«caddero nella buona terra; portarono frutto, che venne su e crebbe, e giunsero a dare il trenta, il sessanta e il cento per uno» Mc 4,1-8

«Fate tutto il bene che potete con tutti i mezzi che potete, in tutti i modi che potete, in tutti i luoghi che potete, tutte le volte che potete, a tutti quelli che potete, sempre, finché potrete» - John Wesley


NON CERCHIAMO SPETTATORI MA DISCEPOLI

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L'ansia per il mondo e quella per il Regno


LITURGIA DELLA QUINDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Custodisci, ti supplichiamo, Signore, la tua Chiesa con la tua misericordia; e, poiché la fragilità umana senza di te non può che cadere, matienici sempre al riparo da ciò che è dannoso e guidaci verso ciò che è profittevole per la nostra salvezza; per Gesù Cristo, nostro Signore. Amen.

Letture:

Gal 6,11-18; Mt 6,24


Le pagine del Vangelo di oggi risuonano estremamente attuali, perché l’ansia sembra essere uno dei mali più diffusi del nostro tempo. Chissà se i nostri antenati ne soffrivano così tanto… In effetti, potrebbe essere cambiata non tanto la diffusione dell’ansia, ma il giudizio sociale e medico con cui viene considerata; potremmo cioè avere la percezione di una maggiore diffusione di questo male semplicemente perché viene valutata più negativamente rispetto alle epoche passate, in cui era considerata in maniera meno patologica, un sentimeno più umano, che non necessita di particolari cure.
Vi è infatti una tendenza diffusa alla medicalizzazione delle emozioni; si pensi al DSM-V che per la prima volta inserisce il lutto tra le patologie da curare con i farmaci, quando protratto per più di qualche giorno.
Gesù ci raccomanda di non avere ansia per le ricchezze o per il nostro domani, ma è giusto avere ansia per la nostra salvezza e per la salvezza del prossimo, cosa che anche molti cristiani - e forse molte Chiese - sembrano avere dimenticato.
La vita del cristiano non è spensierata e concentrata sul cogliere edonisticamente l'attimo presente. Preghiamo invocando il Regno di Dio e il compimento della sua volontà, sospiriamo come le anime davanti al trono dell'agnello e come il salmista, dicendo "Fino a quando Signore?" (Sal 13,1; Sal 79,5; Ap 6,10).
Il messaggio evangelico non ci chiede di essere anestetizzati, di fuggire il senso di limitatezza e imprevedibilità che caratterizza la nostra esistenza umana in questo mondo. Alcuni orientamenti della medicina contemporanea vorrebbero curare l'ansia oltre la sua dimensione patologica; vorrebbero ciò rinnegare il riconoscimento di uno statuto umano e fisiologico a questa emozione che crea disagio. Ma in realtà c'è un'ansia da curare e c'è un'ansia che non necessita di cure, perchè è semplicemente un richiamo della retta coscienza a lavorare con sollecitudine la vigna che il Signore ci ha affidato.
Esiste poi un'ansia religiosa contraria alla volontà di Dio. L'apostolo Paolo ci parla nella sua Lettera ai Galati, di coloro che vogliono fare bella figura nella carne e costrigono gli altri a farsi circoncidere per fare bella figura e non essere perseguitati per la croce di Cristo (Gal 6,12). Costoro sono anche ipocriti, perché "neppure quelli stessi che sono circoncisi osservano la legge, ma vogliono che siate circoncisi per potersi vantare nella propria carne" (Gal 6,13). Anche oggi, nelle chiese cristiane, si rischia a volte di adottare segni esteriori, atteggiamenti etici e pastorali, nell'ottica del conformismo e alla ricerca del consenso, per evitare le persecuzioni del mondo. È proprio in tal modo che si perde quella sollecitudine positiva, per l'evangelizazione, per l'annuncio del Vangelo, senza vergogna e senza timore di incontrare persecuzioni.
Per contro, in direzione diametralmente opposta, vi è l'atteggiamento di coloro cercano rassicurazioni in segni esteriori, attraverso cui vorrebbero testimoniare una chiara e impegnata appartenenza religiosa, ma essi per primi non agiscono secondo ciò che predicano. Cercano la santità, ma la cercano negli altri, per potersi magari vantare di avere tra le proprie fila grandi modelli di testimonianza evangelica, ma non si sentono chiamati in prima persona a vivere il Vangelo, al di là del proprio formalismo. Sono questi gli atei o gli agnostici devoti, sempre pronti a moralizzare il prossimo, a gridare allo scandalo puntando il dito contro il ministro di culto o il cristiano con ruoli di responsabilità “trovato in castagna”, ma in realtà interessati soltanto a vendere qualche scandalo per qualche soldo, o magari a utilizare il prossimo come parafulmine per le proprie frustrazioni, insomma per sentirsi un po' migliori. Come se non fossimo, noi tutti, cristiani chiamati a un pieno senso di responsabilità in virtù del battesimo che abbiamo ricevuto.
Gesù ci vuole liberare da queste ansie sbagliate, che esprimono un ripiegamento sul proprio egocentrismo e, in definitiva, una vita meschina e sofferente. Ci chiede di spostare il baricentro da noi stessi e dalle cose materiali, esteriori, liberandoci dalla schiavitù che caratterizza il timore della perdita, l'avversione per ciò che disturba i nostri interessi, il dubbio e il senso di incertezza che paralizzano la nostra volontà.
La vita nella grazia è una esperienza di liberazione dunque, da tutte quelle sollecitudini vane, perché legate a ciò che è transitorio, impermanente, imponderabile. Da tutto ciò che è al di fuori della nostra umana capacità di provvedere a noi stessi, alla nostra salvezza. Da tutto ciò che è rassicurazione illusoria di essere salvati, come la circoncisione, le questioni di cibo o di bevanda (Rm 14,17), o qualsiasi altro segno di appartenenza religiosa. È la riscoperta di una esistenza centrata in Dio, alimentata dalla fiducia nel Padre, che con amore paterno si prende cura delle sue creature. Egli stesso infatti ci rivestirà di un abito nuovo e splendente, come e più dei gigli del campo; ci donerà un abito di santità, perché “né la circoncisione né l'incirconcisione hanno alcun valore, ma l'essere una nuova creatura” (Gal 6,15).

Rev. Luca Vona






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La parabola del fariseo e del pubblicano


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA UNDICESIMA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

O Dio, che hai manifestato la tua onnipotenza principalmente mostrando la tua pietà e misericordia; concedici benigno la tua grazia in abbondanza, affinché noi, correndo sulla via dei tuoi comandamenti, possiamo ottenere la ricompensa promessa e prendere parte al tuo regno celeste. Per Gesù Cristo nostro Signore Amen.

Letture:

1 Cor 15,1-11; Lc 18,9-14.


L’esordio di questo brano evangelico ci informa che gesù pronunciò queta parabola per coloro che “erano persuasi di essere giusti e disprezzavano gli altri (Lc 18,9). Quanti esempi di questo tipo anche nelle comunità cristiane, comprese quelle evangeliche! Quante volte coltiviamo la convinzione di essere tra coloro che si appartengono “alal chiesa giusta”, alla “vera chiesa di Cristo”, al popolo degli “eletti”, biasimando, o quantoomeno compatendo, “quelli di fuori”.
Il vangelo di Luca, dopo averci riportato, in questo stesso capitolo,  l’esortazione di Gesù a pregare continuamente “senza stancarsi” (Lc 18, 1), ci offre questa parabola in cui viene spiegato come bisogna pregare, contrapponendo due tipologie completamente differenti.
Il fariseo prega dentro di sé e stando in piedi (Lc 18,10) La sua preghiera, apparentemente, è una preghiera di ringraziamento a Dio. In realtà, il fariseo è completamente centrato su se stesso, nella presunzione di non essere “come gli altri uomini” (Lc 18,11). Compie diverse opere buone, andando anche molto al di là di ciò che è richiesto dalla legge mosaica: digiuna addirittura due volte a settimana, quando all’ebreo osservante era chiesto di digiunare in occasione della memoria annuale della distruzione del primo tempio (il giorno di Jom Kippur), paga la decima di tutto, mentre in realtà la decima era richiesta solo su alcuni prodotti.
Ciò che Gesù mette in discussione, in questa parabola, non sono le opere buone del fariseo, ma il suo atteggiamento interiore, contrapposto a quello del pubblicano, che risulta molto diverso. Il fariseo prega stando ritto in piedi - una posizione che sembra testimoniare una grande sicurezza di sé davanti a Dio - e parlando “dentro di sé” (Lc 18,11), trasformando la sua preghiera in una mormorazione contro il prossimo, rendendola dunque una sorta di bestemmia.
Il pubblicano, invece, proclama ad alta voce il suo status di peccatore. D’altra parte, era un peccatore “pubblico”, per il suo ruolo di agente della risocossione delle tasse per conto dell’occupante romano (e spesso tale riscossione, già considerata riprovevole di per sé, si macchiava ulteriormente di disonestà). Ma egli non respinge le accuse che gli vengono rivolte: ciò che il fariseo mormora dentro di sé contro, e che normalmente diveniva aperta espressione di disprezzo, il pubblicano lo riconosce, portando la propria vergogna davanti a Dio. Di qui la sua preghiera, a sguardo basso e a debita distanza dal Santo dei Santi, che rappresentava la presenza di Dio sulla terra: “stando lontano, non ardiva neppure alzare gli occhi al cielo” (Lc 18,1). Il pubblicano non ha nulla di cui gloriarsi, soltando chiede a Dio “sii placato verso me peccatore” (Lc 18,14).
Dicevamo, Gesù non condanna le buone opere del fariseo, né sminuisce il peccato del pubblicano; ma esalta il suo modo di pregare, ovvero il modo in cui egli si relaziona con Dio e, di conseguenza, con il prossimo. Il pubblicano appare infatti consapevole del male che ha arrecato al suo prossimo e del suo essersi posto lontano da Dio e dai suoi comandamenti. Questa è la condizione di tutti noi, compreso il fariseo, con il suo perfezionismo spirituale. E infatti Paolo, nella prima lettura di oggi, ci ricorda i cardini della nostra fede: “Il vengelo che vi ho annunziato (…) e nel quale state saldi, e mediante il quale siete salvati (…) Cristo è morto secondo i nostri peccati, secondo le scritture (…) che fu sepolto e che risuscitò (1Cor 15,1-4)”.
Non riconoscersi bisognosi della grazia di Dio significa rendere vana la croce di Cristo.
Paolo, in una lezione di umiltà, che non scade nella falsa modestia, si considera “il minimo degli apostoli (…) neppure degno di essere chiamato apostolo (1Cor 15,9), ma riconosce anche che “la grazia verso di me non è stata vana, anzi ho faticato più di tutti loro, non io però, ma la grazia di Dio che è con me (1 Cor 10). Questa consapevolezza è strettaente correlata alla fede nella resurrezioone di Cristo: non sapere riconoscere che la grazia può operare e certamente opera in noi, per santificarci dopo averci giustificati, significa, se vogliamo fare una affermazione paradossale, rendere vana la resurrezione di Cristo. La morte e la resurrezione di Cristo, infatti non sono un fatto circoscritto alla sua storia umana e divina, né qualcosa che agisce all’esterno di noi, ma, come ci ricorda la preghiera della colletta di oggi, sono espressione di quella onnipotenza di Dio, non disgiunta dalla sua pietà e misericordia per l’uomo, che ci consentono di camminare sulle vie dei suoi comandamenti. È, questa, la grazia che opera in noi, di cui parla l’apostolo Paolo.
La parabola del fariseo e del pubblicano, ci insegna che pregare bene significa essere veritieri con se stessi, riconoscendosi bisognosi di salvezza; e significa essere veritieri con Dio, riconoscendolo come un Dio misericordioso, che in Cristo, ha donato se stesso per la nostra salvezza.


Rev. Luca Vona





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Tutte le opere di John Wesley - GRATIS!

Sì, non è uno scherzo. Abbiamo deciso di mettere a disposizione gratuitamente l'Opera Omnia del grande teologo evangelico e fondatore del Metodismo.

Si tratta dell'edizione digitale dell'opera The Complete Works of John Wesley, The Ages Digital Library Collections (1997). La versione digitale è agevolmente navigabile e consente anche una facile ricerca per parola chiave all'interno del testo.

Chiaramente si tratta della versione originale dei testi di Wesley, dunque in lingua inglese.

Rendendo disponibile questo prezioso patrimonio della cristianità auspichiamo di sollecitare e favorire la sua traduzione in lingua italiana, alla quale cercheremo nel tempo di offrire anche il nostro contributo.

Ci auguriamo soprattutto che il maggior numero di persone possa trarre beneficio dagli insegnamenti del grande John Wesley, per crescere in santità e giustizia davanti al Signore.

- Rev. Luca Vona

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John Wesley (1703-1791)





Il Manchester Wesley Research Center




      Nell'ormai lontano 1984 ebbi modo di trascorrere un mese in questo antico College alla periferia di Manchester. qui è collocato uno dei più funzionanti centri per lo studio di Wesley, dei prodromi e degli esiti della sua azione di riformatore e teologo.
      Una visita, anche se "virtuale" a quella struttura gioverà ad ampliare le conoscenze di chi ha a cuore queste tematiche. http://www.mwrc.ac.uk/


- Prof. Giancarlo Rinaldi





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La parabola del figliol prodigo


COMMENTO ALLA LITURGIA DELLA NONA DOMENICA DOPO LA TRINITA'


Colletta

Concedici, Signore, ti supplichiamo, di pensare e compiere sempre ciò che è giusto; affinché noi, che non possiamo fare nulla di buono senza di te, possiamo essere capaci, per la tua grazia, di vivere secondo la tua volontà; per Gesù Cristo, nostro signore. Amen.

Letture:

1 Cor 10,1-13; Lc 15,11-32

La parabola del figliol prodigo ci insegna il valore della grazia e, di conseguenza, il valore del dono gratuito. Il mondo ragiona secondo l’ottica del “do ut des” (“dare e avere”), in cui predomina l’ossessione per il profitto, e dove chi commette errori, generando perdite, viene messo facilmente fuori dai giochi. Questo modo di pensare, ormai prevalente nella civiltà contemporanea, era già  presente nella società giudaica del tempo di Gesù e si rifletteva anche nel pensiero religioso. Immaginare un Dio che dona gratuitamente, che salva gratuitamente, persino chi si è mostrato “scellerato” – perché in tal senso va interpretato l’aggettivo “prodigo” – veniva e viene percepito da molti come uno scandalo, una ingustizia.
Nel pensiero comune, Dio deve essere buono con i buoni e deve castigare gli empi. Questo pensiero è ben ravvisabile nella letteratura veterotestamentaria. Ma accanto a questa idea si afferma già nell’antico Israele, l’immagine di un Dio che è certamente giusto, ma anche misericordioso, “lento all’ira e grande nell’amore” (Sal 102,8), che non desidera la morte del peccatore, “ma che si converta e viva” (Ez 33,11).
L’atto compiuto dal figlio protagonista di questa parabola è molto grave: nella società giudaica del tempo, chiedere al padre l’eredità in anticipo significava determinare una rottura irreversibile con lui, considerandolo come morto. Un figlio del genere non avrebbe più potuto sperare nell’aiuto del padre in caso di necessità. Se la richiesta anticipata dell’eredità rendeva il padre come morto per il figlio, al contempo il figlio diveniva come morto per il padre. Gesù, attraverso questo racconto, ci vuole mostrare che il padre che è nei cieli agsce in maniera del tutto differente.
Il figlio che ha chiesto l’eredità in anticipo parte per un paese lontano e qui spende tutto quello che ha, riducendosi a pascolare i porci – lui che in casa del padre viveva da signore – e arrivando a desiderare di nutrirsi delle carrube che mangiavano i porci, quando in quel paese sopraggiunse una grave carestia.
Sono proprio i morsi della fame a precedere ciò che il vangelo definisce un “rientrare in sé” del giovane, una conversione che è in un primo momento un atto di introspezione, suscitato dalla frustrazione di un desiderio elementare: “Quanti lavoratori di mio padre hanno pane in abbondanza… io invece muoio di fame!” (Lc 15,17). Non è il senso di colpa a suscitare i primi moti della conversione, ma la fame.
A questo punto il giovane medita di tornare a casa del padre e si prepara un bel “discorsetto” di pentimento. E qui il vangelo iniste sul verbo “levarsi, sollevarsi”: “mi leverò e andrò da mio padre, e gli dirò…”; “Egli dunque si levò…”. la fame e il desiderio di “sollevarci”, suscitati dallo Spirito stesso di Dio, sono il motore della nostra conversione.
Nel prosieguo della parabola vediamo che il discorso di pentimento che il figlio si è preparato risulta piuttosto supefluo. Infatti, “mentre era ancora lontano” suo padre “lo vide e ne ebbe compassione, corse, gli si getto al collo e lo baciò” (Lc 15,20). Laddove ci aspetteremmo di trovare un padre severo che attende il figlio alla porta, per respingerlo o quanto meno per redarguirlo e chiedergli di umiliarsi per ottenere il perdono, Gesù ci offre l’immagine di un Dio che ci corre incontro, ci anticipa, si affretta, e ci si getta al collo baciandoci, mentre siamo ancora sporchi di letame. E quando il giovane dice “non sono più deno di essere chiamato tuo figlio” (Lc 15,21), proprio in quel momento il padre, davanti a tutti i servi, vuole dimostrare di averlo ristabilito in ogni sua dignità. Chiede che venga rivestito dell’abito più bello, che gli vengano messi i sandali ai piedi - solo le persone di un certo rango al tempo potevano permettersi dei calzari – e infine che gli si infili l’anello al dito, simbolo del potere riacquistato. E a scanso di equivoci lo dichiara ad alta voce, davanti a tutti i servi: “…questo mio figlio era morto ed è tornato in vita” (Lc 15,24).
Ma c’è una forza dentro di noi, e fuori di noi, che non comprende la misericordia di Dio, la sua compassione; e dunque si adira, giudica e condanna; ci induce inoltre a pensare che la salvezza sia un qualcosa che può essere comprato, meritato, guadagnato. La salvezza può essere desiderata, nel momento in cui apriamo gli occhi e prendiamo consapevolezza di quanto penosa sia l’esistenza condotta lontano da Dio, del fatto che siamo nati non per mangiare carrube, ma per sedere alla mensa del Padre. La salvezza può essere desiderata ma è una veste che non possiamo cucirci addosso da soli: è il Padre che ce la offre, per coprire la nostra nudità. Che lo Spirito ci aiuti ad esserne sempre riconoscenti e ad agire come persone consapevoli del dono che hanno ricevuto. Le porte della misericordia di Dio sono sempre aperte, fino alla fine dei tempi, quando Cristo tornerà a giudicare i vivi e i morti, e allora ci chiederà conto di come avremo amministrato i suoi beni (Lc 19,12-27).

Rev. Luca Vona





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