Il buon pastore


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di ascoltarci nella tua misericordia; tu che ci hai donato un ardente desiderio di pregare, concedici che attraverso il tuo aiuto, possiamo essere difesi e confortati in ogni pericolo e avversità; per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 5,5-11; Lc 15,1-10

La parabola della pecora smarrita è una delle più note e amate delle parabole evangeliche, e ha goduto anche di splendide rappresentazioni artistiche. L’iconografia del buon pastore o, più precisamente del “bel” pastore (il termine greco è, infatti, kalòs), apparteneva anche al mondo greco e romano, prima dell’avvento del cristianesimo, ed era considerata di buon auspicio per i defunti. È proprio l’evangelista Luca ad aggiungere al racconto il dettaglio del pastore che pone la pecora ritrovata sulle spalle, mentre Matteo, nel passo parallelo del suo Vangelo, parla semplicemente della pecora ritrovata.
L’immagine di Dio come pastore di Isralele, che mostra il proprio amore per la pecora perduta è però ben presente nella religiosità ebraica, e in particolare nella letteratura profetica. Così in Ezechiele leggiamo: “Poiché così dice il Signore, l'Eterno: «Ecco, io stesso andrò in cerca delle mie pecore e ne avrò cura. Come un pastore ha cura del suo gregge quando si trova in mezzo alle sue pecore disperse, così io avrò cura delle mie pecore e le strapperò da tutti i luoghi dove sono state disperse in un giorno di nuvole e di dense tenebre». E poi vi è il ben noto salmo 23, utilizzato tradizionalmente anche nell’ambito del rito delle esequie: “L’Eterno è il mio pastore…”.
L’episodio da cui prende spunto la parabola di oggi sembra ricollegarla in qualche modo alla parabola del gran convito, che troviamo nel capitolo precedente dello stesso vangelo di Luca e che viene letta nella liturgia della seconda domenica dopo la Trinità. Lì infatti, assistevamo al rifiuto, da parte dei “giusti”, di prendere parte alla gran cena organizzata da un uomo; ciascuno di essi aveva una scusa per rifiutare, cosicché chi ha organizzato la festa comanda ai suoi servi di andare agli incroci delle strade e invitare ciechi, storpi zoppi e, alla fine, essendoci ancora posto di costringere a partecipare al convito chiunque incontreranno. Come non vedere in questi ciechi, storpi e zoppi quegli stessi peccatori che nel racconto evangelico di oggi ascoltano ammirati la predicazione di Gesù? Coloro che faticano a camminare, coloro che si smarriscono per strada, coloro che portano su di sé i segni delle proprie cadute.
È proprio verso costoro che Dio mostra la propria sollecitudine, rompendo ogni logica umana. Laddove l’osservanza della legge religiosa diviene uno steccato in cui trincerarsi e autocompiacersi, il Signore pone la legge al servizio dell’uomo, ponendo come principio l’attenzione amorevole per chi è lontano. Ecco allora che Gesù non solo si mostra amichevole con i pecaotri, ma addirittura mangia con essi. Nel mondo ebraico la condivisione del pasto implicava una piena comunione con i commensali; per tale ragione non era consentito sedersi a tavola con i pagani. Il modo di agire e di pensare di Gesù suscitò incompresione e ostilità al suo tempo, ma destabilizza ancora oggi molti benpensanti. Anche il protagonista della parabola si comporta in modo paradossale, sfidando la comune logiac umana: chi lascerebbe novantanove pecore per andare a cercarne una sola che si è smarrita, senza la certezza di ritrovarla, e con il rischio di perdere l’intero gregge?
Dio non ragiona con mentalità economica, semplicemente in termini di costi e benefici. Il suo amore per noi è amore non solo per l’umanità nel suo insieme, ma per la nostra ijndividualità. Per questo si fa carico di venirci a cercare, se anche fossimo gli unici dispersi del suo gregge.
Egli non ci abbandona e non sta neanche nell’ovile ad aspettare il nostro ritorno per bastonarci, ma ci viene incontro, si affatica per cercarci e quando ci ha trovati aggiunge fatica a fatica caricandoci sulle spalle. E ci chiede la stessa sollecitudine verso il fratello più debole, nella consapevolezza che tutti siamo preziosi ai suoi occhi e che egli è venuto perché nulla vada disperso.
Umiliamoci, dunque, sotto la potente mano di Dio, come ci ammonisce l’apostolo Pietro; perché se ci lasciamo trovare, la sua mano ci raggiunge, non per castigarci, ma è una mano tesa, che ci offre il suo soccorso e il suo conforto, in ogni pericolo e avversità.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart



Corde di preghiera fatte a mano

Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
Venerabile Arcidiacono per l'Italia - Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore
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Se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore


 COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che non manchi mai di aiutare e governare coloro che conduci nel tuo timore e nel tuo amore; mantienici, ti supplichiamo, sotto la protezione della tua buona provvidenza, affinché abbiamo un timore e un amore perpetuo del tuo santo Nome. Per Cristo nostro Signore.

Letture:

1 Gv 3,13; Lc 14,16

“Non vi meravigliate se il mondo vi odia” afferma l’evangelista Giovanni, riprendendo le parole di Gesù: “Se il mondo vi odia, sappiate che ha odiato me prima di voi”. L’odio del mondo si manifesta innanzitutto con il rifiuto dellla luce da parte delle tenebre: “la luce risplende nelle tenebre e le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5).
Del rifiuto da parte del mondo nei confronti della luce, cioè di Cristo, ci parla il vangelo di oggi, con la parabola del gran convito. Gesù offre questa narrazione in risposta a ciò che esclama un uomo che lo stava ascoltando predicare: “Beato chi mangerà del pane nel regno di Dio”. Questa beatitudine, ci insegna il Signore, non è compresa da molti. Dio ci invita gratuitamente al suo banchetto, ma l’ossessione per il possesso, il commercio, l’attaccamento alle cose e alle persone ci portano ad accampare mille scuse per rifiutare l’invito alla comunione con lui. Così i protagonisti di questa parabola evangelica: il primo ha appena comprato un podere e deve andare a vederlo; il secondo ha comprato dei buoi e vuole provarlo, il terzo pensa alla moglie. Ma come ci ammonisce Gesù nel versetto 26 di questo stesso capitolo del Vangelo leggiamo: “Se uno viene a me e non odia suo padre, sua madre, la moglie, i figli, i fratelli, le sorelle e perfino la propria vita, non può essere mio discepolo”, mentre nel vangelo di Matteo, sempre Gesù afferma: “Chi ama padre o madre più di me, non è degno di me; e chi ama figlio o figlia più di me, non è degno di me” (Mt 10,37).  
Certo Dio, che ci ha comandato nella legge mosaica di amare il padre e a madre (e, implicitamente, i nostri parenti) non ci chiede di coltivare odio verso di essi. Ma qui Gesù mette radicalmente in discussione l’antica Legge per portarla a compimento: le relazioni umane devono essere organizzate sotto il principio ordinatore dell’amore di Dio.
Le due letture di oggi ci ricordano i due grandi comandamenti per il cristiano: l’amore del prossimo, soprattutto del fratello nel bisogno, e l’amore di Dio, al di sopra di ogni altra cosa. E la parabola del gran convito ci ricorda la dimensione comunitaria e liturgica dell’essere cristiani: la partecipazione al culto domenicale non è un qualcosa di accessorio nella vita del credente. Molti cristiani si accontentano di essere nella lista degli invitati, altri non vogliono manco essere nella lista, e pensano di poter coltivare un rapporto individualistico con Cristo. Gli affari, gli impegni familiari, sono le scuse più frequenti che troviamo per non santificare il giorno del Signore. Eppure, egli ci invita a una festa, mentre taluni si comportano come se fossero stati chiamati a partecipare a un funerale. Persino nei matrimoni, nei battesimi, la liturgia è consierata da molti più un contorno poco appetibile che il piatto forte. E a costoro Gesù dice: “nessuno di quegli uomini gusterà la mia cena” (Lc 14,24).
Se la parabola di Gesù era rivolta suprattutto a Israele, che aveva rifiutato il suo messaggio, rivolto così ai pagani e a tutti i popoli lontani, oggi questa indifferenza colpevole la riscontriamo tra gli stessi cristiani, specialmente nei paesi dove la prima evangelizzazione risale a un’epoca più remota.
Siamo noi, oggi, a considerarci, spesso, membri di un popolo eletto, per una appartenenza cristiana puramente nominalistica. Siamo noi, spesso, a considerarci una casta di salvati, dimenticando che Dio è pronto, in ogni momento, a rivolgere il suo invito alla festa a chi è lontano, a chi è dimenticato, a popoli considerati del secondo, terzo o quarto mondo; che si mostrano pronti, però, ad accogliere con entusiasmo il Vangelo. Ci esorta il salmista: “Oggi, se udite la sua voce, non indurite il vostro cuore” (Sal 95,8).
È questo il senso della chiesa cattolica, cioè universale; la chiamata del Signore giunge fino agli estremi confini del mondo, per far sedere alla sua tavola coloro che mai penseremmo di potervi trovare.
Non dimentichiamo che Dio può far nascere figli di Abramo, cioè della fede, anche dalle pietre (Lc 3,8). Non dimentichiamo che molti sono i chiamati, ma pochi gli eletti (Mt 22,14).


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart



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L'amore fraterno, principio della comunione con Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'

Colletta

O Dio, che sei la forza di tutti coloro che ripongono la loro fiducia in te; accetta misericordioso le nostre preghiere; e poiché per la debolezza della nostra natura umana, non possimao compiere nessuna cosa buona senza di te, concedici l’aiuto della tua grazia, affinché conservando i tuoi comandamenti, possiamo compiacerti con i nostri desideri e la nostra volontà. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Gv 4,7-21; Lc 16,19-31

“Chiunque ama è nato da Dio e conosce Dio” (1 Gv 4,7) afferma l’apostolo Giovanni. L’amore ci fa rinascere da Dio, ripristina la nostra immagine e somiglianza con lui; ci rende possibile di conoscerlo, non con l’intelletto, ma per esperienza diretta della sua stessa natura.
A volte pensiamo che Dio sia una equazione da risolvere; per lungo tempo, in passato, si è intavolata una affascinante discussione circa le “prove” sull’esistenza di Dio. Ma anche quando saremo riusciti a dimostrare la sua esistenza, a cosa ci gioverà se non ne comprendiamo l’essenza e non condividiamo la comunione con la sua natura divina?
Dio non è una conclusione, una costruzione della nostra mente. Nessuno lo ha mai visto (1 Gv 4,12) ma l’unigenito Figio che è nel seno del Padre, è colui che l’ha fatto conoscere (Gv 1,18). È Cristo il libro aperto, la parola vivente che ci parla di Dio, con tutta la sua vita. “Mosè […] ha scritto di me” (Gv 5,46) afferma Gesù, e questa fu la fede degli apostoli: “Abbiamo trovato colui del quale hanno scritto Mosè nella legge e i profeti” (Gv 1,45). In questo senso, l’esperienza di Dio non è nemmeno ricerca del miracoloso a tutti i costi. Taluni sono portati a credere che la fede debba scaturire dall’irrompere di fenomeni mistici straordinari nelle nostre vite. Ma l’ammonizione di Abramo al ricco, finito nel luogo che rappresenta la perdita eterna di Dio è chiara: “Se non ascoltano Mosè e i profeti, non crederanno neppure se uno resuscitasse dai morti” (Lc 16,31). Anche il Risorto, sulla via di Emmaus, rimprovera ai discepoli di essere insensati e tardi di cuore a credere a tutte le cose che i profeti hanno detto (Lc 24,25).
L’ascolto delle Scritture è dunque il primo passo per conoscere Dio e riconoscere Gesù come il Signore. Ma non sono sufficienti l’ascolto e la professione di fede fatta con le labbra. Giovanni ci dice che chiunque confessa che Gesù è il Figio di Dio, Dio dimora in lui ed egli in Dio (1 Gv 4,15). Confessare è qualcosa di più che credere o professare. Significa riflettere con le nostte azioni, testimoniare con la vita, ciò in cui crediamo. Chissà quante volte il ricco alle cui porte stava Lazzaro aveva ascoltato le Scritture. Eppure la sua coscienza non fun scalfita dai numerosi richiami a soccorrere il povero che si trovano nella legge mosaica, nei salmi e nei libri profetici.
La carità fraterna è ciò che fa realmente la differenza. Giovanni è molto chiaro nel dire che risiede proprio in essa ciò che realizza la comunione con Dio: “chi dimora nell’amore dimora in Dio e Dio in lui” (1 Gv 4,16). Senza la fede in Cristo, che diventa sequela di Cristo è inutile illuderci di possedere la comunione con Dio, quasi come un automatismo della partecipazione ai sacramenti. Scrive Paolo nella prima lettera ai Corinzi: “chiunque mangia di questo pane o beve del calice indegnamente sarà colpevole del corpo e del sangue del Signore […] poiché chi ne mangia e beve indegnamente mangia e beve un giudizio contro se stesso, non discernendo il corpo del Signore” (1 Cor 11,27.29). Ora, il corpo mistico del Signore è la sua Chiesa, e chi trascura il fratello nel bisogno trascura le membra stesse del corpo del Signore.
Nel racconto del povero Lazzaro vediamo che i cani randagi hanno più pietà di lui del ricco, il quale banchetta senza nemmeno accorgersi della sua presenza. Ma l’abisso di indifferenza che quest’uomo crea nel proprio cuore nel corso della sua vita terrena, sarà lo stesso che lo separerà dalla sorte beata di Lazzaro nella vita ultraterrena: “tra noi e voi è posto un grande baratro” (Lc 16,26). Se il racconto evangelico descrive gli angeli che vanno a prendere l’anima del povero, conducendolo dal padre di tutti i credenti, Abramo, non è descritto un intervento attivo di Dio o dei suoi angeli nel momento in cui il ricco sprofonda nell’Ade. Sono le sue stesse azioni e omissini che lo hanno accompagnato in quel luogo di arsura e di tormento.
Il salmo 49 paragona “l’uomo che vive nell’onore senza avere intendimento” alle bestie che si avviano, ignare, al macello (Sal 49,12.14.20). l’avidità, l’indifferenza, scavano un abisso nel cuore dell’uomo. Al contrario, l’amore fraterno dilata il cuore e lo riempie dello spirito di Dio. E l’amore caccia anche via la paura (1 Gv 4,18): paura del gudizio di Dio, paura della morte, paura delle nostre cadute. Il discepolo di Gesù, infatti, ama non per accumulare meriti, né per paura del castigo; il suo non è l’amore del servo per il padrone, né quello del mercenario per colui che lo ha ingaggiato. È la risposta all’amore che Dio ci ha donato per primo (1 Gv 4,19). Ed è il tratto distintivo del vero dal falso discepolo: “da questo conosceranno tutti che siete miei discepoli, se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35). L’autorità e la credibilità nella Chiesa risiedono nella fede in Cristo, e questa è espressa dal principio della carità fraterna.


Rev. Luca Vona
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Il vento soffia dove vuole



COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DELLA TRINITA'


Colletta

Dio onnipotente ed eterno, che hai donato a noi, tuoi servi, la grazia di riconoscere, mediante la confessione della vera fede, la gloria dell’eterna Trinità; e di adorare la sua Unità nel potere della Maestà Divina; ti supplichiamo di custodirci in questa fede e di difenderci da ogni avversità; tu che vivi e regni, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.

Letture:

Ap 4,1-11; Gv 3,1-15

Nella conversazione notturna con l’amico Nicodemo Gesù ci lascia un insegnamento sul suo modo di interndere l’impegno religioso, lontano dalla semplice appartenenza nazionalistica o da una fedeltà sterile alla lettera dei testi sacri. Il vento soffia, ma occorre dispiegare le vele della fede per lasciarci guidare dallo Spirito.
“Il vento soffia dove vuole, e tu ne odi il rumore, ma non sai né da dove viene né dove va” (Gv 3,8). La direzione dalla quale e verso la quale si muove lo Spirito non è prevedibile, è capace di sorprenderci sempre. Per questo occorre essere dei navigatori attenti alle sue sollecitazioni, in modo da sapere sempre da quale direzione prendere il vento. La nostra traversata si compie sotto la spinta di una fonte di energia che non può essere accumulata e conservata, come potrebbe essere quellla di una moderna nave a gasolio o di un sommergibile a propulsione nucleare. È dunque necessaria una nostra apertura allo Spirito qui ed ora, sempre. È necessaria una frequentazione assidua della Parola di Dio; la nostra docilità alla sua azione non può venire meno, se non vogliamo esporci alle correnti e andare alla deriva.
Di qui l'importanza della dimensione quotidiana, ordinaria, feriale, che caratterizza questo lungo periodo del calendario liturgico, che dalla domenica della Trinità conduce all'Avvento, e che altre chiese chiamano Tempo Ordinario. Nella Chiesa Anglicana, secondo una antica trdizione, viene chiamato Tempo della Trinità, quasi a rammentare tutta la straordinarietà della vita cristiana, anche - e direi soprattutto - nella vita di tutti i giorni. Viene qui riassunto il principio e al tempo stesso il fine ultimo della creazione, la ragione per cui siamo stati creati e ciò che costituirà la nostra vita quando avremo combattuto la buona battaglia e preservato la fede fino alla fine: la vita nella Trinità, la partecipazione al mistero di un Dio unico ma non solitario, un Dio in tre persone, che chiama l'uomo a partecipare a quest'intima relazione.
La fede è la chiave che ci apre le porte del cielo, consentendoci di pregustare fin d'ora questa esperienza della vita divina. E la fede non è un dono per pochi eletti, perché Dio ci chiama con voce di tromba. Recita il Salmo 19: "I cieli narrano la gloria di Dio e il firmamento dichiara l'opera delle sue mani. Non hanno favella, né parole; la loro voce non s'ode; eppure il loro suono esce fuori per tutta la terra, e le loro parole giungono all'estremità del mondo" (Sal 19,1.3-4).
Ma occorre rinascere dall'alto, dall'acqua e dallo Spirito Santo. Occorre lasciarsi rigenerare da Dio, per vedere il mondo con occhi sempre nuovi, per ascoltare e gustare tutte le cose con la meraviglia di un bambino da poco venuto alla luce. La rinascita dall'acqua è rappresentata dal battesimo, che è l'atto mediante il quale siamo liberati da tutti i nostri peccati, la fragilità e i difetti dei nostri sensi sono perdonati dalla misericordia di Dio che previene il nostro agire nel mondo. Ma il lavacro battesimale senza l'azione dello Spirito non gioverebbe a nulla. È lo Spirito, infatti, che restaura la nostra umanità.
Tutto è straordinario per chi accoglie il dono dello Spirito. La vita del cristiano non ha mai nulla di ordinario nel senso peggiorativo del termine. La noia, la monotonia, il vuoto, sono sensazioni lontane dalla vita di chi possiede Cristo e, in lui, l'intera Trinità divina. Chi ha fede non ha bisogno di stordire i sensi con emozioni sempre nuove, né di provare esperienze spirituali improntate a un misticismo che ci allontana dal mondo. La vita quotidiana e gli impegni ordinari non rappresentano per il cristiano un momento separato, e magari contrapposto, alla preghiera, alla meditazione delle scritture, alle buone opere. Il lavoro, lo studio, gli impegni familiari, possono e devono diventare tutti luoghi e momenti dell'azione salvifica compiuta dallo Spirito in noi e attraverso di noi. In tal modo le nostre vite divengono segno di rottura e fecondo scandalo nei confronti del "mondo" sottomesso al maligno. La sequela di Cristo ci renda sempre più partecipi della vita trinitaria, pietre vive della nuova creazione, costruttori del Regno di Dio.



Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart


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Se uno mi ama... noi verremo a lui



LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture:

At 2,1-11; Gv 15,15-31.

Nel racconto riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è la Chiesa. Ma cosa è la Chiesa? Un edificio sontuoso? Una istituzione religiosa? Un'adunanza oceanica? No, la chiesa è innanzitutto e semplicemente la comunità dei credenti, riunita in preghiera, nello stesso luogo. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è la preghiera liturgica. La liturgia è infatti preghiera al Padre, in comunione con il Figlio, che si dona a noi nella Santa comunione. E il dono più grande che il Padre può fare al Figlio è proprio lo Spirito: "Chi è tra voi quel padre che se il figlio gli chiede del pane , gli darà una pietra?" (Lc 11,11). Gesù dunque ci esorta a chiedere, per ricevere quel dono che il mondo non conosce (Gv 14,17). Gesù ci esorta a chiedere con coraggio, non qualcosa di piccolo, ma il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - "come vento impetuoso" (At 2,2) - la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26) - la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).
Il dono dello Spirito è dunque un dono fatto alla comunità, non al singolo; e anche i suoi benefici si manifestano attraverso la comunità e per la comunità, ma la trascendono, perché il suo fine è quello di riunire tutti i popoli in un solo corpo, rispettandone la diversità.
Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, che si posano su ciascuno, conferendo a ciascuno un carisma differente.
Le diversità tra i fratelli in Cristo sono sbalgiate quando ci portano lontano dall'essere "una sola mente" (At 2,1), ma sono una ricchezza quando il medesimo Signore, opera tutto in tutti, attraverso una diversità di ministeri (1 Cor 12,5-6). Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito, non è che un "ministero", appunto, un ufficio posto al servizio di Dio, per il bene dell'intero corpo ecclesiale.
Non possiamo poi concepire il dono dello Spirito in modo autoreferenziale ed elitario. L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, a chiuderci nel lessico dei tecnicismi teologici, ad essere sordi verso le culture che parlano una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa, quando anche chi è fuori dalla nostra comunità, dal nostro modo di ragionare ed esprimerci, comprende la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 12,7-8).
Gli apostoli chiedono a Gesù: "Signore perché ti manifesterai a noi e non al mondo?". Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto non al singolo, ma alla comunità dei credenti, per il bene dell'intero corpo di Cristo, che è la Chiesa, è anche vero che si tratta di una epifania che investe l’individualità del credente, una esperienza intima e diretta del Dio trinitario; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).
L'incontro con la Parola di Dio, nella meditazione delle scritture, nella preghiera e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, in essa; in modo tale che quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma l'immagine del suo Figlio, ed effonde su di noi il su Spirito in abbondanza ("furono tutti ripieni dello Spirito Santo" At 2,4).
Nel Vangelo di Giovannni, Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti per ricevere il dono dello Spirito: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza ai comandamenti evangelici, espressi da Gesù con la sua vita e la sua predicazione. La nostra santificazione è opera della grazia di Dio, dello Spirito stesso. Abbiamo visto i luoghi in cui opera la grazia: la comunione fraterna, le Scritture, la liturgia, la Chiesa concepita come realtà sacramentale aperta alle genti.
"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9) ci esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.


Rev. Luca Vona
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