La vostra tristezza si muterà in gioia


Liturgia della III domenica dopo Pasqua


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequella di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-22.

La fede nella resurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, agenti di questa trasformazione in corso, protagonisti di questa vittoria, sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. Pietro ci esorta a comportarci come stranieri e pellegrini, astenendoci dai desideri della carne, affinché i Gentili, i pagani, coloro che sono lontani da Cristo, possano glorificare le nostre buone opere.
Dio, però, non ci utilizza come pedine in uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come siamo liberi di soffocarla, mettendola sotto il moggio. Quel che è certo è che un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.
Il Risorto, nel suo discorso che lascia piuttosto disorientati i discepoli, ci parla di un breve momento in cui non lo vedermo più, e allora piangeremo e ci lamenteremo, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo rivedremo e la nostra tristezza si muterà in gioia.
Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza, non valgono nulla a consolarlo e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?”. (Sal 42,2). La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto. Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazine, accolta con entusiasmo, ma anche oggetto di aspre contestazioni, alla condanna della croce, fino alla vittoria della resurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.
Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora. Il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, guidato da questa luce, e da qui il richiamo a comportarci come pellegrini, astenendoci dai desideri della carne.
Ma cosa sono i desideri della carne? La carne, nella lingua greca della bibbia “sarx”, rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. Per troppi secoli è stata identificata riduttivamente con il desiderio sessuale, connotando di significati moraleggiati questi passaggi biblici e altri dello stesso tenore. La verità più profonda è che l’astensione dai desideri della carne significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la savezza, ciò che troviamo è soltanto tenebra.
Ma se trattiamo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, possiamo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurare esse stesse nella luce.
Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart





Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
Venerabile Arcidiacono per l'Italia - Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore
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Il vostro cuore non sia turbato


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Padre Onnipotente,che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione.Concedici di liberarci dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia, di pace, di carità.
La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita ("Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui" Gv 1,3), è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.
Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non la pace come la dà il mondo, ma la pace dello Spirito Santo ("Ricevete lo Spirito Santo" Gv 20,22), quella pace che è Dio stesso. E ci invita a diventare portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).
Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi". Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è  da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.
Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose vane e distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla pace, su quella pace che è Dio. La nostra quotidianità dovrebbe essere, come quella di un monaco certosino, una quiete laboriosa e un' azione quieta.
Come apostoli del Vangelo, però, il mondo non deve turbarci al punto da fuggirlo e chiudere dietro di noi la porta della nostra stanza. Né può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”, definizione che spesso ha fatto parte della letteratura cristiana e che si presta a gravi fraintendimenti.
Certamente l’umanità è terribilmente segnata dal peccato, dalla malvagità, dall'ingiustizia e non è sempre facile provare sentimenti di “filantropia”, di amore e compassione per i nostri simili. Ma Dio ha amato il mondo e gli ha donato il suo figlio unigenito. E Gesù, che è venuto nel mondo, manda anche noi a predicare il messaggio evangelico, per insegnare agli uomini la strada per ritornare a Dio. "Come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,18). Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, portandola nel mondo, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).


Rev. Luca Vona
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Il ricordo di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DEL GIOVEDI SANTO


Colletta

Padre Onnipotente, il cui Figlio diletto, nella notte in cui fu tradito, istituì il sacramento del suo Corpo e del suo Sangue; concedici, per la tua misericordia, di riceverlo con gratitudine, in memoria di lui, che in questi sacri misteri, ci ha dato la promessa della vita eterna. Te lo chiediamo per il tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture:

1 Cor 11,23-26; Lc 23,1-48

Per tanti secoli gli uomini di chiesa si sono affaccendati e spesso scontrati tra loro nel cercare una definizione razionale della presenza del Signore nel mistero eucaristico. La chiesa anglicana, fermamente convinta nella reale presenza del Corpo e del Sangue di Cristo nelle specie consacrate, la riconosce come un "sacro mistero"; espressione utilizzata anche dalle Chiese orientali, che attesta un atteggiamento di timore e devozione verso l'eucaristia, e la volontà di non rinchiuderla in categorie umane.
Il velo del tempio che si squarcia nel momento in cui Gesù restituisce al Padre lo spirito è il segno del compiersi della più alta rivelazione di Dio, come un Dio di amore e compassione. Un Dio che non è più proiezione e ampificazione delle virtù - e a volte dei capricci - dell'uomo, ma il Verbo di Dio incarnato, che non potremmo immaginare a noi più prossimo. Tale rivelazione sconvolge le forze della natura e suscita la conversione del centurione sotto la Croce.
Il velo del Tempio il "Santo dei Santi" che separava l'uomo da Dio è stato dunque squarciato. Di lì a una quarantina d'anni, come profetizzato da Gesù, il Tempio sarà definitivamente distrutto.
Ma il nuovo culto è "in spirto è verità" (Gv 4,24), il nuovo tempio è Cristo stesso: vittima, altare e sacerdote. E il nuovo culto non ci consente di mercanteggiare con la Grazia di Dio, che ci è donata gratuitamente e in abbondanza, ma al tempo stesso richiede una conversione radicale delle nostre vite e un dono altrettanto generoso.
San Bernardo di Chiaravalle ha scritto " Il motivo di amare Dio è Dio stesso; la misura amarlo senza misura".
Noi dobbiamo amare Dio come giusta risposta al suo amore, che Egli ci ha manifestato per primo, donandoci tutto se stesso.
Chiedere a Dio qualcosa di diverso da Dio è un torto che facciamo non solo a lui ma anche a noi stessi.
Nel suo sacrificio Gesù porta Dio fino nel fondo più scuro della sofferenza umana, e in tal modo ci dà la certezza che anche nei nostri momenti peggiori Dio è presente. È questo il senso del fare memoria del suo sacrificio. È questa la rivelazione più alta e inedita, di un Dio forte nella sua debolezza, forte perché vicino all'uomo in ogni situazione, anche la più dolorosa.
Teniamo sempre davanti agli occhi la memoria del suo sacrificio per noi, come ci esorta egli stesso con le parole riportate da San Paolo e ripetute nella liturgia eucaristica: "Fate questo in memoria di me" (1 Cor 11,24-25). Ma chiediamo anche al Signore di ricordarsi di noi quando entrerà nel suo regno, come fece il malfattore pentito sulla croce. "In Verità", risponde Gesù, "oggi tu sarai con me in paradiso" (Lc 23,43).
Questo è il vero senso del mistero della Croce, della Passione e morte del Signore, oltre l’eresia del dolorismo, di una esaltazione della sofferenza fine a se stessa o dell'idea distorta che la sofferenza autoinflitta possa procurarci dei meriti.
La Passione di Cristo è la conclusione di quel movimento discendente di Dio verso l'uomo cominciato con l'Incarnazione a Betlemme e conclusosi sul Calvario, dove Dio decide di condividere la nostra natura fino in fondo, fino alla fine.
Il nostro non è un Dio lontano e impassibile, ma neanche un Dio che semplicemente si china sull'uomo; è un Dio che prende su di sé la stessa natura umana, condividendo la nostra carne, il nostro sangue, la vulnerabilità del nostro corpo, l'esperienza angosciante della morte.
L'altra faccia di questa medaglia è il movimento ascendente che innalza la natura umana verso Dio. La spoliazione, del Logos - che pur " essendo in forma di Dio, non considerò qualcosa a cui aggrapparsi tenacemente l'essere uguale a Dio, ma svuotò se stesso, prendendo la forma di servo, divenendo simile agli uomini" (Fil 2,6) - comporta la parallela divinizzazione (theosis) dell'uomo.
Per questo il Signore non solo ha condiviso la nostra carne e il nostro sangue, ma ci chiede di prendere parte al suo Corpo e al suo Sangue nel Sacramento dell'altare, e dunque alla sua natura divina, intimamente legata alla sua natura umana.
Questo è il dono di Dio! Ricordiamoci di lui e se la nostra attenzione viene menno, chiediamogli di ricordarsi lui di noi.


Rev. Luca Vona
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Che cos'è questo per tanta gente?


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA IV DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Dio Onnipotente, ti supplichiamo, sebbene meritevoli della tua punizione per i nostri peccati, di essere risollevati dal conforto della tua grazia. Per il nostro Signore gesù Cristo. Amen


Letture:

Gal 4,21-31; Gv 6,1-15

C’è una contesa in corso tra il figlio della schiava e il figlio della libera, ci spiega Paolo nella sua lettera ai Galati, con una acuta esegesi del racconto della Genesi sui figli di Abramo. Il figlio della schiava è la Gerusalemme di quaggiù dice Paolo, ma il figlio della libera è la Gerusalemme celeste, che è “libera” e “la madre di tutti noi” (Gal 4,26).
Questa lotta è al tempo stesso, dentro e fuori di noi. Fuori di noi, tra coloro che sono stati rigenerati nella Fede e coloro che operano contro l’affermazione del messaggio evangelico. Dentro di noi, fra la nostra umanità segnata dal peccato, dalla sua fragilità, dai suoi limiti, e la Grazia che ci è stata donata in Cristo, la quale opera incenssantemente, per dare alla luce l’uomo nuovo e realizzare quella “rinascita dall’alto” di cui parla Gesù nel dialogo notturno con Nicodemo (Gv 3,1-21).
La povertà delle nostre risorse e la fallacia dell’essere umano è fin troppo evidente, nelle piccole e grandi sconfitte che subiamo ogni giorno come cristiani che cercano di conformare la propria vita al Vangelo e nella barbarie che dilaga nel mondo. Al punto tale che è costantemente in agguato la tentazione di lasciarsi andare allo sconforto e alla rinuncia nella ricerca della santità cristiana e del bene comune.
Ma noi come credenti siamo chiamati a credere e sperare, oltre ogni speranza, che Colui il quale ci ha dato la promessa della nostra salvezza, sarà capace anche di portarla a compimento; dobbiamo credere che Egli ci sarà fedele, al di là di ogni nostra infedeltà. Dio infatti, sa prendere la nostra povertà e trasformarla in abbondanza.
È questo il senso del miracolo dei pani e dei pesci, che ci propone oggi il Vangelo di Giovanni. Uno dei prodigi più sorprendenti tra quelli compiuti da Gesù, ha come suo scopo un insegnamento teologico profondo, non certo la meraviglia delle folle fine a se stessa. Il Signore, infatti, dopo averlo compiuto, torna a rifugiarsi nella solitudine del monte, per sottrarsi al desiderio del popolo di “prenderlo per farlo re”. Come testimonierà più avanti, Gesù, di fronte a Pilato “Il mio regno non è di questo mondo” (Gv 18,36).
Gesù in realtà fugge sul monte già nelle prime scene di questo racconto evangelico. Poco prima si era dichiarato Figlio di Dio, signore persino del sabato e della legge mosaica. Di fronte ai Gudei che lo accusano di operare di sabato, perché aveva appena guarito un paralitico, Gesù afferma che Mosè ha scritto di lui. Dopo questa dichiarazione così grande, Gesù fugge sul monte, forse per paura di essere ucciso, ma in realtà vi è una polarità continua nel suo ministero, tra il desiderio di manifestarsi nella sua natura divina e un desiderio di nascondimento da quel mondo nel quale è venuta la luce, ma le tenebre non l’hanno accolta (Gv 1).
È sempre il principio della carità ad avere il primato nella vita di Cristo, che ci chiama a imitare il suo esempio. Per questo il riposo del sabato può essere violato, se si tratta di restituire la salute a un malato. E per lo stesso motivo, viste le folle che cercano di seguirlo anche sul monte, Gesù non riesce a restare indifferente e la sua prima preoccupazione è di sfamarle. Ciò che gli apostoli hanno a disposizione è davvero poco, come afferma Filippo, con parole che sembrano velate di ironia: “Duecento denari di pane non basterebbero per loro, perché ognuno possa averne un pezzetto” (Gv 6,7). Andrea, pragmatico, si da da fare, e trova un ragazzo con “cinque pani d’orzo e due piccoli pesci”; ma deve riconoscere sconfortato: “che cos’è questo per tanta gente?” (Gv 6,9).
Ma la bontà di Dio è capace di moltiplicare i nostri miseri talenti, consentendo agli uomini di saziarsi e di tornare a casa addirittura con una riserva più abbondante di ciò che avevano in partenza: “riempirono dodici cesti con i pezzi di quei cinque pani d’orzo avanzati a coloro che avevano mangiato” (Gv 6, 13).
Se dunque il figlio della schiava, ovvero la nostra umanità soggetta al peccato, tenta di prevaricarci, come individui e come comunità, non disperiamo della nostra capacità di reagire; finché non abbia la meglio il figlio della libera, quel seme divino che è stato posto nei nostri cuori. Rallegriamoci, dunque anche se a volte, siamo come una sterile che non partorisce nulla; “perché i figli dell’abbandonata saranno più numerosi di quelli di colei che aveva marito” (Gal 4,27). Noi infatti siamo “i figli della promessa” (Gal 4,28). Preghiamo affinché colui che ha promesso, porti anche a compimento la sua opera in noi. Amen.

Rev. Luca Vona
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Nessuno spazio per posizioni di neutralità



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA III DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen


Letture:

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocare il suo nome per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio, di uno smarrimento nelle tenebre del mondo e di uno stato di profonda solitudine. A volte, in effetti, la sofferenza è capace di prostrare l’uomo al punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera, di un dialogo con Dio, nella forma della supplica, dell’invocazione o fosse anche della protesta.
Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità.
Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio e condividerne la sorte disastrosa. Gesù è infatti l’”uomo forte”, capace di scacciare i demoni con il dito di Dio, di custodire la sua casa e disarmare il nemico antico. Chi non semina con Cristo, chi non sa prendere posizione dinnanzi all’annuncio del Vangelo, disperde la semina di Dio, cammina nelle tenebre e mette a rischio la propria vita.
Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, invitandoci a una più profonda solidarietà umana, chiamando a criterio di discernimento delle relazioni la parola di Dio: “Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21), rispose ai suoi parenti che lo cercavano.
La famiglia, cellula costitutiva così importante della società, è in fondo spesso idolatrata e strumentalizzata, da gruppi politici di diverso colore ma anche in ambito religioso, venendo a costituire di volta in volta, un diritto da rivendicare, una sorta di clan da proteggere, ma rappresentando spesso una semplice appendice dell’individualismo borghese. La civiltà cristiana potrà essere ricostruita non semplicemente ponendo la famiglia come baluardo, ma innanzitutto ponendo come fondamento il messaggio evangelico.
“Beati coloro che odono la parola di Dio e l’osservano” (Lc 11,28). La parola di Dio è dunque il modello da seguire; ma la parola di Dio non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo.
Se Gesù non fosse il Verbo incarnato potremmo trovare in lui un maestro, un guaritore, un riformatore, un rivoluzionario. Ma egli non volle essere nulla di tutto ciò. Fuggì sempre da queste gabbie, frutto dei malintesi che le folle, da un certo punto in poi cominciarono a manifestare. Nel vangelo di Marco chiede spesso alle persone che guarisce dalle malattie e libera dai demoni, di mantenere la cosa segreta. Questo per proteggersi dalle incompresioni riguardo la sua missione e la sua stessa natura.
Gesù può essere un vero modello di vita proprio perché è il Verbo di Dio incarnato, la manifestazione visibile e tangibile dell’Altissimo. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ab-solutus, ci si rede prossimo e conoscibile. Quel Dio di fronte al quale Mosé ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità nel momento in cui si riveste della natura umana di Cristo.
L’esortazione di Paolo a essere imitatori di Cristo, può essere adempiuta considerando l’umanità di Gesù, la sua vita terrena narrata nei vageli, e la sua presenza sacramentale, come una mappa da tenere costantemente sotto il nostro sguardo.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati da Paolo nella Lettera agli Efesini e in altri suoi scritti, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica dello stesso periodo, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi, guidandoci nella piena comprensione delle Scritture, come fece con i due discepoli sulla via di Emmaus (Lc 24,13-35).

Rev. Luca Vona
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