«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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Partecipare alla sorte dei santi nella luce


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIQUATTRESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

O Dio, ti supplichiamo, assolvi il tuo popolo dalle sue offese; affinché attraverso la tua abbondante misericordia possiamo essere liberati dai lacci dei peccati commessi per nostra fragilità. Concendici questo, Padre celeste, per la grazia di Gesù Cristo, nostro Signore benedetto e Salvatore. Amen

Letture:

Col 1,3-12; Gv 6,5-14


Le due letture di oggi, in particolare il primo capitolo della  lettera di Paolo ai Colossesi, ci invitano a riflettere sulla natura della preghiera cristiana.
La parola greca utilizzata dall'Apostolo per indicare la preghiera è un composto di "supplica" e "desiderio". La preghiera è un desiderio rivolto a Dio. La preghiera di Paolo è perseverante ("prego continuamente"), ha un oggetto determinato ("per voi") ed è pervasa dalla riconoscenza ("Noi rediamo grazie"). L'apostolo potrebbe qui riferirsi anche alla preghiera liturgica, all'eucaristia, che appunto significa “ringraziamento” ed rappresenta il rendimento di grazie per eccellenza.
Il motivo della preghiera di Paolo è costituito dalla fede, dall'amore e dalla speranza dei Colossesi, di cui gli è giunta notizia ("abbiamo sentito parlare della vostra fede in Cristo Gesù e del vostro amore per tutti i santi, a motivo della speranza che è riposta per voi nei cieli" Col 1,4-5 dove il plurale indica probabilmente il ministero di Timoteo accanto a quello di Paolo, o la più estesa comunità alla quale Paolo aveva predicato l'Evangelo).
L'amore dei Colossessi, va sottolineato, è non semplicemente verso i santi ma verso tutti i santi, ovvero verso tutti i fratelli nella fede, senza distinzioni di appartenenza culturale, etnica, ecc. al di là di ogni possibile pregiudizio personale.
La speranza dei Colossesi non è vaga ma riposta in un tesoro custodito al sicuro nei cieli ("Non vi fate tesori sulla terra, dove la tignola e la ruggine guastano, e dove i ladri sfondano e rubano, anzi fatevi tesori in cielo, dove né tignola né ruggine consumano, e dove i ladri non sfondano e non rubano" ammonisce Gesù in Mt 6,19-20; parole che fanno anche parte della raccolta di sentenze bibliche che accompagna la presentazione delle offerte all'altare durante la liturgia metodista e anglicana).
Nulla alimenta la fede e al contempo ne dimostra la solidità più di una preghiera perseverante, fino a farsi "importuna" (si veda il racconto della guarigione della donna sirofenice in Mt 15,21-28). Non sappiamo quando la nostra preghiera verrà esaudita e nemmeno come, perché la nostra preghiera potrebbe essere il frutto di uno slancio sentimentale oppure potrebbe manifestare desideri contrari a un bene più alto per noi e per la maggior gloria di Dio. Se la preghiera esaudisse automaticamente qualsiasi capriccio del nostro cuore sarebbe un atto magico e non espressione della fede.
Le preghiere che attraversano tutta la scrittura, dall'antico al nuovo testamento, contengono un rendimento di grazie; anche i salmi di supplica e quelli cosiddetti imprecatori si concludono con un rendimento di grazie. Gesù rende continuamente grazie al Padre, anche prima di compiere i suoi miracoli. Un figlio dimentico dei benefici ricevuti dal Padre, come un amico dimentico dei doni già ricevuti in passato dall'amico, non è degno di essere esaudito. Il Signore ci ha donato innanzitutto la salvezza, con il suo Sangue, ricordiamocelo in ogni preghiera e quando ci rivolgiamo al Padre ringraziamolo innanzitutto per averci donato il suo figlio; quando ci rivolgiamo al Figlio ringraziamolo per averci donato tutto se stesso e quando ci rivolgiamo allo Spirito Santo, ringraziamolo per gli innumerevoli doni effusi nella chiesa, corpo mistico di Cristo. Solo allora, osiamo chiedere qualcosa, con fede e con viva speranza nel tesoro che già ci è stato preparato in cielo. Il nostro destino, infatti, è di partecipare "alla sorte dei santi nella luce" (Col 1,12), ovvero alla contemplazione del suo mistero. Dio è luce e, come dice il salmista, "alla sua luce vediamo la luce" (Sal 36,9). E per questo Paolo prega affinché i Colossesi siano ripieni nella conoscenza della volontà di Dio, "in ogni sapienza e conoscenza spirituale". La chiave per crescere nella conoscenza del mistero di Dio è il compimento della sua volontà e la via d'accesso alla comprensione della sua volontà è la lettura, meditazione e operosa applicazione dell'Evangelo.
Ma torniamo alla preghiera e all'atteggiamento con cui dobbiamo coltivarla. Quel di cui dobbiamo essere innanzitutto certi, e ci è mostrato dal racconto della moltiplicazione dei pani e dei pesci, è che il Signore parte dalla nostra povertà, una miseria totalmente incapace di far fronte alle esigenze delle moltitudini, e da quella, non senza il nostro intervento ("li distribuì ai discepoli e i discepoli alla gente seduta", Gv 6,11), ci consente di sfamare ogni necessità. Ed egli ci nutre in abbondanza, a tal punto che sarà necessario raccogliere i pezzi di pane e i pesci avanzati. Il Signore ci vuole sazi, pienamente soddisfatti. Quindi se preghiamo e non otteniamo è perché preghiamo male e chiediamo male. Chiediamo le cose sbagliate. Chiediamo troppo poco. Non ci mettiamo il nostro. Il signore fa un grande miracolo, ma sceglie di non creare i pani e i pesci dal nulla, chiede ai discepoli di prendere l'iniziativa, mette alla prova la loro fede. L'erba verde descritta da Giovanni, su cui Gesù fa sedere le moltitudini che consumano questo pasto è una immagine pasquale, che richiama da un lato il tempo in cui si svolse la scena, quello, appunto, della pasqua ebraica (come specifica esplicitamente Gv 6,4), intorno a marzo, all'inizio della primavera, dall'altro richiama la pasqua celeste, che i credenti consumeranno nell'eternità con il Risorto.
È, questo, dunque, il nostro destino ultimo: la piena soddisfazione di ciò che la nostra natura umana più profondamente brama, ovvero la ritrovata comunione con Dio, nella sua pienezza.


Rev. Luca Vona


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La nostra cittadinanza è nei cieli


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTITREESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’


Colletta

O Dio, nostro rifugio e forza, che sei l’autore di ogni ccosa buona; sii pronto, ti supplichiamo, ad aascoltare le devote preghiere della tua Chiesa; e cncedici che le cose che chiediamo con fede otteniamo con effficacia. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen

Letture:

Fil 3,17-21; Mt 22,15-22


Quale moneta passa tra le nostre mani? Qual'è la moneta corrente nelle nostre vite?
Era un dogma rabbinico notissimo che colui che coniava la moneta di un paese ne fosse il dominatore. Secondo questa teoria, null'altro occorreva che di accertare quale fosse la moneta corrente in Giudea a quel tempo, per ottenere una risposta concludente alla domanda che era stata posta a Gesù: "è lecito o no pagare il tributo a Cesare?" (Mt 22,17); egli vuole che i suoi stessi accusatori proclamino apertamente di chi portasse l'immagine quella moneta, e quale epigrafe vi fosse impressa.
La moneta romana circolava liberamente nel paese; essi stessi non esitavano ad usarla in ogni affare e contrattazione ordinaria. Se, come nazione, avessero resistito alla sua introduzione e si fossero sempre astenuti dall'impiegarla ci sarebbe potuto essere almeno un pretesto per mettere in dubbio la legittimità del tributo richiesto dal governo romano; ma, vivendo come facevano, sotto la protezione delle leggi dell'imperatore, e facendo ogni giorno uso della moneta di Roma, lo riconoscevano di fatto come il governo sovrano nel paese, ed erano tenuti ad ubbidire alle sue richieste legittime. La legge sacra consentiva, infatti, ad Israele, di scegliersi il proprio governo, vincolandolo unicamente a continuare a corrispodnere il tributo al Tempio.
Ma siccome "le cose di Cesare" implicavano di più che non il semplice testatico (il tributo all'imperatore), "le cose di Dio", nella bocca del Salvatore, significano di più che non semplicemente il tributo del tempio; esse includono il cuore con le sue affezioni, la coscienza, la volontà, le ricchezze degli individui, tutte le obbligazioni e i doveri religiosi, in una parola la consacrazione a Dio di tutto intero l'uomo, del corpo non meno che dello spirito, come proclamato da gesù nel gran comandamento, che troviamo esposto ai versetti 34-40 di questo stesso capitolo del vangelo di Matteo.
La risposta di Gesù non separa, ma invece unisce i doveri politici e quelli religiosi dei cristiani. Colui che è interamente votato a Dio, infatti, non può disinteressarsi della polis, del consesso umano in cui vive e nel quale è chiamato a esprimere la carità cristiana. Diversamente, il cristianesimo si ridurrebbe a sterile intellettualismo, a una filosofia religiosa, più che a quell'opera di trasformazione radicale e sostanziale del credente di cui parla Paolo nel capitolo terzo della sua lettera ai Filippesi.
Certo, "la nostra cittadinanza è nei cieli" (Fil 3,20), ma è qui sulla terra che già si misura il progresso nella santificazione che Cristo stesso compie in noi, "secondo la sua potenza che lo rende in grado di sottoporre a sé tutte le cose" (Fil 3,21).
Se il dominio di Cesare, il cui volto era impresso nel denaro, è infatti puramente convenzionale ed esso stesso soggetto alla voolontà di Dio, il dominio di Cristo sulle nostre vite, in virtù del segno impresso dalla fede battesimale, è l'esercizio di una sovranità reale. A ben vedere, non vi è cosa, nel cosmo, che non rechi impressa in sé il marchio del suo Creatore e che, dunque, non vada a lui ricondotta. Tutto è da Dio e tutto è per la lode e gloria di Dio.
Ma in questo passo della lettera ai Filippesi, Paolo, si richiama a Cristo come Savatore, anziché al Logos creatore o al Signore che giudecherà questo secolo alla fine dei tempi, perché l'apostolo vuole rimarcare l'opera di trasformazione che si svolge in particolare nel credente. Cristo, dimorando in noi, riproduce nella nostra vita la propria fisionomia morale; questa conformità sarà appunto completata nei cieli dove "il nostro umile corpo sarà reso conforme al suo corpo glorioso" (Fil 3,21). Questo corpo glorioso è il corpo spirituale di cui Paolo parla nella sua prima lettera ai Corinzi (1 Cor 15,44) e un'ombra di esso la vediamo nelle narrazioni evangeliche del Risorto, prima della sua ascesa al cielo.
Non ci meravigli che Cristo possa compiere tutto ciò. La garanzia che rende certa questa trasformazione è la sua potenza illimitata, il suo impero universale. Egli non ha coniato una moneta: era con il Padre quando, come Logos eterno, creava i cieli e la terra. Egli ha assunto la nostra natura umana, elevandola e unendola alla propria natura divina. Egli ci ha purificati con le acque battesimali e segnati con il sangue della sua Passione. Egli è il nostro Dio e noi siamo il popolo del suo pascolo (Sal 95,7). Siamo suoi. E nostra è la sua grazia. Nostra la sua carità. Che passi in abbondanza come moneta corrente tra le nostre mani. Ora e sempre. Amen.

Rev. Luca Vona



Il perdono come frutto di giustizia


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTIDUESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua casa, la Chiesa nella tua bontà; affinché mediante la tua protezione possa essere libera da ogni avversità e dedita al tuo servizio nelle opere buone, per la gloria del tuo Nome. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Fil 1,3-11; Mt 18,21-35


Vi è un profondo legame tra i "frutti di giustizia" (Fil 1,11) con cui si chiude la pericope paolina dalla lettera ai Filippesi e la natura del perdono cristiano.
La giustizia, ovvero la nostra gustificazione e santificazione, ma anche la nostra capacità di agire con rettitudine, maturano da un cuore che ha saputo aprirsi al dono della misericoordia di Dio, che ci condona ogni colpa. E, infatti, i frutti di giustizia "si hanno per mezzo di Gesù Cristo, alla gloria e lode di Dio" (Fil 1,11), dipendono, cioé non dai nostri sforzi, ma dalla misura in cui aderiamo a Cristo, con la nostra intelligenza, con il nostro cuore, nella comunione che si realizza attraverso la fede. E, a loro volta, questi frutti, hanno il fine di manifestare la gloria di Dio, cioé la sua magnificenza, la sua bontà, la sua bellezza, e di suscitare nell'uomo quella lode che scaturisce dalla gratitudine.
Ciò non viene compreso dal protagonista della parabola del creditore spietato.
L'occasione di questo racconto è suscitata da ujna domanda posta da Pietro a Gesù. Pieetro aveva compmreso che il Signore era molto esigente in materia di perdono e, infatti, gli chiede se si debba perdonare sette volte, andando ben oltre le tre volte menzionate dal Talmud, il grande testo di esegesi ebraica delle Scritture. Gesù si mostra ancora più esigente del previsto, affermando che occorre perdonare fino a settanta volte sette (quattrocentonovanta volte) il nostro nemico. Ovvero un numero di volte pressoché illimitato.
L'immagine del re che vuole fare i conti è sicuramente di tipo escatologico, richiama cioè il giudizio finale, o quantomeno quello individuale dopo la morte dell'individuo. è un rendiconto chui nessuno si può opporre e al quale nessuno puùò sfuggire. Il Salmo 90 ci rammenta che il Signore mette i nostri peccati più segreti alla luce del suo volto (Sal 90,8). In quel giorno non potremo non vedere quanto siamo bisognosi del suo perdono, quanto grande è il nostro debito nei suoi confronti.
Il debito del servitore - forse un ministro di stato - è enorme: diecimila talenti. Di fronte a una insolvenza di questa grandezza poteva essere venduto lui con tutti i suoi beni e tutta la sua famiglia. L'enormità del debito da saldare rende temeraria la promessa del servitore - terrorizzato dalla pena cui rischia di andare incontro - di pagare tutto (Mt 18,26). Ma oltre ogni aspettativa, il suo padrone gli offre un condono integrale.
Nella scena immediatamente successiva, il debitore incontra uno dei suoi creditori, ma ha già rimosso il ricordo dell'azione di misericordia di cui è stato fatto oggetto o, più probabilmente, non è riuscito a coglierne il senso profondo. Si mostra infatti spietato con il suo creditore, facendolo gettare in prigione.
Nei conservi che vanno a riferire l'accaduto al padrone possiamo ravisare le preghiere di intercessione degli oppressi e per gli oppressi. che il creditore spietato noon avesse mai sentito né pentimento profondo né gratitudine vera è anche posto in evidenza dalla somma esigua del debito che gli deve il suo creditore: appena cento denari (ricordiamo che egli avrebe dovuto dare al suo padrone diecimila talenti!).
è evidente che la sola paura della punizione non può suscitare vera conversione. Il debitore perdonato non perdona perché passato il momento in cui l'anima sua è scossa dal terrore del giudizio, sospeso il castigo, il timore del momento svanisce rapidamente. Appena si ripresenta la tentazione l'uomo carnale si ripresenta con nuovo vigore. Probabilmente egli avrebbe tremato anche se avesse potuto udire le preghiere dei conservi che giungevano alle orecchie del suo padrone, a favore del perseguitato contro il suo oppressore. ma a quel punto è troppo tardi: "il suo signore lo chiamò a sé". Questa intimazione al servo infedele di comparire in presenza del suo Signore indica senza dubbio il rendiconto finale nel giorno del giudizio. Il debitore viene dunque consegnato agli aguzzini, letteramente "tormentatori". Sia nell'antica Roma che nell'Oriente antico era prassi comune torturare i debitori affinché rivelassero dove avevano nascosto i propri beni o per muovere a pietà parenti e amici, affinché questi pagassero al posto loro. Qui dobbiamo considerare questo tormento innazitutto come qualcosa che procede dal'anima incapace di ricevere e dare misericordia, trovando in essa la pace nelle relazioni con Dio e con il prossimo. Gesù, però, amminisce anche in maniera esplicita che "Così il mio Padre celeste farà punire a voi, se ciascuno di voi non perdona di cuore a proprio fratello" (Mt 18,35).
La sorgente del perdono da uomo a uomo sta nel perdono gratuito dato da Dio. Se siamo perdonati da Dio, come in effetti egli ci perdona ogniquavolta ci accostiamo a lui con umiltà, volentieri perdoneremo al fratello. Di cuore, ecco la natura del perdono caratteristico del cristiano, che non è un semplice atto esterno.
La parabola c'insegna che il perdono dei gran debiti che abbiamo verso Dio precede il perdono dei piccoli debiti che noi dobbiamo rimetterei scambievolmente; e che quello è il principio che in noi genera la disposizione al perdono, ed è il modello che dobbiamo imitare. Quando ci poniamo sotto la potenza dell'amore di Cristo che ci perdona, siamo spinti a perdonarci gli uni gli altri.
Preghiamo anche noi, come Paolo, "perché il nostro amore abbondi sempre più in conoscenza e discernimento", soprattutto nella conoscenza della misericordia di Dio, e affinché possiamo "essere puri e senza macchia per il giorno di Cristo". Puri di quella purezza e di quella santità che egli stesso ci comunica.

Rev. Luca Vona



Il nostro combattimento non è contro carne e sangue


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA VENTUNESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA’

Colletta

Concedi, ti supplichiamo Dio misericordioso, ai tuoi fedeli, pace e perdono, affinché possano essere purificati da ogni peccato e servirti con mente serena. Per Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Ef 6,10-20; Gv 4,46-54


"Fortificatevi nel signore e nella forza della sua potenza" (Ef 6,10). Se cerchiamo di farci forti in noi stessi, o nel nostro prossimo, cadiamo. Se cerchiamo la forza nel Signore, restiamo saldi e non abbiamo nulla da temere, perchè l'Onnipotente si prende cura di noi.
La nostra lotta non è soltanto contro la nostra umanità decaduta e vulnerabile, non è soltanto una battaglia contro le insidie che provengono da dentro e fuori di noi. "Il nostro combattimento non è contro carne e sangue" (Ef 6,12). Paolo parla di una battaglia contro forze spirituali, "contro le insidie del diavolo" (Ef 6,11) e "contro i dominatori del mondo di tenebre di questa età, contro gli spiriti malvagi nei luoghi celesti (Ef 6,12). Gli spiriti malvagi, dunque, sono penetrati negli stessi luoghi celesti. Queste parole sottolineano il carattere spirituale della nostra battaglia, ma anche la compresenza, nello stesso campo, nella stessa Chiesa, delle forze del bene e del male: fino alla fine dei tempi, il grano e la zizzania cresceranno insieme (Mt 13,30), gli angeli ci assisteranno nella lotta come assistettero Cristo nel deserto e nell'orto degli ulivi, ma gli uccelli rapaci, i demoni, cercheranno di rubare il buon seme - la parola di Dio - che è stato seminato nel campo (Mt 13,1-23; Mc 4,1-20; Lc 8,4-15).
Per vincere contro tali potenze malvagie dobbiamo rivestire "L'intera armatura di Dio" (13). Quali sono dunque queste difese per una lotta che non è semplcemente contro la carne e il sangue, contro l'uomo carnale, come troppo ha insistito un certo moralismo, riducendo l'etica cristiana a un'etica della purezza sessuale? Queste armi, l'Apostolo, le elenca una ad una: verità e giutizia (Ef 6,14), pace (Ef 6,15); ma, soprattutto, lo scudo della fede, "con il quale potrete spegnere tutti i dardi infuocati del maligno" (Ef, 6,16). Perché la tentazione, quando colpisce nel segno di una coscenza disarmata, non solo la ferisce procurando una grave emorragia, ma scatena un incendio che divampa, cercando di contagiare e consumare tutto intorno. E poi Paolo ci invita a rivestire il nostro capo con "l'elmo della salvezza" e a impugnare "la spada dello Spirito che è la parola di Dio" (Ef 6,17). Dobbiamo proteggere la nostra mente dai pensieri di sconforto pensando che Dio ci ha salvato e che egli è fedele alle sue promesse; mentre la meditazione assidua della parola di Dio ci deve portare a eliminare e recidere i lacci del maligno.
Poi Paolo ci esorta alla preghiera, che va fatta in ogni tempo, in ogni luogo - "pregando in ogni tempo con ogni sorta di preghiera e di supplica" (Ef 6,18) - vegliando a questo scopo. Dunque, vi è un richiamo del "vegliate e pregate per non cadere in tentazione" di Gesù al Getsemani (Mt 26,41). Ma vengono alla mente, qui, anche le parole di Pietro nella sua Prima lettera: "Siate sobri, vegliate; il vostro avversario, il diavolo, va attorno come un leone ruggente cercando chi possa divorare. Resistetegli stando fermi nella fede" (1Pt 5,8-9). È, dunque, necessario ridestare la nostra coscienza. È questo l'insegnamento che hanno predicato i movimenti di Risveglio sorti all'interno del protestantesimo dalla fine del diciottesimo secolo. È, questo, un invito sempre attuale per ogni cristiano: rimanere sobrio, che non indica, semplicisticamente, un precetto di astensione dalle bevande inebrianti, ma piuttosto la continua ricerca di un sempre maggiore risveglio della propria coscienza in Cristo, mediante lo Spirito, che soffia nella Chiesa, attraverso le Scritture, i Sacramenti, la fede vissuta e condivisa con i fratelli.
La dimensione comunitaria è sottolineata al termine del versetto: "pregando... per tutti i santi" (Ef 6,18). Chi sono i santi? Qui non sono di certo delle semidivinità da pregare in cielo, ma i credenti, che per la loro fede sono stati santificati dallo Spirito di Dio, nella comunione con Cristo.
Troviamo, dunque, in questo passaggio della lettera agli Efesini, l'allusione a diversi tipi di preghiera: la meditazione delle scritture, la supplica per le propire necessità e soprattuto per resistere alle forze del male, la pratica delle virtù cristiane, ma anche la preghiera di intercessione per i nostri fratelli e sorelle in Cristo.
La lotta, l'"ascesi" è lotta individuale; a tu per tu contro il maligno; ma il cristiano non è una entità a se stante; siamo tutti membra gli uni degli altri e membra di un corpo unico che è il corpo mistico di Cristo. La caduta di uno può condurre alla caduta di un altro e forse di molti; la vittoria di uno può tenere molti altri lontani dal pericolo di cadere. Quando un dardo infuocato del maligno colpisce un fratello può divampare un incendio disastroso per una intera comunità. Il conflitto di cui parla l'apostolo e nel quale siamo tutti impegnati, è cosa che riguarda tutti in prima persona. L'umiliazione dell'uno è una umiliazione per la Chiesa e una sconfitta del Regno di Dio; la vittoria dell'uno è una vittoria della Chiesa ed è un passo innanzi che il Regno di Dio fa verso il suo glorioso compimento. Questa solidarietà nella lotta, nel pericolo, nella sconfitta, nel trionfo, implica naturalmente questa solidarietà nella preghiera, per la quale i cristiani si mantengono a vicenda in quell'assoluta subordinazione a Dio in cui risiede il segreto di ogni vittoria morale. è questo il senso della comunione dei santi, che professiamo ogni domenica recitando il Credo e che ci tiene uniti l'un l'altro, oltre i limiti del tempo, dello spazio e, persino, della morte.
Nella guarigione del figlio di un funzionario regio, narrata da Giovanni nel suo Vangelo assistiamo a un miracolo di Gesù in favore di un uomo di alto rango, la cui fede lo porta, però, a sottomettersi alla regalità del Messia. Potrebbe trattarsi di un ufficiale civile o militare, giudeo o romano. Gesù lo riprende, dicendo che la fede non dovrebbe dipendere dai miracoli: "Se non vedete segni e prodigi, voi non credete" (Gv 4,48). Ma lo esaudisce oltre ogni aspettativa e oltre la pochezza della fede del funzionario. Quest'ultimo, infatti, sembra invitare il signore ad affrettarsi a scendere da Cana a Capernaum per evitare che il figlio muoia nel frattempo. Gesù dimostra che la sua parola è in grado di guarire e anche di resuscitare i morti da qualunque distanza venga pronunciata. Mentre l'uomo sta tornando a casa gli vanno incontro si suoi servi informandolo che il figlio è guarito "intorno all'ora settima" (Gv 4,52) ed egli realizza che proprio in quel momento che egli supplicò Gesù per la guarigione del proprio figlio.
Vi è qui, dunque, la capacità, del funzionario di riconoscere l'intervento di Dio, facendo memoria degli eventi e scandagliandoli alla luce della fede e della ragione. I miracoli non sono necessari alla fede, ma se proprio vogliamo chiederli dobbiamo non solo pregare con perseveranza e fiducia, ma anche essere in grado di riconoscerli per mostrare a Dio la nostra gratitudine: "Allora il padre riconobbe che era proprio in quell'ora in cui Gesù gli aveva detto: ‘Tuo figlio vive’; e credette lui con tutta la sua casa” (Gv 4,53). Anche in questo racconto troviamo una esortazione alla consapevolezza, alla vigilanza, alla sobrietà, ovvero a vivere con gli occhi ben aperti di fronte a quanto Dio compie nelle nostre vite.


Rev. Luca Vona

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Bibliografia ragionata sulla storia del movimento pentecostale italiano


Il movimento pentecostale italiano nacque intorno alla prima decade del Novecento non per impulso di missioni estere, come sovente è avvenuto con altre chiese evangeliche, bensì per opera di italiani un tempo emigrati all’estero.Vi fu poi un ventennio di vessazioni e persecuzioni (1935-1955) da cui si uscì grazie a una stretta e inusuale sinergia tra i membri di queste comunità, pressoché totalmente illetterati e appartenenti a classi sociali molto modeste, intellettuali laici d’alto profilo e competenza, alcuni (molto pochi) parlamentari di specchiata moralità, giudici con alto senso del dovere e del loro ruolo. Questa fu un’età ‘eroica’ e benedetta; tale ‘sinfonia’ ebbe del miracoloso se solo si riflette sulla diversità degli attori tra loro.Negli studi storici e sempre il prima che spiega il poi. Lo confermiamo. Tuttavia non v’è nessuna regola che ci vieti di collegare alla memoria una prospettiva proiettata sul futuro. Anzi. Una storia senza un’apertura al futuro rimarrebbe la sala polverosa di un deposito museale. D’altro canto una riflessione sul futuro che prescinda da un’accurata analisi del passato sarebbe come una casa costruita sulla sabbia.



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Dettagli prodotto
Copertina flessibile: 90 pagine
Editore: Grampus Publishing (16 ottobre 2018)
Collana: Teologica
Lingua: Italiano
ISBN-10: 1728870607
ISBN-13: 978-1728870601



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