Se uno mi ama... noi verremo a lui



LITURGIA DELLA DOMENICA DI PENTECOSTE


Colletta

O Dio, che in questo tempo hai istruito i cuori dei tuoi fedeli, inviando loro la luce dello Spirito Santo; concedici, attraverso lo stesso Spirito di avere un retto giudizio in tutte le cose, e di rallegrarci sempre del suo conforto; per i meriti di Gesù Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te, nell’unità dello Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.

Letture:

At 2,1-11; Gv 15,15-31.

Nel racconto riportato dagli Atti degli Apostoli vediamo che il luogo in cui viene donato lo Spirito Santo è la Chiesa. Ma cosa è la Chiesa? Un edificio sontuoso? Una istituzione religiosa? Un'adunanza oceanica? No, la chiesa è innanzitutto e semplicemente la comunità dei credenti, riunita in preghiera, nello stesso luogo. Gesù lo aveva promesso: "Dove sono due o tre riuniti nel mio nome, io sono in mezzo a loro" (Mt 18,20). La preghiera che ci apre al dono dello Spirito è dunque preghiera comunitaria; e la preghiera più importante compiuta nel nome di Gesù è la preghiera liturgica. La liturgia è infatti preghiera al Padre, in comunione con il Figlio, che si dona a noi nella Santa comunione. E il dono più grande che il Padre può fare al Figlio è proprio lo Spirito: "Chi è tra voi quel padre che se il figlio gli chiede del pane , gli darà una pietra?" (Lc 11,11). Gesù dunque ci esorta a chiedere, per ricevere quel dono che il mondo non conosce (Gv 14,17). Gesù ci esorta a chiedere con coraggio, non qualcosa di piccolo, ma il dono più grande: Dio stesso, la sua potenza - "come vento impetuoso" (At 2,2) - la sua sapienza - "vi insegnerà ogni cosa (Gv 14,26) - la sua eloquenza - "li udiamo parlare delle grandi cose di Dio nelle nostre lingue!" (At 2,11).
Il dono dello Spirito è dunque un dono fatto alla comunità, non al singolo; e anche i suoi benefici si manifestano attraverso la comunità e per la comunità, ma la trascendono, perché il suo fine è quello di riunire tutti i popoli in un solo corpo, rispettandone la diversità.
Il Padre avrebbe potuto effondere il suo Spirito su un solo credente, su un solo profeta, ma decide di dividerlo in diverse lingue di fuoco, che si posano su ciascuno, conferendo a ciascuno un carisma differente.
Le diversità tra i fratelli in Cristo sono sbalgiate quando ci portano lontano dall'essere "una sola mente" (At 2,1), ma sono una ricchezza quando il medesimo Signore, opera tutto in tutti, attraverso una diversità di ministeri (1 Cor 12,5-6). Nessuno, tra i credenti, può insuperbirsi, pensando di essere l'unico indispensabile: chi opera, infatti, è Dio, e ogni carisma conferito dallo Spirito, non è che un "ministero", appunto, un ufficio posto al servizio di Dio, per il bene dell'intero corpo ecclesiale.
Non possiamo poi concepire il dono dello Spirito in modo autoreferenziale ed elitario. L'eloquenza conferita dallo Spirito non è la tendenza a parlarci addosso, a chiuderci nel lessico dei tecnicismi teologici, ad essere sordi verso le culture che parlano una lingua differente dalla nostra. Riconosciamo che è lo Spirito che opera nella Chiesa, quando anche chi è fuori dalla nostra comunità, dal nostro modo di ragionare ed esprimerci, comprende la nostra predicazione su Cristo: "E tutti stupivano e si meravigliavano, e si dicevano l'un l'altro: 'Come mai li udiamo parlare nella nostra lingua natìa?'" (At 12,7-8).
Gli apostoli chiedono a Gesù: "Signore perché ti manifesterai a noi e non al mondo?". Se è vero che il dono dello Spirito Santo è fatto non al singolo, ma alla comunità dei credenti, per il bene dell'intero corpo di Cristo, che è la Chiesa, è anche vero che si tratta di una epifania che investe l’individualità del credente, una esperienza intima e diretta del Dio trinitario; è Dio stesso che viene a inabitare la nostra anima: "Conoscerete che io sono nel Padre mio, e che voi siete in me, e io in voi (Gv 14,20); "Se uno mi ama... noi verremo a lui" (Gv 14,23).
L'incontro con la Parola di Dio, nella meditazione delle scritture, nella preghiera e nei sacramenti, ci trasforma, per grazia, in essa; in modo tale che quando il Padre si china su di noi, non vede più noi ma l'immagine del suo Figlio, ed effonde su di noi il su Spirito in abbondanza ("furono tutti ripieni dello Spirito Santo" At 2,4).
Nel Vangelo di Giovannni, Gesù ci esorta a osservare i suoi comandamenti per ricevere il dono dello Spirito: "Se mi amate, osservate i miei comandamenti" (Gv 14,15); "Chi ha i miei comandamenti e li osserva, egli è colui che mi ama; e chi mi ama sarà amato dal Padre mio; e io lo amerò e mi manfesterò a lui" (Gv 14,21).
Non deve mai venir meno, dunque, al di là delle nostre miserie, il desiderio della santificazione, intesa come obbedienza ai comandamenti evangelici, espressi da Gesù con la sua vita e la sua predicazione. La nostra santificazione è opera della grazia di Dio, dello Spirito stesso. Abbiamo visto i luoghi in cui opera la grazia: la comunione fraterna, le Scritture, la liturgia, la Chiesa concepita come realtà sacramentale aperta alle genti.
"Perciò vi dico: chiedete" (Lc 11,9) ci esorta Gesù. Non lasciamoci vincere dal torpore, dalla rassegnazione, dalla mediocrità. Osiamo chiedere il dono più grande: una nuova Pentecoste per noi, per la Chiesa e per l'intera umanità.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart






Chiesa Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart
Rettore Rev. Luca Vona
Venerabile Arcidiacono per l'Italia - Diocesi Anglicana Cattolica di Cristo Redentore
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Siate facitori della parola


Commento alla Liturgia della V Domenica dopo Pasqua,

comunemente chiamata Rogation sunday (Domenica delle petizioni)


Colletta

O Signore, dal quale proviene ogni cosa buona; concedi a noi, tuoi umili servi, di desiderare, mediante la tua santa ispirazione, ciò che è buono, e di perseguirlo mediante la tua guida misericordiosa. Per il nostro Signore Gesù Cristo. Amen.


Letture:

Gc 1,22-27; Gv 16, 23-33

Nella Parola incarnata, che è Gesù Cristo, noi possiamo trovare la nostra vera natura, a immagine e somoglianza con Dio, ma l’Apostolo Giacomo ci ammonisce: non possiamo limitarci a un compiacimento momentaneo, il nostro sguardo interiore deve restare fisso in essa, affinché lo Spirito ci trasformi, restaurando in noi la bellezza divina.
Il Signore non cerca semplicemente uditori della sua parola, ma persone che la mettano in pratica, "facitori della parola" (Gc 1,22). Per il cristiano, l'essere, il fare, devono predominare sull'apparire. La pietà è il tratto distintivo del vero credente. Non avere un uomo accanto a sé, un padre, un marito, nell'antichità esponeva alle peggiori ingiustizie e sopraffazioni. Di qui l'esortazione dell'apostolo a prendersi cura dell'orfano e della vedova, secondo una tradizione che attraversa già tutta la letteratura profetica veterotestamentaria. Inerroghiamoci, dunque, su chi sono oggi i più deboli e gli ultimi della società, e sentiamoci interpellati direttamente da Dio a prenderci cura di loro.
Ascoltare la parola, secondo il richiamo che il Signore rivolge al suo popolo fin dai tempi dell'esodo, con il richiamo "shemà Israel" (“Ascolta, Israele”), significa amarla e studiarla, ma anche andare oltre: meditarla, assimilarla interiormente. Solo così prepareremo un terreno dissodato, in cui lo Spirito potrà far germinare frutti abbondanti.
In passato, in questo giorno, venivano presentate a Dio petizioni particolari per i frutti della terra e per coloro che la lavoravano. Oggi, una buona parte del pianeta vive in una condizione in cui di cibo ce n'è pure troppo e dovremmo pregare innanzitutto perché il Signore ci renda sensibili al rispetto della sua creazione e alle necessità di quell'altra parte del pianeta che vive di stenti o muore letteralmente di fame.
Dopo tanti secoli di apparente progresso e civilizzazione, l'umanità è ancora segnata da profonde ingiustizie e anche i popoli nominalmente cristiani si mostrano spesso ascoltatori disattenti, quando non completamente sordi, alla parola di Dio. Il mondo è malvagio, ma Gesù ci esorta a farci animo, perché egli ha vinto il mondo.
La festività anglicana chiamata Rogation Sunday, "domenica delle petizioni", deve farci chiedere innanzitutto di sapere coltivare con sapienza e perseveranza i territori ancora desolati del nostro cuore; affinché possano produre frutti di conversione.
Gesù esorta i suoi discepoli a chiedere, a chiedere nel suo nome, direttamente al Padre. E tutto ciò che chiederanno nel suo nome, il Padre glielo darà; la garanzia è data dal fatto che il padre li ama perché loro hanno amato Gesù e hanno creduto che egli è venuto da Dio.
Da questo discorso di Gesù si evince che ci sono tre presupposti per pregare bene: chiedere "nel suo nome", amare e credere in lui. Chiedere nel nome di Gesù significa che le nostre richieste devono muoversi nel perimetro tracciato dalla predicazione evangelica, dall'esempio stesso che Gesù ci ha dato con la sua vita. Nessun discepolo è più grande del maestro, ci ha detto Gesù; dunque, a volte non otteniamo ciò che chiediamo perché chiediamo la cosa sbagliata, qualcosa che ci allontana dalla vera sequela di Cristo, la cui vita deve esere il modello su cui forgiare le nostre vite. Se vogliamo essere buoni "facitori della parola", dobbiamo prendere, come buoni scultori, il modello della parola vivente che è Cristo e dobbiamo anche amarlo, tenendo gli occhi fissi su di lui. Ecco allora, che anche se il mondo ci darà tribolazione, saremo beati nel nostro operare (Gc 1,25) e troveremo pace in Cristo (Gv 16,33).
Chiediamo dunque a Dio di insegnarci a "esaminare attentamente la legge perfetta" (Gc 1,25), che non è semplicemente un elenco di precetti, ma il Figio di Dio incarnato, del quale ogni parola e azione, raccolti nel Vangelo, restituiscono l'immagine di Dio. E così, ascoltando attentamente, contemplando assiduamente, lo Spirito ci trasformi in lui, "di gloria in gloria". (2 Cor 3,18).

Rev. Luca Vona
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Ricevete con mansuetudine la parola che è stata piantata in voi


Liturgia della IV domenica dopo Pasqua


Colletta

Dio Onnipotente, che solo puoi governare la volontà e le affezioni disordinate degli uomini peccatori; concedi al tuo popolo, di amare ciò che comandi e desiderare quanto hai promesso; affinché attraverso i molteplici rivolgimenti del mondo, i nostri cuori possano restare fissi laddove la vera gioia può essere trovata. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

Gc 1,17-21; Gv 16,5-15

Il dono dello Spirito è il soggetto di queste letture, che precedono le festività dell'Ascensione e della Pentecoste.
Le parole di Gesù ci rammentano che il suo sottrarsi a noi non è privo di frutti. Egli ci lascia, per un breve tempo, per fare ritorno al Padre, dal quale riceverà lo Spirito, che ci verrà donato affinché ci guidi verso "tutta la verità" (Gv 16,13).
Per questo anche l'apostolo Giacomo, nella sua lettera ci dice che "ogni buona donazione e ogni dono perfetto vengono dall'alto" (Gc 1,17).
Lo Spirito, che "non parlerà da se stesso, ma dirà tutte le cose che ha udito" (Gv 16,13) ci guiderà fino al ritorno di Cristo nella gloria.
La parola di Dio deve essere al centro della nostra vita cristiana. Ma dove troviamo la parola di Dio? Nelle Scritture certamente; che sono state ispirate da lui e contengono ciò che è essenziale per la nostra salvezza. Ma la parola di Dio non è lettera morta, la nostra non è la religione del libro. L'ascolto delle Scritture passa innanzitutto attraverso la liturgia, e in maniera eminente nella liturgia eucaristica, dove Gesù è presente in mezzo a noi e ci parla, non da un lontano passato ma con parole vive che si confrontano con la realtà di oggi. Nella liturgia, Cristo ci parla attraverso la proclamazione delle Scritture e mediante la predicazione, ma parla anche direttamente al nostro cuore, con il quale si unisce nella santa comunione eucaristica, rendendoci una cosa sola con lui e, dunque, pronti a ricevere il dono dello Spirito dal Padre. A quel punto lo Spirito parla direttamente al nostro cuore, facendo sì che la parola di Dio diventi qualcosa di personale e di unico che egli abbia da dire a ogni singola persona. Quando ci parla, in un certo senso, Dio ci dà sempre del “tu”. Così la parola di Dio trascende la vicenda del Gesù storico e si presenta come Logos eterno, ma non distaccato dalla nostra vicenda terrena; capace, anzi, di trascendere gli inevitabili limiti spaziali e temporali cui è stata soggettà la predicazione di Gesù durante la sua vita terrena.
È lo Spirito, presente nelle Scritture, nella liturgia e nella comunione con Cristo e con la sua chiesa, che ci guida alla pienezza della verità, rivelandoci tesori sempre nuovi e guidandoci nella comprensione di quanto non è naturalmente alla nostra portata (Gv 16,12). Per questo la meditazione delle Scritture non è sufficiente per una fruttuosa vita cristiana, senza che vi sia una partecipazione alla lituriga, il senso di comunione con l'intera chiesa – corpo mistico di Cristo – e senza la preghiera, ispirata e alimentata dallo Spirito. Solo nell'ascolto orante la meditazione delle Scritture realizza l'incontro con Cristo, evitando la trappola di uno sterile intellettualismo.
Nella preghiera il nostro cuore diviene docile, terreno dissodato e pronto a ricevere con mansuetudine la parola di Dio, liberandoci dalle affezioni e dalle volontà disordinate. L'immagine evocata dalla colletta della liturgia odierna sembra mutuata diretamente dallo stemma e dal motto della Certosa. Non è improbabile, perché Cranmer, che probabilmente è l'autore diretto di questa preghiera, possedeva nella sua biblioteca una vita di San Bruno, fondatore dell'Ordine certosino, nonché un commento ai Salmi del certosino Ludolfo di Sassonia. Oggi preghiamo perché Dio ci liberi dal caos che regna nelle nostre anime, facendoci amare ciò che ha comandato e desiderare ciò che ha promesso. La colletta evoca i molteplici rivolgimenti del mondo e chiede che i nostri cuori siano fissati laddove può essere trovata la vera gioia. In modo simile intorno allo stemma certosino, che rappresenta un globo sormontato da una croce, troviamo il motto "Stat crux dum volvitur orbis": "La croce resta salda tra i rivolgimenti del mondo". Anche Giacomo nella sua lettera ci ricorda che nel Padre "non vi è mutamento né ombra di rivolgimento". È questo il dono dello Spirito: una parola capace di governare le nostre anime, che sono come imbarcazioni prive di timone e in preda alla tempesta. Così queste immagini ci riportano alla mente l'episodio evangelico in cui Gesù sgrida i venti e comanda le acque, riportando la bonaccia, dopo che i discepoli avevano temuto il naufragio.
Accostiamoci dunque con fede alla parola di Dio e preghiamo affinché lo Spirito ci venga  donato in abbondanza.

Rev. Luca Vona
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La vostra tristezza si muterà in gioia


Liturgia della III domenica dopo Pasqua


Colletta

Dio Onnipotente, che mostri a coloro che sono nell’errore la luce della tua verità, affinché possano tornare sulla via della giustizia; concedi a tutti coloro che sono ammessi alla sequella di Cristo, di evitare quelle cose contrarie alla loro professione, e di seguire tutte le cose a lui gradite. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Pt 2,11-17; Gv 16,16-22.

La fede nella resurrezione, che è al centro della vita di ogni cristiano, ci dona la certezza che la verità e la giustizia, in Cristo, hanno vinto il mondo. E questa fede, lungi dal rappresentare un sogno consolatorio, ci porta a diventare noi stessi, in Cristo, agenti di questa trasformazione in corso, protagonisti di questa vittoria, sulla menzogna, sull’ingiustizia, sulla morte e sul peccato. Pietro ci esorta a comportarci come stranieri e pellegrini, astenendoci dai desideri della carne, affinché i Gentili, i pagani, coloro che sono lontani da Cristo, possano glorificare le nostre buone opere.
Dio, però, non ci utilizza come pedine in uno scacchiere. Egli ci mostra la luce, ma non ci obbliga a riceverla. La natura umana è immersa nelle tenebre e il Signore visita e illumina le nostre tenebre. C’è una scintilla divina in ciascuno di noi; e siamo liberi di alimentarla e trasmetterla, di trasformarla in un focolare o in un incendio che divampa; così come siamo liberi di soffocarla, mettendola sotto il moggio. Quel che è certo è che un giorno ci verrà chiesto conto del dono che abbiamo ricevuto e dell’uso che ne abbiamo fatto.
Il Risorto, nel suo discorso che lascia piuttosto disorientati i discepoli, ci parla di un breve momento in cui non lo vedermo più, e allora piangeremo e ci lamenteremo, mentre il mondo si rallegrerà; ma poi lo rivedremo e la nostra tristezza si muterà in gioia.
Il vero cristiano sente di non appartenere completamente a questo mondo, ha nostalgia di Dio, cerca la comunione con lui. Le gioie del mondo per lui non sono abbastanza, non valgono nulla a consolarlo e con il salmista esclama “l’anima mia è assetata di Dio, del Dio vivente. Quando verrò e comparirò davanti a Dio?”. (Sal 42,2). La nostra fede ci rende Dio presente, ma la Verità si fa strada in maniera sofferta tra le tenebre, come se dovesse venire alla luce tra i dolori del parto. Questo è stato vero per la vicenda terrena di Gesù, dalla sua predicazine, accolta con entusiasmo, ma anche oggetto di aspre contestazioni, alla condanna della croce, fino alla vittoria della resurrezione, che ha prevalso sulla morte e sul peccato.
Anche la storia della Chiesa, così come la nostra personale vicenda di fede, ripercorrono queste tappe obbligate: la gioiosa rivelazione del Verbo incarnato, di una presenza divina che abita la creazione e che ha posto nel cuore dell’uomo la sua dimora. Il faticoso ritorno dell’uomo dal suo esilio alla comunione con il Creatore, guidato da questa luce, e da qui il richiamo a comportarci come pellegrini, astenendoci dai desideri della carne.
Ma cosa sono i desideri della carne? La carne, nella lingua greca della bibbia “sarx”, rappresenta la componente mortale della nostra natura umana. Per troppi secoli è stata identificata riduttivamente con il desiderio sessuale, connotando di significati moraleggiati questi passaggi biblici e altri dello stesso tenore. La verità più profonda è che l’astensione dai desideri della carne significa la capacità di non renderci schiavi delle cose finite, caduche, transitorie. Se ci ripieghiamo su di esse, ricercando lì la savezza, ciò che troviamo è soltanto tenebra.
Ma se trattiamo le cose buone che sono nel mondo per quello che sono, come mezzi e non come il fine, possiamo attraversarle indenni, guidati dalla luce divina e trasfigurare esse stesse nella luce.
Allora la nostra tristezza si muterà in gioia.


Rev. Luca Vona
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Il vostro cuore non sia turbato


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO PASQUA


Colletta

Padre Onnipotente,che hai donato il tuo unico Figlio affinché morisse per i nostri peccati e risorgesse per la nostra giustificazione.Concedici di liberarci dal lievito della malizia e del peccato, per servirti sempre in verità e con cuore puro. Per i meriti del tuo stesso Figlio Gesù Cristo nostro Signore. Amen.

Letture:

1 Gv 5,4-12; Gv 20,19-23

Il mondo è nei vangeli quella forza che si oppone a Cristo e alla sua azione di salvezza. È una forza che risiede non solo fuori di noi, ma anche dentro di noi. È un ostacolo all'avvento del Regno di giustizia, di pace, di carità.
La paura del mondo, la paura delle forze ostili che hanno messo a morte l'autore della vita ("Tutte le cose sono state fatte per mezzo di lui" Gv 1,3), è ben rappresentata dalle porte serrate, dietro le quali i discepoli si sono trincerati dopo il terribile epilogo della vicenda terrena di Gesù.
Ma il Risorto, che "si presentò là in mezzo" (Gv 20,19), è capace di entrare nei nostri cuori anche a porte chiuse, per donarci la sua pace; non la pace come la dà il mondo, ma la pace dello Spirito Santo ("Ricevete lo Spirito Santo" Gv 20,22), quella pace che è Dio stesso. E ci invita a diventare portatori di pace, innanzitutto attraverso il perdono: "a chi rimetterete i peccati saranno perdonati e a chi li riterrete saranno ritenuti" (Gv 20,23).
Dio è pace. Per questo Gesù ci esorta: "il vostro cuore non sia turbato e non si spaventi". Tutto ciò che porta turbamento, in noi e fuori di noi, non è  da Dio, anche se dovesse ammantarsi delle vestigia della pietà religiosa.
Il mondo ci fa versare in un continuo stato di agitazione con impegni, scadenze, sollecitazioni di ogni genere. Il più delle volte si tratta di cose vane e distanti dalle necessità del Regno di Dio. Ma noi dobbiamo essere capaci di prenderne consapevolezza e di spostare il centro della nostra attenzione sulla pace, su quella pace che è Dio. La nostra quotidianità dovrebbe essere, come quella di un monaco certosino, una quiete laboriosa e un' azione quieta.
Come apostoli del Vangelo, però, il mondo non deve turbarci al punto da fuggirlo e chiudere dietro di noi la porta della nostra stanza. Né può essere considerato evangelico un atteggiamento di semplice “disprezzo del mondo”, definizione che spesso ha fatto parte della letteratura cristiana e che si presta a gravi fraintendimenti.
Certamente l’umanità è terribilmente segnata dal peccato, dalla malvagità, dall'ingiustizia e non è sempre facile provare sentimenti di “filantropia”, di amore e compassione per i nostri simili. Ma Dio ha amato il mondo e gli ha donato il suo figlio unigenito. E Gesù, che è venuto nel mondo, manda anche noi a predicare il messaggio evangelico, per insegnare agli uomini la strada per ritornare a Dio. "Come tu hai mandato me nel mondo, così io ho mandato loro nel mondo" (Gv 17,18). Il cristiano non appartiene al mondo ma è mandato nel mondo. Avere il Figlio, possedere Gesù, farlo nostro nell'ascolto della sua Parola e nella sequela del suo esempio, significa possedere la vita, vivere in pienezza, gustare il senso profondo della nostra esistenza. E noi siamo chiamati dal Risorto a condividere questa pienezza di vita, portandola nel mondo, saldi nella nostra fede. Perchè "questa è la vittoria che ha vinto il mondo: la nostra fede" (1 Gv 5,4).


Rev. Luca Vona
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