«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Beato chi non si scandalizza di me


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore Gesù Cristo, che nella tua prima venuta ai mandato il tuo messaggero per preparare le via dinnanzi a t; concedi che i tuoi ministri e dispensatori dei tuoi misteri possano allo stesso modo preparare e rendere pronta la via, convertendo i cuori disobbedienti alla saggezza e alla giustizia; affinché nella tua seconda venuta per giudicare il mondo possiamo essere trovati come popolo accettevole alla tua vista; tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Cor 4,1-5; Mt 11,1-10

 All'inizio del quarto capitolo della prima lettera ai Corinti Paolo delinea la natura del ministro di Dio. Lungi dall'essere un 'alter Christus' egli è un subordinato, un amministratore, che dispensa un tesoro non suo. Così anche nella seconda lettera ai Corinti l'Apostolo afferma: "Or noi abbiamo questo tesoro in vasi di terra, affinché l'eccellenza di questa potenza sia di Dio e non da noi" (2 Cor 4,7).
Dinanzi a Dio, o dinanzi a Cristo il capo della Chiesa, la posizione dei ministri è quella di un'assoluta ed umile dipendenza. Dalla grazia di Dio essi ricevono i doni necessari di conoscenza, di parola, di compassione per gli uomini; da lui la vocazione interiore. La Chiesa non può che riconoscere questi doni e questa vocazione ed accogliere con riconoscenza coloro che il Signore le manda.
A Dio appartiene l'opera alla quale i ministri consacrano le forze. Da Dio procede la benedizione che rende efficace il lavoro degli operai. A Dio devono i ministri rendere conto del loro operato. Il ministro è per la chiesa, non la chiesa per il ministro. Il ministro è incaricato di predicare il vangelo, prima che preoccuparsi di questioni secondarie, quali controversie politiche, questioni sociali e scientifiche.
La funzione affidata ai ministri di Dio è quella degli economi nelle grandi case. Essi dispensano i beni del loro padrone, hanno la sopraintendenza e la cura degli altri servi a cui devono distribuire il cibo.
Il tesoro e i misteri che tali sovrintendenti amministrano sono le parole del Vangelo, i disegni occulti di Dio sulla salvezza del mondo, che Egli ha manifestato, per mezzo del suo Figlio e dello Spirito Santo, negli ultimi tempi.
Gli apostoli non devono tener conto né degli apprezzamenti né delle ostilità ricevuti, affidandosi unicamente al giudizio divino che verrà alla fine dei tempi, nel giorno del Signore. Persino la nostra capacità dii consapevolezza verso il peccato è offuscata secondo Paolo; per questo egli afferma "non giudico neppure me stesso. Non sono infatti consapevole di colpa alcuna; non per questo sono però giustificato" (1 Cor 4, 3-4). Non conosciamo i moti più profondi del cuore umano, né quelli altrui e nemmeno i nostri. Per questo ci è richiesta una fede assoluta nella grazia di Dio e nel potere santificante del suo Spirito. Ogni morale che non tenga conto di questo, soffermandosi unicamente sulle azioni esteriori, seppur buone, scade nel moralismo. Tuttavia ciò non ci esime dal coltivare un grande senso di responsabilità nel mettere in pratica l'insegnamento evangelico; e a questo sono chiamati tanto i ministri di Dio, che si consacrano in modo speciale a questo ufficio, quanto coloro che essi ammaestrano. Sebbene gli amministratori saranno giudicati in proporzione della responsabilità che gli è stata affidata, nessuno può trovare un alibi della propria freddezza o tiepidezza nei confronti del Vangelo, delegando ai consacrati il compito di adempiere i suoi precetti.
Al capitolo undicesimo del vangelo di Matteo Gesù applica a se stesso un passo del libro di Isaia (61,1) mandando a dire a Giovanni il Battista che l'evangelo è annunziato ai poveri (Mt 11,5); laddove dobbiamo intendere non solo coloro che dispongono di scarsi mezzi materiali, ma ogni uomo con un cuore umile e un orecchio capace di mettersi in ascolto, oltre il fracasso, le seduzioni e le illusioni mondane. I poveri erano anche coloro che fino a quel momento i farisei e i grandi dottori della Legge avevano trascurato nella propria predicazione. La parola di Dio risuona per ogni uomo, anche coloro che la società non prende in considerazione e "beato chi non si scandalizza di me" afferma Gesù. Beato, cioè, chi non rigetta il suo messaggio, chi non rifugge dal sacrificio di sé che la dottrina evangelica richiede. Quantunque Gesù abbia espresso quest'idea sotto la forma d'una beatitudine, pure, in sostanza, essa è un avvertimento solenne per quelli che mettono in dubbio il suo carattere messianico, magari per l'umile condizione in cui egli è apparso sulla terra.
Ci aiuti allora, il Signore, a preparare la sua via in questo tempo di Avvento, per convertirci e conformarci a lui.

Rev. Luca Vona

Le mie parole non passeranno


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI AVVENTO

Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Signore santo, che hai ispirato tutte le Scritture affinché fossero scritte per la nostra edificazione; concedici di ascoltarle, leggerle, memorizzarle, apprenderle e interiorizzarle, affinché mediante il conforto e la pazienza donati dalla tua santa Parola, possiamo abbracciare e mantenere la beata speranza della vita eterna, che ci hai donato nel nostro Salvatore Gesù Cristo. Amen.

Letture:

Rm 15,4-13; Lc 21,25-33


Nell'attesa del ritorno di Cristo, questo è il tempo della speranza, da coltivare mediante la meditazione delle Scritture, alla quale ci esorta anche la Colletta del giorno.
Quando parliamo delle Scritture intendiamo la totalità dell'Antico e del Nuovo testamento. Gesù ammonisce nel Vangelo di Matteo: "finché non siano passati il cielo e la terra, neppure un iota o un apice della legge passerà senza che tutto sia adempiuto" (Mt 5,18). Paolo richiama diversi passi dell'Antico testamento, mostrandone il valore ancora attuale; questi passi, probabilmente, erano stati utilizzati più volte dall'Apostolo nella sua predicazione, per convincere e confortare.
La Scrittura, però, è soltanto il mezzo di cui Dio si serve, per soccorrerci e fortificarci nel momento di tribolazione che caratterizza gli ultimi tempi. Paolo innalza la propria mente e il proprio cuore a Colui che può riempire i cuori di pazienza e realizzare la comunione fraterna nella chiesa.
La meta ultima della storia è infatti la lode unanime del Padre, in comunione col Figlio, nello Spirito Santo. Questa comune aspirazione alla lode e gloria di Dio deve crescere negli utimi tempi, affinché tutti i cuori siano un medesimo cuore e tutte le voci compongano un'armonia simile a quella di molti strumenti, ciascono diverso nel suo timbro, ma tutti accordati nell'azione comune.
Questo ideale va realizzato non solo nella preghiera; Dio infatti, avendo accolto a sè i peccatori, senza distinzione di Giudei e di pagani, di ricchi, e di poveri, d'ignoranti, e di dotti; di onorati o di sprezzati dal mondo, deve essere glorificato da tutti, anche con le opere. Come Cristo ha accolto noi per la gloria del Padre, noi dobbiamo accogliere i nostri fratelli, e ogni uomo, in tutte le relazioni della nostra vita, superando le offese, le antipatie, il divario di opinioni.
Dobbiamo abituarci a una convivenza pacifica nella Chiesa di Cristo dei deboli e dei forti nella fede, di credenti che differiscono su cose secondarie. Essa è una realtà inevitabile giacchè non si può pretendere lo stesso grado di conoscenza e di esperienza cristiana nei fanciulli e negli uomini fatti. Certo, l'ideale cui tutti devono tendere è l'arrivare all'unità della fede e della piena conoscenza del Figlio di Dio, all'altezza della statura perfetta di Cristo (Ef 4,13); ma a questo ideale non si giunge d'un tratto nè per imposizione d'autorità, bensì gradatamente e lentamente. Intanto il bambino e il giovane hanno il loro posto legittimo nella famiglia, al pari dell'uomo maturo e dell'anziano.
In Cristo si realizzano non solo le promesse fatte ai padri e dunque al popolo ebraico, come ricordato dai cantici di Maria (Lc 1,54-55) di Zaccaria (Lc 1,70) e di Simeone (Lc 2,29-32) che salutarono la nascita del Messia promesso.
Consacriamo il nostro intero essere a Dio per compiere la sua volontà nelle varie sfere dove siamo chiamati a vivere una vita di pietà, di giustizia di pace e d'amore, irradiata dalla speranza della gloria.
La promessa della salvezza, il dono della grazia e della santificazione sono ora offerte anche ai pagani e, dunque, a ogni uomo. Nella fede in Cristo ciascuno può trovare la pienezza della gioia e della pace, ovvero la capacità di colivare relazioni interprsonali virtuose; così le parole di Paolo: vi riempia d'ogni allegrezza e pace nel vostro credere. E l'Apostolo aggiunge: mediante la potenza dello Spirito Santo; non il semplice sforzo umano, ma la potenza dello Spirito di Dio può alimentare nel cristiano la fiamma della speranza, sicchè nessuna tempesta valga a spegnerla o a diminuirla.
Cristo viene sulle nubi, ovvero la sua manifestazione vittoriosa si realizza per mezzo dello Spirito, consolidando il regno del Vangelo sulla terra, e favorendo la sua propagazione fra tutti i popoli mediante l'opera dei suoi inviati.
Ma guai a quella chiesa in cui l'individuo è sommerso, in cui l'istituzione soffoca l'individuo nella conoscenza di Dio, nell'amore di Cristo, nella potenza dello Spirito. La comunità può essere forte là dove le coscienze individuali possono esprimersi e respirare nella ricerca della propria illuminazione, dove le anime conoscono personalmente Dio in Cristo, dove ogni singola volontà è pronta, se chiamata da Dio, a sostenere la verità conosciuta, anche contro la società religiosa, spinta non da un vanitoso spirito di contradizione, ma dal senso profondo di responsabilità personale verso il suo Signore, e rispettosa delle convinizioni altrui
Il Vanglo di Luca e il passo paralleo di Matteo 24,29-35 ci avvertono che questa manifestazione di gloria sarà preceduta da uno sconvolgimento del sole, delle stelle, del mare, della terra e dei popoli. Molti uomini verranno meno per la paura. Questi eventi caratterizzano la nostra esistenza umana da sempre e non devono stupirci. Il mondo è sconvolto dalle potenze del male e del peccato, dall'egoismo, dall'oppressione, dalla violenza. Ma il credente sa vedere nel fico i germogli della grazia, il germoglio di Iesse, riconoscendo l'approssimarsi dell'estate e la prossimità del Regno di Dio.
Ancora una volta, nelle parole di Gesù troviamo il richiamo ad affidarci alla parola di Dio, ad aggrapparci ad essa come ancora di salvezza nelle acque turbinose dell'esistenza umana e negli sconvolgimenti che la caratterizzano. Questa la sua promessa, che alimenta la speranza del cristiano: i cieli e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno (Lc 21,33).

Rev. Luca Vona


Rivestitevi del Signore Gesù


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DI AVVENTO


Colletta

Dio Onnipotente, donaci la grazia di allontanare da noi le opere delle tenebre e rivestirci dell’armatura della luce, ora nel tempo di questa vita mortale, in cui il tuo figlio Gesù Cristo è venuto a visitarci in grande umiltà; affinché nell’ultimo giorno, quando ritornerà nella sua gloriosa maestà, per giudicare i vivi e i morti, possiamo risorgere alla vita immortale, per lui che vive e regna, con te e con lo Spirito santo, nei secoli dei secoli. Amen

Letture:

Rm 13,8-14; Mt 21,1-11


L'amore è un debito che abbiamo verso il prossimo perché tutti gli uomini sono creature di Dio, decadute, ma suscettibili di essere salvate.
È ora di svegliarvi dal sonno, esorta l'Apostolo. Il tempo di Avvento è il momento liturgico che ci richiama a un profondo risveglio spirituale. Perché l'attesa del Salvatore, e l'incarnazione del Verbo rappresentano uno spartiacque fondamentale nella storia dell'umanità: Cristo è il sole che sorge, nelle tenebre che avvolgono il mondo e la nostra storia individuale.
Questo nostro risveglio deve essere caratterizzato anche da un radicale cambio d'abiti: svestiti delle opere delle tenebre, dobbiamo indossare le armi della luce, il che significa che siamo chiamati a ingaggiare una battaglia, contro tutto ciò che è contrario al comandamento dell'amore, che come ricorda Paolo, sulla scorta della predicazione di Gesù, riassume tutto il Decalogo. Chi ama, non attenta nè all'onore, nè alla vita, nè alla reputazione, nè alla proprietà altrui, nè si mostra invidioso di quel che Dio ha dato al suo simile.
"Camminiamo onestamente come di giorno": il giorno diviene qui simbolo delle opere buone, ispirate e guidate dallo Spirito, nella fede; mentre la notte è simbolo del nascondimento, in cui si opera il male.
Il modello da seguire è la condotta di Cristo, come esemplificata dal Vangelo: "rivestitevi del Signore Gesù". Ancora una volta torna il tema dell'indossare un abito nuovo.
Ma a fugare le tenebre del peccato in maniera definitiva sarà la luce stessa di Cristo, che egli ci dona in misura della nostra Fede.
La prosepttiva del credente non è ignota e non sono nemmeno i terrori del Giudizio, bensì la scomparsa definitiva della sofferenza, della morte, della disperazione.
Non aspettiamoci però una venuta di Cristo nelle nostre vite espressa in maniera spettacolare: egli nasce in un umile luogo e presenta la propria regalità a dorso di un mulo. Tanta è la sua umiltà. Ma questo ci dimostra anche che la luce della Grazia si irradia e agisce lì dove siamo e con gli strumenti che abbiamo, nella nostra quotidianità.
Gli eventi della Passione dimostrano che pochi seppero comprendere a fondo questa verità. Tanti accolgono festosi l'ingresso di Gesù a Gerusalemme, proclamandolo Salvatore e Messia di Israele. Ma egli resterà quasi completamente solo nel momento del suo sacrificio più alto.
Vi è un intimo legame fra l'Avvento e il Natale da un lato e la Passione e la Resurrezione dall'altro. L'Avvento e la Passione prefegurano l'alba di un giorno nuovo, che inizia con l'Incarnazione del Verbo e si compie in pienezza nella gloriosa Resurrezione.
Che il Signore ci aiuti a prepararci alla sua venuta, affinché nell'ultimo giorno possiamo risorgere alla vita immortale. Amen.

Rev. Luca Vona


Susciterò a Davide un Germoglio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA PRECEDENTE L’AVVENTO

Colletta

Suscita, ti supplichiamo Signore, la volontà dei tuoi fedeli, affinché essi portando avanti in pienezza i frutti delle opere buone, possano essere da te ricompensati in pienezza. Per Cristo nostro Signore. Amen

Letture:

Gr 23,5-8; Mt 9,18-26


"I giorni vengono" (Gr 23,5), non "i giorni verranno": si tratta di una realtà già in atto nel tempo in cui Geremia profetizza, e di una realtà che si compie, ma in un certo senso è ancora in divenire oggi. Con l'Avvento di Cristo, e con la sua morte e resurrezione, la salvessa giunge a compimento, estendendosi oltre i confini di Israele, ma i frutti di questo "Germoglio giusto", si dispiegheranno nella storia fino al suo ritorno glorioso.
Se ai tempi del profeta Geremia la salvezza indicava la liberazione di Israele dall'Egitto e la costruzione del Tempio di Salomone, nella prospettiva neotestamentaria questo eventoo della storia di Israele diviene prefigurazione della liberazione dal peccato e dalle sue conseguenze, aperta ora a tutti i popoli. Il tempio che Cristo viene a costruire è egli stesso: "Distruggete questo tempio, e in tre giorni lo farò risorgere!" (Gv 2,19) e  "l'ora viene che né su questo monte, né a Gerusalemme adorerete il Padre".
Il tempio che Gesù viene a costruire è la sua Chiesa, non come istituzione,  ma come Corpo mistico in cui lo Spirito vivifica ogni membra e restaura in noi l'uomo in comunione con Dio.
Ecco perchè questo re, discendenza di Davide, sarà chiamato "L'ETERNO NOSTRA GIUSTIZIA". Il tempio che ricostruisce è l'uomo, giustificandolo dal peccato e rendendolo capace di ricevere lo Spirito santificante.
L'unica condizione richiesta per accedere a questo è la fede. E il Vangelo ci offre grandi esempi di fede. Quello del capo della Sinagoga è davvero tra i più forti, perché quest'uomo crede l'incredibile: che Gesù possa esercitare la propria potenza anche sulla morte, risuscitando la figlia appena defunta: "vieni, metti la mano su di lei, ed ella vivrà" (Mt 9,18).
Mentre Gesù si reca a casa del capo della Sinagoga il Vangelo inserisce un racconto nel racconto, una specie di "cameo" che offre un'altro esempio di fede. Una donna, è affetta da dodici anni da una emorragia e pensa di potere ritrovaare la propria salute mediante Gesù. Non osa chiedergli nulla, ma tocca il uo mantello, simbolo di protezione e le cui frange rappresentavano anche i comandamenti della legge. Cristo è il Salvatore e il Santo nel quale la legge e portata a compimento e perfezione. La donna esprime con il proprio gesto una piena fiducia in questo. Ma non è l'atto di toccare il mantello in sé che la guarisce, ma la sua fede, come attestato dalle parole di Gesù: "Fatti animo, figliola; la tua fede ti ha salvata" (Mt 9,22).
Gesù giunge dunque a casa del capo della Sinagoga e qui trova, come era tradizione al tempo, diverse persone che intonano lamenti, accompagnati da strumenti musicali. Forse anche infastidito da una maniera scomposta e di solito a pagamento di celebrare il cordoglio del defunto, ordina a tutti di ritirarsi, dicendo che la fanciulla non è morta ma dorme. In tal modo si attira le derisioni dei presenti, che non comprendono che dal punto di vista di Dio, anche ciò che ci spaventa al di sopra di ogni altra cosa, la morte, appunto, è visto in modo diverso, non è che un sonno transitorio, una realtà a lui soggetta. Ed è così che Gesù "prese la fancillua per la mano ed ella si alzò" (Mt 9,26). La parola ebraica qui usata e tradotta con il verbo "alzarsi" è la stessa impiegata per indicare la resurrezione di Cristo. Che egli ci prenda per mano, soccorrendo la nostra impotenza, anche laddove la fede vacilla, e realizzando ciò che ci sembra impossibile e condicendoci nella terra promessa fin dai tempi antichi. Amen.

Rev. Luca Vona



Partecipare alla sorte dei santi nella luce


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

O Dio, ti supplichiamo, assolvi il tuo popolo dalle sue offese; affinché attraverso la tua abbondante misericordia possiamo essere liberati dai lacci dei peccati commessi per nostra fragilità. Concendici questo, Padre celeste, per la grazia di Gesù Cristo, nostro Signore benedetto e Salvatore. Amen

Letture:

Col 1,3-12; Gv 6,5-14


Le due letture di oggi, in particolare il primo capitolo della  lettera di Paolo ai Colossesi, ci invitano a riflettere sulla natura della preghiera cristiana.
La parola greca utilizzata dall'Apostolo per indicare la preghiera è un composto di "supplica" e "desiderio". La preghiera è un desiderio rivolto a Dio. La preghiera di Paolo è perseverante ("prego continuamente"), ha un oggetto determinato ("per voi") ed è pervasa dalla riconoscenza ("Noi rediamo grazie"). L'apostolo potrebbe qui riferirsi anche alla preghiera liturgica, all'eucaristia, che appunto significa “ringraziamento” ed rappresenta il rendimento di grazie per eccellenza.
Il motivo della preghiera di Paolo è costituito dalla fede, dall'amore e dalla speranza dei Colossesi, di cui gli è giunta notizia ("abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e del vostro amore per tutti i santi, a motivo della speranza che è riposta per voi nei cieli" Col 1,4-5 dove il plurale indica probabilmente il ministero di Timoteo accanto a quello di Paolo, o la più estesa comunità alla quale Paolo aveva predicato l'Evangelo).
L'amore dei Colossessi, va sottolineato, è non semplicemente verso i santi ma verso tutti i santi, ovvero verso tutti i fratelli nella fede, senza distinzioni di appartenenza culturale, etnica, ecc. al di là di ogni possibile pregiudizio personale.
La speranza dei Colossesi non è vaga ma riposta in un tesoro custodito al sicuro nei cieli ("Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine guastano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano" ammonisce Gesù in Mt 6,19-20; parole che fanno anche parte della raccolta di sentenze bibliche che accompagna la presentazione delle offerte all'altare durante la liturgia metodista e anglicana).
Nulla alimenta la fede e al contempo ne dimostra la solidità più di una preghiera perseverante, fino a farsi "importuna" (si veda il racconto della guarigione della donna sirofenice in Mt 15,21-28). Non sappiamo quando la nostra preghiera verrà esaudita e nemmeno come, perché la nostra preghiera potrebbe essere il frutto di uno slancio sentimentale oppure potrebbe manifestare desideri contrari a un bene più alto per noi e per la maggior gloria di Dio. Se la preghiera esaudisse automaticamente qualsiasi capriccio del nostro cuore sarebbe un atto magico e non espressione della fede.
Le preghiere che attraversano tutta la scrittura, dall'antico al nuovo testamento, contengono un rendimento di grazie; anche i salmi di supplica e quelli cosiddetti imprecatori si concludono con un rendimento di grazie. Gesù rende continuamente grazie al Padre, anche prima di compiere i suoi miracoli. Un figlio dimentico dei benefici ricevuti dal Padre, come un amico dimentico dei doni già ricevuti in passato dall'amico, non è degno di essere esaudito. Il Signore ci ha donato innanzitutto la salvezza, con il suo Sangue, ricordiamocelo in ogni preghiera e quando ci rivolgiamo al Padre ringraziamolo innanzitutto per averci donato il suo figlio; quando ci rivolgiamo al Figlio ringraziamolo per averci donato tutto se stesso e quando ci rivolgiamo allo Spirito Santo, ringraziamolo per gli innumerevoli doni effusi nella chiesa, corpo mistico di Cristo. Solo allora, osiamo chiedere qualcosa, con fede e con viva speranza nel tesoro che già ci è stato preparato in cielo. Il nostro destino, infatti, è di partecipare "alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12), ovvero alla contemplazione del suo mistero. Dio è luce e, come dice il salmista, "alla sua luce vediamo la luce" (Sal 36,9). E per questo Paolo prega affinché i Colossesi siano ripieni nella conoscenza della volontà di Dio, "in ogni sapienza e conoscenza spirituale". La chiave per crescere nella conoscenza del mistero di Dio è il compimento della sua volontà e la via d'accesso alla comprensione della sua volontà è la lettura, meditazione e operosa applicazione dell'Evangelo.
Ma torniamo alla preghiera e all'atteggiamento con cui dobbiamo coltivarla. Quel di cui dobbiamo essere innanzitutto certi, e ci è mostrato dal racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è che il Signore parte dalla nostra povertà, una miseria totalmente incapace di far fronte alle esigenze delle moltitudini, e da quella, non senza il nostro intervento ("li distribuì ai discepoli e i discepoli alla gente seduta", Gv 6,11), ci consente di sfamare ogni necessità. Ed egli ci nutre in abbondanza, a tal punto che sarà necessario raccogliere i pezzi di pane e i pesci avanzati. Il Signore ci vuole sazi, pienamente soddisfatti. Quindi se preghiamo e non otteniamo è perché preghiamo male e chiediamo male. Chiediamo le cose sbagliate. Chiediamo troppo poco. Non ci mettiamo il nostro. Il signore fa un grande miracolo, ma sceglie di non creare i pani e i pesci dal nulla, chiede ai discepoli di prendere l'iniziativa, mette alla prova la loro fede. L'erba verde descritta da Giovanni, su cui Gesù fa sedere le moltitudini che consumano questo pasto è una immagine pasquale, che richiama da un lato il tempo in cui si svolse la scena, quello, appunto, della pasqua ebraica (come specifica esplicitamente Gv 6,4), intorno a marzo, all'inizio della primavera, dall'altro richiama la pasqua celeste, che i credenti consumeranno nell'eternità con il Risorto.
È, questo, dunque, il nostro destino ultimo: la piena soddisfazione di ciò che la nostra natura umana più profondamente brama, ovvero la ritrovata comunione con Dio, nella sua pienezza.


Rev. Luca Vona


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