«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Credere in Gesù e credere a Gesù


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA V DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Dio Onnipotente, di guardare misericordioso al tuo popolo; affinché possa essere sempre custodito e guidato dalla tua grande bontà, sia nel corpo che nell’anima. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Eb 9,11-15; Gv 8,46-59.

Il Vangelo di oggi costituiva in passato la domenica di Quaresima detta “di Abramo”, perché è questo protagonista del’Antico Testamento il soggetto delle contestazioni mosse a Gesù da alcuni giudei.
Abramo rappresenta l’uomo della fede per eccellenza; avanti negli anni, Dio gli appare, invitandolo a lasciare la regione di Ur e facendogli una triplice promessa: una terra in cui scorrono latte e miele, simbolo di benessere e abbondanza; una discendenza, sebbene egli abbia 75 anni e sua moglie sia sterile; la benedizione, tramite lui, a tutti i popoli della terra.
Abramo è l’uomo della fede senza riserve, che arriva a mostrasi disposto a sacrificare il proprio figlio a Dio, in cui ripone la sua fiducia più totale. Come afferma il filosofo danese Soren Kierkegaard, nella sua opera Timore e Tremore, Abramo rappresenta la fede come fondamento della religiosità e dell’etica, perché “si mantiene lontano da quei confini in cui la fede svanisce nella riflessione” e, dunque, nella filosofia.
La riflessione, l’etica, la morale, non sono per il vero cristiano il fondamento della fede, ma scaturiscono dalla fede. Quando accade il contrario, cadiamo nello stesso errore in cui caddero gli infervorati interlocutori di Gesù. La loro religiosità era ormai sterile, basata su precetti e sul vano senso di appartenenza alla “discendenza di Abramo”.
Noi cristiani corriamo lo stesso pericolo. La nostra religiosità potrebbe porre pericolosamente le proprie fondamenta sulla sabbia del “senso di appartenenza” all’istituzione ecclesiale, erroneamente intesa come garanzia di salvezza; oppure potrebbe fondarsi su un devozionalismo incapace di tradursi in azioni concrete di conversione e di carità verso gli uomini; o ancora potrebbe scadere nel moralismo, nella ricerca di un “ricettario” contenente ciò che è giusto e ciò che è sbagliato, in una prospettiva puramente “orizzontale”, incapace di cogliere il senso ultimo delle nostre buone opere”: cioè Dio, che è capace di ispirarle, di sostenerle, e alla cui lode e gloria dovrebbero essere finalizzate.
Ecco allora che non basta dire “siamo figli di Abramo” (Gv 8,33.53), come non basta dire “siamo cristiani”. Non si tratta semplicemente di credere a Gesù, e neanche di professarlo “Figlio di Dio”. Si tratta di credere in Gesù. Credere in qualcuno è molto di più che credere a qualcuno. Credere in Gesù significa essere capaci di affidarsi a lui, proprio come Abramo, padre di coloro che credono, fu capace di affidarsi incondizionatamente a Dio. Credere in Gesù significa riconoscerlo come il sommo sacerdote e l’unico mediatore (Eb 9,11.15), che ci ha acquistato la redenzione eterna. È il Sangue di Cristo – richiamato tre volte in tre versetti in Eb 9,12-14 – il fondamento della vera fede. È il sangue di Cristo che vivifica la Chiesa e purifica “la nostra coscienza dalle opere morte per servire il Dio vivente!” (Eb 9,14).
Il sangue di Cristo rappresenta al tempo stesso il mistero eucaristico e il dono incondizionato di sé per amore del genere umano. Il sangue di Cristo è il fondamento di una fede nella sola grazia di Dio, nella sua promessa non di una terra da abitare, ma del suo intero Regno da ereditare. È fede nella sua capacità di mantenere le sue promesse, oltre ogni nostro dubbio e infedeltà. È anche fede che si traduce, in maniera tangibile, in carità, in azioni feconde.
Il sangue di Cristo è al tempo stesso il mare in cui affogare i nostri peccati, prefigurato dalle acque del Diluvio, e la linfa vitale della Chiesa, Corpo mistico del Redentore.
È questo il senso corretto del Sola fide che dovrebbe costituire il cardine della vita cristiana. Se la teologia e la morale, la riflessione su Dio e sull’azione conforme alla sua volontà, sono una conseguenza, non un presupposto della fede, dobbiamo tenere presente che la fede, biblicamente intesa, si fonda sull’ascolto. È fides ex auditu.
Abramo fu prima di tutto uomo dell’ascolto, capace di porgere l’orecchio a quanto Dio aveva da dirgli e di mettersi in cammino per obbedire al suo volere. “Chi è da Dio, ascolta le parole di Dio; perciò voi non le ascoltate, perché non siete da Dio” (Gv 8,47).
Mettiamoci, dunque, all’ascolto di Dio e abbandoniamoci fiduciosamente a Lui; cerchiamo il tempo per fare silenzio dentro e fuori di noi; per porre un freno alle “opere morte”, a quell’attivismo che perde di vista l’orizzonte ultimo delle cose; per lasciare andare le false sicurezze di una religiosità fondata sulla fede nelle nostre azioni e devozioni, più che nell’opera straordinaria e incredibile che Dio può compiere in noi.

Rev. Luca Vona


Beati coloro che ascoltano e osservano la parola di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA TERZA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Ti supplichiamo, Signore Onnipotente, di guardare al desiderio dei tuoi umili servi, e di stendere la tua destra, per difenderci da ogni nemico. Per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen


Letture:

Ef 5,1-14; Lc 11,14-28

Il mutismo costituiva nell’antichità giudaica una condizione particolarmente infelice, perché colui che ne era affetto non poteva né innalzare a Dio le sue lodi, né invocare il suo nome per chiedere aiuto. Il protagonista di questa pagina del vangelo di Luca diviene l’immagine di una separazione radicale da Dio, di uno smarrimento nelle tenebre del mondo e di uno stato di profonda solitudine. A volte, in effetti, la sofferenza è capace di prostrare l’uomo al punto da rendergli impossibile persino il conforto della preghiera, di un dialogo con Dio, nella forma della supplica o fosse anche della protesta.
Gesù dimostra di essere capace di venirci incontro e di vincere anche questo genere di demoni.
Vi è una battaglia in corso, tra il Regno di Dio da una parte e Satana e i suoi angeli dall’altra. Non è consentito assumere posizioni di neutralità.
Non schierarsi con Cristo significa soccombere al demonio e condividerne la sorte disastrosa. Gesù è infatti l’”uomo forte”, capace di scacciare i demoni con il dito di Dio, di custodire la sua casa e disarmare il nemico antico. Chi non semina con Cristo, chi non sa prendere posizione dinnanzi all’annuncio del Vangelo, disperde la semina di Dio, cammina nelle tenebre e mette a rischio la propria vita.
Di fronte alla donna che benedice il grembo che lo ha portato e i seni che lo hanno nutrito, Gesù relativizza i legami famigliari, invitandoci a una più profonda solidarietà umana, chiamando a criterio di discernimento delle relazioni la parola di Dio: “Mia madre e i miei fratelli sono quelli che odono la parola di Dio e la mettono in pratica” (Lc 8,21), rispose ai suoi parenti che lo cercavano.
La famiglia, cellula costitutiva così importante della società, è spesso strumentalizzata da gruppi politici di diverso colore, venendo a costituire di volta in volta, un diritto da rivendicare o una sorta di clan da proteggere. La famiglia intesa come unione di un uomo e una donna, aperta alla vita, è una realtà voluta da Dio fin dall’origine della creazione; ma Gesù ci insegna che se la nostra carità non sarà capace di suerare le stesse relazioni familiari non sarà all’altezza del suo Vangelo.
“Beati coloro che odono la parola di Dio e l’osservano” (Lc 11,28). La parola di Dio è dunque il modello da seguire; ma la parola di Dio non è lettera morta; è il Figlio del Dio vivente, Gesù Cristo.
Se Gesù non fosse il Verbo incarnato potremmo trovare in lui un maestro, un guaritore, un riformatore, un rivoluzionario. Ma egli non volle essere nulla di tutto ciò. Fuggì sempre da queste gabbie, frutto dei malintesi che le folle, da un certo punto in poi cominciarono a manifestare. Nel vangelo di Marco chiede spesso alle persone che guarisce dalle malattie e libera dai demoni, di mantenere la cosa segreta. Questo per proteggersi dalle incompresioni riguardo la sua missione e la sua stessa natura.
Gesù può essere un vero modello di vita proprio perché è il Verbo di Dio incarnato, la manifestazione visibile e tangibile dell’Altissimo. La sua umanità è il velo attraverso il quale l’Assoluto, per definizione separato da tutto, ab-solutus, ci si rede prossimo e conoscibile. Quel Dio di fronte al quale Mosé ed Elia dovettero coprirsi il volto, si rivela all’umanità nel momento in cui si riveste della natura umana di Cristo.
L’esortazione di Paolo a essere imitatori di Cristo, può essere adempiuta considerando l’umanità di Gesù, la sua vita terrena narrata nei vangeli, e la sua presenza sacramentale, come una mappa da tenere costantemente sotto il nostro sguardo.
Al di là degli elenchi di vizi e di virtù riportati da Paolo nella Lettera agli Efesini e in altri suoi scritti, non molto diversi da quelli che possiamo trovare nella letteratura greca ed ebraica dello stesso periodo, la vera novità del messaggio cristiano consiste in questa prossimità di Dio all’uomo. Nel cristianesimo la riflessione su Dio e l’esperienza di Dio non sono incentrate su un libro, ma sul Risorto, che cammina con noi fino alla fine dei tempi, guidandoci nella piena comprensione delle Scritture, come fece con i due discepoli sulla via di Emmaus (Lc 24,13-35).

Rev. Luca Vona


Dio ci raggiunge in terra straniera


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA SECONDA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

Dio Onnipotente, che sai che non possiamo salvarci da soli, custodisci i nostri corpi e le nostre anime; affinché possiamo essere al riparo da ogni avversità fisica, e da ogni pensiero malvagio che possa assalire e ferire la nostra anima. Per Cristo nostro Signore. Amen


Letture:

1 Ts 4,1-8; Mt 15,21-28

Se nel Vangelo della prima domenica di Quaresima abbiamo ascoltato la narrazione del ritiro di Gesù nel deserto all’inizio del suo ministero, oggi Matteo ci narra di un altro “ritiro” compiuto da Cristo. Siamo all’incirca a metà di questo vangelo, e vediamo che cominciano a crescere le incomprensioni tra le folle e i contenuti della predicazione di Gesù. Sebbene in molti ancora continuino a seguirlo, la maggior parte lo accoglie come profeta, come maestro e come guaritore, ma non accetta di riconoscerlo come il Messia che è venuto a riscattare gli uomini dal peccato. Capita ancora oggi, molto spesso, di vedere Gesù riconosciuto come modello etico, esempio di solidarietà e di saggezza. Ma quando viene proposto come il Figlio di Dio, il Messia che ci redime dalla fragilità umana, colui che ci libera dai demoni antichi e da quelli del mondo “civilizzato”, ecco che allora sale la contestazione.
Molti sono coloro che voglio un Gesù a proprio piacere, che vogliono prendere dal vangelo ciò che fa comodo e lasciare da parte le verità scomode. Perché l’orgoglio umano non è capace di accettare la sovranità di Dio, la sola che può porci al riparo dai pericoli dell’anima e del corpo, mentre ci troviamo nella terra straniera, nella terra dell’esilio. Infatti, se non ci poniamo al servizio di Dio, l’unica alternativa è la schiavitù del demonio, con le sue seduzioni, con i suoi inganni, con i suoi tormenti.
Non sappiamo in che modo il diavolo tormentasse la figlia della donna cananea. Ma sappiamo che siamo stati creati per godere della piena comunione con Dio e, come afferma Sant’Agostino, la nostra anima è inquieta finché non riposa in lui.
I miracoli e gli esorcismi compiuti da Gesù e narrati nei vangeli attestano la sua signoria sul “principe di questo mondo”, che è stato spodestato da Cristo con il superamento delle tentazioni nel deserto, nelle angosciose ore al Giardino degli ulivi e con la vittoria della Croce. Il Regno di Dio è vicino, e questo tempo quaresimale ci invita a preparargli la strada, facendo frutti di conversione. Ma la la luce è venuta nel mondo e “le tenebre non l’hanno compresa” (Gv 1,5). Venne in casa sua ma “i suoi non lo hanno ricevuto” (Gv 1,11). Gesù affaticato dal suo ministero e dalle contestazioni alla sua predicazione, esce dai confini di Israele e si ritira in terra straniera, “verso le parti di Tiro e Sidone”. Era, questa, una località vicino al mare, una sorta di luogo di villeggiatura se vogliamo, dove trovare un po’ di pace, ma abitato da genti pagane, dedite a culti idolatri, che nel passato contemplavano addirittura il sacrificio di bambini al dio Moloch e la prostituzione sacra. Per tale ragione queste genti erano fortemente disprezzate da Israele.
Questo “ritiro” durante il suo ministero, rappresentò una occasione propizia per la manifestazione del grande atto di fede di una donna pagana; così ancora oggi il Vangelo trova spesso freddezza, disinteresse, contestazione nelle nostre famiglie, nelle nostre terre, che hanno alle spalle generazioni, secoli e millenni di storia cristiana, ma germoglia e produce grandi frutti in territori geografici, sociali ed esistenziali inaspettati.
Il Signore non teme di addentrarsi al di fuori dei confini di Israele, come ancora oggi non teme di oltrepassare i confini di territori e contesti che si considerano cristiani per abitudine, ma che non comprendono il senso profondo della sua missione. Il suo Regno è in continuo movimento e quando le tenebre lo rigettano, Dio opera altrove. Così Gesù ci ammonisce nel Vangelo di Luca: “Fate dunque dei frutti degni del ravvedimento, e non vi mettete a dire in voi stessi: Noi abbiamo Abramo per padre! Perché vi dico che Iddio può da queste pietre far sorgere dei figliuoli ad Abramo” (Luca 3,8).
È dunque sorprendente il titolo impiegato dalla donna cananea per rivolgere a Gesù a sua supplica: “Figlio di Davide”, un chiaro titolo messianico, che forse aveva sentito pronunciare da qualche israelita, perché non apparteneva al suo ambiente culturale. Ancora più sorprendente è la reazione di Gesù, di fronte alla sua richiesta di guarire la figlia “tormentata da un demone”. Inizialmente il Signore si mostra distaccato, quasi non voglia ascoltare la sua preghiera. Poi spiega alla donna che il suo mandato prioritario è di salvare “le pecore perdute della casa di Israele”, contestando alla donna l’appartenenza a un popolo pagano e, dunque, idolatra.
Il Signore utilizza la metafora dei “cagnolini”, ovvero dei cani “domestici” - mentre la maggior parte degli israeliti avrebbe parlato più drasticamente di “cani selvatici” – ma si lascerà convincere dall’insistenza della sua preghiera, una preghiera molesta, per gli apostoli, che chiedono al loro Maestro di “mandare via” questa donna. E si lascerà convincere dal suo atteggiamento di fede, espresso non soltanto con le parole, ma con una prostrazione, atto rivolto solitamente alla divinità. Gesù si lascia convincere a compiere il miracolo dall’atteggiamento umile di questa donna, che non si offende per le parole che le sono state dette, ma riconosce la propria idolatria e chiede di potersi cibare di ciò che gli altri hanno rifiutato. Se la nostra preghiera rimane inascoltata allora, è perché dobbiamo pregare con più insistenza: Bisogna pregare sempre senza stancarsi” (Lc 18,1). Se la nostra preghiera rimane inascoltata è perché non siamo ancora riusciti a vincere del tutto la nostra natura idolatra; come ricorda Meister Eckart, infatti, quando chiediamo a Dio qualcosa che non sia Dio preghiamo male e chiediamo male: quando mettiamo Dio a un posto che non sia il primo, quando adoperiamo ciò che è buono e piacevole non per dare lode a Dio, ma con superficialità e per opportunismo; quando sacrifichiamo i più deboli ai demoni del nostro egoismo, delle guerre, delle ingiustizie, dell’indifferenza.


Rev. Luca Vona


Far tornare a fiorire il deserto


COMMENTO ALLA LITURGIA PER LA PRIMA DOMENICA DI QUARESIMA


Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture:

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino “ob-audere”, ovvero “prestare ascolto”. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile o, peggio, da ruffiani; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo testamento.
“Ascolta Israele”, “Shemà Israel”, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno” (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: “Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosé era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quarant’anni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio.
Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: “chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso.
Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, ritroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19).

Rev. Luca Vona


Condividere la natura di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA DOMENICA DI QUINQUAGESIMA


Colletta

O Signore, che ci hai insegnato che tutte le cose, senza la carità non valgono nulla; manda il tuo Santo Spirito e infondi nei nostri cuori il dono eccellente dell'amore, vero vincolo di pace e fonte di ogni virtù, senza il quale, chiunque vive è considerato morto ai tuoi occhi. Concedici questo per la grazia del tuo unico Figlio Gesù Cristo. Amen.

Letture:

1 Cor 13,1-13; Lc 18,31-42

Sul finire del periodo che separa l'Epifania dalla Quaresima la lettura del Vangelo di oggi ci conduce alla manifestazione del destino terreno di Gesù, che si compie nella sua passione e morte. Per preparare i suoi discepoli a questo evento traumatico ed evitare che ne restassero scandalizzati il Signore gli rivela che le profezie degli antichi profeti dovranno adempiersi in lui e che, dunque, quella catastrofe, non sarà altro che una parte del piano salvifico di Dio.
Proprio perché nulla dovrà più restare nascosto, Gesù compie il grande miracolo della guarigione del cieco Bartimeo, non impedendogli, a differenza da quanto accadeva per i miracoli compiuti all'inizio del suo ministero, di testimoniare a tutti quanto accaduto. Nessuna cautela, infatti, è più necessaria, poiché l'odio dei nemici di Cristo è giunto ormai al suo culmine e, approssimandosi il suo sacrificio, egli deve farsi riconoscere da tutti come il Messia atteso da Israele. Ed è proprio un cieco, in questo episodio evangelico, a riconoscere Gesù come una persona divina, a proclamarlo Figlio di Davide, caratteristico titolo messianico. La ferma fede di Bartimeo e la sua preghiera insistente si elevano al di sopra del fragore della folla, giungendo fino alle orecchie del Salvatore. «Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il vostro cuore» afferma Dio mediante il profeta Geremia (Gr 29,13). Bartimeo vede esaudita la sua preghiera non solo per la sua fede incrollabile, che ignora coloro che gli intimano di tacere, ma anche perché chiede con profonda umiltà, non pretendendo nulla per un suo presunto diritto, ma attribuendo ogni merito alla libera e sovrana compassione di Dio. È, questa, la stessa insistenza con cui ci invita a pregare Gesù nel Vangelo di Luca, nella parabola dell'amico importuno, dopo avere insegnato il Padre nostro:  «Chi è fra voi colui che ha un amico, che va da lui a mezzanotte, dicendogli: "Amico, prestami tre pani, perché un mio amico in viaggio è arrivato da me, e io non ho cosa mettergli davanti"; e quello di dentro, rispondendo, gli dice: "Non darmi fastidio, la porta è già chiusa e i miei bambini sono a letto con me; non posso alzarmi per darteli"? Io vi dico che anche se non si alzasse a darglieli perché gli è amico, nondimeno per la sua insistenza si alzerà e gli darà tutti i pani di cui ha bisogno» (Lc 11,5-8).
Bartimeo ci offre anche l'esempio della gratitudine con cui siamo chiamati a rispondere alla grazia di Dio: non appena guarito, egli getta via la sua veste e inizia a seguire Gesù. All'amore di Dio si risponde con la conversione e il discepolato. Ritrovare la vista e continuare a vestire i panni di un cieco, restando nel proprio giaciglio anziché andare per il mondo ad ammirare e testimoniare le meraviglie di Dio non avrebbe alcun senso.
Se è triste constatare che molti, anche cristiani, cercano la soluzione dei propri problemi ovunque, fuorché nella preghiera e nella fede, ancor peggio è invocare il Signore nel giorno dell'afflizione e dimenticarsi di lui al momento della liberazione dalle nostre pene.
La guarigione del cieco ci attesta anche che i risultati della fede sono proporzionali alla sua estensione, alla nostra capacità di riconoscere in Gesù il Figlio di Dio e dargli sovranità sulle nostre vite.
Cristo, luce del mondo, come viene presentato nel prologo del Vangelo di Giovanni e come egli stesso si proclama nel medesimo Vangelo, apre i nostri occhi alle meraviglie della carità di Dio, della quale dobbiamo farci imitatori, come esorta l'apostolo Paolo.
Lungi dall'essere una mera forma di elemosina, magari un modo per alleggerirci la coscienza donando quel che è meno che superfluo, la carità è l'amore disinteressato, che dona senza chiedere nulla in cambio e senza ricercare secondi fini. Paolo ce la presenta come virtù superiore alla fede che opera miracoli e sposta i monti, superiore a ogni altro dono che possiamo possedere. senza di essa non siamo nulla. Perché quando tutte le cose passeranno resterà solo ciò che siamo, non ciò che abbiamo. E agli occhi di Dio, che è amore, non siamo nulla se siamo privi di amore. Così ci ammonisce il Signore nel Vangelo di Matteo: «Non chiunque mi dice: "Signore, Signore", entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli. Molti mi diranno in quel giorno: "Signore, Signore, non abbiamo noi profetizzato nel tuo nome, e nel tuo nome scacciato demoni e fatte nel tuo nome molte opere potenti?". E allora dichiarerò loro: "Io non vi ho mai conosciuti; allontanatevi da me, voi tutti operatori di iniquità"» (Mt 7,21-23).
Non ci inganni il giudizio degli uomini, che possono lodarci per quel che abbiamo: scienza, eloquenza, beni materiali. Dio guarda a ciò che siamo.
Paolo considera la carità, insieme e al di sopra della fede e della speranza, come una virtù permanente, che oltrepassa la nostra vita terrena: «Ora dunque queste tre cose rimangono: fede, speranza e amore; ma la più grande di esse è l'amore» (1 Cor 13,13). Giungerà il giorno in cui potremo contemplare Dio faccia a faccia e conoscerlo come noi stessi siamo da lui conosciuti; ma è in una speranza quieta, certa della propria soddisfazione, e in una fede che si trasforma in vista dell'infinità novita di Dio che noi lo possederemo eternamente nell'amore. La carità è la virtù più grande, non solo perché comprende in sé la fede e la speranza, ma perché ci rende partecipi della natura stessa di Dio.

Rev. Luca Vona




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