unico nella Sua sostanza composta da Padre, Figlio e Spirito Santo.
2.  Nelle Scritture dell’Antico e del Nuovo Testamento le quali registrano la vicenda del rapporto tra Dio e l’umanità; esse costituiscono la suprema autorità per lo scopo per il quale furono da Dio ispirate: la salvezza dell’uomo e la santificazione del credente. Il loro contenuto, a tale scopo è pienamente sufficiente.
3.   Nella persona di Gesù, realmente umana e logos divino nello stesso tempo. Nato, vissuto, crocifisso per l’espiazione dei peccati di tutta l’umanità, risuscitato. È lui il vertice della Chiesa la quale attende il Suo ritorno in gloria.
4.  L’individuo umano è da solo incapace di provvedere alla sua salvezza. Questa è invece opera della grazia di Dio. Dio desidera che tutte le persone siano salvate, senza alcuna discriminazione.
5.   Che la grazia preveniente è l’azione amorevole di Dio verso tutti gli uomini affinché siano in grado di aprire i loro cuori accettando la salvezza e sperimentando la giustificazione per fede.
6.  Che dopo questa prima opera della grazia ve n’è una successiva che incrementa il cammino della santificazione, questa viene detta “perfezione cristiana” o “battesimo di Spirito santo”. Questa crisi si manifesta con i segni di una vita rinnovata, con la vittoria sul peccato inteso come istinto avverso a Dio. Non ci libera dalle tentazioni e dalle imperfezioni, ma realmente ci plasma a immagine e somiglianza di Dio.
7.     Bisogna distinguere tra l’atteggiamento peccaminoso con cui l’uomo si pone naturalmente nei riguardi di Dio e la conseguente serie di peccati e trasgressioni. Quest’ultima è cancellata dalla fede nel sacrificio di Gesù al momento della nuova nascita o conversione. Il peccato in quanto tendenza persiste anche dopo la conversione, ma la grazia di Dio (e questa soltanto) offre gli strumenti affinché il credente sperimenti la vittoria in questa vita.
8.   Che il credente debba responsabilmente perseverare nella fede al fine di non venir meno dalla sua condizione di salvato.
9.   Che l’azione dello Spirito Santo nella chiesa si manifesti anche con i carismi spirituali che servono per la crescita della chiesa stessa e la sua amministrazione.

In coerenza con quanto proclamato da Wesley, siamo persuasi che quattro siano i canali per conoscere Dio:

1.     Le Scritture: suffragano ogni affermazione di fede; niente che non vi sia scritto può considerarsi necessario.
2.     La Ragione: è un dono di Dio all’uomo e, se rattamente usata, giova alla migliore comprensione di Dio e della Sua parola scritta.
3.     La Tradizione: non è un canale di conoscenza parallelo alla Scrittura, bensì la cura e l’amore con cui le antiche generazioni di credenti hanno vissuto l’obbedienza della fede e la conformità alla Bibbia.
4.     L’Esperienza: il cristianesimo non è un sistema filosofico valido in teoria, è principalmente un’esperienza di rapporto personale con Dio: da tale rapporto abbiamo da imparare.

La nostra Chiesa utilizza la liturgia impiegata da John Wesley, il quale promosse l'uso del Book of Common Prayer anglicano, revisionato nel Sunday Service of the Methodist in North America, with other occasional services.

Attività della Comunità di Roma Centocelle

Culto con Santa cena, ogni domenica ore 18 00 (ci ritroviamo fin dalle 17 00 per un momento di      condivisione prima della liturgia)

Holy Club: Studio biblico, aperitivo analcolico, condivisione; ultimo venerdi di ogni mese

Assistenza legale gratuita: ultimo giovedi di ogni mese, dalle 17 00 alle 19 00

Sportello psicologico gratuito: ultimo mercoledi di ogni mese, dalle 17 00 alle 19 00


Da settembre 2018: Lezioni di musica (canto, chitarra, pianoforte, violino, flauto traverso); Scuola di Inglese con Insegnanti qualificati


Indirizzo
Via delle Betulle 63, 00171 Roma (Centocelle)
Tel. (+39) 3385970859
Pastore: Rev. Luca Vona


Sei un cristiano di fede evangelica e ti ritrovi in quanto espresso qui sopra? Vorresti far parte della nostra Comunità di Centocelle o avviare una piccola chiesa domestica a Roma o in un’altra città italiana?

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Sei Pastore o membro del Consiglio di chiesa in una comunità evangelica affine ai principi da noi espressi?

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