«caddero nella buona terra... e giunsero a dare... il cento per uno» Mc 4,1-8


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Un sacrificio ragionevole


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA PRIMA DOMENICA DOPO L’EPIFANIA


Colletta

O Signore, ti supplichiamo, ricordati nella tua misericordia delle preghiere del tuo popolo; concedigli di riconoscere i propri doveri e donagli la grazia e la forza di portarle a compimento. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Rm 12,1-5; Lc 2,41-52

Il ritrovamento di Gesù al tempio da parte di sua Maria e Giuseppe, dopo tre giorni dalla sua scomparsa, rappresenta una sorta di seconda epifania, poiché egli si fa trovare a discutere con i dottori della legge, di fronte ai quali mostra una sapienza inattesa. Egli, inoltre, afferma anche la sua figliolanza divina, che supera qualsiasi legame familiare terreno. Tale evento è una prefigurazione della sua resurrezione, avvenuta poprio tre giorni dopo la Passione. Il Figlio si mostra come colui che ha la perfetta comprensione del significato della Legge, e che può dunque svelarne i segreti anche ai sapienti di questo mondo.
In questo episodio evangelico, riferito solo da Luca, Gesù è un giovane ragazzo di dodici anni. Certamente la sua precocità nella conoscenza delle Scritture è determinata dalla sua natura di Verbo eterno, Figlio di Dio, ma possiamo forse ravvisare nella figura di Gesù al Tempio quella capacità di vedere il mondo con occhi nuovi, di rimetterlo in discussione, propria di chi ha un cuore giovane. Non che coloro che sono anagraficamente giovani abbiano sempre ragione. Anzi, la nostra società è persino troppo malata di giovanilismo, di genitori che si vestono come i figli, li inseguono nell'utilizzo degli stessi strumenti di comunicazione, cercano di fuggire e nascondere in ogni modo l'avanzare della propria età.
Vi è però la necessità di sapere andare controcorrente, di capovolgere i punti di vista consolidati, gli stereotipi e gli automatismi mentali, che rischiano di impedirci un pieno sviluppo umano, intellettuale e spirituale. Facciamo alcuni esempi: per secoli gli uomini hanno concepito la terra al centro dell'universo; hanno pensato che gettando dall'alto due sfere, l'una più pesante dell'altra, sarebbero cadute al suolo in momenti diversi; hanno creduto che gli uccelli volano per il loro sbattere delle ali. Persino il grande Leonardo da Vinci era incorso in quest'ultimo errore, provando e riprovando senza successo a costruire una macchina che potesse rendere l'uomo padrone dei cieli. Tutto ciò finché qualcuno come Galileo non mise in discussione le teroie consolidate, salì sulla torre di Pisa e gettò due differenti sfere, verificando che cadevano al suolo nello stesso momento. E ci vollero secoli, dal tempo di Leonardo, per comprendere che gli uccelli volano non per il loro sbattere le ali, ma per una particolare conformazione dell'ala e per la loro ossatura quasi cava. Solo così si poté imitare quella conformazione alare, riuscendo a far decollare il primo aeroplano.
Anche a livello morale è così: il mondo ci insegna e ci ripete tante stupidaggini, tante frasi fatte che impariamo a memoria, tanti automatismi di pensiero che ci portano a dare per scontate cose che magari vanno contro l'Evangelo. Ma proprio nell'Evangelo noi cristiani abbiamo la nostra bussola, e per questo l'apostolo Paolo ci invita a non conformarci allo spirito di questo mondo, ma a lasciarci trasformare, mediante un pieno rinnovamente del nostro spirito (Rm 12,2). Egli ci invita poi a conoscere, per esperienza, quale sia la volontà di Dio. La nostra fede non è cieca, anche se non abbiamo veduto, abbiamo ascoltato la parola di Dio, e abbiamo creduto perché abbiamo sperimentato la sua grazia, il suo Spirito. L'importanza dell'esperienza sarà enfatizzata dal fondatore del metodismo, John Wesley, che aggiungerà questo quarto pilastro ai tra dell'anglicanesimo, precedentemente codificati dal teologo Richard Hooker: Le Scritture, la Tradizione e la Ragione.
Dalla nostra esperienza di Dio e della grazia consegue la nostra offerta come sacrificio ragionevole. Questa definizione di Rm 12,1 è ripresa dall'antico canone romano per la liturgia e rimane in presente tanto nella Santa cena anglicana quanto nella liturgia codificata da Wesley per i primi metodisti.
Dopo millenni in cui Israele offriva a Dio capri, vitelli e frutti della terra, Gesù inaugura un'epoca in cui la nostra adorazione avviene in spirito e verità (Gv 4,23). Da cosa muove la nostra adorazione, il nostro sacrificio? Paolo ci dice "per le compassioni di Dio". poiché abbiamo ricevuto la salvezza, poiché abbiamo sperimentato la grazia di Dio, allora compiamo le opere buone che egli ci chiama a fare. Noi ci comportiamo bene e non adoriamo per ottenere la grazia, ma poiché abbiamo ricevuto la grazia cerchiamo di conformarci a Cristo, anziché allo spirito di questo mondo, e adoriamo il Padre.
Per la stessa ragione abbiamo il dovere di amare il nostro prossimo; come potremo infatti comportarci male con coloro che Dio ha salvato? In tal senso, ci sentiamo, ed effettivamente siamo, membra di uno stesso corpo, sebbene con diverse funzioni.
In un tempo, quale quello in cui viviamo, in cui giustamente si rivendicano molti diritti, non possiamo dimenticare la necessità di esercitare anche alcuni doveri. Per la verità, ad ogni diritto corrisponde in maniera speculare un determinato dovere. Il genitore e il maestro hanno il dovere di insegnare, perché il fanciullo e l'alunno hanno dil diritto di imparare; sostentarci con il lavoro e al contempo un nostro diritto e un nostro dovere.
Anche amare Dio è un privilegio che ci è stato concesso per grazia, mediante la liberazione dal peccato. è nostro dovere non sprecare un tale privilegio.

Rev. Luca Vona


Riconoscere l'essenziale


COMMENTO ALLA LITURGIA DELL'EPIFANIA 

Colletta

O Dio, che attraverso la guida di una stella hai manifestato il tuo unigenito Figlio ai Gentili, concedi misericordioso a noi che ti conosciamo  mediante la fede, di poter fruire, dopo questa vita della tua gloriosa divinità; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Ef 3,1-12; Mt 2,1-12

"Dov'è il re dei Giudei"? I magi compirono un lungo viaggio per trovarlo e adorarlo. Dopo più di duemila anni, tanti cristiani ormai solo di nome non si pongono manco più la domanda. Compirebbero un lungo viaggio per visitare un paesaggio esotico, oppure, in maniera meno edonistica, per trovare un lavoro più sicuro e redditizio. Compirebbero il lungo viaggio della vita, che è sempre un batter d'ali, per quanto longevi si possa essere, adorando cose che sono per la maggior parte del tutto inutili, peggio ancora dannose. Perché quando adoriamo la cosa sbagliata ci rendiamo servi, ma non servi come Paolo, che si definisce così perché è con grande umiltà che si riconosce chiamato a far conoscere il mistero della grazia rivolta ai pagani, non servi come Paolo, che si sente libero anche in catene, per avere adempiuto la vocazione cui era stato chiamato. Servire e adorare il mondo significa affaticarsi inutilmente per cosse prive di valore, moltiplicare le nostre preoccupazioni, in una febbrile ansia di accumulo e ostentazione, sottrarre tempo prezioso a ciò per cui siamo stati chiamati all'esistenza: amare i nostri cari, amare ogni altro essere umano in cui possiamo imbatterci nel nostro cammino, amare la creazione che Dio ha fatto per noi.
Ma ci ritroviamo a dedicare la maggior parte del nostro tempo a produrre, consumare, servire e adorare idoli che non possono appagare le nostre preghiere, il nostro desiderio di una felicità piena. Ci viene fatto firmare un contratto di lavoro con il quale vendiamo gran parte del nostro tempo in cambio di una certa quantità di denaro. Noi accettiamo, perché il sistema i cui siamo inseriti, completamente immerso nel peccato, ci chiede denaro, e sempre più denaro, per soddisfare i bisogni primari, ma ancora di più quelli non essenziali, indotti e autoindotti in una società dove il marketing è onnipervasivo.
Invece il Re dei Giudei si manifesta in assoluta umiltà, in un angolo della città di Davide, Betlemme, posto in una mangiatoia alla sua nascita e accudito da sua madre in una casa, quando giungono i magi, una casa che di certo non era un palazzo regale.
Eppure i saggi dell'Oriente, gli angeli e le stesse forze della natura - rappresentate dalla stella che guida i magi - lo riconoscono e adorano come Re.
Chi cerca il Cristo non viene abbandonato da Dio, ma è guidato sapientemente e protetto dai pericoli che il mondo gli pone di traverso. Così i magi non solo giungono dal Messia guidati dalla stella, ma vengono anche avvertiti in sogno di ritornare al loro paese per aver salva la vita , per evitare il pericolo di Erode; i pastori sono guidati dagli angeli; Giuseppe sarà avvisato in sogno di lasciare Betlemme per sfuggire a Erode, che avrebbe ucciso il bambino Gesù vedendo in esso una minaccia al proprio trono.
Nell'Epifania noi adoriamo la manifestazione - è questo il significato del termine - della regalità universale di Gesù, adoriamo in lui il Messia promesso agli antichi profeti di Israele. Ma soprattutto commemoriamo l'apertura del piano salvifico di Dio agli uomini di ogni nazione, lingua, etnia, provenienza culturale, estrazione sociale.
L'antica promessa di una terra ad Israele, una terra di pace in cui scorrono latte e miele, diviene ora la manifestazione del "mistero di Dio", come lo chiama Paolo; un mistero che egli aveva tenuto in serbo fin dalla creazione del mondo e che pure gli angeli contemplano con ammirazione, prendendovi parte. Il mistero della chiamata delle genti a far parte dello stesso corpo di Israele, del corpo mistico di Cristo, non come appendice ma come membra viventi. E mentre veniamo liberati dalla Legge antica, ricevendo la salvezza per grazia, che ci consente di presentarci al Padre così come siamo - "con piena fiducia" dice Paolo - impariamo a liberarci anche da tutto ciò che non è essenziale e costituisce un orpello che ci ci impedisce di spiccare il volo, di godere la natura più profonda dell vita, che è Cristo stesso. In questo modo assisteremo alla manifestazione della sua gloria nelle nostre vite. Ogni "no" che diciamo a ciò che non è conforme all'Evangelo come si manifesta nella vita di Cristo, è un "sì" che diviene sempre più grande nei confronti della salvezza che egli gratuitamente ci dona; e mentre siamo salvati diveniamo sempre più integri - è questo il significato della parola "salvo" - ovvero non dipendenti da qualcosa di più piccolo della gloria di Dio, di più piccolo persino di noi stessi; e allora che diventiamo veramente liberi. Così sia.

Rev. Luca Vona


Eredi di Dio


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA I DOMENICA DOPO IL NATALE


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse su di sé la nostra natura e nascesse in questo tempo dal grembo di una vergine; concedici di essere rigenerati e fatti tuoi figli per adozione e grazia; affinché possiamo essere quotidianamente rinnovati dallo Spirito Santo. Per Cristo, nostro Signore, che vive e regna con te e con lo stesso Spirito, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Gal 4,1-7; Mt 1,18-25


Il tema dell'adozione per grazia - richiamato nella colletta della liturgia del giorno e dalla Lettera di San Paolo ai Galati - ci costringe a rivedere radicalmente la nostra immagine di Dio. La rivelazione del Dio trinitario e della dinamica che ne anima la vita, interna ed esterna, ci è data innanzitutto nel mistero dell’Incarnazione. Dio ci viene rivelato come Padre, dunque non come un'ente chiuso in se stesso, sterile e autoreferenziale, ma capace di generare in eterno un'altro da sé, il Figlio, e di effondere su di esso il proprio amore. Il Figlio restituisce al Padre questo amore, che è lo Spirito Santo, in una dinamica che è come quella di una sorgente perpetua, capace di autoalimentare il proprio flusso, senza fine né principio.

Ma il mistero dell'adozione a figli, mediante l'Incarnazione del Verbo, ci offre una ulteriore rivelazione. La capacità del Dio trinitario di effondere la propria vita anche al di fuori di sé. Assumendo e condividendo fino in fondo la nostra natura umana, infatti, il Figlio ci rende una cosa sola con sé. Il processo discendente e di spoliazione che ha inizio con l'Incarnazione del Verbo e giungerà alla rincunia di Dio a se stesso nella Passione e morte di Cristo, ha un parallelo nella progressiva ascesa della natura umana, nel momento in cui Dio decide di assumerla su di sé, di innalzarla rivestendosi di essa, di rigenerarla pienamente, attraverso la sua dolorosa Passione e la gloriosa Resurrezione.

La nascita di Gesù, l’Incarnazione dell'eterno Figio di Dio, è il passo decisivo con cui Dio ci offre, gratuitamente, la possibilità di essere inseriti nella sua vita trinitaria. È il segno della fedeltà di Dio alla sua creatura, che ci consente di recuperare non solo il Paradiso perduto, ma di condividere la stessa vita divina, di ottenere ciò che i nostri progenitori desideravano e che il menzognero tentatore gli prospettava come un qualcosa che Dio non ci avrebbe concesso: "DIO sa che nel giorno che ne mangerete, gli occhi vostri si apriranno, e sarete come DIO" (Gn 3,5)… Ne mangiarono entrambi “Allora si apersero gli occhi di ambedue e si accorsero di essere nudi” (Gn 3,7). Il frutto della disobbedienza ci ha allontanati da Dio, aprendoci gli occhi verso la miserevole nudità di chi ha perso tutto, perché il peccato ha rotto la nostra amicizia con Dio. Ma ben diverso è il frutto della giustificazione, e ben diverso il destarsi dal sonno, l’aprire gli occhi di Giuseppe, al quale l’angelo rivela il mistero dell’Emmanuele, il “Dio-con-noi”: “Ecco, la vergine sarà incinta e partorirà un figlio, il quale sarà chiamato Emmanuele che, interpretato, vuol dire: "Dio con noi” (Mt 1,23)

La salvezza operata in Cristo, ha non solo restaurato in noi l'immagine originaria, ma ci ha fatti eredi di Dio, rendendoci una sola cosa con il Figlio; sicché quando il Padre ci guarda, non vede noi, non vede me, non vede te... ma vede in noi il Figlio suo, ci ama come il suo Figlio prediletto. E quando noi preghiamo rivolgendoci al Padre, noi preghiamo con la stessa voce del Figlio di Dio, mediante lo Spirito Santo, che egli ha effuso abbondantemente su di noi.

Tutto ciò avviene nel mistero dei Sacramenti che il Signore, attraverso la Chiesa ci ha donato. E innanzitutto con i due grandi sacramenti attestati dal Vangelo e istituiti da Nostro Signore: il battesimo e la Santa Cena. Quando siamo battezzati nel nome del Padre, del Figlio e dello Spirito Santo, sperimentiamo il dono gratuito di Dio, che non è semplicemente una terra promessa per diventare nazione, e neppure il giardino dell'Eden con tutti i suoi frutti, ma è l'ingresso nella vita trinitaria, la piena comunione con Dio, che ci offre il dono più grande: se stesso. E questo mistero si compie pienamente nella comunione eucaristica, mediante la quale la nostra carne, il nostro sangue, diventano una sola cosa con la carne e il sangue di Cristo, affinché tutta la nostra persona, corpo e anima, possa ricevere l'immagine del Figlio. Ora Dio può vederci realmente con gli occhi di un Padre. Ora può vederci come noi guarderemmo nostro figlio. Chi è padre sa cosa significa il modo in cui guardi e ami tuo figlio e, per contro, il modo in cui lui ti guarda e ti ama, il modo in cui si affida a te. Certo siamo creature segnate dalla debolezza e dalla fragilità della natura umana, siamo padri imperfetti. Mentre Dio ci ama in un modo così perfetto che possiamo cercare di immaginarlo solo partendo dalla nostra esperienza umana di padri, madri e figli ed elevandola a una incalcolabile potenza e perfezione.

Come cristiani, abbiamo compreso a fondo il senso di questo mistero? Lo abbiamo compreso almeno un po'? Perché è questo il centro di tutta la nostra fede. Siamo in grado di vedere e concepire Dio come un Padre? Siamo in grado di saperci e di sentirci amati come il migliore dei padri amerebbe suo figlio? Lo Spirito Santo, ci insegni questo mistero e ci doni la sua pace, la pace di chi non è più schiavo e orfano in terra straniera, ma è stato chiamato a regnare con Cristo, nel quale il Padre ci dice: “tu sei mio figlio, oggi io ti ho generato” (Sal 2,7) e "ogni cosa mia è tua" (Lc 15,31). Amen.


Rev. Luca Vona


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Commento alla Liturgia del Natale


Colletta

Dio Onnipotente, che ci hai donato il tuo unico Figlio, affinché prendesse la nostra natura su di sé e nascesse in questo tempo da una vergine pura; concedici di essere rigenerati e resi tuoi figli per adozione nella grazia, rinnovati ogni giorno dal tuo Spirito Santo; per lo stesso Gesù Cristo nostro Signore, che vive e regna con te e con lo Spirito Santo, unico Dio, per tutti i secoli dei secoli. Amen.


Letture:

Eb 1,1-12; Gv 1,1-14

«No, Dio non cerca l'adorazione, il capo chino, lo spirito che l'invoca, che lo interroga, nemmeno il grido della rivolta. Cerca, soltanto, di vedere, come vede il fanciullo, una pietra, un albero, un frutto, la pergola sotto il tetto, l'uccello che s'è posato su un grappolo maturo». Sono parole del poeta, recentemente scomparso, Yves Bonnefoy. Quali parole più appropriate potrebbero descrivere il mistero dell'Incarnazione? Il mistero di un Dio che ci salva amandoci, amando e condividendo la nostra condizione umana in tutte le sue sfumature, quelle più delicate, come le bellezze e le gioie della vita e del creato, ma anche quelle più cupe: il freddo della stalla, le fatiche del lavoro quotidiano, una vita di stenti e peregrinazioni «Le volpi hanno delle tane e gli uccelli del cielo dei nidi; ma il Figlio dell'uomo non ha dove posare il capo» (Lc 9,58); e ancora: «Or avvenne in un giorno di sabato, dopo il grande sabato, che egli camminava attraverso i campi di grano, ed i suoi discepoli coglievano delle spighe e le mangiavano, sfregandole con le mani» (Lc 6,1). Con la sua Incarnazione, con la sua intera vita e con la sua Passione, il Signore si è spogliato della propria natura divina affinché Dio potesse essere presente anche nell'ultimo, nel più disprezzato e nel più sofferente degli uomini. Non c'è condizione umana che non sia toccata da Dio.
E se Dio si è spogliato della propria gloria, quanto più noi dovremmo spogliarci dei nostri orpelli, delle maschere che indossiamo per esorcizzare il nostro nulla e nascondere a noi stessi il nostro destino mortale?
Così si esprimeva il grande poeta inglese del diciassettesimo secolo John Donne, chierico anglicano: «Certo, quando un uomo nasce, può scegliere le sue condizioni di vita. Può viaggiare o pensare, sposarsi o restare solo, leggere libri o conquistare città: ma non c’è nessuna differenza fra un eremita e un viaggiatore, entrambi si consumano, entrambi sono ben fragili fortezze». E ancora: «Rispettiamoci: la morte verrà, anche se siamo prudenti. Ma forse, possiamo essere in armonia con lei, se cerchiamo di vivere un’ora d’ozio al giorno, di leggerezza assoluta, senza vestiti e senza rimorsi, disincantati e liberi». Questo disincanto non è la visione edulcorata che siamo soliti avere del Natale, quell'evento che portò il Logos eterno a farsi corpo, esposto alle mille intemperie della vita umana. Questo disincanto è scoprire che Dio, la Parola eterna che era con il Padre prima della creazione del mondo e prima che il tempo stesso fosse, venne ad abitare in mezzo a noi. Calpestò la nostra terra, attraversa i nostri corpi, in virtù della comunione con Cristo, che si compie, per grazia, nella fede.
Abbandonando ogni perfezione ed entrando nella presenza della vita e della morte, condividendo la nostra natura umana, senza perdere la distinzione tra essa e la propria natura divina, la Parola eterna, il Figlio di Dio ha dimostrato la dignità assoluta di ogni vita.
Cristo non è soltanto uno tra i grandi profeti di cui Dio si è servito nel corso dei secoli per far conoscere all'uomo i suoi disegni; egli è il Profeta per eccellenza, il Rivelatore ultimo e definitivo della verità divina e lo è in virtù della sua natura stessa e della posizione eccelsa che egli occupa; egli è il Figlio, la luce vera, colui in cui rifulge l'essenza di Dio, egli è il dominatore del mondo che fu già creato per mezzo di lui; egli che pur si abbassò fino alla croce, facendosi scandalo, siede ora alla destra di Dio investito di podestà regale su tutte le creature.
Non c'è pietra d'inciampo più grande di questa per la nostra ragione e persino per ogni altra religione: un Dio onnipotente che si fa assoluta debolezza, che sceglie di nascere come un bambino, fragile e bisognoso delle nostre cure. Lui, che si prende cura di noi, avendoci donato tutto quello che abbiamo, a cominciare dalla nostra stessa esistenza. Prendiamoci anche noi cura di Dio, in questo tempo di tenebre, affinché egli possa crescere e noi diminuire.

Rev. Luca Vona


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