Far tornare a fiorire il deserto

Commento alla Liturgia per la prima domenica di Quaresima


Colletta

O Dio, che per amor nostro hai digiunato quaranta giorni e quaranta notti; donaci la grazia di praticare l’astinenza per sottomettere il nostro corpo allo Spirito; affinché possiamo sempre essere docili alle tue buone ispirazioni di giustizia e santità, per il tuo onore e gloria. Tu che vivi e regni con il Padre e lo Spirito Santo, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen


Letture:

2 Cor 6,1-10; Mt 4,1-11

“Allora il Diavolo lo lasciò… e gli angeli lo servivano”. Nel suo ritiro di quaranta giorni e quaranta notti nel deserto Gesù ci insegna a vincere le tentazioni del demonio, al quale infligge una prima sconfitta, che sarà definitiva con la sua obbedienza fino alla morte e con la Resurrezione.
L’obbedienza: è questa la strada per vincere ogni tentazione. Ma cosa è l’obbedienza? La parola deriva dal latino “ob-audere”, ovvero “prestare ascolto”. Non ha nulla a che vedere, dunque, con un atteggiamento servile o, peggio, da ruffiani; indica piuttosto la virtù del saggio: la capacità di apertura dell’ego all’altro da sé; la capacità di proiettarsi fuori dalle proprie necessità e aspirazioni contingenti; di superare la tendenza del nostro sguardo a ripiegarsi su se stesso, per cercare una prospettiva più vasta.
L’invito a prestare ascolto ricorre incessantemente in tutte le pagine della Bibbia, dall’Antico al Nuovo testamento.
“Ascolta Israele”, “Shemà Israel”, è anche la preghiera più sentita dal popolo ebraico; ripetuta due volte al giorno; insegnata ai bambini, da recitare prima di addormentarsi, e pronunciata dai moribondi come commiato. La preghiera riprende il versetto 4 del sesto capitolo del libro del Deuteronomio: “Ascolta, Israele: l'Eterno, il nostro DIO, l'Eterno è uno” (Dt 6,4), ma vale la pena richiamare anche i cinque versetti successivi: “Tu amerai dunque l'Eterno, il tuo DIO, con tutto il tuo cuore, con tutta la tua anima e con tutta la tua forza. E queste parole che oggi ti comando rimarranno nel tuo cuore; le inculcherai ai tuoi figli, ne parlerai quando sei seduto in casa tua, quando cammini per strada, quando sei coricato e quando ti alzi. Le legherai come un segno alla mano, saranno come fasce tra gli occhi, e le scriverai sugli stipiti della tua casa e sulle tue porte” (Dt 6,5-9). L’amore di Dio deve sempre guidare il nostro sguardo sul mondo e deve sorvegliare come una sentinella le porte del nostro cuore.
Gesù soggiorna quaranta giorni nel deserto come Mosé era rimasto quaranta giorni sul Monte Sinai prima di ricevere la Legge; come Israele aveva peregrinato quaranta giorni nel deserto prima di entrare nella terra promessa, rischiando più volte di soccombere allo sconforto e all’infedeltà verso il suo Dio. Anche il profeta Elia affrontò per quaranta giorni le asperità del monte Oreb, dove al termine della sua ascesa, e una serie di sconvolgimenti della natura, il Signore gli si manifestò come una brezza leggera.
Il deserto, privo di acqua, è il simbolo dell’assenza di vita, ma è anche il simbolo del Paradiso terrestre, distrutto dal peccato. È la metafora della nostra esistenza, attraversata da una sete implacabile, dai miraggi che inseguiamo come uomini in preda alla febbre e al delirio.
Ma è anche il luogo dove possiamo porci in ascolto della Parola di Dio. Luogo spaventoso per la sua desolazione, dunque, ma anche bene ormai raro e prezioso: uno spazio e un tempo di quiete, in mezzo alle frenetiche occupazioni mondane, in cui cercare e trovare il senso profondo della nostra esistenza, semplicemente, nell’obbedienza, intesa come ascolto. Questa ci conduce a riconoscere in Dio il nostro Signore, il bene supremo, colui che è in grado di placare la nostra fame e la nostra sete; di darci da bere quell’acqua di cui parla Cristo alla samaritana: “chi beve dell’acqua che io gli darò non avrà mai più sete” (Gv 4,14).
Dio non ci chiede di vivere senza il pane, ma non di solo pane. Dio non ci chiede di attraversare un cammino irto di ostacoli per il piacere di vedere il nostro piede schiantarsi contro una pietra, per compiacersi della nostra fragilità; ma neppure vuole che mettiamo a rischio la nostra vita, credendo di potere piegare il suo volere ai nostri capricci. Ci chiede piuttosto di avere fiducia nella cura paterna che ha verso di noi. Dio non ci chiede di essere servi, ma di regnare con lui nel servizio degli altri uomini.
Il tempo di Quaresima deve essere tempo di ascesi intesa come distacco dal mondo per una maggiore comunione con Dio. Deve aiutarci a ritrovare l’essenziale, il perno attorno a cui ruota una esistenza capace di condurci verso un orizzonte di senso.
Obbedire, soggiogare il nostro corpo e la nostra anima come predica San Paolo nella sua prima lettera ai Corinzi: “disciplino il mio corpo e lo riduco in schiavitù” (1 Cor 9,27) come chi “compete nelle gare si autocontrolla in ogni cosa; e quei tali fanno ciò per ricevere una corona corruttibile, ma noi, una incorruttibile” (1 Cor 9,25). Il premio che Dio ci offre è se stesso, e si dà a noi senza misura; per questo il suo dono esige un cuore capace di accoglierlo senza misura; non rinunciando a ogni cosa, ma ponendo lui come orizzonte ultimo di ogni cosa.
In tal modo vinceremo il nemico, che vuole renderci schiavi delle sue illusioni, dei suoi artifici, delle cose caduche. Quando noi ci porremo a servizio di Dio e del suo progetto, quando ci metteremo al servizio degli uomini, allora tornerà a fiorire il deserto, rkitroveremo il Paradiso perduto. “Infatti il desiderio intenso della creazione aspetta con bramosia la manifestazione dei figli di Dio” (Rm 8,19). Amen.

Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart



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La tregua


Commento alla liturgia della VI domenica dopo l’Epifania


Colletta

O Dio, il cui unico Figlio si è manifestato per distruggere le opere del male e fare di noi i figli di Dio e gli eredi della vita eterna; concedici, ti supplichiamo, mediante questa speranza, di purificare noi stessi come Egli stesso è puro; affinché quando apparirà di nuovo con potenza e grande gloria, possiamo essere trasformati come lui nel suo regno glorioso; dove con te, o Padre, e con lo Spirito Santo, vive e regna, unico Dio, nei secoli dei secoli. Amen.


Letture:

1 Gv 3,1; Mt 24,23

Le letture di oggi chiudono il ciclo liturgico delle domeniche definite “dopo l’Epifania” e dalla prossima domenica comincerà il periodo pre-quaresimale, definito “Septuagesima”. Oggi ci viene rivelato il senso ultimo della manifestazione di Gesù come il Signore, nonché l’atto finale di questo processo in cui la sua gloria divina si dispiega nell storia, a partire dall’Incarnazione. Il perché della sua manifestazione ce lo dice chiaramente Giovanni nella sua prima Lettera: “egli è stato manifestato per togliere via i nostri peccati” (1 Gv 3,5); ma anche “per questo è stato manifestato il Figlio di Dio: per distruggere le opere del diavolo”. L’atto finale di questa manifestazione, che non si è conclusa con i misteri contemplati nel Natale e durante il periodo dell’Epifania, si compirà alla fine dei tempi, e ce ne offre una vivida descrizione Gesù stesso, le cui parole sono riportate da Matteo, che dedica due lunghi capitoli del suo Vangelo al sermone profetico di cui oggi abbiamo ascoltato una parte.
Scopriamo innanzitutto che la nostra storia ha un senso, una direzione, un polo di attrazione; non è il succedersi di eventi scollegati tra loro, sullo sfondo del ciclico ripetersi delle stagioni, degli anni e degli eventi naturali. I primi teologi cristiani ripresero due vocaboli greci per distinguere due diverse definizioni del tempo: kronos, che indica la dimensione puramente quantitativa del tempo, la scansione delle ore, dei giorni, delle stagioni, degli anni e così via; e kairòs, che indica la dimensione qualitativa del tempo, un qualche cosa di specifico che accade e si sta svolgendo, tra un “già” e un “non ancora”.
Cristo venne considerato il Signore del tempo, inteso come kairòs. Colui che ha vinto la morte, ha vinto anche cronos, il tempo divoratore, che consuma ogni cosa. Cristo domina il tempo, conducendone le trame verso lo svolgimento finale della storia umana. Anche per culture come quella greca o quelle dell’estremo oriente, che avevano una visione circolare della storia, intesa come “eterno ritorno”, nel continuo ripetersi di eventi simili, vi era la credenza in un tempo situato “oltre” questa ciircolarità, che i greci definivano “aion”. È questo il tempo dell’eternità, e i primi cristiani identificarono in Cristo il Signore che ha gettato un ponte fra queste due dimensioni della temporalità. La storia si chiuderà con il suo ritorno. Questo secondo Avvento sarà completamente diverso dal primo, perché, ci dice il Vangelo, sarà “come il lampo che esce da levante e sfolgora fino a ponente” (Mt 24,27). Dio, che aveva spogliato se stesso (Fil 2,5-11), manifestandosi nella fragilità di un bambino, condividendo con noi sofferenze e fatiche, accettando umilmente una condanna infamante e assoggettandosi alla morte, bevendo fino in fondo il calice della sua Passione, ritornerà alla fine dei tempi manifestandosi  in tutta la sua gloria divina, non più in maniera circoscritta, come era accaduto durante la sua esistenza terrena in Galilea, con i suoi miracoli o con la sua Trasfigurazione; ma questa volta con una tale maestà, che tutti gli uomini e l’intera creazione saranno sconvolti dal suo apparire.
Il monaco inglese Beda il Venerabile, vissuto a cavallo tra VII e VIII secolo ci ha lasciato nella sua Historia ecclesiastica gentis Anglorum, il racconto della conversione del potente re Edwin al cristianesimo. La decisione viene presa dal re dopo aver ascoltato i suoi consiglieri, uno dei quali gli offre una parabola molto suggestiva della nostra esistenza, paragonandola a quella di un passero che, durante un temporale, entra da una finestra aperta nella stanza dove il re sta banchettando con i suoi nobili, per fuoriuscire subito da un’altra finestra del salone. In quel breve momento, in cui giunge nella stanza come un lampo, il passero è al riparo dal temporale, ma un attimo dopo ritorna nel freddo e oscuro inverno da cui è venuto. Così è la nostra breve ed effimera esistenza secondo il consigliere del re; di quel che c’è prima e di quel che c’è dopo non sappiamo nulla e se questa nuova religione ci dà una certezza è giusto seguirla.
Il racconto del consigliere di re Edwin, riferito da Beda e ripreso dalla scrittrice Marguerite Yourcenar nella sua opera Il Tempo, grande scultore, offre una rappresentazione drammaticamente realistica della nostra vita terrena, ma le letture di oggi ci conducono molto al di là una religiosità vissuta in modo consolatorio. Perché capovolgendo le immagini appena descritte potremmo dire che il mondo e il tempo in cui siamo inseriti rappresentano l’infuriare della tempesta, mentre la presenza di Gesù tra gli uomini durante la sua vita terrena e l’esperienza che facciamo di lui nella fede, rappresenta come un bagliore nella notte. L’umanità e la nostra anima trovano in Cristo una tregua dall’infuriare della tempesta del mondo, quel mondo che, ci ricorda Giovanni, ci odia, perché prima ha odiato Cristo (Gv 15,18; 1 Gv 3,1); quel mondo che è nelle mani del nemico. Ma il principe di questo mondo, il diavolo, è stato sconfitto dalla morte e resurrezione di Cristo, e questa sconfitta sarà manifestata nel compimento del tempo presente, quando le sue opere saranno distrutte (1 Gv 8) ed egli sarà definitivamente “cacciato fuori” (Gv 12,31).
È questa speranza, ci ricorda la colletta di oggi, ispirata alla prima lettera di Giovanni, che ci purifica e ci rende santi. Non dunque una speranza come puro stato pricologico ed emotivo. Ma una speranza intesa come virtù Cristiana, suscitata dallo Spirito Santo, che abbiamo ricevuto nella fede, “per l’amore che il Padre ha profuso sopra di noi, facendoci chiamare figli di Dio” (Gv 3,1).
L’esperienza di Dio nella fede ci offre di lui una visione furtiva, come un bagliore nel temporale; inafferrabile, come un passero che attraversa la tavola imbandita delle cose caduche di questo mondo. Eppure il fulmine ci indica uno squarcio, un varco nel cielo; il passero ci indica una direzione, anche se, come lo Spirito, non sai da dove viene e dove va (Gv 3,8).
Quell’esperienza furtiva, quell’esperienza di “tregua”, ci dona nella fede la certezza che “quando egli sarà manifestato saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è” (1 Gv 3, 2). Amen.

Rev. Luca Vona
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Perché Dio permette il male?

Liturgia della V domenica dopo l’Epifania


Colletta

O Signore, ti supplichiamo di mantenere la tua Chiesa e la tua casa nella verità della fede; affinché coloro che confidano unicamente nella tua grazia celeste possano essere sempre difesi dalla tua potenza. Per Gesù Cristo nostro Signore. Amen.


Letture:

Col 3,12-17; Mt 13,24-30

Il Capitolo 13 del Vangelo di Matteo ci mostra Gesù che ammaestra le folle, seduto in riva al mare, creando per loro delle splendide parabole, delle quali oggi, la liturgia, ci offre quella del grano e della zizziania. Le parabole sono racconti metaforici, di contenuto morale, che attingono le loro immagini da cose della vita quotidiana, in modo da comunicare la riflessione teologica attraverso concetti e contesti familiari. Dopo tanti secoli, però, la nostra familiarità con alcune delle immagini utilizzate nelle parabole si è affievolita. È il caso della zizzania, che in una civilità post-agricola come la nostra è una pianta conosciuta solo da pochi, per lo più lavoratori dei campi, abitanti di contesti rurali, o studenti di botanica. Questa pianta è un’erba infestante, che quando è ancora verde è quasi impossibile distinguere dal grano, ma giungendo a maturazione produce chicchi scurie allungati. I discepoli rimasero molto colpiti da questa parabola, della quale faticarono a comprenderne immediatamente il significato. Infatti, tornando a casa, chiesero a Gesù di spiegarglielo (Mt 13,36-43). La parabola di oggi ci offre una risposta sulle origini del male e sul perché Dio permetta il suo proliferare nel mondo. Il manifestarsi di quest’erba malvagia nello stesso campo in cui cresce il buon grano rappresenta quasi una epifania negativa, speculare al manifestarsi della buona opera del Signore. La Parola di Dio, che San Paolo nella lettera ai Colossesi ci invita a fare abitare fra noi copiosamente (Col 3,16) produce frutto laddove è accolta dalla buona terra (Mt 13,8.23). Vi è però un nemico, che cerca non solo di portare via il seme buono prima che possa germinare (Mt 13,4.19), ma mentre gli uomini dormono (Mt 13,25) getta nel terreno un cattivo seme. L’intento del nemico è chiaro: mettere in cattiva luce il padrone del campo e ostacolare la crescita del buon grano. All’apparire della zizzania, i servi, infatti, chiedono al padrone: “Signore, non hai seminato buon seme nel tuo campo?” (Mt 13,27), e proporranno la soluzione di estirpare l’erba infestante. Ma il padrone decide di lasciare crescere il grano e la zizzania insieme, perché lo sradicamento dell’erba malviagia potrebbe condurre alla distruzione anche delle piante di grano buono. Perché Dio non elimina il male? Perché Dio consente ai malvagi di prosperare? Questa domanda viene rivolta spesso a noi credenti, e in verità se la era posta già tanti secoli fa l’autore del salmo 73, il quale affermava: “quasi inciampava il mio piede… perché portavo invidia ai vanagloriosi, vedendo la prosperità dei malvagi… Ecco costoro sono empi, eppure sono sempre tranquilli… Invano dunque ho purificato il mio cuore… Perché sono colpito tutto il giorno e castigato ogni mattina. Allora ho cercato di comprendere questo, ma la cosa mi è parsa molto difficile. Finché sono entrato nel santuario di Dio e ho considerato la fine di costoro. Certo tu li metti in luoghi sdrucciolevoli… Come un sogno al risveglio, così tu, o Signore, quando ti risveglierai, disprezzerai la loro vana apparenza”. Mentre nella parabola della zizzania il sonno aveva colto gli uomini, e proprio mentre questi dormivano il nemico era andato a mettere il seme cattivo nel terreno, qui abbiamo la curiosa immagine di Dio che “dorme” e al suo risveglio ristabilisce la giustizia. Anche questo “sonno di Dio” è una metafora accattivante, per descrivere il tempo della misericordia del Signore, che ci separa dal tempo del suo suo Giudizio. Perché Dio, che appare in tutte le Scritture, “lento all’ira e di grande benignità” (Sal 103,8), egli che non vuole la morte dell’empio, ma che si converta e viva (Ez 33,2) ha stabilito un tempo per il pentimento e la conversione. Ecco perché consente al male di prosperare insieme al bene, non solo nel mondo, ma purtropo anche nelle nostre vite. Molti vorrebbero che Dio eliminasse tutto il male subito. Come è possibile che possa tollerare la vita di esseri umani capaci di diffondere sofferenza e morte? Ma se dovesse sposare le nostre agitazioni interventiste dove si dovrebbe fermare la mano di Dio? Dove si dovrebbe fermare la mano di un Dio infinitamente puro, infinitamente buono, l’unico di cui possa essere predicata in modo assoluto e veritiero la bontà? Dovrebbe Dio togliere di mezzo l’uomo che ha ordinato lo sterminio di milioni di altri uomini? O basterebbe uccidere un solo uomo per meritare la morte da parte di Dio? E la mole di ingiustizie, indifferenza, superficialità, quel male silenzioso e apparerentemente “banale” che provoca immense sofferenze a tanti esseri umani? Non dovrebbe essere punito anche quello? A dire il vero basta esaminare le nostre coscienze, senza lanciarsi in grandi analisi geopolitiche e sociali, per vedere quanto grano e quanta zizzania ci siano nelle nostre singole vite, nel nostro cuore. Un’altra domanda pressante è infatti: perché, nonostante la grazia e la parola di Dio che operano in me sono ancora tanto imperfetto? Siamo capaci di renderci docili alla parola di Dio e di consentire a questa di portare buoni frutti, ma cadiamo spesso addormentati e consentiamo al nemico di seminare e far germinare in noi il male: pensieri, parole, azioni che infestano la nostra vita e quella di chi ci circonda, drenando energie a noi stessi e agli altri, ostacolando il benessere e la crescita spirituale, il fruttificare della parola di Dio in noi e nel mondo. Meno male, allora, che Dio è misericordioso; i suoi tempi sono i tempi dell’agricoltore paziente, non quelli del broker spietato, alla ricerca di utili immediati.
Per questo il Signore, che nel battesimo ci ha donato la sua luce e la sua grazia, conoscendo la nostra fragilità, ha predisposto il sacramento della penitenza, invitandoci a confessare i nostri peccati, a lui, e l’un l’altro, per ottenere l’annuncio del suo perdono. E mentre il battesimo può essere dato una volta sola, la penitenza può essere reiterata più volte, come una medicina, che assumo ogni volta che mi ammalo. Per questo la nostra chiesa Anglicana, pur riformando la prassi penitenziale ed eliminando alcuni abusi che si erano andati affermando nel corso dei secoli, ha mantenuto la pratica della confessione, sia quella pubblica e generale, durante la liturgia, sia quella privata, con il sacerdote. Sebbene per quest’ultima non esista un formulario preciso nel Book of Common Prayer, troviamo in esso numerose formule di confessione e anche alcune formule di assoluzione di tipo deprecativo, nelle quali, cioè il sacerdote chiede a Dio il perdono dei peccati per il penitente. Queste erano la forma comune di assoluzione nell’alto medioevo e solo in maniera piuttosto tardiva è comparsa la formula indicativa “Io ti assolvo”.
Il ministero delle chiavi, che il Signore ha concesso ai suoi apostoli, conferendogli il potere di legare e di sciogliere i peccati sulla terra, facendo sì che fossero legati e sciolti anche in Cielo, non deve farci dimenticare chi è l’autore del perdono e della grazia. Deve farci desistere, non solo i saccerdoti, ma noi tutti come credenti, dalla tentazione di esercitare una giustizia preventiva e sommaria. Deve farci desistre dalla smania di “fare pulizia” di tutto il male e subito, tutt’intorno a noi. Ci vuole una grande pazienza, con il nostro prossimo e con noi stessi, per gungere a un buon raccolto.
Il profeta Elia era pieno di zelo per il Signore e aveva sterminato tutti i profeti di Baal, una divinità pagana che avevano iniziato ad adorare anche gli Israeliti. Fuggito sul monte Horeb, Dio, che era apparso in precedenza a Mosé nel fuoco e nel tuono, si manifestò a Elia, dopo una serie di sconvolgimenti naturali: prima un vento impetuoso, poi un terremoto, poi un incendio devastante; infine, una brezza leggera, “una voce, come un dolce sussurro” (1 Re 19, 12); ed egli si coprì il volto perché comprese che proprio in quella era presente il Signore.
Rispettiamo, dunque i modi e i tempi di Dio, per il quale mille anni sono come un giorno solo (2 Pt 3,8), e obbediamo alla sua volontà, lasciando che grano e la zizzania maturino insieme. Allora i suoi servi li separeranno. Il radicalismo esasperato, la fretta di giungere subito al risultato finale, può arrecare grossi danni alla nostra e alla altrui vita spirituale, stroncandola sul nascere; può portare anche a grandi disastri nella società e nel mondo, per il desiderio di intervenire contro il “nemico” di turno. Ma il nemico è innanzitutto interno e soprattutto, spirituale e invisibile. Dobbiamo vincerlo vegliando e pregando, senza stancarci (Lc 18,1; Lc 21,36; 1 Ts 5,17); meditando e custodendo la Parola di Dio nel nostro cuore, come una brezza leggera che accarezza un terreno fertile.


Rev. Luca Vona
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Seminario di formazione per educatori musicali

Perché educare alla musica?

Seminario di formazione per musicisti, educatori, insegnanti, musicoterapisti

17 febbraio 2018
ore 10.00-14.00

Il seminario è aperto a tutti coloro che sono interessati ad acquisire gli strumenti concettuali indispensabili per comprendere il valore educativo della musica. Esso rappresenta un’occasione per conoscere le potenzialità del linguaggio musicale e i benefici che un percorso di educazione musicale può avere nella formazione globale della persona, soprattutto nella prima infanzia. Il seminario consentirà, inoltre, di acquisire consapevolezza circa le modalità di approccio alla musica che possono essere messe in atto da ogni partecipante nel proprio ambito di azione professionale, come quello della scuola, o entro il contesto familiare, per migliorare il dialogo, la comunicazione e l’interazione con il bambino.

Obiettivi
- conoscere le principali teorie sull’apprendimento musicale
- acquisire le conoscenze di base per lo svolgimento di attività musicali a scuola o in altre realtà educative
- conoscere le possibilità applicative della musica come “linguaggio” e strumento di comunicazione con il bambino

Destinatari
Il laboratorio è destinato a musicisti, insegnanti, musicoterapisti, educatori, animatori e a coloro che desiderino approfondire gli aspetti educativi connessi alla pratica e all’ascolto della musica.
A conclusione del seminario, sarà rilasciato a ogni partecipante un attestato di frequenza a firma del docente.

Sede
Le attività avranno luogo presso la sede dell’Associazione Chiesa Anglicana, in Via delle Betulle n. 63, Roma.

Costi
Quota associativa e iscrizione al seminario: € 35, da versare in loco.

Docente
Giovanna Carugno
Plurilaureata presso il Conservatorio Licinio Refice di Frosinone (Pianoforte, Clavicembalo, Musica Antica, Musica da Camera), si è perfezionata in Educazione musicale presso l’Università di Padova e in Musicoterapia presso l’Università Roma Tre, nonché in Metodologia della Ricerca Scientifica per l’Insegnamento musicale presso l’Accademia Filarmonica di Bologna. Già docente del Master di Artiterapie presso l’Università Roma Tre, è Professore di Discipline dello Spettacolo presso l’Università di Parma e Visiting Professor presso la Tbilisi State University e il Conservatorio di Tbilisi. Oltre a svolgere intensa attività concertistica, ha al suo attivo numerose pubblicazioni in ambito musicale e partecipa regolarmente come relatore a conferenze e simposi di rilievo internazionale.

Informazioni e iscrizioni

giovanna.carugno@gmail.com



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Senza il timore di sporcarsi le mani


Liturgia della IV DOMENICA DOPO l’epifania


Colletta

O Dio, che sai che ci troviamo in mezzo a molti e grandi pericoli e che per la fragilità della nostra natura umana non possiamo neanche reggerci in piedi; concedici forza e protezione, per trovare supporto in ogni avversità e superare ogni tentazione. Amen.


Letture:

Rm 13,1-7; Mt 8,1-17

Prosegue nel ciclo liturgico anglicano la serie delle domeniche denominate “dopo l’Epifania”. Alcune chiese occidentali, tra cui quella cattolica romana, introducendo alcune modifiche nella seconda metà del ventesimo secolo, hanno ridefinito questo periodo “Tempo ordinario”, cambiando anche il lezionario; per tale motivo le letture della liturgia non coincidono più tra loro tra le diverse chiese occidentali. Troviamo, però, un certo “sentire comune”. Nelle scorse quattro settimane abbiamo ascoltato le letture sulle quattro grandi manifestazioni di Gesù come Dio e Redentore dell’umanità: la nascita a Betlemme, l’adorazione da parte dei Magi, il battesimo al Giordano, la trasformazione dell’acqua in vino alle nozze di Cana. Con la lettura di oggi entriamo in una dimensione un po’ più “quotidiana” e “ordinaria”, dentro la quale irrompe la straordinarietà del Figlio di Dio, con la sua predicazione e con diversi miracoli di guarigione e liberazione. Si tratta di parole e gesti spesso sovversivi nei confronti di alcune prassi della religiosità giudaica; a cominciare proprio dai due miracoli narrati nel Vangelo di oggi: la guarigione del lebbroso e la guarigione, a distanza, del servo del centurione.
Le due narrazioni si collocano subito dopo il lungo discorso sul monte, ai capitoli 6 e 7 del Vangelo di Matteo; discorso che dovrebbe costituire lo regola di vita di ogni cristiano. E sottolineo di ogni cristiano, non dei preti, dei consacrati o dei monaci, ma di ogni cristiano che voglia vivere seriamente la propria fede nella vita di ogni giorno. Quanto poi sia possibile mettere in pratica, con le sole proprie forze, quella regola di vita, è un altro discorso, che merita un approfondimento a sé. Dopo questo lungo sermone, dunque, Gesù scende dalla montagna e comincia subito a mettere in pratica quanto ha predicato. La prima persona in cui si imbatte è un lebbroso; la religiosità giudaica, attenendosi al libro del Levitico, considerava i lebbrosi impuri, e impuro diventava chiunque avesse avuto un contatto fisico con loro. Quest’uomo vive, dunque, non solo uno stato di profonda sofferenza fisica, ma anche morale, determinata dalla solitudine e dall’emarginazione, che spesso anche oggi caratterizzano lo status del malato. Ma il lebbroso è convinto che Gesù possa guarirlo. La sua fede rappresenta la risposta dell’uomo sofferente alla predicazione di Gesù. La fede, spesso definita un “dono”, che il Signore elargirebbe capricciosamente a chi più a chi meno e a chi niente, diventa invece qui la risposta attiva dell’uomo alla Parola di Dio. Il dono è la parola di Dio. La fede è ciò con cui siamo chiamati a rispondere a questo dono. Gesù, di fronte alla fede del lebbroso, che lo riconosce come Signore, adorandolo, e afferma “se vuoi, tu puoi mondarmi” contravviene apertamente alle regole della propria religione; davanti alle “grandi folle” che lo hanno seguito, “distesa la mano” (in segno di benedizione) “lo toccò”. E in quell’istante egli fu guarito. Ecco un’altra Epifania della potenza di Dio, nel quotidiano, nel tempo “ordinario”; Gesù viene riconosciuto come Signore e ci manifesta la natura profonda di Dio: un Dio che non ha timore di toccare con mano la nostra miseria, ma che la raggiunge e la sana con la sua benedizione, con la sua grazia. Così dovremmo agire anche noi con gli altri uomini, senza paura di “sporcarci le mani” per annunciare il Vangelo. Non siamo chiamati a formare “combriccole” di bigotti, ma a raggiungere e lasciarci raggiungere da ogni essere che condivide la nostra natura umana, ferita dal peccato e da mille infermità.
La conferma arriva anche dall’episodio immediatamente successivo, dove un centurione romano, considerato dai giudei un impuro perché pagano, e un nemico perché rappresentante del potere politico e militare che opprimeva la loro nazione, si presenta a Gesù per chiedere la guarigione di un servo che “giace in casa paralizzato e soffre grandemente”. La risposta di Gesù è ancora una volta sovversiva: “Io verrò e lo guarirò”. Gesù propone di andare a casa stessa del centurione, una azione “scandalosa”, perché contravveniva alle norme religiose che prevedevano il divieto di entrare in casa di un pagano, per di più nemico della nazione. Ma non poteva agire diversamente colui che aveva appena predicato l’amore per i propri nemici e che aveva detto: “Qual è l'uomo tra di voi, il quale, se il figlio gli chiede un pane, gli dia una pietra? Oppure se gli chiede un pesce, gli dia un serpente? Se dunque voi, che siete malvagi, sapete dare buoni doni ai vostri figli, quanto più il Padre vostro, che è nei cieli, darà cose buone a quelli che gliele domandano!” (Mt 7,9-11). Un altro raggio della rivelazione evangelica squarcia le nubi del timore per l’impurità rituale, manifestando il mistero della paternità universale di Dio; questa, si allarga oltre i confini del popolo eletto, all’intero genere umano, immerso, come ci ricorda la colletta di oggi, “in molti e grandi pericoli”, alla ricerca di “forza, protezione e supporto in ogni avversità e tentazione”.
Il centurione è pienamente consapevole di questo stato di miseria e fragilità che caratterizza la condizione umana, e lo attesta con le parole che ripetiamo ogni volta prima della comunione eucaristica “Signore, io non son degno che tu entri sotto il mio tetto”. E la sua risposta di fede nei confronti della Parola di Dio è altrettanto grande: “di’ soltanto una parola, e il mio servo sarà guarito”. E così avverrà.
È la Parola di Dio che guarisce, quella parola che la Lettera agli Ebrei (Eb 4,12) definisce “vivente ed efficace, più affilata di qualunque spada a due tagli”, capace di penetrare “fino alla divisione dell'anima e dello spirito, delle giunture e delle midolla”; quella parola con cui Dio ha creato il mondo e guidato il suo popolo attraverso il deserto e nella terra dell’esilio.
Dopo secoli in cui il popolo è stato tenuto lontano dalla Bibbia, anche oggi, che disponiamo di eccellenti traduzioni in ogni lingua, l’analfabetismo biblico è fortemente diffuso. Manca, persino tra i protestanti a volte, l’abitudine a confrontari abitualmente con la Parola di Dio, ad ascoltare cosa il Signore ha da dirci riguardo i nostri problemi, le nostre paure, i nostri dubbi. Altre volte manca una risposta di fede forte alla Parola, la fiducia nella sua efficacia, nella sua capacità di trasformare realmente la nostra vita.
Impegnamoci a riscoprire la lettura delle Sacre Scritture; non lasciamo la Bibbia a raccogliere polvere in uno scaffale. Ascoltiamola, meditiamola, confrontiamoci con essa nelle cose ordinarie e straordinarie di ogni giorno. La nostra vita personale, ma anche quella collettiva, gli avvenimenti politici, la sottomissione all’autorità, cui ci chiama San Paolo nella lettura di oggi, invitandoci a essere buoni cittadini, devono avvenire mediante l’esercizio di un senso critico, alla luce della Parola di Dio. Allora potranno essere sanate le nostre ferite, individuali e collettive. Dice infatti il Signore, per bocca del profeta Isaia (Is 55,10-11): “Come la pioggia e la neve scendono dal cielo e non vi ritornano senza avere annaffiato la terra, senza averla fecondata e fatta germogliare, in modo da dare il seme al seminatore e pane da mangiare, così sarà la mia parola, uscita dalla mia bocca: essa non ritornerà a me a vuoto, senza avere compiuto ciò che desidero e realizzato pienamente ciò per cui l'ho mandata”. E così sia.


Rev. Luca Vona
Missione Anglicana Tradizionalista Carlo I Stuart





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